Il censimento dei radical chic

Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic, Feltrinelli

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era stata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cachemire color aragosta. La citazione gli era scappata di getto nella foga del dibattito, per tentare di alzarne il livello. Si rese conto all’istante di avere commesso un errore: il pubblico ammutolì e il sorriso del conduttore, di solito così cordiale, si irrigidì in una smorfia ostile:
“Nel mio programma, disse, “non permetto a nessuno di usare parole difficili. Le pose da intellettuale sono vietate.” Dopo una pausa ostentata, il conduttore aggiunse: “Questo è show per famiglie e chi si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore”.

A partire da questo episodio, il Primo Ministro dell’Interno -no, non è un errore- istituisce una Commissione di Garanzia per la Semplificazione della Lingua Italiana, che incentivi una sintassi elementare e metta al bando lemmi desueti, incomprensibili ai più o di chiara matrice intellettuale. A latere istituisce, a scopo di tutela, un registro per il censimento dei radical chic la cui finalità non dichiarata è la loro ghettizzazione.

Il romanzo stesso obbedisce ai controlli di conformità prescritti dalle norme di semplificazione della lingua e nelle note alla fine di ogni capitolo trovano spazio le correzioni del funzionario preposto alla verifica. Si intuisce già da questi particolari, e soprattutto dall’incipit, che il romanzo è godibile, i toni sono leggeri, il registro volutamente ironico.
Si fatica a definirlo distopico visto che la finzione letteraria si sovrappone come un guanto al reale.

In un Paese, il nostro tanto quello di Giovanni Prospero, in cui il leaderismo prevarica le idee, e il tifo -si tratti di religione o di politica- ottunde la capacità critica, i politici trovano terreno fertile per istigare alla violenza, sdoganando gli istinti ferini che, per educazione e cultura, in altri momenti storici avrebbero incontrato il ritegno.
L’ignoranza diviene un vessillo da sventolare con arroganza, dare dell’intellettuale a qualcuno equivale ad un insulto. Non ditemi che non vi è mai capitato di essere guardati come se voleste pavoneggiarvi solo perché utilizzavate termini meno popolari e quindi, per l’appunto, impopolari.

Del resto, parlare all’emozionalitá è il primo gradino della comunicazione. E della manipolazione.

Le emozioni sono facili, elementari. Se impari i trucchi, le puoi governare, mentre i pensieri rimangono liberi, vanno dove dicono loro e complicano le cose. Dove comanda la ragione, la statistica muore. 

Il romanzo si sfilaccia appena un po’ nel finale come succede talvolta quando un’idea vincente si incontra con una trama più esile. Permane intatto invece il senso di inquietudine. Siamo davvero una specie in via di estinzione?

La cultura è una scommessa sul fatto che alla fine ci si possa capire. (…) A forza di semplificare la guerra è diventata l’unica soluzione. (…) In guerra le parole non le ascolta nessuno. Hanno vinto loro, per un po’ . 

Ecco, io mi aggrapperei a quel per un po’.

Viv

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L’educazione

Tara Westover, L’educazione, Feltrinelli

Di questo romanzo sono piuttosto certa che abbiate sentito parlare -sempre bene, direi- con quel trasporto che la critica tributa alle storie autobiografiche di riscatto. Eccomi qui, dunque, ad aggiungere qualche piccola perplessità al mare entusiastico di consensi.

Mai come in questo caso, a mio parere, occorre fare un distinguo tra il valore testimoniale del racconto -per quanto una nota finale chiarisca che non vi è la piena concordanza di tutti i familiari riguardo ad alcuni fatti narrati- e il valore puramente letterario del testo.

Tara Westover, che oggi ha poco più di trent’anni e un curriculum di studi di tutto rispetto, è nata e cresciuta in una comunità isolata ai piedi delle pendici montane dell’Idaho, ultima di sette figli che i genitori non si sono preoccupati di iscrivere all’anagrafe.

I miei fratelli sono svegli e stanno testando le condizioni del tempo. M’immagino mia madre ai fornelli, alle rese coi suoi pancake di crusca. Mio padre sarà curvo vicino alla porta sul retro ad allacciarsi gli scarponi dalla punta d’acciaio e a infilare le mani callose dentro i guanti da saldatore. Sulla statale di sotto, l’autobus della scuola corre senza fermarsi. Ho solo sette anni ma so che è questo, più di ogni altra cosa, a rendere diversa la mia famiglia: noi non andiamo a scuola.

