Penelope Poirot fa la cosa giusta

Becky Sharp, Penelope Poirot fa la cosa giusta, Marcos y Marcos

Da tempo tenevo d’occhio questo volumetto attendendo che Marcos y Marcos capitolasse alla versione digitale. Le loro edizioni cartacee sono belle e molto curate ma, anche se si tratta di una lettura gradevole, a conti fatti avrei rimpianto i 17 euro del prezzo di copertina.

Sotto lo pseudonimo di Becky Sharp -omaggio alla seducente manipolatrice di Thackeray- si cela un’autrice italiana e italiana è anche l’ambientazione sulle colline del Chianti, in una di quelle cliniche salutistiche a cinque stelle che si prefiggono di restituire l’equilibrio mentale e fisico dei loro ospiti a prezzi tutt’altro che ragionevoli.

Ed è proprio a ridurre lo stress e il colesterolo accumulato con il suo lavoro di critica gastronomica che punta Penelope Poirot, una donnina a forma di krapfen dall’eccentrica chioma fiammeggiante nelle cui vene scorre il sangue del ben più celebre investigatore belga. Solo il sangue beninteso, perché le cellule grigie di cotanta discendente non hanno alcuna predisposizione investigativa e Penelope si lascia facilmente abbindolare dalle apparenze traendo conclusioni fantasiose e melodrammatiche.
A far da contraltare alla sua straripante e dispotica personalità è la segretaria fresca di nomina, Velma Hamilton, trentacinquenne inglese che coltiva con piccoli cedimenti uno spirito da zitella e che, in grazia della sua ottima conoscenza della lingua italiana, è stata scelta come accompagnatrice in questa vacanza.

Vessata dalla prosopopea di una datrice di lavoro che non si fa scrupolo ad esprimere giudizi taglienti su tutto e tutti, Velma impara rapidamente l’arte del sottoposto: tace di fronte alle provocazioni e finge di ignorare le debolezze di colei che la paga e che si picca, per esempio, di negare il vizio del fumo stigmatizzando con supponenza chi ne è vittima.

“Hamilton, si vede che lei è vissuta nella bambagia: non conosce il mondo, non conosce, l’ulcera, non sa cos’è lo stress”.
Seduta alla toilette della sua suite, tra broccati rosa antico e mobili tardo Ottocento, Penelope si aggiustava l’ardito chignon e si studiava dallo specchio.
Dietro le lenti, i miei occhi restarono inespressivi. Non sono un’ipocrita, ma quando l’ipocrisia diventa questione di sopravvivenza, due lenti da miope possono rivelarsi una risorsa preziosa.

Se la trama investigativa non si ispira alla logica più stringente e non crea dipendenza vanno però segnalati positivamente degli aspetti relativi alla stesura: un certo movimento della narrazione che è affidata inizialmente a Velma e che ci consente di conoscere attraverso i suoi occhi l’esuberanza di Penelope e alcune pagine di raccordo tra i vari capitoli che colgono i vari personaggi in momenti privati e trasformano, per così dire, il lettore in un osservatore che spia dal buco della serratura.

Sono propensa a credere che, così come in altre serie che sposano l’intreccio giallo alla commedia- mi viene in mente il personaggio di Agatha Raisin– i romanzi successivi aumentino il gradimento fidelizzando il lettore ai protagonisti e alle loro piccole idiosincrasie.

In questo caso non sarà difficile verificarlo, dal momento che Penelope Poirot è già disponibile con due nuove avventure sempre edite da Marcos y Marcos.

“Soffre di adenoidi, Velma?” “No, madam”. “E allora perché se ne sta con la bocca spalancata, come un’inglese di mezza età? È sconveniente mostrare un’aria tanto stupita. Fa molto provinciali all’estero”.

Da mettere in valigia nel primo week end in fuga dalla città.

