Come le foglie

“Come invecchiano meravigliosamente le foglie. Come sono pieni di luce e colori i loro ultimi giorni.” (John Burroughs)

La mia era una famiglia di cinque persone: mamma, papà, due figli e la nonna.
Quando la nonna morì avevo trentacinque anni, ero sposata, avevo due bambine ed ero ancora giovane, di quella gioventù che a posteriori ci sembra perfetta.
Quando la vidi l’ultima volta, svegliandosi da un sonno leggero, mi guardò e sorrise: “Ecco qui la mia cocca” (con quella doppia milanese che si sentiva appena un po’ meno delle doppie canoniche).
Era ottobre, forse per questo mi è sempre parso che fosse così meravigliosamente invecchiata, come le foglie di Burroughs.
Tanto da sembrare ancora giovane.

Viv

 

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Gli stivali da pioggia

Quando ero bambina pioveva spesso, i portaombrelli traboccavano. Tornavamo a casa da scuola con le scarpe fradice e le riempivamo di fogli di giornale per farle asciugare più velocemente, vicino -ma non troppo!- al calorifero per non far irrigidire la pelle. Non era strano avere degli stivali da pioggia anche senza essere dei reali inglesi a passeggio per la brughiera.

Un anno, avrò avuto 12 o forse 13 anni, scoppió la moda degli stivali da pioggia con il tacco.
Qualcuno se ne ricorda?
Erano stivali sagomati, alti fino al ginocchio con la suola intera in gomma bianca e una cucitura impunturata sulla paramontura. 
Ed erano lucidi, da specchiarcisi.
Io li avevo acquistati in quei giorni malinconici di inizio settembre in cui nel paesino di montagna in cui villeggiavamo non rimaneva nessuno fuorché i nativi, i giorni di fine estate in cui immancabilmente cominciavano le prime piogge insistenti e l’umidità si insinuava con falsa timidezza tra gli spessi muri delle case in pietra senza riscaldamento.
Li avevo scelti bianco latte, per spezzare la routine dello stivale in gomma, rigorosamente nero, che possedevamo tutti fin dall’asilo, e ne ero fierissima, anche perché non mi aspettavo di precorrere la moda con un acquisto nella bottega del paesello.
Noi ragazze, con una perizia affinata in tentativi estenuanti, ci infilavamo dentro i pantaloni -Dio sa come, visto che imperversava la zampa di elefante- e sentivamo che con quei 7/8 centimetri in più saremmo potute arrivare ovunque.
La gomma lucida si rigava per l’attrito e non c’era modo di restituirle la lucentezza, non erano certamente fatti per durare come gli stivaletti giallo sole -gialli come il mio primo vero ombrello da adulta- che comprai qualche anno dopo.

Da tempo non ho più un paio di stivali in gomma e nemmeno la pioggia è più la stessa, del tutto assente o troppo violenta, ma sento che questo è l’anno giusto per tornare giovane, o per fingermi reale inglese. In fondo non è sempre indispensabile la pioggia, gli stivali in gomma sono perfetti anche per un giardino e io mi sento pronta anche per quello.

Ho provato a cercare in rete un’immagine di quegli stivali bianco latte, terribilmente kitsch diciamolo pure, che mi ostino a ricordare con emotiva affezione, ma gli unici davvero simili che ho scovato sono di un intenso giallo sole. Lo prenderò come un segnale.

Viv

La leggerezza che non c’è

Inutile fingere leggerezza a tutti i costi.
Se mai ce ne fosse bisogno la pandemia ci ha dimostrato che siamo tutti cittadini del mondo, interconnessi in modo non reversibile, e che dobbiamo essere uniti nel salvaguardare noi stessi e l’altro.
Da tempo trovo superato il concetto di Patria, se non per un generico bagaglio culturale e linguistico dai confini per altro sempre meno nitidi, e l’incertezza che grava sul futuro dell’Europa e del mondo intero è una triste conferma di quanto la pace richieda il superamento dei vecchi schemi nazionalistici.
Non siamo ancora usciti dalla pandemia e già si è affacciata la minaccia della guerra nucleare, per non parlare del cambiamento climatico che nel giro di qualche decennio metterà in ginocchio intere aree geografiche.
Sicuri di poterci permettere di guardare solo al nostro piccolo orticello?
Nel frattempo ogni giorno le immagini delle popolazioni straziate dalla guerra e dalla fame ci raggiungono nelle nostre temporanee oasi di quiete.

Questa è l’immagine che voglio lasciarvi, un piccolo fiore tenace che cresce in condizioni avverse.
Siate gentili, siate forti, siate accoglienti, siate grati.