Padre e madre,  seguaci di un mormonismo integralista ossessionato dalla fine del mondo e dal controllo del sistema statale, perseguono un ideale anacronistico di autosufficienza per se stessi e per i loro figli. Niente scuola pubblica, dunque, ospedali né vaccini. In caso di malattia o incidenti -e il racconto inanella una serie di incidenti gravissimi, tra cui traumi cranici con materia cerebrale esposta e ustioni di terzo grado- gli unici medicamenti a cui affidano la guarigione, oltre all’intervento della grazia divina, sono i preparati fitoterapici che la madre commercializza nella comunità.
Da quando ha memoria, Tara aiuta il padre a smistare i rottami in discarica e la madre a distillare olii essenziali, vittima di un fratello manipolatore e violento, di un padre bipolare e di una madre che alterna forza e debolezza, guardando colpevolmente altrove in nome dell’ubbidienza dovuta al capofamiglia. Una vita, quella di Tara, che trasuda patologia e malessere, surreale per numero di infortuni e prevaricazioni psicologiche.
Negli anni, diversi figli prendono le distanze da quelle dinamiche e Tara stessa dopo i sedici anni e senza aver mai frequentato scuole regolari, riesce a superare il test di ammissione al college allontanandosi di fatto da casa per abbeverarsi alle fonti della cultura scientifica e umanistica e, cosa ancora più importante, impara a relazionarsi con i coetanei e con un sistema sociale verso cui prova una diffidenza innata.
Il romanzo è la narrazione del suo percorso educativo, nel senso più ampio del termine, e delle opportunità che lo studio e l’accesso alla cultura offrono a ciascuno di noi per scoprire chi egli sia e cosa voglia diventare.

In questo senso il libro ha spunti di grande interesse e certamente vivere per un paio di settimane nelle condizioni in cui visse Tara -non dimentico che ha solo due anni più della mia figlia maggiore- farebbe riflettere il più svogliato degli studenti svogliati sul valore di possibilità che vengono date per scontate.

Personalmente, tuttavia, ho letto questo libro con una lentezza che va persino oltre i suoi demeriti. Può essere che non fosse il libro giusto al momento giusto ma, per quanto sia superficialmente ben scritto, il ritmo è discontinuo, la prosa a tratti asettica.
Il romanzo procede per singoli episodi, ricostruendo il passato della famiglia in modo aneddotico. Quasi a volersi proteggere dagli eccessi di protagonismo delle autobiografie e, comprensibilmente, dalle sofferenze psicologiche che comporta l’affrancamento dalla famiglia di origine, foss’anche una famiglia patologicamente disturbata, l’autrice sceglie per sé una voce discreta che si sforza di restare a margine e mantenersi imparziale, penalizzando in parte lo stile.

Viv

Tanti piccoli fuochi

Celeste NG, Tanti piccoli fuochi, Bollati Boringhieri

Shaker Heights è un elegante distretto residenziale alle porte di Cleveland. Le autorità locali da decenni organizzano la vita della comunità in modo da preservarne l’ordine, il decoro e favorire l’integrazione.
Ci vivono per lo più famiglie benestanti, impegnate nel sociale, i cui figli frequentano scuole prestigiose.

A dispetto della facciata imperturbabile il romanzo si apre con la casa dei Richardson in preda alle fiamme e non ci sono dubbi sul fatto che i fuochi -tanti e piccoli- appiccati sopra ogni singolo letto, siano opera della minore e più irrequieta dei loro quattro figli.

