Skellig

David Almond, Skellig, Salani

Se dovessi dire in due parole di cosa parla “Skellig” direi che è una storia sulla speranza e sul “prendersi cura”.
Sì, perché nei momenti in cui ci sembra di soffocare sotto il peso delle preoccupazioni e dell’incertezza avere qualcosa o qualcuno di cui prendersi cura protegge dalla disperazione e nutre la speranza.
E funziona così in questo romanzo in cui la mamma veglia in ospedale la neonata che rischia la vita, il papà accudisce il fratello maggiore e nel frattempo dipinge le pareti della casa in cui si sono appena trasferiti e Michael, spaesato e impaurito, insieme alla sua nuova e sorprendente amica Mina si prende cura di una strana creatura stremata dall’artrite, o forse solo dalla solitudine, che ha bisogno di riprendere le forze.
Che Skellig sia un uomo, un uccello o un angelo in fondo poco importa.

A volte bisogna solo accettare che ci sono cose che non si possono sapere.

Ogni elemento del romanzo si intreccia a formare una visione unitaria per cui non stupisce che il racconto si svolga a cavallo tra l’inverno e la primavera quando la natura dà piccoli inequivocabili segnali di ripresa. L’attesa della guarigione della bambina -che solo alla fine avrà un nome- viene sublimata nel respiro affaticato di Skellig e nel suo rapido miglioramento.
La speranza di Michael si aggrappa all’ascolto del battito lieve di quel piccolo cuore malato nell’incubatrice che sente battere dentro al suo petto vicino al suo e che ha imparato a riconoscere nello stesso modo in cui distingue dal rumore di fondo il pigolio dei merli appena nati.

Mi dissi che, se avessi ascoltato con estrema attenzione, il suo respiro e il suo battito non si sarebbero mai fermati.

Questo è un libro pieno di poesia, e non solo per i riferimenti a William Blake, è un racconto che incrocia immaginazione e realtà e parla a piccoli e grandi lettori.
Ecco, se dovessi aggiungere una terza definizione alle due che ho inserito all’inizio del post, direi che è un libro sulla speranza, sul “prendersi cura” e sulla circolarità dell’amore, che si genera e si rigenera al tempo stesso.

Viv


La ragazza del Kyūshū

Matsumoto Seichō, La ragazza del Kyūshū, Adelphi


Una mattina nel prestigioso studio dell’avvocato Ōtsuka si presenta una giovane donna dai tratti quasi infantili. È arrivata a Tokyo dalla lontana regione del Kyūshū per pregarlo di prendere in carico la difesa del fratello, accusato dell’omicidio di un’usuraia a cui doveva una forte somma di denaro.
Kiriko è convinta che solo il grande Ōtsuka possa dimostrare la sua innocenza.
L’avvocato rifiuta -troppe le cause di cui già si occupa, troppo indigente quella giovane questuante per onorare la sua costosa parcella, troppa l’impazienza di recarsi dall’amante segreta per prestarle attenzione-l’imputato muore in carcere nel disonore, condannato per furto e omicidio.
Mesi dopo il caso offrirà a Kiriko la possibilità di pareggiare i conti e la sua vendetta sarà implacabile.

Non si tratta di un vero e proprio giallo bensì di un noir giapponese -pubblicato nel 1961- che sin da subito prende le distanze dall’urgenza di scoprire, e perseguire, il colpevole.
Centrale è solo la vendetta che, a partire da un rifiuto, per altro legittimo, e puntando sulla rivendicazione classista (“per chi è povero non puó esistere giustizia” ) punisce il “capriccio” del ricco avvocato che non si è reso disponibile pro bono.
Diciamo che, al di là delle premesse iniziali, non è facile simpatizzare con Kiriko che, oltre ad avere un aspetto inflessibile, come fosse stata forgiata nell’acciaio, si dimostra nei fatti cinica, respingente e del tutto priva di quella compassione e di quella giustizia che rivendicava per il fratello.
Tuttavia la mancanza di empatia che il lettore avverte nei confronti della protagonista non ha, come è logico, alcun peso ai fini di un giudizio sull’opera, la nota dolente se mai è nella narrazione ripetitiva, che ama ribadire i punti salienti sotto varie forme, e nell’impianto che si appoggia ad una serie di coincidenze eccessivamente forzose nel costruire la correlazione tra i vari personaggi.
Come notazione a margine non posso fare a meno di entrare nel merito di un dettaglio di cui, inspiegabilmente non viene fatta menzione in nessuna delle recensioni che ho letto, e cioè che nelle indagini a seguito del secondo omicidio venga trascurato da tutti, incluso il tanto decantato avvocato Ōtsuka, l’unico testimone che avrebbe fatto vacillare la testimonianza di Kiriko, ovvero la domestica che si occupava dell’appartamento in cui muore la seconda vittima.

