Treno di notte per Lisbona

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Pascal Mercier, Treno di notte per Lisbona, Mondadori

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Cominciamo col dire che Pascal Mercier, pseudonimo di Peter Bieri, è docente di filosofia all’Università di Berlino.
“Treno di notte per Lisbona” è un romanzo è corposo dall’andamento lento e dalle atmosfere rarefatte cariche di suggestioni, da cui è stato tratto un film con Jeremy Irons che conserva un respiro altrettanto ampio pur comprimendo inevitabilmente gli aspetti filologico-filosofici che nel romanzo hanno largo spazio.

Il protagonista, Raimund Gregorius, studioso di lingue antiche a Berna, in una mattina di pioggia incontra una giovane donna portoghese che sembra volersi buttare da un ponte e da lì a poco nella libreria di un antiquario scopre un volume in lingua português intitolato “Un orafo delle parole”. La suggestione di questi due avvenimenti e le sonorità della lingua sconosciuta sembrano trasmettere a Gregorius un messaggio che lo spinge ad abbandonare la classe di liceo durante una lezione, e a salire su un treno diretto a Lisbona stravolgendo la sua esistenza abitudinaria.

Ha inizio così un viaggio dell’anima che ha la lenta cadenza dell’introspezione, in cui si intrecciano la vita di Amadeu Ignazio De Almeida Prado, autore del saggio sulle parole, e quella di Gregorius, insegnante incartapecorito, dalle spesse lenti da miope, che impara a interrogarsi sulla vita di relazione e sul dolore attraverso le riflessioni di quel suo omologo irrequieto dall’intelligenza raffinata, medico per condizionamento familiare e letterato per vocazione.
Un romanzo nel romanzo in cui attraverso i brani tratti dal saggio di Amadeu scopriamo le pieghe nascoste di una vita tormentata vissuta alla ricerca di risposte e assistiamo agli orrori della dittatura di Salazar che permea il racconto del medico e i ricordi degli amici superstiti di cui Gregorius seguirà le tracce.

Al centro di tutto il potere delle parole, il peso di quelle non dette, l’impossibilità di compenetrare il mistero dell’altro, il sentimento di incompletezza e la ricerca della propria identità profonda a dispetto del fatto che “possiamo vivere solo una piccola parte di ciò che è in noi”.

Il percorso verso la coscienza di sé è irto di interrogativi spinosi ai quali non è sempre facile dare risposta. Se Amadeu viene descritto come “l’incarnazione stessa della difficoltà del vivere”, Gregorius sembra via via sciogliere insieme ai dubbi linguistici anche le rigidità di una vita dedicata ai codicilli filologici per gettare uno sguardo a desideri nascosti ed occasioni perdute. Il viaggio di Gregorius diviene così un “liberatorio sconfinamento” da una consuetudine interiore, da ciò che si è imparato ad accettare di se stessi e che gli altri ci attribuiscono.

Non un romanzo d’evasione, affatto assimilabile al bestseller di Zafòn, “L’ombra del vento” a cui è stato avvicinato e alle cui atmosfere mi aveva inizialmente riportato la visione del film che, nel mio caso, ha preceduto la lettura del libro.
“Treno di notte per Lisbona” è un romanzo colto e denso, ricco di aforismi e pagine intense, in cui si affollano comprimari a cui l’autore dedica ritratti struggenti e dolorosi.
Nel mio caso la lettura ha preso più tempo di quanto sarebbe stimabile per quattrocento pagine ma l’eccessiva prolissità tende talvolta a scivolare in una narrazione monocorde che non rende piena giustizia alla qualità di scrittura della singola pagina.

Da leggere senza fretta, uscendo da una logica di mero intrattenimento.

