Gli inconvenienti della vita

Poter Cameron, Gli inconvenienti della vita, Adelphi

“Gli inconvenienti della vita” ospita due brevi racconti agrodolci che ruotano intorno alla difficoltà di riemergere da quei drammi -incidenti, lutti- che scuotono la quotidianità, svuotandola di quei significati che eravamo soliti attribuirle.
Protagonista il dolore, l’incapacità di relazionarsi con l’altro, di condividere il malessere e di ricucire i fili, aggiungendo nuove trame per sostituire quelle mancanti.

“La fine della mia vita a New York” ha i dialoghi serrati di un testo teatrale, “Dopo l’inondazione” recupera la dimensione del racconto e sviluppa il dolore sordo che si accompagna alla perdita degli affetti, a quella solitudine profonda che si annida nella condizione umana come uno spettro ineluttabile non appena l’equilibrio di superficie viene meno.

So a cosa state pensando ma non sono racconti depressivi, lo sguardo riesce a mantenersi disteso, la rassegnazione dei protagonisti è quasi noncuranza e si trasferisce al lettore senza trascinarlo verso l’abisso, perché non esiste nessun abisso, esiste solo una sensazione di deriva rarefatta e qualche rimpianto tardivo.
La coppia non è la salvezza, la fede non è la salvezza. Lo è la vita stessa, forse, con tutti i suoi inconvenienti.

Cameron, come sempre, essenziale e raffinato.

Viv

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Il racconto dell’ancella

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte delle Grazie

Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.

Da questo nucleo si apre l’intera riflessione sul mondo distopico che Margaret Atwood disegna ne “Il racconto dell’ancella”. Ci troviamo in una società sospesa in un tempo vicinissimo al nostro. Il passato prossimo è il mondo come lo conosciamo,  il presente è una dittatura di stampo teocratico nata allo scopo di proteggere la genia umana. Infatti, a causa delle emissioni tossiche, la popolazione è divenuta per lo più sterile e le donne ancora fertili, le Ancelle, sono divenute patrimonio governativo e vengono assegnate in qualità di fattrici a famiglie altolocate per garantire un erede laddove la moglie non sia più in grado di procreare.

”Il racconto dell’ancella” è la testimonianza in prima persona di una di loro. Non ne conosciamo il nome, ma solo il patronimico, che la identifica come proprietà di Fred perché ciascuna di loro è intercambiabile ed è stata privata di ogni diritto a partire dall’identità.
Così come è cancellato ogni legame col passato, viene loro vietato di leggere e relazionarsi con qualunque altra donna, a partire dalle altre Ancelle, fino alle Marte -le domestiche- e ovviamente alle Mogli, alle quali sono invise per motivi di gelosia. Ad ogni categoria femminile corrisponde un colore ed una uniforme, le Ancelle vestono di rosso, le Mogli di azzurro e le Marte di verde. In grigio vestono le Zie, guardiane e addestratrici delle nuove Ancelle, sorta di kapò neocatecumenali che incarnano la mancanza di empatia che coinvolge trasversalmente tutte le donne. Proprio nell’assenza di solidarietà che contamina da sempre i rapporti tra donne è ravvisabile il punto di forza e al contempo l’anello da scardinare in questa società distopica che è solo apparentemente patriarcale, e in questo romanzo, in cui gli uomini hanno un ruolo del tutto marginale.

Difred racconta il vuoto delle sue giornate in attesa della cerimonia mensile cui deve soggiacere per tentare di generare un figlio e apre squarci sul suo passato in cui intravediamo un mondo identico al nostro in cui viveva insieme al compagno e alla loro bambina. La rassegnazione, lo sforzo di non dimenticare, la necessità di non attirare punizioni sono gli ancoraggi cui si appiglia Difred per non perdere la ragione.
La narrazione dilatata, in prima persona al presente storico, concorre alla sensazione di straniamento. L’atmosfera è soffocante, la cadenza è lenta a ricalcare il vuoto in cui vive e si muove l’Ancella.

