La leggerezza che non c’è

Inutile fingere leggerezza a tutti i costi.
Se mai ce ne fosse bisogno la pandemia ci ha dimostrato che siamo tutti cittadini del mondo, interconnessi in modo non reversibile, e che dobbiamo essere uniti nel salvaguardare noi stessi e l’altro.
Da tempo trovo superato il concetto di Patria, se non per un generico bagaglio culturale e linguistico dai confini per altro sempre meno nitidi, e l’incertezza che grava sul futuro dell’Europa e del mondo intero è una triste conferma di quanto la pace richieda il superamento dei vecchi schemi nazionalistici.
Non siamo ancora usciti dalla pandemia e già si è affacciata la minaccia della guerra nucleare, per non parlare del cambiamento climatico che nel giro di qualche decennio metterà in ginocchio intere aree geografiche.
Sicuri di poterci permettere di guardare solo al nostro piccolo orticello?
Nel frattempo ogni giorno le immagini delle popolazioni straziate dalla guerra e dalla fame ci raggiungono nelle nostre temporanee oasi di quiete.

Questa è l’immagine che voglio lasciarvi, un piccolo fiore tenace che cresce in condizioni avverse.
Siate gentili, siate forti, siate accoglienti, siate grati.

Viv

Riconoscibilità e brand

Negli ultimi mesi su diversi profili Instagram mi è capitato di seguire a più riprese riflessioni relative al brand e alla riconoscibilità dei prodotti artigianali, tese a suggerire strategie di crescita.
La riconoscibilità per chi crea prodotti fatti a mano è indubbiamente uno dei punti nodali per sopravvivere nella giungla di offerte handmade che offre la rete. E non mi riferisco solo al risultato in termini di eventuali vendite ma anche alla necessità intrinseca di sentirsi portatori di qualcosa di originale che avvicini gli altri al nostro mondo interiore in modo unico.
Tra chi produce handmade, come in tutti i campi del resto, pochissimi sono artisti, molti sono artigiani, in maggioranza si tratta di esecutori più o meno raffinati.
Il confine spesso è molto sottile.

Perché tutte queste premesse? Perché mi sono resa conto che la domanda relativa alla riconoscibilità di un brand spesso è mal posta e non tiene conto di alcuni fattori che esulano dall’offerta immediatamente comprensibile, quella che premia maggiormente in termini di vendita.
In rete, soprattutto per chi ha un negozio online, paga concentrarsi su un unico articolo o su un settore ristretto; la molteplicità dell’offerta, intesa esclusivamente come molteplicità di settori, ragionevolmente disorienta gli acquirenti.
Per fare esempi casuali, se un’artigiana vende solo orecchini, cerchietti, borse o accessori per bambini e li produce per così dire “in serie” senza grandi variazioni sul tema sarà certamente più “riconoscibile”, ma questo è sufficiente a farne qualcosa di davvero originale?
E, soprattutto, è quello che vorrei per me?
La verità è che il mercato finisce per dettare le regole. Infatti finché ti richiedono cerchietti, produrrai cerchietti, e chi ha bisogno di un cerchietto verrà da te per acquistare cerchietti. Questo certamente crea un circolo virtuoso che aumenta follower e potenziali acquirenti ma il fatto che un prodotto sia handmade non ne fa automaticamente qualcosa di indistinguibile da mille altri, inclusi i multipli generati da quella stessa artigiana.
Il rischio di smarrire l’unicità del fatto a mano è sempre in agguato e certamente è utile porsi il dubbio e cercare la diversificazione ogni volta che è possibile.
Del resto va da sé che nella maggior parte dei casi si tratta di una questione di percezione personale ma la riconoscibilità -e il successo- pagano inevitabilmente un prezzo  -talvolta piccolo, talvolta più grande- all’originalità.