Viv

Christmas ornaments #9

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Quando aspettavo la mia primogenita il pattinaggio su ghiaccio si trasferì a Calgary per le Olimpiadi invernali ed io dal divano di casa sognavo di portare in grembo una piccola Gordeeva.
Diciamo che se non mi sono impegnata a sufficienza per le medaglie olimpiche, non ho fallito sul piano della grazia e dell’eleganza.
Dopo ventisei anni le gare di pattinaggio restano un appuntamento condiviso e, a colpi di lama, ad ogni Natale cresce una piccola collezione.

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Il mio contributo di quest’anno è un cuscinetto in lino con un ricamo dai punti piccolissimi.

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Viv

Gatti Tilda con e senza ali

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Tornano i gatti di Tone Finnanger con quel buffo musetto che non mi stanca mai.
Un gattone con le ali, in tutto e per tutto simile a questo.
Stavolta lino beige e un cuore celeste con una pioggia di perline bianche.

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Seguono a ruota i gatti “volanti”.

Con un pesciolino a righe multicolori

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e con un cuoricino azzurro “timbrato” con le impronte di una zampetta.

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Se invece avete un debole per i gatti arancioni eccovi serviti con questo bell’esemplare che stringe un cuoricino lilla.

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E per finire un gattone ocra con un’accogliente casetta per il suo amico uccellino.

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Alcuni di questi gattoni finiranno sui banchetti delle associazioni che tutelano gli animali sul territorio di Monza e provincia.

Viv

Gattini per Gattolandia

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In questo periodo ho lavorato serialmente e ho creato un gran numero di prodotti che hanno per soggetto cani e gatti.
Parte sono destinati ai banchetti dell’Enpa -che due anni fa ci ha regalato Penny- e parte a quelli di Gattolandia -associazione onlus con sede a Monza- da cui abbiamo adottato Lily e Bessie.

Oggi è la volta dei portachiavi per Gattolandia.
Questi portachiavi a forma di gattino -qui il prototipo- sono il mio ringraziamento particolare per la gioia che le due sorelline hanno portato in famiglia.

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Ne ho fotografato uno per ogni variante di colore così a tempo perso potrete divertirvi a scegliere il vostro preferito.

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Io invece tra le mie stelline non so proprio scegliere.

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Viv

Lili-beth

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Ho un marito anglofilo e Lilibeth è il vezzeggiativo con cui veniva chiamata Elisabetta II da bambina.
Un nome da principessa, dunque, che in questo caso raddoppia perché le principesse, da una che doveva essere, sono diventate due.

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Le abbiamo conosciute in gattile mentre figlia #1 prendeva informazioni per svolgere attività di volontariato.
Siamo rimasti subito incantati da Lily, che fino a qualche giorno fa si chiamava Camilla, come la veterana di casa.
E’ stato, come si dice, un amore a prima vista.

Priscilla, che abbiamo ribattezzato Beth scivolando quasi subito dal diminutivo al vezzeggiativo, era rimasta inizialmente nell’ombra, sul fondo della gabbia.
Bessie è una squama di tartaruga, uno di quei gattini che o si amano o si disprezzano e in generale, a detta delle volontarie, sono meno ricercati perché vengono loro preferiti mici dall’estetica meno “pasticciata”, come Lily appunto.
Ammetto a mia volta di non essere mai stata un’appassionata delle “squamette” ma ho cambiato idea con sorprendente rapidità e la conclusione è presto detta.
Impossibile immaginarle separate, fuori discussione lasciarne una al gattile.

Questa volta ho mantenuto il silenzio stampa finché non sono stata certa del lieto fine ma finalmente, dopo una serie di test che ci hanno tenuto col fiato sospeso, le abbiamo portate a casa.
Sono due micie dolcissime, piene di curiosità e hanno portato in famiglia una ventata di allegria.
Quanto all’estetica, che dire?
Lily è splendida con quel suo manto tigrato chiarissimo ma sinceramente mi domando come io abbia potuto in passato non amare alla follia le “squame di tartaruga” perché Bessie non solo mi sembra bellissima, Bessie è bellissima.

Ed ecco qui le due sorelline nella loro nuova casa.

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Ed un primo piano dei loro bei musetti.

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Viv