D’altro canto, l’incedere calibrato e privo di colpi di scena, la reiterazione, il formalismo e la distanza tra i personaggi rimandano a una società lontana da noi per cultura e periodo storico che obbedisce alla stessa riservatezza ed essenzialità che mi è capitato di riscontrare in altri giallisti nipponici. Belle anche le atmosfere notturne, fumose e torbide, dei bar della Tokyo degradata e dello scotch scadente, che per certi versi ricordano gli antri bui e la disperazione di certi romanzi di Simenon.

Viv

Mi chiamo Lucy Barton

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Lucy Barton giace in ospedale per una lunga degenza, il suo sguardo si posa ora sul Chrysler Building incorniciato dalla sua finestra ora sulla porta della camera da cui ogni giorno entrano un medico empatico e alcune infermiere. Il marito, per una personale avversione verso gli ospedali, preferisce chiamarla telefonicamente e le sue due bambine vengono a trovarla solo occasionalmente, accompagnate da un’amica che si prende cura di loro in sua assenza.
Le giornate di Lucy si stiracchiano malinconiche e solitarie finché un giorno si presenta sua madre e da quel momento madre e figlia avranno cinque giorni e cinque notti ininterrotte per riempire un vuoto che copre i lunghi anni di separazione e si allunga anche su tutta la loro vita condivisa.
Non è un caso che gli unici gesti d’affetto che la madre riesce a rivolgere alla figlia siano una pressione sul piede attraverso le lenzuola e l’uso del nomignolo con cui la chiamava da piccola ma questo basta a risvegliare in Lucy una nostalgia struggente e un appagamento ancestrale.

Ho la sensazione che la gente potrebbe non capire perché mia madre non riuscì mai a pronunciare quelle parole: ti voglio bene. Sento che la gente potrebbe non capire che andava bene così.

E forse va davvero bene così per Lucy, alla luce di un’infanzia che sfiora gli abusi, vissuta nell’indigenza, nell’ignoranza e nell’aridità emotiva ma quei cinque giorni, a cui seguono nuovi anni di lontananza, non saranno sufficienti per ricucire il loro legame. Troppo il non detto, troppa la distanza abrasiva dell’imbarazzo, troppa la fame d’amore accumulata da bambina.
Al racconto degli anni trascorsi nel cono d’ombra di una famiglia disfunzionale Lucy alterna il ricordo di quei giorni preziosi in cui sonnecchiava in un letto d’ospedale ascoltando appagata la voce della madre, e si spinge fino al presente in cui la scopriamo scrittrice affermata e divorziata dal primo marito mentre riflette, questa volta da madre e non più da figlia, sull’imperfezione e sull’egoismo delle sue scelte.

La rabbia delle mie ragazze in quegli anni! Ci sono momenti che cerco di dimenticare, ma non dimenticherò mai. Mi angoscia il pensiero di quello che non dimenticheranno loro.

Curiosamente, giacché solitamente Elizabeth Strout mette tutti d’accordo, questo è un romanzo che ha diviso i lettori: da un lato i perplessi, dall’altro i rapiti. Io mi colloco nella prima categoria.