Anche la mia lettura è stata lenta e, a conti fatti, a me “Il racconto dell’ancella” non è piaciuto.
Incuriosita dalle recensioni della serie televisiva, avevo deciso di leggere il romanzo prima di guardare l’adattamento -che ritengo probabile sia più coinvolgente- ma il mondo distopico che disegna la Atwood mi ha lasciato piuttosto fredda.
I motivi?
Il punto di vista è parziale dall’inizio alla fine, scelta che da un lato giustifica l’assenza di approfondimento su temi inaccessibili alla protagonista, ma finisce per disseminare lacune.
Il racconto manca di tensione narrativa, mi rincresce ma è così e non se ne esce con nessuna giustificazione.
Terzo elemento, il più dirimente a mio avviso, non si tratta in fondo di vera distopia perché non si fonda sui presupposti riconoscibili di un rischio tangibile.
Non sono certa potesse esserlo neppure nel 1985 quando fu scritto il romanzo e a maggior ragione non lo è oggi, ma vale comunque la pena soffermarsi su quanto può essere facile perdere diritti dati per acquisiti.

Viv

The game & top three 2018

Mi è sempre piaciuto regalare e ricevere libri. Non amo la strenna acquistata all’ultimo minuto da chi è privo di idee migliori ma persino in questo caso la differenza la fa la scelta perciò, se brancolate nel buio, potreste trovare utili i miei top three del 2018.

 

“Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” e “Patria” sono i primi due pacchetti che dovreste mettere ai piedi dell’albero di Natale.
Non mi dilungo perché qui e qui trovate le mie recensioni ma in linea di massima il primo è un romanzo accessibile e raffinato, da regalare alla mamma, all’amica, alla padrona di casa cui siete stanchi di portare dei fiori e più in generale agli amanti del romanzo epistolare. Il secondo è adatto a palati addestrati a sapori più stratificati e letture corpose, quelli che non scelgono i libri secondo criteri di brevità e non si lasceranno spaventare dalle seicento pagine del volume.

Il terzo libro è “The game” di Alessandro Baricco.

Ormai ne hanno parlato tutti ma proprio tutti e quel che potrei aggiungere io non è rilevante ma “The game” è davvero un libro che apre alla comprensione dei grandi mutamenti che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni. La mia generazione, quella nata negli anni Sessanta, ha avuto il privilegio di attraversare un crocevia che sta cambiando il modo di rapportarci alla realtà e questa rivoluzione culturale, perché di questo si tratta, va studiata e capita per trarne il massimo vantaggio e schivare le inevitabili storture.

Con il passaggio dall’analogico al digitale, l’accessibilita alle informazioni, la connessione globale, i bambini del nuovo millennio convivono con una doppia identità che si fonde e trasmigra dal pubblico al privato, che viaggia senza soluzione di continuità dalla rete al mondo tangibile. Molti di noi -e parlo della mia generazione- con entusiasmo o con iniziale reticenza hanno imparato a muoversi su questo doppio binario ma forse non tutti si sono soffermati ad analizzare la portata d questa trasformazione, limitandosi ad impararne le regole di superficie.

Il saggio di Baricco  in questo senso parte dai primordi e accompagna anche un lettore inesperto facendo un’analisi del fenomeno che non tenta di stupire con un linguaggio artificioso. Del resto, del Baricco divulgatore, persino i suoi detrattori come romanziere non possono che dire benissimo, e le sue doti di affabulatore sono sotto gli occhi di tutti. Difficilmente ho assistito a conferenze più interessanti delle sue Mantova Lectures, veri e propri viaggi dell’anima. Scegliete a caso, per esempio quella che parte dall’analisi della mappa della metropolitana di Londra -in rete, di nuovo la magia della rete, si trova tutto o quasi- e mettetevi comodi, generi di conforto inclusi, perché dopo i primi minuti non riuscirete più ad interrompervi.

