Più donne che uomini

Ivy Compton Burnett, Più donne che uomini, Fazi Editore

Ambientato in Inghilterra nei primi anni del Novecento “Più donne che uomini” è un romanzo dal forte impianto teatrale con spazi circoscritti a una manciata di ambienti chiusi e una forte struttura dialogica quasi del tutto priva di descrizioni e di una voce narrante. Nelle sue 260 pagine poco accade e quel poco è filtrato da dialoghi serrati che obbediscono alle severe regole del perbenismo da salotto di inizio secolo.

Dopo la pausa estiva le insegnanti di una prestigiosa scuola femminile vengono accolte una ad una dalla direttrice, donna alta e austera (…)  un viso regale, dai tratti marcati eppure semplici deliberatamente schietta e modesta, mani sorprendentemente ingioiellate, vestita e pettinata in modo da esibire i suoi anni, anziché nasconderli.
Josephine Napier è il collante dell’istituto e del racconto, una donna rigida e piuttosto sgradevole – ma chi non lo è in questo romanzo – il cui apparente ossequio ai convenevoli e alla forma rende socialmente accettabile la sottile perfidia verbale costantemente mascherata da un’amabilità quasi stucchevole.
Al nutrito gruppo delle insegnanti si affiancano ben presto Elizabeth, una vecchia amica di Josephine, e sua figlia Ruth. In difficoltà economica, vengono entrambe accolte tra il personale di servizio ed è proprio tra Elizabeth e Josephine che si innescano le schermaglie più pungenti sotto l’aureola della più squisita educazione.

Al di sotto della facciata irreprensibile, i più nascondono un passato di egoismi e sentimenti meschini; nel migliore dei casi si tratta di individui caratterizzati da un disinteresse spassionato per le sorti altrui, nel peggiore al lettore rimane il legittimo sospetto di un coinvolgimento accidentale, e forse non del tutto involontario, in taluni incidenti mortali. Nessun approfondimento manifesto, i personaggi non chiedono di essere compresi e giustificati, bastano a se stessi per così dire.
Ciò che li accomuna è, in ultima analisi, la sottile connivenza, l’assenza di empatia e, nel caso degli uomini, una certa debolezza di carattere. Il fratello settantenne di Josephine, in gioventù ha scaricato sulla sorella e sul cognato la responsabilità di un figlio illegittimo ormai adulto e intrattiene una relazione amorosa, risaputa dai più ma non per questo meno discreta, con Felix. Dal canto suo, questi, rampollo quarantenne di buona famiglia che si fa un vanto di non aver mai lavorato, si ritrova obtorto collo a ricoprire la cattedra di disegno nel collegio femminile di Josephine per soddisfare il dictat di un padre anziano che rifiuta di mantenerlo a oltranza e al cui volere continua a sottomettersi anche dopo la dipartita paterna scegliendo un matrimonio canonico che garantisca un erede. Anche il figlio adottivo di Josephine che, in apparente ribellione, sposa una ragazza che la madre non approva non per questo riesce ad affermare una sua indipendenza emotiva.

Ogni accadimento arriva al lettore attraverso un profluvio di parole e di minuetti verbali che sostituiscono di fatto l’azione vera e propria. Talvolta il ritmo delle battute da serrato si fa disorientante e arriva quasi a sfiorare la noia, ma il romanzo scorre con una velocità imprevista visto il sottile equilibrio tra l’inconsistenza di superficie e la complessa rete di rapporti studiati a tavolino che nascondono a fatica il malessere di ciascuno.

Vi chiedete se questa lettura possa fare al caso vostro?
Avvicinate questo romanzo se amate le ambientazioni vittoriane, l’ironia in punta di fioretto e se avete una minima propensione per i testi con strutture “teatrali”.

Viv

Le voci degli audiolibri

L’altro giorno sfogliando il quadernino su cui annoto le mie letture mi sono resa conto che il 2020 segna una sorta di spartiacque anche nel mio rapporto con i libri: per la prima volta da quando ho cominciato ad avvicinarmi agli audiolibri l’ascolto è sostanzialmente equiparabile alla lettura. 

