A casa

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Toni Morrison, A casa, Frassinelli

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“Lotus, in Georgia, è il posto peggiore del mondo, peggio di qualsiasi campo di battaglia” ma è a Lotus che è diretto Frank Money, giovanissimo reduce della guerra di Corea dove ha visto morire due amici fraterni.
Figlio dell’America nera degli anni Cinquanta e nipote di una nonna acquisita severa e giudicante, ci racconta la sua storia mentre viaggia in compagnia dei suoi fantasmi verso la cittadina in cui aveva giurato di non rimetter più piede, determinato ad assolvere una volta di più l’unico compito a cui non si è mai sottratto: proteggere la sorella minore Cee, che si trova in difficoltà.

Frank Money ha uno sguardo “tranquillo e remoto”, lo sguardo delle “persone che si guadagnano da vivere fissando le onde dell’oceano”, fatica a reinserirsi in un contesto che lo rifiuta ed alterna momenti di rabbia incontrollata a stati di inerzia, spaesato di fronte alla vita ed al futuro.
Il viaggio e l’azione di salvataggio nei confronti della sorella lo riporteranno a casa in senso fisico ed ancor più in senso metaforico, riscattando traumi vissuti negli anni dell’infanzia e dando un nome alle atrocità che le vittime di una guerra condividono con i loro carnefici.

La voce narrante in terza persona si alterna a quella di Frank che dialoga in corsivo con il suo autore e lo chiama in causa mentre riporta in superficie ricordi inconfessabili rettificando la versione mistificata che era stata data in pasto al lettore inizialmente.
Il passato viene lentamente metabolizzato per far spazio alla pietà e al futuro, di cui è simbolo prepotente la comunità femminile di Lotus che, collettivamente, si farà carico della guarigione di Cee, curandone le ferite fisiche e risvegliandone la dignità con quella saggezza operosa che riescono a mettere in campo le donne concrete e di buon senso.

La narrazione procede agile per immagini accennate e l’autrice non si sofferma sui singoli episodi, piuttosto ne suggerisce le suggestioni, condividendo con il lettore l’intimità di un dialogo serrato con il suo personaggio.

Sono debitrice di questo suggerimento di lettura all’amica Polimena, qui potete leggere la sua recensione.

Viv

Le zitelle, la menta e il lago di Andrea Vitali

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Nei romanzi di Andrea Vitali mi ci accomodo come in una vecchia poltrona, ne riconosco gli odori, il chiacchiericcio, mi confondo per le vie di Bellano e mi lascio cullare dal racconto come dalla più perfetta delle favole della buonanotte.

Dopo pochi giorni la trama dissolve come la nebbia del lago su cui si affaccia il paesello ma raramente ho chiuso l’ultima pagina storcendo la bocca, giacché quello che mi aspetto, con le gradazioni del caso, è quello che trovo.
Con gli ultimi sfioro ormai la decina ed ogni volta gli eccentrici abitanti di Bellano mi riaprono le loro case e mi accolgono alla loro tavola senza che la pagina pretenda la mia massima attenzione.

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Vitali è un narratore abile e scaltro che mette al servizio del lettore una grande facilità di scrittura ed uno sguardo curioso sulla realtà, appassionando a vicende di banale quotidianità e supportando l’illusione di sentirsi parte di una comunità, nell’insieme piuttosto chiusa, da osservatori privilegiati.
Qualche anno fa lo ascoltai durante una serata di letture, accompagnato dal gruppo musicale dei Sulutumana, scoprendo in lui anche un piacevole intrattenitore col gusto dell’aneddoto.

Le storie che racconta affondano le radici nella provincia italiana di qualche decennio fa, quando la quotidianità gravitava intorno agli uffici comunali, al bar, alla sede del partito, giacché spesso -ma non solo- l’ambientazione abbraccia il ventennio fascista.
Viene descritta una realtà d’altri tempi, chiusa nella propria identità territoriale, in cui le notizie correvano veloci e la figura del parroco e del medico di famiglia -attività che Vitali svolge in quel di Bellano, ridente paesino del lecchese- avevano un ruolo centrale nel risolvere le piccole grandi problematiche della comunità.

