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Il sole sulla pelle
31 giovedì mag 2012
Posted in Collane
31 giovedì mag 2012
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29 martedì mag 2012
Posted in Cartonaggio, Punto croce, Ricamo
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Incursione veloce in una delle mie vecchie passioni, il cartonaggio, che ormai utilizzo quasi esclusivamente per costruire scatole per i miei ricami.
L’uccellino è un free di luli e si è posato su un piccolo portagioie con il coperchio a incastro leggermente imbottito, un’idea mutuata dal blog nonsolocarta a cui devo anche il motivo della cornicetta, altro free da scaricare gratuitamente.
Diventerà un pensierino per un’amica in occasione del nostro prossimo incontro, da lasciare sul comodino o sulla mensola del bagno, per tenere a portata di mano orecchini ed anelli che togliamo prima di andare a dormire.
Viv
27 domenica mag 2012
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Eduardo A. Sacheri, Il segreto dei suoi occhi, Juan José Campanella, Ricardo Darìn, Soledad Villamil
Eduardo A. Sacheri, Il segreto dei suoi occhi, Rizzoli
Benjamìn Chaparro, vice cancelliere del tribunale di Buenos Aires, al giro di boa della pensione decide di dedicarsi alla scrittura riesumando un caso di omicidio che segnò la sua vita professionale e personale.
Tenendosi in equilibrio tra il senso di colpa e l’amarezza delle occasioni perdute, ripercorre gli ultimi venticinque anni della sua vita, le tappe di un omicidio cruento in cui una giovane poco più che ventenne venne stuprata e uccisa barbaramente, i mesi di indagini frettolose e superficiali e gli anni vuoti e senza speranza del vedovo, abbandonato dalla giustizia e tradito nella legittima istanza di veder condannato il colpevole a causa di ignobili intrighi di Palazzo e ripicche personali di cui lo stesso Chaparro è involontario responsabile.
Sullo sfondo -presente ma appena accennata- l’Argentina e la politica del terrore degli anni Settanta, le bande paramilitari al servizio del potere politico, il sentimento d’amore inespresso di Chaparro verso una donna che gerarchicamente gli è superiore e alla quale in trent’anni non ha mai trovato il coraggio di rivelare il suo amore, l’amicizia con il collega Sandoval.
Noir, thriller, giallo intreccia il registro drammatico a toni di romantico realismo.
Sacheri gioca sul non detto, non si attarda sul piano emozionale e conduce il lettore ad un finale amaro in cui la giustizia si apre un varco senza trionfalismi.
Fin qui il libro. Un romanzo intenso, dai toni asciutti ed essenziali, a tratti ruvido, che sceglie di passare quasi sotto silenzio -accennandoli con pudore minimalista- sentimenti che nel film acquistano grande forza seduttiva e forse proprio per questo motivo viene in parte oscurato dalla potenza narrativa ed emozionale del film, vincitore in sordina dell’Oscar come miglior film straniero nel 2010.
Lo stesso Sacheri ha partecipato alla sceneggiatura del film -diretto da Juan José Campanella- e se pure la pellicola si discosta in parte dalla trama del romanzo non ne tradisce le intenzioni e si carica di atmosfere struggenti grazie all’interpretazione di attori magistrali, attraverso i quali prendono vita personaggi che nel libro risultano persino troppo atonali -come quello del vedovo Morales- restituendo alla vicenda sentimentale di Chaparro (Ricardo Darìn) e di Irene Hastings (Soledad Villamil, Premio Goya 2010 come miglior attrice rivelazione) quella forza di penetrazione che nel libro l’autore ha scelto di relegare sullo sfondo.
Solo apparentemente lento, inchioda dopo pochi istanti lo spettatore e lo trasporta all’interno di una vicenda in cui si combinano l’amarezza e il dolore, la speranza e la tenacia dell’amore -quello negato e quello taciuto- il tradimento e la fiducia incrollabile, la rassegnazione e la memoria.
Una sceneggiatura curatissima nei dettagli, un capolavoro della settima arte in cui alcune scene sono dei camei di regia, come quella in cui Benjamìn ed Irene -innamorati mai dichiarati- si salutano alla stazione ed attraverso l’oblò dell’ultima vettura vediamo il volto di Chaparro e il riflesso dell’amata che lo rincorre e si ferma al limitare della banchina.
L’intero film è costellato di piccoli dettagli di recitazione che autenticano i protagonisti, fate caso alla “smorfietta” con cui Irene rimprovera affettuosamente Chaparro per non essere uscito alla scoperto anni prima o alla frase appena sussurrata, un appello alla pietà umana, con cui l’assassino si rivolge a Chaparro perché interceda per lui, nella penultima scena, o quella con cui Morales -nella medesima scena- giustifica la propria scelta a Chaparro.
Chi ha visto il film non avrà difficoltà a ricordare le battute a cui mi riferisco e le compiterà tra sé, per gli altri sarebbe un dispetto senza prezzo aggiungerle. Due disperazioni costrette a guardarsi negli occhi che bucano lo schermo.