So che durante il lockdown molti lettori forti hanno lamentato una sorta di difficoltà nel concentrarsi sulle pagine di un romanzo.
Per me non è stato così, non ho mai smesso ma aprivo i libri solo alla sera, di giorno ascoltavo. Chiusa nella mia stanza delle meraviglie, in un’atmosfera sospesa che non si curava del calendario e delle stagioni ho cucito e ricamato tutti i lavori a tema natalizio che a breve cominceranno a reclamare la ribalta.
E nel mentre ascoltavo, gratificandomi come è sempre stato dal tempo delle fiabe sonore. 

Personalmente ho dei criteri debolmente flessibili quando si tratta di stabilire se un libro rientri o meno nella rosa degli ascoltabili.
In generale sono aperta alle riletture dei classici, agli autori la cui scrittura non richieda una grande concentrazione, a libri gialli, rosa, thriller e manuali.
Non scelgo mai autori o romanzi che, a mio insindacabile giudizio, richiedano un incontro senza intermediazione. 
Abbandono l’ascolto se il lettore mi è sgradito. 

A volte tuttavia l’intermediario rappresenta un valore aggiunto. Le nostre maestre ci spronavano a leggere con sentimento ma, aggiungo io, raccontare è un’arte persino quando ci si limita a leggere un testo. Questo vale soprattutto se sono presenti elementi dialettali a cui restituire colore e vivacità.

Tre voci in particolare hanno accompagnato i migliori ascolti di questi ultimi mesi, le  inserisco nell’ordine in cui le ho apprezzate.
Parto da Lorenzo Degli Innocenti che mi ha letto le indagini fiorentine del commissario Bordelli, scritte da Marco Vichi (su Audible al momento sono disponibili quattro romanzi di questo ciclo). L’accento toscano è il sale di questi romanzi agrodolci ambientati nella Firenze degli anni Sessanta; l’indagine si stempera in un racconto cadenzato e malinconico che si fonde nelle atmosfere nostalgiche del dopoguerra lasciando largo margine a personaggi che sono tutto fuorché di contorno. 

Peppe Servillo mi ha fatto innamorare dei bastardi di Pizzofalcone  di Maurizio De Giovanni. Una lettura attoriale la sua, che riempie gli spazi e dà spessore a un affresco vivace della Napoli dei giorni nostri. L’elemento corale é preponderante e i reietti del commissariato di Pizzofalcone, con l’ispettore Lojacono in testa, sono una “famiglia” eterogenea le cui storie personali si intrecciano volentieri in trame secondarie che affiancano e talvolta diluiscono lo sviluppo dell’indagine principale. Questa serie è disponibile su Audible fino al sesto libro. 

Orfana della voce di Peppe Servillo mi sono accostata con titubanza a Paolo Cresta e alle indagini del commissario Ricciardi. A torto, perché ho finito con l’amare senza riserve il lettore quanto il protagonista, un personaggio dal forte impatto umano che, sulla scia del commissario Bordelli di Vichi, conquista per la nobiltà d’animo, l’empatia e l’eleganza d’altri tempi.
Le atmosfere sono quelle di una Napoli malinconica e seduttiva, ritratta durante il periodo fascista. Anche in questo caso l’autore è Maurizio De Giovanni e il ciclo si interrompe solo dopo il quinto romanzo. La buona notizia è che, audiolibri a parte,  mi restano ancora molti romanzi con Ricciardi protagonista da leggere per conto mio. 

Apro e chiudo una piccolissima parentesi sugli autori che leggono da sé i propri romanzi. Trattandosi di due mondi non assimilabili il risultato non è automaticamente un successo.  
Promuovo Andrea Vitali che da buon affabulatore riesce a stare al passo con la ruspante vivacità dei suoi personaggi bellanesi e rimando a settembre Gianrico Carofiglio, autore che apprezzo da decenni, la cui lettura un tantino monocorde non rende, a mio avviso, piena giustizia ai suoi testi. 