Romanzi corposi o brevissimi, con un approccio quasi sempre corale dove i personaggi hanno nomi non convenzionali che vestono le loro personalità e si esprimono con il linguaggio colorito del popolo.
Trame articolate come in “Almeno il cappello” in cui l’intera comunità è alle prese con la costituzione della banda musicale o esilissime come in “Zia Antonia sapeva di menta” dove l’intreccio si esaurisce intorno alla figura di un’anziana ospite della casa di riposo e del suo misterioso conto in banca.
Non tutti i romanzi sono ugualmente trascinanti -dei tre appena letti il più debole è, a mio avviso, “Il meccanico Landru”- e la prolificità dell’autore non sempre depone a favore, ma la bravura di Vitali sta nella indiscutibile capacità di dare colore anche a racconti di estrema semplicità, sorridendo delle debolezze, dei vizi e delle virtù dei suoi personaggi, anche quando si tratta di figure di mero contorno, come nel caso della “perpetua” che vigila sulla canonica e accoglie ogni scampanio come un’intrusione inopportuna, con l’unica preoccupazione che il pranzo non si freddi.
Non aspettiamoci il classico lieto fine ma piuttosto una chiusura che, spesso ironicamente, con una sorta di giustizia trasversale, mette ordine nelle piccole meschinità di ciascuno.

Qualche giorno fa lessi una frase in cui si citavano i libri di Vitali come perfetta alternanza alla verbosità di Philip Roth. Ne ho sorriso perché è esattamente quello che è capitato a me nelle ultime settimane.

Viv

12 maggio 1965

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La mia data di nascita.

Invidio un po’ chi riesce a festeggiare i compleanni con euforica allegria. Per me sono come il Capodanno, il circo, il luna park e le balere sul lungo mare: vorrei che mi si adattassero come un tubino perfetto ed invece tirano come la cucitura obliqua di un vestito aderente.
L’età non c’entra nulla, da che ricordo è sempre stato così, anzi, direi che il passare del tempo tende a riconciliarmi con le festività.
Di questo passo per il mio centenario prevedo di organizzare un party sulla spiaggia di imbarazzante megalomania con clowns, zucchero filato rosa, orchestra e baracchini di tiro al barattolo.

Grazie per essere qui a festeggiare con me!

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Viv

Set per bebè

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I cicli della vita.
Negli anni Novanta bambini ad ogni angolo, seguiti da lunghi anni in cui, con rarissime eccezioni, ho dimenticato cosa fosse un negozio di giocattoli o il piacere di acquistare un paio di calzine minuscole.
Ora anche nella mia vita si riaffacciano i bebè: amiche più giovani che mi regalano il piacere di diventare “zia” ed amiche delle figlie che stanno per diventare mamme.
Nessuna meraviglia quindi che, grazie ai tutorial di Lella del blog Creare per hobby, sia nato un set per il fasciatoio.
Per realizzarlo ho utilizzato un piquet di cotone con una delicata stampa di orsetti e topini nei toni del rosso, del beige e del grigio.

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Trapuntando il tessuto per ottenere una maggiore stabilità, ho realizzato un cestino in tessuto che sarà utile alla mamma per tenere a portata di mano pannolini, creme, forbicine e tutto quello occorre al momento del cambio.

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Ho abbinato al cestino un portakleenex con due fiocchetti in tinta sulla chiusura.

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Viv

L’animale morente

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Philip Roth, L’animale morente, Einaudi

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Terzo romanzo di una trilogia.
Inconsapevolmente avevo letto qualche anno fa il secondo capitolo, ovvero “Il professore di desiderio”, ma, salvo smentite, mi asterrò dal primo in cui il protagonista si ritrova kafkianamente a vivere per diversi mesi nelle sembianze di una enorme mammella.

Ritorniamo nella vita dell’accademico David Kepesh, ormai settantenne, per ascoltare il racconto della sua passione senile per la giovane studentessa cubana Consuela.
Come una nemesi, nella vita del professore libertino si insinua il tarlo della gelosia e della dipendenza poiché Consuela si sottomette volentieri al carisma e ai desideri dell’uomo maturo ma esercita capricciosamente il suo potere con l’arma potentissima della sua bellezza primigenia, davanti alla quale Kepesh ha le armi spuntate.
Per otto anni la vita del professore ruoterà intorno alle “folli distorsioni rappresentate dal desiderio, dall’infatuazione, dalla possessività, persino dall’amore”, in una follia nostalgica che affonda le radici nell’approssimarsi della vecchiaia che per la prima volta gli fa desiderare “di non essere libero”.
L’ossessione per la vitalità dell’eros qui si sposa con il declino della fisicità, e la passione disperante per una donna che esibisce una giovinezza sfrontata ed una bellezza prorompente, per contrasto, esercita sull’uomo alla soglia della vecchiaia una consapevolezza quasi struggente dei giorni che si esauriscono.
Roth racconta la passione carnale come espressione dell’attaccamento alla vita, incarna nel bisogno di possedere l’altro l’idea stessa di conoscenza, riconduce all’oblio del piacere la consolazione catartica di fronte all’idea che la vita così come l’eros siano destinati a finire.
Tuttavia il romanzo gioca su un equivoco giacché l’animale morente a cui allude il titolo non è Kepesh che in ultimo verrà chiamato come testimone sacrale di quella bellezza erotica che la malattia sta per deturpare.

Viv

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