Viv

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Il sospettato X

Keigo Higashino, Il Sospettato X, Giunti

E’ più difficile trovare la soluzione di un problema o stabilire se la risposta di qualcun altro allo stesso problema sia corretta?
Per dirla in termini matematici, si parla di P=NP ma, se su questo enigma verte la soluzione di questo giallo, non occorrono competenze specifiche per la lettura del libro di Keigo Igashino.
Scritto da un ingegnere di Osaka nel 2005, “Il sospetto X” è disponibile dal 2012 sul catalogo Giunti. In Italia l’autore è poco conosciuto ma in Giappone il romanzo è stato un vero e proprio caso editoriale.
Ambientato nei quartieri di Tokio, è un giallo che si gioca sul duello tra due grandi menti logiche: l’una elabora l’alibi perfetto, l’altra si adopera per smascherare l’inganno.

Come negli immortali gialli televisivi del tenente Colombo, il delitto si consuma sotto ai nostri occhi nelle prime pagine, dunque sappiamo fin dall’inizio chi siano colpevole e vittima.
Quel che invece non sappiamo è come il complice abbia deciso di sbarazzarsi del cadavere e quali espedienti abbia escogitato per depistare le indagini di polizia.

Chi ordisce questa trama è Tetsuya Ishigami, genio matematico di grande intuito e disciplina, il suo movente è l’affetto che nutre per la vicina di casa, Yasuko Hanaoke, che desidera proteggere.
Suo contraltare non è, come sarebbe lecito aspettarsi, l’ispettore che conduce le indagini ma, per così dire, un collega, laureato in fisico ed ex studente dell’Università Imperiale come Ishigami.
Manabu Yukawa è un’altra eccellenza logica ed è già stato chiamato in passato a far da consulente per la polizia.
Inizialmente incuriosito dal fatto che una sua vecchia conoscenza sia vicino di casa della vedova della vittima, Yukawa avvicina Ighiguro e gradualmente tra i due si instaura una partita a scacchi fatta di strategie e piste false.

Per scovare l’inganno di una mente razionale ne occorre un’altra altrettanto brillante e questo è esattamente lo scenario in cui si muovono i due studiosi.
Niente colpi bassi, la lotta è tutta intellettuale e i due avversari si fronteggiano con rispetto e una certa qual benevolenza, tanto che anche il lettore si ritrova a simpatizzare trasversalmente tanto con i colpevoli quanto con chi cerca di scoprire la verità. La cosa risulta ancora più inevitabile perché non ci sono “cattivi” in senso stretto, se si sorvola su un uso colpevolmente strumentale della vita altrui che riesce a passare quasi inosservato grazie al comportamento misurato e quasi impersonale del protagonista.

L’ambientazione è sicuramente uno degli aspetti meno scontati di questo giallo che apre una finestra su alcune consuetudini nipponiche: l’abitudine ancora diffusa, sebbene in calo, di non legare le biciclette, i locali notturni per soli uomini in cui è possibile essere intrattenuti senza secondi fini da ragazze nubili e madri di famiglia, come è il caso della protagonista femminile, o l’uso di elettrodomestici a noi sconosciuti come le tovaglie termiche, utilizzate per scaldare le gambe di chi siede al tavolo.
Se le descrizioni della toponomastica cittadina risultano talvolta poco comprensibili bisogna riconoscere che l’esiguità dei personaggi aiuta a memorizzare nomi che ad un europeo risultano inevitabilmente ostici mancando la consuetudine a riconoscerli secondo un genere maschile o femminile.

Nell’insieme una scrittura dalle maglie larghe, che non ha nulla dei ritmi serrati dei polizieschi americani e in cui anche i personaggi riflettono il riserbo della cultura giapponese e si concedono con grande riservatezza.

Viv

La regola dell’equilibrio

Gianrico Carofiglio, La regola dell’equilibrio, Einaudi

Il potere -ogni forma di potere- è una cosa accettabile solo se è trasparente, pulito, se è esercitato in modo uguale per tutti.

Quinto romanzo costruito intorno alla figura riuscitissima dell’avvocato Guido Guerrieri.
Lessi i precedenti molti anni fa quando Carofiglio pubblicava ancora con Sellerio -belli i romanzi e belli quei libriccini blu dalle pagine color crema- ma il tempo non ha offuscato il ricordo di uno dei personaggi più convincenti che mi sia capitato di incrociare.