Viv 

Salvare le ossa

Jesmyn Ward, Salvare le ossa, NN Editore

Non mi capita spesso di arenarmi leggendo un bel romanzo eppure con “Salvare le ossa” ho fallito un primo tentativo dopo solo una trentina di pagine: semplicemente non era il momento giusto per un romanzo dai toni così intimisti e crudi.
La seconda volta l’ho scelto, finito e amato.

È in un’alternanza ipnotica di brani ricchi di sentimento e di passaggi estremamente brutali che si consuma l’attesa dell’uragano Katrina. Ci troviamo nei sobborghi di Bois Sauvage in Mississippi, in una baracca di legno e lamiere costruita in una depressione che affonda nella terra argillosa e nella polvere. Nei dodici giorni che precedono l’uragano partecipiamo ai preparativi per mettere in sicurezza i pochi averi di una famiglia di colore che vive di piccoli espedienti e cibo scadente in mezzo a un cumulo di rottami. E no, non è casuale la scelta del verbo, perché avrei potuto scrivere “assistiamo ai preparativi” ma non sarebbe stato del tutto sincero perché nella “Fossa” insieme ai protagonisti ci siamo anche noi.

Dei quattro figli è Esch la voce narrante.
Unica femmina in un mondo di maschi è un’adolescente acerba già avvezza all’avida rapacità dei suoi giovanissimi amanti e all’affetto ruvido dei suoi fratelli. L’assenza della madre, morta dando alla luce il fratellino più piccolo, riecheggia nella vita di ciascuno dei ragazzi Batiste: Randall, che punta tutte le sue speranze per il futuro in una borsa di studio che gli permetta di giocare a basket in un college, Sketaah, che accudisce con commovente dedizione una pit bull da combattimento e Junior che segue come un’ombra i fratelli maggiori che da sempre si prendono cura di lui.
Il padre é emotivamente assente, affaticato dal lutto e dalla lotta quotidiana per tenere a galla la famiglia, impartisce gli ordini per rinforzare la baracca con assi di recupero e per fare scorte di viveri e acqua ma sono i fratelli ad occuparsi gli uni degli altri, sostenendosi e guardandosi le spalle con una sollecitudine brusca, priva di smancerie che chiude il cerchio nell’ultima pagina e, nonostante la devastazione materiale, apre alla speranza.

Rimarremo seduti qui finché non ci verrà sonno, e poi rimarremo qui finché non ci faranno male le gambe, finché Junior non si addormenterà tra le braccia di Randall, e Randall gli sosterrà con il gomito il collo fragile, ciondolante. Randall starà attento a Junior e Big Henry starà attento a me e io starò attenta a Sketaah e Sketaah non starà attento a nessuno di noi. Lui starà attento al buio, alle case devastate, agli elettrodomestici infangati, alle cime degli alberi intorno con le foglie che muoiono perché non hanno più radici. Alimenterà il fuoco per farlo ardere come un faro. Rimarrà in ascolto, in attesa di sentire la coda che batte, le zampe che affondano nel fango.

Una prosa musicale che sa essere abrasiva come carta vetrata e un racconto poetico e crudo al tempo stesso dove gli affetti non trovano quasi mai la strada per divenire suono e i legami più profondi si cementano nel silenzio.

Viv

Il manoscritto

Franck Thilliez, Il manoscritto, Fazi

Thriller alimentare che si fonda su una premessa direi pretestuosa.
Il romanzo postula infatti il ritrovamento di un manoscritto incompiuto, opera di un famoso scrittore defunto. Della stesura delle ultime dieci -cruciali- pagine, quelle in cui si dipana il mistero, si incarica il figlio che, ammettendo di non possedere il talento paterno, sembra quasi voler mettere le mani avanti rispetto ad un finale che non potrà incontrare il favore di un vero amante del thriller. A questo proposito ho in mente Hjorth & Rosenfeldt, che già consigliai come strenna natalizia, o il francese Lemaitre, ugualmente crudo rispetto a Thilliez ma ben più abile cesellatore di caratteri.