La stessa cosa avviene quando si comincia a leggere “The game”  che apre a molte riflessioni di ordine sociologico che non trovano tutte spazio sulla pagina scritta ma potrebbero vivacizzare le conversazioni con gli amici più della tombola di San Silvestro.

Crediamo che la rivoluzione mentale sia un effetto della rivoluzione tecnologica, e invece dovremmo capire che è vero il contrario. (…) Che vuol dire: una certa mutazione mentale si è procurata gli strumenti adatti al suo modo di stare al mondo (…) perché l’uomo nuovo non è quello prodotto dallo smartphone: è quello che lo ha inventato, che ne aveva bisogno, che se l’è disegnato a suo uso e consumo, che lo ha costruito per fuggire da una prigione, o per rispondere a una domanda, o zittire una paura.

Viv

Anni lenti

Fernando Aramburu, Anni lenti, Guanda

Ho amato “Patria”, senza discussione la miglior lettura di quest’anno.
La sovrapposizione delle tematiche mi aveva reso titubante verso “Anni lenti”, sospettavo un precedente meno riuscito e, a conti fatti, posso dire di non essere andata troppo lontano.
“Anni lenti” non regge l’inevitabile confronto e non sono certa soddisfi appieno neppure chi lo scegliesse come primo approccio ad Aramburu attratto dal minor numero di pagine, duecento contro le oltre seicento di “Patria”.

Spaccato di vita familiare nella Spagna degli anni Sessanta attraverso gli occhi di un bambino di otto anni affidato alle cure degli zii a causa delle difficoltà economiche della madre.
Il racconto rimbalza entro le mura domestiche e porta in primo piano i rapporti all’interno del nuovo nucleo familiare. Si stagliano le figure di zia Maripuy, che tiene saldamente le redini della casa ma al contempo non riesce a frenare una figlia dai costumi troppo facili, quella dello zio Vicente, defilato e malinconico, e quella del cugino Julem, con il quale, dopo un primo incontro spigoloso, Txiki condivide la camera e gli affetti. Attraverso il coinvolgimento di Julem nella lotta indipendentista arrivano sulla pagina gli echi dell’oppressione franchista e delle istanze basche, echi che sfuggono allo sguardo ingenuo di Txiki e per la verità sono mal comprese anche da Julem che, per immaturità e limiti personali, non va oltre la goffa ripetizione di slogan e frasi sentiti da altre persone.

Quello che, per contenuti, si può definire un romanzo di formazione, finisce con l’esserlo, per certi versi, anche dal punto di vista stilistico, sperimentando una struttura su due piani. L’espediente è una sorta di doppio narrativo che alterna i capitoli in cui il protagonista, ormai in età adulta, affida i suoi ricordi all’autore, più volte esplicitamente chiamato in causa come colui che dovrà dare forma al romanzo, a una serie di appunti numerati con cui lo scrittore abbatte la quarta parete offrendo al lettore una condivisione ammiccante del suo lavoro di riorganizzazione del materiale.
Questa espansione del romanzo -dal testimone oculare all’autore, dall’autore al lettore- al di là dell’esercizio stilistico, frammenta il racconto e ne soffoca il contenuto. In entrambi i casi il lettore si ritrova a far la parte del terzo incomodo.

Nei momenti in cui la narrazione dimentica questi artifici si ritrova il miglior Aramburu, quello che in “Patria” svilupperà analoghe tematiche dando vita ad un gioiello cesellato con la naturalezza e la perfezione che è solo dei grandi scrittori.

Viv

Rocco Schiavone

Antonio Manzini, Pista nera, Sellerio
Antonio Manzini, La costola di Adamo, Sellerio
Antonio Manzini, Non è stagione, Sellerio
Antonio Manzini, Era di maggio, Sellerio

Ho iniziato e ora non riesco più a smettere. E dire che il primo romanzo che vede protagonista il vicequestore Rocco Schiavone risale ormai al 2013 e da allora di indagini ne ha risolte parecchie, tanto che per districarmi nella cronologia ho dovuto fare qualche ricerca.
In tutto questo tempo, per motivi cui non so neppure dare un nome, io Rocco Schiavone l’ho sempre evitato e con lui anche il suo omologo televisivo Giallini. Poi sono cascata sull’ennesima recensione russa di zaidenoll e il resto è storia: quattro romanzi uno in fila all’altro, per la gioia di Sellerio.