Al netto dei momenti tra madre e figlia in ospedale, descritti con quella brusca vividezza che riesce a distillare così bene riserbo, imbarazzo e intimità, il romanzo ha un andamento frammentario.
Il canovaccio narrativo non va al di là del diario episodico e, anche se non si può affermare che manchi coerenza o che i ricordi, che si affastellano lasciando volutamente sospesi e spazi bianchi, impediscano la comprensione, l’insieme mi ha lasciato emozionalmente tiepida.
La verità è che mentre da brava lettrice me ne stavo in un angolo di quella stanza d’ospedale a spiare madre e figlia in quelle loro conversazioni intime e impacciate, mi è toccato ammettere che io e Lucy Barton non eravamo fatte per piacerci del tutto.

Viv

SanPa, madre amorosa e crudele

Fabio Cantelli Anibaldi, SanPa madre amorosa e crudele, Giunti

Si torna a parlare di San Patrignano ma se il romanzo di Andrea Delogu si nasconde dietro alla finzione letteraria con esiti marginali, il memoir di Fabio Cantelli, da cui la docu-serie di Netflix ha tratto spunto e linfa vitale, possiede la disarmante potenza della testimonianza trasfusa in una scrittura matura che abbraccia la ricchezza del mondo intellettuale del suo autore.

Pubblicato nel 1996 con il titolo “La quiete sotto la pelle” e riproposto contestualmente all’uscita della serie tv racconta il periodo -poco più di un decennio, dal 1983 al 1994- in cui l’autore visse nella comunità di Vincenzo Muccioli dapprima come ospite e successivamente come addetto stampa.

In un racconto che alterna con naturalezza diario intimo e riflessione sociale Cantelli ci offre uno sguardo privilegiato sul Muccioli della prima San Patrignano, quando il nocciolo della terapia di recupero era tutt’uno con la presenza costante di una personalità carismatica capace di porsi come guida e limite e il Muccioli imprenditore dell’ultima San Patrignano, quella dei grandi numeri, costretto a delegare a luogotenenti talvolta fuori controllo inquadrati in un’organizzazione gerarchica sempre più asettica.

In questo libro c’è dunque Muccioli nella sua straripante umanità e nel suo narcisismo megalomane, nella sua sconfinata dolcezza e brutalità, c’è la lettura dall’interno di alcune regole della comunità dall’apparenza dispotica, per esempio il controllo restrittivo sulle relazioni sentimentali (sulla scelta di vietare l’ascolto di musica a titolo personale Cantelli parla diffusamente in una interessante intervista con Enrico Silvestrin che trovate su YouTube), c’è l’identificazione con la comunità, la gratitudine e la sofferta e lucida dissociazione dagli errori.

C’è tutto questo e molto altro su San Patrignano ma c’è soprattutto il mondo interiore dell’autore che, a dispetto di quanti hanno trovato il libro un esercizio intellettuale inutilmente ricercato, è un lettore di nicchia sin dall’adolescenza, laureato in filosofia, persona colta e dalla personalità verticale. Quella stessa ricerca dell’Assoluto, che da ragazzino lo ha spinto verso gli eccessi la ritroviamo nella profondità delle riflessioni della maturità e nelle corrispondenze letterarie dei suoi stati d’animo. Per quel che vale il mio parere io ho letto il libro in poche ore senza avvertire alcuna pesantezza. Se mai, come sempre accade quando ci si confronta con persone stimolanti, possiamo correre il rischio di ampliare le nostre liste di lettura con autori che non avevamo ancora preso in considerazione.

Viv

La collina

Andrea Delogu, Andrea Cedrola, La collina, Fandango

Confesso che prima di vedere il documentario Netflix SanPa, non ero a conoscenza del fatto che Andrea Delogu -che ricordavo del tutto superficialmente come conduttrice televisiva- avesse trascorso la sua prima infanzia nella comunità di San Patrignano e tanto meno sapevo che il padre fosse stato autista e braccio destro di Vincenzo Muccioli.