L’antefatto di questo gesto risale a molti mesi prima quando a Shaker Heights, in una bifamiliare di proprietà dei Richarson, si sono stabilite Mia Warren e la figlia Pearl.
Mia è tutto quello che non è Mrs Richardson, tutto quello a cui ha voltato le spalle per diventare una moglie e madre modello.
L’antagonismo delle due figure si evidenzia soprattutto nella loro attitudine al nido.
Mia è nomade per scelta e per necessità, è un’artista alla perenne ricerca di stimoli, cambia casa e lavoro ogni volta che l’ispirazione si esaurisce trascinandosi dietro una figlia ormai adolescente che vede nella madre dei suoi amici un archetipo di affidabilità e dedizione al ruolo.
Quando poi l’opinione pubblica è chiamata a schierarsi su una delicata questione legata all’affidamento di una bimba cinese di pochi mesi, non è difficile intuire che le due donne si schiereranno su fronti opposti.
A chi spetta il diritto alla maternità, alla madre naturale che inizialmente l’aveva abbandonata per indigenza e disperazione, o alla madre affidataria che ha ormai instaurato un legame con la bambina? Mrs Richardson non ha dubbi, tanto più che la madre affidataria è una delle sue più care amiche di infanzia.

La maternità -nodo centrale del racconto- prende tutte le declinazioni possibili: dalla mortificazione del desiderio in chi non riesce ad avere figli, al rifiuto della maternità di chi non è pronto per assumersene la responsabilità. Si parla di affido, adozione e di quanto l’aspettativa e la presenza di un figlio possa condizionare la vita di una donna.

Quanto ai fuochi cui allude il titolo, non sono solo quelli che accende Izzy nella casa di famiglia, sono anche le scintille di ribellione al sistema soffocate da Mrs Richardson, che somiglia a Izzy più di quanto riesca ad ammettere, e sono quelle che semina Mia con le sue parole.

Dopo un incendio il terreno diventa più ricco, e possono crescere nuove cose. Anche le persone sono fatte così. Ricominciano da capo.

È un libro in cui prevale il pensiero femminile, gli uomini ci sono ma hanno un ruolo irrilevante e, direi, vengono sostanzialmente ignorati. Le donne, per contro, parlano tra loro ma non sono mai del tutto esplicite. Il detto, il non detto e le parole fraintese pesano sulle decisioni dell’una e dell’altra con effetti che ricordano il gioco del domino.
Romanzo scorrevole e ben scritto che ha nella dispersione la sua centralità.

Viv

Le due verità

Agatha Christie, Le due verità, Mondadori

Sono arrivata al romanzo attravarso la miniserie tv con Bill Nighy, Matthew Goode e Eleanor Tomlinson liberamente ispirata a “Le due verità” e, tra la prima e la seconda parte, ho avuto tempo di meravigliarmi per non aver mai letto il libro in questione (in originale Ordeal by innocence) e di non essere mai neppure incappata nella versione cinematografica degli anni Ottanta, quella con Donald Sutherland e Faye Dunaway.
Dopo tutta questa stupefazione ho scaricato la versione eBook e ho colmato la prima delle mie lacune.

Temevo, fresca di visione, la mancanza dell’effetto sorpresa ma il disorientamento non è mancato perché la sceneggiatura tv, pur nel generale plauso che meritano quasi tutti i prodotti BBC, stravolge le linee narrative, proponendo personaggi molto più caratterizzati e dicotomici sia per quanto riguarda la vittima che i sospettati, e soprattutto spostando il fardello della colpevolezza su altre spalle.

Veniamo alla trama. Alcuni anni dopo l’omicidio di Rachel Argyle, ricca filantropa con l’ossessione per l’infanzia, viene inaspettatamente accertata l’innocenza del presunto colpevole, il più turbolento dei suoi cinque figli adottivi. Il latore della buona nuova, il dottor Calgary, è infatti quel testimone fantasma che la difesa aveva cercato invano per mesi a mezzo stampa ma nel frattempo Jacko Argyle è deceduto in carcere. La notizia tuttavia non reca alcun sollievo alla famiglia, con la riapertura del caso infatti ciascuno di loro è un possibile sospetto e come tale viene percepito dagli altri: il marito e padre adottivo Leo, la segretaria e amante di lui Gwenda, i quattro figli e la governante Kirsten. Unico escluso Philip, marito della figlia maggiore, impossibilitato a compiere il delitto a causa della sua invalidità, che ha peró il torto di cercare di ammazzare la noia indagando con grossolana mancanza di cautela. In definitiva, in questo che più di altri è un giallo psicologico, come suggerisce sgomenta una delle figlie Argyle “Non è il colpevole che conta, contano gli innocenti.”
Soprattutto se non sembra possibile stabilire quale sia la verità.