Con questo romanzo Carofiglio si allontana dal legal thriller per approdare a toni più intimisti con un personaggio in piena maturità che si interroga sulla deriva della sua vita negli anni a venire, sul senso della professione e sui valori dell’etica. Ed è proprio alla deontologia, all’equilibrio tra regole e morale, che si riferisce il titolo del romanzo.
Sulla soglia dei cinquant’anni, il Guerrieri di questo romanzo é un uomo che indulge a riflessioni malinconiche e comincia a guardarsi indietro come chi sa di aver percorso più di metà del viaggio.
Il ritmo stesso della narrazione è il riflesso di questo colloquio interiore in un ritmo che talvolta rasenta la staticità, che fa spazio alla vita e ne segue le anse.  Se non si resta “appesi”, per così dire, alla fine di ogni capitolo in attesa del successivo, si vive però intensamente, insieme a Guerrieri, il dilemma etico di ogni giurista e le piccole -grandi- ipocrisie che si nascondono anche dietro ragionamenti apparentemente apollinei.
Come armonizzare le regole della legge e le esigenze della giustizia senza cadere nell’arbitrio e nella prevaricazione?
Questo tema è sviluppato nelle pagine centrali del romanzo quando il magistrato accusato di corruzione di cui Guerrieri ha assunto la difesa tiene un seminario su “Etica e ruoli nel processo penale” a cui siamo invitati anche noi lettori.

Il romanzo è ricco di citazioni, dotte e popolari, che spaziano da Dostoevskij, Brecht e Hannah Arendt passando per due Umberto del pop italiano; inoltre, inseguendo uno scambio di battute,  sono approdata con una veloce ricerca in rete ad una interessante serie di  fotografie della  “Casa sulla cascata” di Frank Lloyd Wright, e poi ditemi se questo, dal punto di vista dell’accesso alla cultura,  non é il migliore dei mondi possibili.
A far da sfondo, come sempre, la città di Bari e le passeggiate in notturna, il sacco da boxe, interlocutore privilegiato di Guerrieri, e una piccola -e molto discreta- digressione romantica.

La giustizia è imperfetta e il romanzo di Carofiglio ha un retrogusto amaro.
Non sceglietelo se cercate un romanzo d’azione ma se non disdegnate intrattenervi con questioni legate all’etica del diritto certamente troverete pane per i vostri denti con una lettura godibile, lontana dal saggio paludato.

Viv

Prima di sposarti ero molto più in forma

Ring Lardner, Prima di sposarti ero molto più in forma, Mattioli 1885

Se non sapete chi sia Ring Lardner vi do un paio di indizi. Fu amico di Francis Scott Fitzgerald che si ispirò a lui per uno dei personaggi in “Tenera é la notte” ed é citato dal giovane Holden come il suo secondo scrittore preferito.

Salinger a questo proposito fa affermare al suo protagonista che i libri che lo lasciano senza fiato sono quelli che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.
Con questi presupposti sarebbe lecito aspettarsi grandi cose dal suo secondo scrittore preferito. Tuttavia, se riflettiamo sul fatto che che al primo posto Holden citava suo fratello l’universo riprende a girare con la consueta inerzia.

Battute a parte, i tre brevi racconti di cui si compone questo libriccino non raggiungono vette da top ten ma non sono neppure privi di qualche arguzia. Come si intuisce dal titolo, che riprende una frase del primo racconto, protagonista é il matrimonio: gli entusiasmi iniziali, la noia, le piccole routine che col passar degli anni diventano sempre meno sopportabili.

Il primo racconto è una sorta di diario di viaggio in cui il marito descrive la vacanza a St. Petersburg, con cui la coppia ha festeggiato i cinquant’anni di matrimonio.
Toni colloquiali e sbrigativi che seguono il filo dei pensieri esattamente come in un resoconto verbale, e delineano con una certa ironia i caratteri dei due coniugi: la condiscendenza di lei, che pure vuole sempre avere l’ultima parola e la micragnosità di lui, che conteggia ogni spesa. Diverte la debolezza tutta maschile, chiamarla gelosia sarebbe nobilitarla, di volersi dimostrare superiore ad un antico corteggiatore della moglie cercando di primeggiare nei semplici intrattenimenti che riempiono le loro giornate. Dei tre è il racconto meno amaro, quello in cui si scorge qualche piccola concessione al sorriso.