Tornando al marketing uno dei suggerimenti più gettonati per creare un brand riconoscibile consiste nel creare una comunità forte che ami il tuo prodotto di punta. In questo modo, partendo da una posizione di forza, sarà più facile introdurre il nuovo con gradualità, con la ragionevole probabilità che venga accolto favorevolmente.
Gli esperti consigliano di scegliersi una nicchia di mercato in cui ci sia margine di crescita e puntare su quella ma, andando alla radice della questione, in fondo si tratta ancora e sempre dell’eterno dilemma tra produrre per il proprio esclusivo diletto o per compiacere i potenziali acquirenti (e quindi guadagnare con maggiore certezza) e se, mutatis mutandis, ci è passato anche Picasso ce ne faremo una ragione.

In definitiva, tutto questo discorso nasce in risposta parziale alle molte domande che mi sono posta sulla qualità del mio lavoro, sull’opportunità di limitare i miei interessi creativi, scegliendo un settore a discapito di una molteplicità che può essere percepita come confusione.
Con tutta evidenza non sto tentando di auto-incensare la mia schizofrenia creativa, sto cercando di capire se il modello proposto nelle riflessioni di cui parlavo qualche riga sopra possa adattarsi al mio modo di vivere la creatività che é legato essenzialmente all’esigenza di variare materiali e progetti, sperimentando tecniche e discipline molto lontane tra loro.
La conseguenza più immediata é che non mi identifico nella categoria delle artigiane devote al prodotto più o meno ripetitivo/seriale/riconoscibile e neppure credo di avere un “brand” identificabile al primo sguardo.

Io tutt’al più sono un bazar, dove la serialità si consuma nello spazio di un mattino e poi si passa a un’altra sfida. Non rientro nemmeno in una macrocategoria e va da sé che passando dall’orecchino in pietra dura al ricamo, dalla borsa vintage al guanto di lana, diventa difficile essere riconoscibili.
L’ unico elemento comune che riconosco in ognuno dei miei lavori è la cura, la precisione nei dettagli, la caparbietà e la passione nel fare sempre meglio.

E alla fin fine forse non è un caso che, sia pure inconsciamente, io abbia scelto un nom de plume che evoca il “vagare altrove”.

E ora, se siete giunti fino a qui, vi va di darmi la vostra opinione su Stravagaria?

Viv

Il business delle mascherine fai da te

Viviamo tempi difficili e urge una piccola riflessione sul boom delle mascherine handmade in rete. A Milano e provincia le mascherine chirurgiche, per non parlare delle famigerate ffp2 e ffp3, sono risultate introvabili sin da subito e da settimane spopolano ovunque i tutorial.

La maggior parte delle creative che seguo hanno messo a disposizione gratuitamente i pattern, hanno realizzato video per spiegare il procedimento, hanno cucito e regalato mascherine.
Altre, fortunatamente una minoranza, hanno colto l’occasione di un nuovo business e hanno messo in vendita mascherine a € 10 l’una più spese di spedizione.
Un prezzo che, in un momento di grave emergenza come questo ha un solo nome: sciacallaggio.

Persino se parte del ricavato venisse devoluto a sostegno dell’emergenza -intenzione che, per trasparenza, andrebbe dichiarata ab origine- sarebbe più etico mantenere un prezzo simbolico accessibile a tutti, lasciando a chi compra facoltà di donare secondo coscienza e portafoglio.
E non venitemi a dire che la beneficenza si fa con discrezione: chi, in piena emergenza coronavirus, chiede 10 euro per pochi centimetri quadrati di stoffa e quattro cuciture, ha l’obbligo di giustificare un prezzo così esoso.
La dura legge della domanda e dell’offerta la lascerei agli speculatori, se permettete.

Ah, so benissimo che le MASCHERINE DI STOFFA NON SONO UN PRESIDIO MEDICO-CHIRURGICO e NON COSTITUISCONO UNA VALIDA PROTEZIONE CONTRO IL CORONAVIRUS, tuttavia in alcuni uffici pubblici o ambulatori medici si accede solo con mascherina e, per fare un esempio che mi tocca da vicino avendo la mamma ricoverata in una struttura geriatrica da gennaio, per procedere alla dimissione sono richiesti guanti e mascherina.
Posto che non se ne trovano, sarà necessariamente mascherina fai da te.
Una di queste.

Un abbraccio a tutte le creative -e sono tante- che si sono messe a disposizione con generosità, alle altre per quel che vale ho tolto il follow senza se e senza ma.

Viv