Molti i dettagli che sono stati adattati alle esigenze cinematografiche -il finale stesso del film non è esattamente quello del libro- ma nulla sembra ridondante, nulla sembra inappropriato.
Sia il libro che il film toccano corde profonde, dando voce ai segreti che si celano dietro agli sguardi di chi amiamo, protetti dall’amore e dalla sofferenza che non può essere svelata, perché ” gli sguardi, quando non si possono dire le cose, si caricano di parole”.
Si guarda il film, si legge il libro e si finisce per riguardare il film. E non si resta mai delusi.
Ci sono esperienze che si desidera condividere, senza che le parole siano sufficienti a descrivere l’arte che arriva dritta al cuore e vi si annida.
Da non perdere.
Viv
24 giovedì mag 2012
Posted in Altro & altrove
Al di là della cancellata in ferro battuto, sulla sinistra dell’ampio piazzale sul quale si affaccia la Villa Reale, si apre il roseto Niso Fumagalli.
Al patron della Candy, azienda che tutt’ora sponsorizza i “Concorsi internazionali per Rose Nuove”, si deve la presenza di questo bellissimo roseto all’interno del perimetro del Parco.
Ospita centinaia di specie diverse, a cespuglio, ad albero, a siepe, suddivise per sezioni, come quella dedicata alle rose storiche, ai rosaisti celebri e alle rose in concorso, ciascuna corredata da pannelli in cui le rose, numerate in base alla posizione sono descritte minuziosamente.
Domani, 25 maggio, il roseto sarà chiuso al pubblico per il concorso annuale in cui una giuria internazionale di esperti rosaisti e profumieri decreterà la campionessa tra le 81 nuove varietà in gara.
Il primo concorso si tenne addirittura nel 1965 e l’inaugurazione ufficiale, nel 1970, ebbe come madrina Grace di Monaco.
Ad oggi sono state presentate circa 4000 nuove varietà ma la particolarità del concorso monzese è da sempre l’attenzione al profumo di questo fiore e vale la davvero la pena di soffermarsi ad annusare perché le fragranze sono intense e delicatissime e riecheggiano profumi che normalmente non si associano alla rosa comune.
Persino io ho riconosciuto in alcune rose un tenue ma persistente aroma di limone, l’eco del profumo delle foglie di tè e la dolcezza del caramello ma la descrizione della vincitrice della scorsa edizione si spinge ben oltre e, relativamente al profumo, recita “Potente, floreale rosato, con una sfumatura di miele e una parte affumicata che si ritrova nel vetiver, accompagnata da una nota di pompelmo. Ai profumieri ricorda l’accordo di Terre d’Hermès”.
E per dirlo si sono scomodati “nasi” di fama internazionale.
I vialetti di camminamento conducono sotto archi di rose rampicanti e attraverso ponticelli posti sopra delle vasche d’acqua che ospitano bellissime ninfee e getti d’acqua.
Alle spalle del roseto il Serrone, con una lunga sequenza di vetrate ad arco, incornicia e racchiude lo spazio dedicato un tempo all’orto botanico.
Durante la stagione fredda, come tutte le orangérie dell’epoca, ospitava le piante esotiche e gli agrumi che andavano protetti dai rigidi inverni padani, e nella bella stagione vi si svolgevano i ricevimenti all’aperto.
Ora questa grande serra -da qui il nome popolare di Serrone- viene utilizzata per allestimenti di mostre d’arte e vi si accede da un altro degli ingressi perimetrali del Parco senza passare dal roseto.
A pochi passi dal roseto occhieggia -tra un cespuglio di rose rampicanti e un getto d’acqua- la facciata della Villa Reale.
Il roseto è aperto tutto l’anno ma nel mese di maggio è possibile effettuare visite guidate gratuite ed è teatro di mostre d’arte e suggestivi spettacoli musicali notturni.
Viv
23 mercoledì mag 2012
Posted in Libri
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Carlo Verdone, Dizionario delle cose perdute, Enzo Ghinazzi, Francesco Guccini, La casa sopra i portici, La confessione, Pupo
Tre libri molto diversi scritti da personaggi dello spettacolo che mi offrono lo spunto per qualche considerazioni a latere.
Senza voler creare parallelismi che non esistono, si tratta di quelle che definirei letture non invasive, “da ombrellone”, anche se nel mio caso si tratta di riempitivi notturni nei quali inciampo in alternativa alle parole crociate e soprattutto senza impoverire il mio portafogli.
Carlo Verdone, La casa sopra i portici, Bompiani
Un acquerello poetico venato di malinconia in cui Carlo Verdone si racconta e raccoglie aneddoti e ricordi degli anni trascorsi nella casa romana di via Lungotevere dei Vallati, teatro della sua infanzia e dell’adolescenza.