Il secondo racconto raccoglie le lettere che una giovane moglie scrive alla sua amica del cuore durante la luna di miele. Nel mentre, il giovane marito la reclama tutta per sé, chiedendo insistentemente tutta la sua attenzione e isolandola da tutto e da tutti. Anche qui più che di gelosia convien parlare di possessività.
Tre anni dopo, la corrispondenza riprende in occasione di una nuova vacanza negli stessi luoghi ma lo scenario ci mostra una donna spenta, abbandonata a se stessa da un uomo che, con scuse sempre meno verosimili, cerca la compagnia di altre donne. I toni sono salaci ma non si sorride di fronte alla disperazione piena di dignità con cui la moglie chiude la sua ultima lettera prima di tornare a casa, sola.
Ti prego di venire, Esther. Qualunque giorno mi va bene, e prima sarà, meglio è, basta che tu non mi dica di no.

Il terzo racconto è il più claustrofobico sul piano matrimoniale: la routine quotidiana accanto a un uomo noioso che ripete sempre gli stessi aneddoti, dimentica gli anniversari e riempie il silenzio delle serate che la moglie vorrebbe dedicare ai suoi solitari con la lettura ad alta voce del quotidiano locale.
Prevedibile fino all’appiattimento di ogni slancio Louis è anche previdente in modo esasperante.
Louis era convinto che valesse la pena risparmiare per i giorni di pioggia, così da anni sua moglie sperava che arrivasse prima o poi la pioggia a salvarla. 

La scrittura é asciutta, l’umorismo gioca con il senso del ridicolo e si appoggia più al sarcasmo che all’ironia. Lettura velocissima e, malgrado le tematiche, poco impegnativa.

Viv

L’estate prima della guerra

Helen Simonson, L’estate prima della guerra, Neri Pozza

L’ho iniziato dimentica di aver letto in precedenza un altro libro della stessa autrice ma, poiché la lettura risale a più di un decennio fa -e direi che a spanne sono passati un migliaio di libri- qualche défaillance ci può stare.
Ricordo il precedente, “Una passione tranquilla”, come un romanzo garbato, dalla cadenza lenta ma non spiacevole e qui non siamo molto distanti dagli aggettivi che utilizzerei se non fosse che la prima metà se non addirittura i due terzi sono davvero molto statici, cosa di cui tener conto trattandosi di un volume di oltre cinquecento pagine.

Come suggerisce il titolo, la vicenda è ambientata a ridosso della Prima Guerra Mondiale.
Ci troviamo a Rye, un paesino del Sussex, dove dapprima gli equilibri vengono turbati dall’arrivo di una nuova insegnante di latino, troppo giovane e carina per definirsi zitella secondo i dettami del ruolo, in seguito dalla notizia dell’attentato a Sarajevo e dall’arrivo dei primi rifugiati dal Belgio.
Sull’accoglienza agli sfollati in particolare si giocano gli equilibri di potere che contrappongono le personalità di maggior spicco nella vita della comunità.
Si delineano sin da subito quali siano i personaggi positivi e quali i negativi e la vicenda si snoda tra i dispettucci delle Dame, la generosità degli uni e la grettezza degli altri.
La guerra inizialmente sembra solo un nuovo palcoscenico per le dinamiche del paese.
L’intera comunità, chi per spirito solidale chi per non sfigurare socialmente, si impiega per dare il proprio contributo alla causa bellica con festicciole, parate e l’allestimento di un ospedale militare in cui, per decoro, si ambirebbe ospitare solo ufficiali inglesi.
In quell’angolo sonnolento della campagna inglese non si percepisce sin da subito la gravità del conflitto, e tanto meno se ne immagina la durata, ma quando i giovani del paese cominciano ad arruolarsi e i necrologi si riempiono dei loro nomi cambia la percezione collettiva e da notizia di cronaca la guerra diventa tragedia privata.

Malgrado Beatrice Nash, l’insegnante di latino, venga presentata come figura centrale si muove in un contesto corale.
Intorno a lei si definisce via via un affresco che prende vita attraverso i dettagli e, rovistando tra le pieghe nascoste della società inglese del Primo Novecento, ci scontriamo con la mentalità ristretta di un’epoca che non riconosceva ad una giovane donna nubile l’autonomia per gestire la piccola rendita lasciatale dal padre, con il pregiudizio che impediva ad uno studente, ancorché qualificato più di altri, di ottenere una borsa di studio perché di etnia rom, con la dubbia moralità di un paese che, di fronte ad uno stupro commesso da un ufficiale nemico, riteneva ancora doveroso stigmatizzare la vittima.