Sarcastico, cinico, tutt’altro che irreprensibile, Schiavone risolve i casi senza preoccuparsi di restare sempre entro i termini di legge e proprio le licenze che si è preso nello svolgimento delle sue funzioni gli hanno fruttato un trasferimento punitivo ad Aosta.
Trapiantato dalla capitale sul finir dell’estate non si rassegna alla neve e al maltempo e si ostina a girare in loden riducendo in poltiglia un numero indefinito di calzature, rigorosamente Clarks che, come è noto, l’acqua la tengono maluccio ma che si ostina a non voler sostituire.
Tutto è fermo nella sua vita privata e così gli piace che sia.
Tormentato e nostalgico convive con gli spettri del passato e intrattiene conversazioni fittizie con l’unica donna che abbia mai amato, coltivando la sua solitudine e il suo brutto carattere.
Ma la vita va avanti e trascina anche i più riluttanti per cui tra un caso e l’altro anche la storia personale di Rocco si dipana sovrapponendosi all’intreccio dei romanzi e finisce per prendere il sopravvento sull’omicidio occasionale.

Si tratta di gialli seriali in cui la trama intrattiene ma è il personaggio a farla da padrone perciò, se come me siete lettori tardivi, non procedete in ordine sparso e lasciatevi conquistare in sequenza cronologica.

Ve lo dico, vien voglia di conoscerlo, se non proprio di frequentarlo questo vicequestore e quasi quasi, anche se personalmente esco sempre delusa dalle produzioni televisive nostrane, darei una chance pure a Giallini che, a occhio, mi sembra piuttosto in parte.

Viv

L’unica storia

Julian Barnes, L’unica storia, Einaudi

Ci sono romanzi -il primo che mi viene in mente in questo momento è “Il lungo sguardo” di Elizabeth Jane Howard- in cui la struttura stessa è parte integrante della narrazione e concorre a trasferire al lettore i contenuti quanto le singole parole.
“L’unica storia” è uno di questi.

Il primo amore si scrive invariabilmente in una inesorabile prima persona. Come potrebbe essere altrimenti? Nonché in un inesorabile indicativo presente. Ci vuole tempo per rendersi conto che esistono altre persone e altri tempi verbali.

E, così come il primo amore, anche il racconto passa da una prima parte narrata in prima persona con il coinvolgimento trasgressivo e sfrontato della giovinezza, ad una parte centrale in cui si scivola verso un’impersonale e difensiva seconda persona, fino all’ultimo atto, che apre al tentativo di comprendere le ragioni del mondo con la pacatezza della vecchiaia e sottolinea il distacco usando la terza persona.

L’unica storia, nello specifico, è la storia d’amore tra Paul e Susan e, più in generale, l’esperienza rispetto la quale ciascuno di noi ha finito per misurare tutto.

Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare, alla fine. E questa è la mia. 

La storia tra Paul e Susan -diciannove anni lui, quarantotto lei al momento del primo incontro- ha inizio negli anni Sessanta, nella periferia londinese delle villette abitate da borghesi benpensanti, timorosi di ogni scandalo, specie se di natura sessuale. Si conoscono in un circolo tennistico privato e nasce da subito un sentimento fatale, perché di quello si deve parlare più che di semplice attrazione fisica, cui fa seguito una lunga relazione.
Agli occhi infatuati e alle rozze disamine dell’innamorato acerbo sfugge il pregresso della donna adulta, moglie e madre con quasi mezzo secolo di vita coniugale e di fragilità personali sulle spalle, ed è tra le fenditure di quelle ferite che si fa strada il demone che finirà per allontanarli ancor più dei trent’anni che li separano anagraficamente.