Il racconto è circoscritto idealmente all’interno dell’appartamento al terzo piano della casa sotto i portici, alle cui stanze ormai vuote viene reso omaggio attraverso una serie di aneddoti spesso slegati o semplicemente accennati accompagnati dallo sguardo affettuoso ed equanime dell’autore. Si tratta di istantanee a colori e in bianco e nero che richiamano alla memoria volti di amici perduti, prime fidanzatine, di tate e collaboratrici domestiche e di quei personaggi dai nomi altisonanti della cultura e dello spettacolo che abitualmente frequentavano il salotto “bene” di casa Verdone.
Si respira l’atmosfera serena che promana dai legami profondi e Verdone ci descrive un’infanzia privilegiata all’insegna di un’educazione improntata all’onestà e al rigore, impartita da due genitori molto uniti, intelligenti e dedicati alla famiglia.
La vita quotidiana e i rapporti tra genitori e fratelli sono ritratti con delicatezza e un’attenzione discreta nel non obbligare sotto i riflettori amici e familiari tuttavia, la frammentarietà della narrazione e il riserbo nel preservare l’intimità delle relazioni, tende a relegare il lettore “sulla soglia” come se il racconto si rivolgesse alla casa e a coloro che l’hanno abitata lasciando tutti gli altri a sbirciare senza il coraggio di chiedere “Permesso?”.
Verdone sulla pagina perde la verve del grande intrattenitore ma la Roma della sua infanzia e il clima affettuoso che permea le pagine compensano in parte una scrittura meno brillante dell’eloquio. Quello che non viene compensato, a mio avviso, è il prezzo del volume, decisamente troppo elevato per un’opera così transitoria. Stesso dicasi per la segnalazione che segue.
Enzo Ghinazzi, La confessione, Rizzoli
Prima considerazione un po’ amara. Le grandi case editrici pubblicano con precedenza assoluta ciò che potrebbe far vendere a discapito spesso di autori qualificati ma poco noti.
Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ha pubblicato con Rizzoli un thriller che che prende il via da un delitto che si compie durante i giorni febbricitanti del festival di Sanremo. Corruzione, usura e qualche dettaglio semi-autobiografico sono gli ingredienti di questo giallo che ha il grande pregio di intrattenere velocemente il lettore e di non fargli sprecare troppo tempo.
Una scrittura piuttosto scolastica, qualche ingenuità nell’impianto, un’assoluta mancanza di approfondimento dei personaggi, uno stile a tratti didascalico in cui, sottovalutando o conoscendo fin troppo bene il suo lettore-tipo, l’autore si sente in dovere di spiegare l’ovvio appesantendo una prosa già piuttosto semplificata.
Non ho amato la deriva letteraria di Faletti -cui Pupo è stato assimilato, forse per identità di genere- pretenziosa ma certamente con una qualità di scrittura ben superiore rispetto a quella di Pupo, tuttavia quest’ultimo ha il pregio di prendersi meno sul serio. L’impalcatura regge senza infamia e senza lode, anche se all’involucro manca la sostanza del buon romanzo.
Una lettura da ombrellone, che sostituisce a scelta il rotocalco di turno o il sudoku per principianti, senza timore alcuno che le chiacchiere del vicino possano turbare la concentrazione.
Ironizzando sul titolo direi che si tratta di un peccato da confessare sottovoce e con qualche imbarazzo.
Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Mondadori
Un amarcord senza malinconia, quasi una chiacchierata tra amici, in cui Guccini -classe 1940- estrae dal baule dei ricordi abitudini ed oggetti che ormai fanno parte del nostro passato, un passato in cui si riconosceranno soprattutto i genitori di chi come me non ha fatto in tempo a vivere direttamente molto di ciò di cui si racconta.
Sono arrivata tardi per utilizzare i telefoni in bachelite ma non per vederli appesi nei corridoi delle case di qualche anziana zia, ho fatto in tempo per un soffio a sperimentare il cinema quando era normale entrare a proiezione iniziata e aspettare quella successiva per vedere la prima parte della pellicola fino al punto in cui ci si diceva “Ecco siamo arrivati qui!”. Fortunatamente a scuola si usavano già le penne a sfera e non i pennini da intingere nell’inchiostro ma i banchi conservavano il foro tondo per il calamaio, al quale ciascuno di noi dava le destinazioni più fantasiose.
Vivendo in un ambiente geografico diverso molte delle abitudini di gioco dei bambini di allora mi sono estranee ma fanno parte dei racconti di genitori e nonni.
Come indicato dal titolo, il libro procede come un dizionario e propone voci distinte, scollegate, che possono essere lette in ordine sparso senza una conclusione.
Nostalgico per chi si riconoscerà nelle “cose perdute” di cui racconta Guccini e ricco di curiosità per chi è arrivato dopo. Dal punto di vista strettamente letterario, una lettura piacevole ma poco coinvolgente. Forse gli stessi aneddoti, raccontati dalla viva voce dell’autore, avrebbero acquistato la vitalità che manca alla pagina scritta.
Viv