Contrariamente al solito -per lo meno alla produzione più numerosa e amata dai lettori di questa autrice- in questo caso manca la figura catalizzatrice dell’investigatore e i personaggi sono tutti sullo stesso piano, nessuno emerge, nessuno prende l’iniziativa in modo eclatante. Forse proprio per questo la Christie, stanca di Poirot e Miss Marple, lo amava al punto da metterlo tra i suoi preferiti.
Personalmente non concordo: la psicologia dei personaggi, che dovrebbe essere il punto di forza è diluita dalla coralità della narrazione che non lascia molto spazio all’approfondimento dei caratteri e la tensione narrativa non raggiunge l’apice di altri romanzi che hanno ottenuto fama maggiore.
Indubbiamente sapere che era uno dei prediletti da zia Agatha ha contribuito a creare  aspettative decisamente alte ma va da sé che il legame di un autore con le sue opere va al di là del gradimento del pubblico e talvolta persino del loro valore oggettivo.

Viv

Il vicario di Wakefield

Oliver Goldsmith, Il vicario di Wakefield, Fazi Editore

“Il vicario di Wakefield”, pubblicato nel 1766, è uno di quei romanzi a cui si giunge per esigenze di studio o per curiosità intellettuale poiché vanta numerose e autorevoli citazioni all’interno di romanzi a noi molto più familiari. Per restare solo alle mie personali letture, Jane Austen lo cita in “Emma”, Dickens in “David Copperfield, Charlotte Brontë in “Villette” e Luisa May Alcott in “Piccole donne”. Ma l’elenco non finisce qui.

Il romanzo racconta la vita familiare di un mite parroco irlandese e della sua numerosa famiglia. Inizialmente benedetti dalla provvidenza e da un’economia solida si trovano via via a dover fronteggiare, per una serie di sfortunate circostanze, ristrettezze e congiunture sempre più drammatiche, fino all’incarcerazione. Il lieto fine giunge su tutti i fronti grazie ad un personaggio che funge da deus ex machina ripristinando onori, ricchezze e chiudendo il cerchio con il matrimonio di rito in una sequenza a dir poco ridondante di colpi di scena.

Ogni rovescio di fortuna viene affrontato con autentico spirito pastorale e in nessun frangente si trascura l’opportunità di redimere e dare un’edificante esempio di fede e rassegnazione.
Il tutto è narrato in prima persona dal vicario  con i toni lievi e la sobria mansuetudine propria del ruolo, scivolando dall’ironia moderata della prima parte ad un finale a metà tra il picaresco e la commedia dell’arte.
Non manca neppure l’elemento di critica sociale verso le tirannie della piccola nobiltà di provincia, e certamente troverete buoni sentimenti a profusione, virtù cristiane, ingenuità e saggezza, quella che suggerisce di non prestare fede all’apparenza perché la virtù può celarsi sotto abiti dimessi e il vizio sotto ricami preziosi.
Quel che invece manca per farne un romanzo davvero appetibile agli occhi di un lettore del XXI secolo è quello spirito arguto e disincantato e quella misura cui ci hanno viziato i grandi scrittori che furono ispirati dal romanzo di Goldsmith e hanno saputo affinarne l’esempio.
Per gli amanti del genere e i curiosi cui accennavo nel primo paragrafo non è comunque tempo perso.

Viv

Gli inconvenienti della vita

Poter Cameron, Gli inconvenienti della vita, Adelphi

“Gli inconvenienti della vita” ospita due brevi racconti agrodolci che ruotano intorno alla difficoltà di riemergere da quei drammi -incidenti, lutti- che scuotono la quotidianità, svuotandola di quei significati che eravamo soliti attribuirle.
Protagonista il dolore, l’incapacità di relazionarsi con l’altro, di condividere il malessere e di ricucire i fili, aggiungendo nuove trame per sostituire quelle mancanti.

“La fine della mia vita a New York” ha i dialoghi serrati di un testo teatrale, “Dopo l’inondazione” recupera la dimensione del racconto e sviluppa il dolore sordo che si accompagna alla perdita degli affetti, a quella solitudine profonda che si annida nella condizione umana come uno spettro ineluttabile non appena l’equilibrio di superficie viene meno.