Se esiste uno spiraglio di luce in un romanzo per il resto spietato e dolente in egual misura, è nella forza dei legami, nell’ammissione, triste e confortante al tempo stesso, che l’amore può sopravvivere alla separazione, alla disillusione, all’usura del tempo, anche se si è costretti a prendere le distanze.
Mutata la trasgressione nell’ordine dell’età matura e la temerarietà in cautela, a noi lettori, travolti dal flusso di coscienza del protagonista, non resta che medicare nuovamente qualche vecchia ferita che credevamo rimarginata.

Viv

Il castello Rackrent

Maria Edgeworth, Il castello Rackrent, Fazi editore

Ancora Fazi. Solo quest’anno sono ormai più di una decina i libri scelti dal catalogo di questa casa editrice, vale a dire circa un dieci per cento delle mie letture annue.
Due i motivi: Fazi pubblica o ripropone in nuova veste romanzi che sono indubitabilmente nelle mie corde. Molti di questi sono disponibili gratuitamente per gli abbonati KindleUnlimited, cosa che mi ha fidelizzato spingendomi ad acquistare anche molti altri loro titoli.
Aggiungo che più di una volta, pur essendo da anni e per mille motivi una convertita al reader, mi sono trovata nostalgicamente a sospirare davanti all’edizione cartacea perché le loro copertine, come ho sottolineato in più di un’occasione, sono un vero valore aggiunto.

Dopo questa dichiarazione d’amore, torno a Maria Edgeworth che, colpevolmente, non conoscevo ma ho scoperto essere scrittrice prolifica e di una certa fama. “Il castello Rackrent”, pubblicato per la prima volta nel 1800, è considerato uno dei primi romanzi storici anglo-irlandesi.

Ambientato in Irlanda negli anni precedenti all’annessione all’Inghilterra -con l’Atto di Unione del 1800- racconta vizi e virtù del popolo irlandese seguendo passo passo la decadenza di una antica famiglia nobile dedita allo sperpero e alla cattiva gestione delle terre.
La voce narrante è quella di un vecchio servitore dalla lingua sciolta ed irriverente, fedele e ambiguo al tempo stesso. Un illetterato che si esprime con imprecisione, mettendo in campo l’arguzia e la saggezza pragmatica tipica dell’uomo del popolo abituato a barcamenarsi tra i capricci e le stravaganze di chi è sopra di lui.

Il mio vero nome è Thady Quirk, anche se presso la famiglia sono sempre stato chiamato semplicemente “l’onesto Thady”; più avanti al tempo del defunto Sir Murtagh, ricordo di averli sentiti dire “il vecchio Thady”, e adesso siamo arrivati a “il povero Thady”.

Il racconto procede rapido, quasi per aneddoti, attraversando tre generazioni della famiglia Rackrent, del tutto privo di pedanteria. Lo sottolineo per quei lettori che, avendo poco amato il nostro primo romanzo storico italiano pensino ora ad un libro lungo o pesante. Per parte mia ho appena riascoltato via Audible la versione de “I promessi sposi” letta da Paolo Poli e la consiglio trasversalmente ma “Il castello Rackrent” è tutt’altro.

Il testo è breve -tempo di lettura un paio di pomeriggi- ma è imperativo soffermarsi con uguale attenzione anche su premessa, note e glossario, che ne sono parte integrante e chiosano storia e tradizioni dell’Irlanda del tempo permettendo al lettore di cogliere appieno le sfumature ironiche di un racconto satirico che riesce a unire con grande leggerezza comicità e tragedia.

Romanzo storico, dicevamo, ma con una chiara vocazione alla critica sociale in cui tra le righe si avverte palpabile l’affetto e lo sguardo divertito dell’autrice, che non fa sconti alla furbizia contadina, all’ignoranza credulona e visionaria, ma più ancora ai costumi rilassati di una aristocrazia decadente che viene soppiantata dal nuovo ceto borghese emergente.

Arguto, divertente e colto. Pur tuttavia per amanti del genere.

Viv