Dalla visione della serie tv è nata la curiosità verso questo libro che, come dichiarato nella prefazione, pur non essendo un’autobiografia vera e propria è fortemente ispirato alla vita dei genitori della Delogu. A tal punto ispirato, che la finzione letteraria ha lo spessore della carta velina ed è del tutto impossibile per il lettore non sovrapporre ai nomi di fantasia i volti delle persone reali.  

Sia la serie che il romanzo affrontano con onestà intellettuale e senza partigianerie la figura di Muccioli, padre e padrone di San Patrignano e delle migliaia di anime che sono transitate da lì per disperazione propria o dei loro genitori.

Io che sono stata bambina a Milano negli anni Settanta, con più libertà di movimento di quanta ne abbiano avuta i bambini delle generazioni successive, ricordo che l’educazione alla sopravvivenza passava attraverso rigide raccomandazioni: r
ispettare i semafori, non dare confidenza agli sconosciuti tanto per dirne un paio, ma non raccogliere le siringhe da terra era praticamente un mantra. Nei giardini più vicini a casa mia si trovava la famigerata Palazzina Liberty (la stessa che anni dopo venne bonificata da Dario Fo e trasformata in un teatro d’avanguardia) e a noi bambini era fatto divieto assoluto di avvicinarci a quell’edificio abbandonato intorno al quale si aggregavano i tossici.
Di Muccioli avevo sentito parlare già allora, qualche articolo di giornale, voci sussurrate sul figlio di quel tale che era entrato in Comunità. In quegli anni già scoprire di conoscere qualcuno i cui figli avevano problemi di droga era un fatto sconvolgente (quasi quanto quella volta in cui la figlia sedicenne di un cugino dei miei rimase incinta).
Non ho acquisito in quegli anni la mia idea attuale su Muccioli ma certamente ricordo che c’è stato un tempo in cui l’opinione pubblica e le istituzioni erano ben contente che la sua comunità si facesse carico di ripulire le strade da “quei giovani perduti pronti a scippare le nostre mamme per poche lire”. 

Le testimonianze eterogenee raccolte nel docu-film di Netflix restituiscono la figura di un uomo controverso. Idealista, leader carismatico, megalomane, narcisista, capace di catalizzare grandi energie, grandi sogni e grandi somme di denaro.
La serie documenta con accuratezza uno spaccato di quegli anni e contribuisce con onestà intellettuale alla ricostruzione della vicenda, dando spazio a tutte le voci coinvolte ma il merito maggiore sta nel fatto che non cede alla tentazione di sedurre lo spettatore. Le immagini raccontano la realtà cruda, senza abbellimenti e senza sconti dall’utopia alla caduta. 
Il libro, in tal senso, è un utile compendio ma, in sé e per sé non ha un grande valore letterario e, maneggiando una realtà romanzata, prescinde per forza di cose dal dato documentale. 

Ognuno di noi, attingendo di prima mano alla grande quantità di fonti e testimonianze processuali, può trarre conclusioni autonome. 
Per parte mia non ho mai avuto simpatia per le organizzazioni gerarchiche fuori controllo (già sappiamo quanto sia facile scadere in abusi persino quando il controllo sarebbe previsto, vedi caserme, ospedali psichiatrici, RSA, asili per l’infanzia) non amo la disciplina esasperata e le aggregazioni comunitarie, dagli scout ai gruppi di preghiera organizzati. 

Da genitori si impara presto che il confine tra buone intenzioni e manipolazione è sottile. Bisogna restare vigili per non prevaricare, soprattutto se il nostro contraltare, per età, gerarchia o condizione, si trova in posizione subalterna.
In ogni caso non è mai lecito utilizzare metodi disumani per piegare la volontà altrui, persino se si tratta di una volontà malata. 
Riporto le parole del pubblico ministero Roberto Sapio durante il famoso ”processo delle catene”: “E va bene la teoria dello schiaffo come simbolo della liberazione dalla schiavitù della droga. Ma la merda, signor Muccioli, le coperte sudicie, il freddo, le percosse, che cosa stavano a simboleggiare? “

Viv