Il romanzo di Thilliez, dopo il suddetto prologo, costruisce una complessa impalcatura in cui si intrecciano la sparizione di alcune giovani ragazze, il ritrovamento di un cadavere brutalmente mutilato, le indagini di un detective stropicciato comme il faut e la tragedia familiare di una scrittrice sotto pseudonimo, madre di una delle ragazze scomparse, il cui ultimo romanzo ricalca il manoscritto che il lettore sta leggendo e per il quale, per non farsi mancare nulla, viene anche accusata di plagio. Insomma l’autore si gioca la carta del romanzo nel romanzo tentando la via delle scatole cinesi.

Beninteso, il libro è scorrevole e non è del tutto mal congegnato, vista poi la natura del gioco e i continui colpi di scena, una volta iniziato diventa difficile interrompere la lettura ma come detto nella prima riga si tratta di un thriller alimentare e certamente mi aspettavo di più.
Il dramma del lettore, infatti, si compie nelle fatidiche dieci pagine finali, quelle aggiunte, secondo premessa, dalla penna del figlio dell’autore del manoscritto. Qui si entra a gamba tesa nel regno dello “spiegone”: dieci pagine davvero fastidiose, che prendono per mano il lettore tirando le fila di tutta la faccenda.

Data l’inutilità della premessa iniziale riguardante il ritrovamento del manoscritto, la mia supposizione è che l’autore, conscio della debolezza del finale, abbia tentato un escamotage per dissociarsene almeno sul piano psicologico.

Viv

Saluti (poco) cordiali

Christophe Carlier, Saluti (poco) cordiali, Guanda

Quanto è facile dubitare dell’integrità del nostro vicino? Quanto velocemente un’allusione o peggio una calunnia può minare l’immagine di persone che conosciamo, in fondo, solo superficialmente? Quale grado di compiacimento si può trarre anche dalla sola supposizione di una debolezza altrui?

I “Saluti (poco) cordiali” cui allude il titolo, sono quelli che cominciano ad arrivare per posta ai residenti di un’isola affacciata sulle coste bretoni, rivelando piccoli segreti scomodi o dando semplicemente voce a supposizioni senza fondamento. Poche frasi, cesellate ad arte in forma anonima, che finiscono col creare un vero e proprio dissesto in una piccola comunità in cui tutti si conoscono da sempre e i turisti sono accolti senza troppo entusiasmo.

Gli isolani sono diventati persone che si osservano. Hanno rotto il felice patto di indifferenza che li teneva uniti attraverso legami allentati. 

Sia chiaro, nulla che possa configurarsi come reato: si tratta più che altro di domande allusive che spingono a guardarsi le spalle, che seminano insicurezza e sfiducia. In fondo anche l’indelicatezza è una forma di intimidazione. 
Il mandante, il “corvo”, deve necessariamente celarsi dietro un volto noto, qualcuno con cui ci siamo attardati a scambiare due parole, che ci osserva dietro le tendine di pizzo, che ascolta le conversazioni al bar del porto. La sua maldicenza è subdola, preferisce le zone grigie in cui si accumulano piccole  corruzioni, infime deviazioni. Quel purgatorio in cui la coscienza, a metà tra voluttà della colpa e ricerca del perdono, geme. 

Il romanzo è breve ma, per come é strutturato il racconto, sarebbe stato auspicabile asciugarlo ulteriormente, non tanto perché l’atmosfera non sia resa adeguatamente, quanto per la ripetitività dello schema che si dilunga orizzontalmente e non cambia registro nemmeno quando viene rivelata l’identità del “corvo”. I personaggi sono tutti sullo stesso piano, in una coralità democratica che è funzionale ma priva di accenti.
Tutto considerato resta una lettura veloce e a suo modo non spiacevole (sempre che non dobbiate commisurare il vostro gradimento ai 17 euro del prezzo di copertina, nel tal caso ne uscireste inevitabilmente in perdita).

Allusioni e calunnie hanno grande efficacia proprio perché basta loro annidarsi in quella zona d’ombra che ciascuno riconosce senza troppa fatica dentro di sé, anche in forma di pura potenzialità.
La fiducia è quanto di più labile esista e difatti, integralmente, la si concede a pochissimi.

Viv