So a cosa state pensando ma non sono racconti depressivi, lo sguardo riesce a mantenersi disteso, la rassegnazione dei protagonisti è quasi noncuranza e si trasferisce al lettore senza trascinarlo verso l’abisso, perché non esiste nessun abisso, esiste solo una sensazione di deriva rarefatta e qualche rimpianto tardivo.
La coppia non è la salvezza, la fede non è la salvezza. Lo è la vita stessa, forse, con tutti i suoi inconvenienti.

Cameron, come sempre, essenziale e raffinato.

Viv

Il racconto dell’ancella

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte delle Grazie

Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.

Da questo nucleo si apre l’intera riflessione sul mondo distopico che Margaret Atwood disegna ne “Il racconto dell’ancella”. Ci troviamo in una società sospesa in un tempo vicinissimo al nostro. Il passato prossimo è il mondo come lo conosciamo,  il presente è una dittatura di stampo teocratico nata allo scopo di proteggere la genia umana. Infatti, a causa delle emissioni tossiche, la popolazione è divenuta per lo più sterile e le donne ancora fertili, le Ancelle, sono divenute patrimonio governativo e vengono assegnate in qualità di fattrici a famiglie altolocate per garantire un erede laddove la moglie non sia più in grado di procreare.

”Il racconto dell’ancella” è la testimonianza in prima persona di una di loro. Non ne conosciamo il nome, ma solo il patronimico, che la identifica come proprietà di Fred perché ciascuna di loro è intercambiabile ed è stata privata di ogni diritto a partire dall’identità.
Così come è cancellato ogni legame col passato, viene loro vietato di leggere e relazionarsi con qualunque altra donna, a partire dalle altre Ancelle, fino alle Marte -le domestiche- e ovviamente alle Mogli, alle quali sono invise per motivi di gelosia. Ad ogni categoria femminile corrisponde un colore ed una uniforme, le Ancelle vestono di rosso, le Mogli di azzurro e le Marte di verde. In grigio vestono le Zie, guardiane e addestratrici delle nuove Ancelle, sorta di kapò neocatecumenali che incarnano la mancanza di empatia che coinvolge trasversalmente tutte le donne. Proprio nell’assenza di solidarietà che contamina da sempre i rapporti tra donne è ravvisabile il punto di forza e al contempo l’anello da scardinare in questa società distopica che è solo apparentemente patriarcale, e in questo romanzo, in cui gli uomini hanno un ruolo del tutto marginale.

Difred racconta il vuoto delle sue giornate in attesa della cerimonia mensile cui deve soggiacere per tentare di generare un figlio e apre squarci sul suo passato in cui intravediamo un mondo identico al nostro in cui viveva insieme al compagno e alla loro bambina. La rassegnazione, lo sforzo di non dimenticare, la necessità di non attirare punizioni sono gli ancoraggi cui si appiglia Difred per non perdere la ragione.
La narrazione dilatata, in prima persona al presente storico, concorre alla sensazione di straniamento. L’atmosfera è soffocante, la cadenza è lenta a ricalcare il vuoto in cui vive e si muove l’Ancella.

Anche la mia lettura è stata lenta e, a conti fatti, a me “Il racconto dell’ancella” non è piaciuto.
Incuriosita dalle recensioni della serie televisiva, avevo deciso di leggere il romanzo prima di guardare l’adattamento -che ritengo probabile sia più coinvolgente- ma il mondo distopico che disegna la Atwood mi ha lasciato piuttosto fredda.
I motivi?
Il punto di vista è parziale dall’inizio alla fine, scelta che da un lato giustifica l’assenza di approfondimento su temi inaccessibili alla protagonista, ma finisce per disseminare lacune.
Il racconto manca di tensione narrativa, mi rincresce ma è così e non se ne esce con nessuna giustificazione.
Terzo elemento, il più dirimente a mio avviso, non si tratta in fondo di vera distopia perché non si fonda sui presupposti riconoscibili di un rischio tangibile.
Non sono certa potesse esserlo neppure nel 1985 quando fu scritto il romanzo e a maggior ragione non lo è oggi, ma vale comunque la pena soffermarsi su quanto può essere facile perdere diritti dati per acquisiti.

Viv