Viv

Riconoscibilità e brand

Negli ultimi mesi su diversi profili Instagram mi è capitato di seguire a più riprese riflessioni relative al brand e alla riconoscibilità dei prodotti artigianali, tese a suggerire strategie di crescita.
La riconoscibilità per chi crea prodotti fatti a mano è indubbiamente uno dei punti nodali per sopravvivere nella giungla di offerte handmade che offre la rete. E non mi riferisco solo al risultato in termini di eventuali vendite ma anche alla necessità intrinseca di sentirsi portatori di qualcosa di originale che avvicini gli altri al nostro mondo interiore in modo unico.
Tra chi produce handmade, come in tutti i campi del resto, pochissimi sono artisti, molti sono artigiani, in maggioranza si tratta di esecutori più o meno raffinati.
Il confine spesso è molto sottile.

Perché tutte queste premesse? Perché mi sono resa conto che la domanda relativa alla riconoscibilità di un brand spesso è mal posta e non tiene conto di alcuni fattori che esulano dall’offerta immediatamente comprensibile, quella che premia maggiormente in termini di vendita.
In rete, soprattutto per chi ha un negozio online, paga concentrarsi su un unico articolo o su un settore ristretto; la molteplicità dell’offerta, intesa esclusivamente come molteplicità di settori, ragionevolmente disorienta gli acquirenti.
Per fare esempi casuali, se un’artigiana vende solo orecchini, cerchietti, borse o accessori per bambini e li produce per così dire “in serie” senza grandi variazioni sul tema sarà certamente più “riconoscibile”, ma questo è sufficiente a farne qualcosa di davvero originale?
E, soprattutto, è quello che vorrei per me?
La verità è che il mercato finisce per dettare le regole. Infatti finché ti richiedono cerchietti, produrrai cerchietti, e chi ha bisogno di un cerchietto verrà da te per acquistare cerchietti. Questo certamente crea un circolo virtuoso che aumenta follower e potenziali acquirenti ma il fatto che un prodotto sia handmade non ne fa automaticamente qualcosa di indistinguibile da mille altri, inclusi i multipli generati da quella stessa artigiana.
Il rischio di smarrire l’unicità del fatto a mano è sempre in agguato e certamente è utile porsi il dubbio e cercare la diversificazione ogni volta che è possibile.
Del resto va da sé che nella maggior parte dei casi si tratta di una questione di percezione personale ma la riconoscibilità -e il successo- pagano inevitabilmente un prezzo  -talvolta piccolo, talvolta più grande- all’originalità.

Tornando al marketing uno dei suggerimenti più gettonati per creare un brand riconoscibile consiste nel creare una comunità forte che ami il tuo prodotto di punta. In questo modo, partendo da una posizione di forza, sarà più facile introdurre il nuovo con gradualità, con la ragionevole probabilità che venga accolto favorevolmente.
Gli esperti consigliano di scegliersi una nicchia di mercato in cui ci sia margine di crescita e puntare su quella ma, andando alla radice della questione, in fondo si tratta ancora e sempre dell’eterno dilemma tra produrre per il proprio esclusivo diletto o per compiacere i potenziali acquirenti (e quindi guadagnare con maggiore certezza) e se, mutatis mutandis, ci è passato anche Picasso ce ne faremo una ragione.

In definitiva, tutto questo discorso nasce in risposta parziale alle molte domande che mi sono posta sulla qualità del mio lavoro, sull’opportunità di limitare i miei interessi creativi, scegliendo un settore a discapito di una molteplicità che può essere percepita come confusione.
Con tutta evidenza non sto tentando di auto-incensare la mia schizofrenia creativa, sto cercando di capire se il modello proposto nelle riflessioni di cui parlavo qualche riga sopra possa adattarsi al mio modo di vivere la creatività che é legato essenzialmente all’esigenza di variare materiali e progetti, sperimentando tecniche e discipline molto lontane tra loro.
La conseguenza più immediata é che non mi identifico nella categoria delle artigiane devote al prodotto più o meno ripetitivo/seriale/riconoscibile e neppure credo di avere un “brand” identificabile al primo sguardo.

Io tutt’al più sono un bazar, dove la serialità si consuma nello spazio di un mattino e poi si passa a un’altra sfida. Non rientro nemmeno in una macrocategoria e va da sé che passando dall’orecchino in pietra dura al ricamo, dalla borsa vintage al guanto di lana, diventa difficile essere riconoscibili.
L’ unico elemento comune che riconosco in ognuno dei miei lavori è la cura, la precisione nei dettagli, la caparbietà e la passione nel fare sempre meglio.

E alla fin fine forse non è un caso che, sia pure inconsciamente, io abbia scelto un nom de plume che evoca il “vagare altrove”.

E ora, se siete giunti fino a qui, vi va di darmi la vostra opinione su Stravagaria?

Viv