Pubblicato nel 2016 “L’estate prima della guerra” è un romanzo descrittivo privo di sensazionalismi, il ritmo aumenta insieme al coinvolgimento nel conflitto e l’ultima parte si legge con maggiore rapidità e un trasporto superiore.
Non è lettura da grandi entusiasmi e non tiene propriamente incollati alle pagine ma restituisce bene il quadro di insieme e riverbera il dolore del conflitto con garbo e compostezza.

Viv

Quello che non ti ho mai detto

Celeste NG, Quello che non ti ho mai detto, Bollati Boringhieri

Celeste NG ritorna tra le mie letture con “Quello che non ti ho mai detto”.  Ho cominciato in gennaio con “Tanti piccoli fuochi” e a distanza di un mesetto sono andata a cercare anche il suo libro di esordio.

Romanzo introspettivo e intenso, indaga sulla morte della figlia sedicenne di una coppia mista nell’America degli anni Settanta. Casalinga americana lei, cinese di seconda generazione lui, vivono un’apparente normalità con i loro tre figli che, in una comunità di adolescenti biondissimi, spiccano per i loro occhi a mandorla.

A partire dalla mattina in cui Lydia scompare, in un rimando tra passato e presente, viene ricostruito il non detto, i sottili legami che come lacciuoli invisibili hanno imprigionato ogni membro della famiglia Lee.
Scritto con grande approfondimento dei caratteri, “Quello che non ti ho mai detto” non è il solito lezioso romanzo americano in cui un’adolescente muore e gli adulti cercano risposte in bilico tra thriller e psicodramma. Non ci sono passaggi forzati, i nodi si intrecciano intorno alle vittime e intorno al lettore con la stessa inesorabile naturalezza che tante volte ci impedisce di invertire dinamiche tossiche di cui siamo consapevoli in modo confuso.

Il padre, docente di storia americana, soffre da sempre il marchio della diversità. Figlio di immigrati, pur non conoscendo altra Patria che quella in cui è nato e cresciuto, si è sempre percepito come un estraneo. Vorrebbe un figlio maschio più intraprendente e non riesce a perdonare al primogenito Nath quelle stesse debolezze in cui si riconosce ma è Lydia, la figlia di mezzo, che catalizza le energie e le aspettative dei genitori, in particolar modo della madre che proietta su di lei le proprie frustrazioni professionali.
In nome di una promessa che ha il sapore di un voto esaudito, fin da bambina Lydia si è convinta che, per tenere unita la famiglia, dovesse compiacere la madre e farla felice.
Ad ogni sua richiesta da allora ha sempre risposto con dei sì che hanno finito per piegare le sue inclinazioni al futuro che la madre avrebbe voluto per sé.
Se Lydia porta il peso dell’equilibrio familiare sia Nath che la piccola Hannah sono dolorosamente consapevoli del loro ruolo subordinato e non ignorano il dramma che patisce la sorella, che si è ritrovata cucita addosso una gabbia di anno in anno sempre più stretta.

Il valore aggiunto di questo romanzo è nella capacità di regalare ai personaggi un’autenticità che va oltre la pagina scritta, di dare una voce coerente alla loro solitudine.
In particolare è toccante il ritratto della sorella più piccola. Hannah, arrivata a cementare il matrimonio dopo un periodo di crisi culminato con la fuga della madre è la figlia invisibile di cui nessuno si cura, colei che meglio comprende le sfumature del non detto ed è senza dubbio su di lei che converge la speranza di un nuovo equilibrio.

Non ci sono cattivi in questa storia, ci sono adulti non risolti e adolescenti che, per definizione, non possono esserlo. Tutti tentano di fare la loro parte, ma se c’è un piccolo insegnamento, da osservatori esterni di un dramma che non è puramente letterario, è che a volte è necessario assicurarsi che i figli non finiscano stritolati dal nostro silenzio, perché non hanno gli strumenti per capire che la sofferenza dei genitori non è responsabilità loro e perché non devono farsene carico, non più di quanto accada inevitabilmente per lo meno.

In questo romanzo si intersecano elementi esterni alla famiglia -l’emancipazione femminile e l’integrazione razziale- a drammi personali che agiscono sul singolo e si riverberano in un gioco di specchi sugli altri componenti della famiglia. Su tutto aleggiano gli eterni dilemmi che ogni genitore finisce col porsi presto o tardi nei confronti dei figli.
Fin dove è lecito spingersi nel manifestare legittime aspettative senza soffocare la prole con proiezioni che sono solo nostre? E non parlo solo dell’eterno quesito riguardo a cosa faranno da grandi ma anche di che tipo di adulto vorranno essere, di quali limiti ci costringeranno ad accettare col sorriso o a denti stretti, di quanto si discosteranno da ciò che rappresenta il nostro ideale umano. Al di là dei nostri desideri, non tutti i figli sono capaci di trovare la felicità o di trovarla seguendo percorsi che sarebbero i nostri ed esistono moltissime strade per vivere e sopravvivere.
Questo è quello che lascia questo romanzo, tante domande, qualche risposta e la consapevolezza di dover lottare per riempire quei silenzi che a volte vengono così male interpretati anche tra persone che si vogliono bene.

Viv

Invidia il prossimo tuo

John Niven, Invidia il prossimo tuo, Einaudi

“No good deed” ovvero nessuna buona azione (resterà impunita). Il titolo inglese prefigura meglio di quello italiano quel che accade in questo romanzo di John Niven, caustico autore scozzese di “A volte ritorno”.

Alan critico gastronomico, con una vita ben oliata e una famiglia più che borghese -moglie di estrazione nobile, tre figli in scuole esclusive, personale di servizio, una serie di ottimi investimenti all’attivo e un pizzico di buona sorte- incontra per strada un amico di infanzia, l’amico  brillante che sembrava destinato al successo e alla fama, ridotto a vivere come un barbone.
In nome dei vecchi tempi e di quel compiacimento innocuo seppur privo di onore che scalda il cuore del gregario allorché si scopre destinatario di una piccola rivincita, lo accoglie in casa e lo aiuta a risollevarsi. Craig si inserisce nella vita di famiglia mantenendo un profilo basso che tuttavia non elimina qualche piccola stonatura -per esempio quei sorrisetti complici con la figlia adolescente ribelle che agli occhi del padre hanno il sapore della derisione- e pian piano riemergono, insieme alle rivalità del passato, le dinamiche che avevano caratterizzato i rapporti di forza tra i due amici.

Da qualche parte in cuor suo Alan sapeva che tutti i soldi e la fama immaginabili non potranno mai riprogrammare il modo in cui ci siamo definiti da ragazzi.  

Insomma, se sei stato il ragazzino insicuro in cerca di approvazione, anni di successi possono essere spazzati via da quel certo sguardo che rimette a posto l’universo. E Alan comincia a sentirsi sotto assedio, perché, mentre la vita di Craig riprende a decollare, contro di lui si accanisce una sorte avversa che colpisce su tutti i fronti.
Ma si tratterà davvero solo del Caso?

In questo senso Niven cavalca una struttura non originalissima ma ben equilibrata, che asciuga il dramma senza tirarlo inutilmente in lungo.
Pur senza tentare un vero approfondimento, il romanzo ripercorre la strada dell’indagine sociologica con toni brillanti e dissacranti, mettendo a nudo come la complicità degli anni adolescenziali spesso sia segnata da sentimenti di forte ambivalenza che restano immutati nel tempo.

Come verifica la giornalista amica di famiglia che intervista Craig e sceglie di ignorare il suo sesto senso per assecondare il taglio buonista suggerito dalla linea editoriale dietro il pezzo da scrivere sulla forza dell’amicizia, ce n’era un altro diverso e migliore. Uno sulle strane correnti e gli abissi oscuri che si nascondono sotto la superficie di molte amicizie di lunga data, soprattutto quelle che hanno a che fare con drammatici rovesci di fortuna.

Insomma, nessun successo personale è paragonabile al piacere di assistere all’insuccesso dei propri nemici e talvolta persino dei propri amici. Buona invidia a tutti.

Viv