Sotto la pelle

Michel Faber, Sotto la pelle, Einaudi

“Sotto la pelle” precede “Il petalo cremisi e il bianco”, romanzo ambientato nella Londra vittoriana di cui, dopo ben oltre un decennio, ricordo poco ma che non dovette entusiasmarmi granché poiché me ne disfai.

Dietro l’apparente normalità di un’atmosfera quasi ipnotica si dipana un racconto macabro che media noir e fantascienza. Si avverte sin da subito che il punto di vista della protagonista non è sovrapponibile alla nostra esperienza umana ma solo verso la metà del romanzo si arriva a comprendere chi sia Isserley e per quale motivo percorra le strade delle Highlands a bordo della sua utilitaria caricando autostoppisti maschi che narcotizza e consegna alle “cure” dei suoi colleghi.

Vorrei evitare di soffermarmi sull’idea di fondo che, in una trama straordinariamente scarna, resta l’unico aspetto originale di un romanzo che, a mio avviso, avrebbe avuto maggiore impatto se condensato in un racconto lungo. Mi limiterò a offrire alcuni spunti per aiutarvi a decidere se possa essere o meno il libro adatto a voi.

Cosa accadrebbe se da cacciatori ci scoprissimo prede? Cosa rende legittime le nostre scelte alimentari, i nostri allevamenti intensivi, la nostra mancanza di empatia, l’assenza di pietà?
Cosa giustifica un guadagno che si fonda sui capricci di una élite incapace di moderarsi?

Gli esseri umani faticano a riconoscere uguale dignità agli interspecies, figurarsi ad esseri viventi con caratteristiche molto diverse, men che meno se questo riconoscimento interferisce con interessi economici e rapporti di potere. Il dato confortante è che cambiando la prospettiva cambia anche la nostra consapevolezza, tanto più che Isserley parla di sé e dei suoi simili in termini umani il che sposta il punto focale nella dicotomia vittima-carnefice.

Isserley osservò il messaggio che diceva PIETÀ. Era una parola che aveva incontrato raramente nelle sue letture e mai in televisione. Per un istante si lambiccò il cervello nel tentativo di tradurla poi realizzò che, per puro caso, la parola risultava intraducibile nella sua lingua; era un concetto che semplicemente non esisteva.

La mia non vuol essere una posizione animalista tout court anche se dati ormai inconfutabili ascrivono al consumo di carne e di derivati animali la responsabilità maggiore nelle emissioni di Co2 che stanno mettendo in pericolo il nostro pianeta. In questo caso il passo è ancora precedente, ovvero bisogna innanzitutto chiedersi chi siano gli animali e chi esseri umani e a che titolo e in che modo si possa disporre degli uni e degli altri.

Con i vodsel il guaio era che la gente che non li conosceva poteva equivocare i loro gesti. La tendenza era di antropomorfizzarli. Un vodsel poteva compiere qualcosa di simile a un’azione umana; emettere gemiti di sofferenza, o supplicare, e questo portava l’osservatore ignorante a trarre conclusioni affrettate.

Chi siano i vodsel non è difficile intuirlo.

Spunto interessante che capovolge il punto di osservazione ma è un peccato che il libro di Faber riduca l’idea iniziale a un racconto superficiale e un po’ ripetitivo, in cui anche il finale arriva in modo quasi casuale senza suscitare il minimo coinvolgimento. Dietro i tormenti di Isserley non c’é un pensiero filosofico e poco scopriamo nel corso della vicenda anche della sua vita passata e del mondo da cui proviene.
Disturbante? Sì e no, in realtà è prevalsa la delusione sul piano letterario ma io sono solo una goccia nel mare.

Viv

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I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo

Elif Shafak, I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo, Rizzoli

L’impianto narrativo è già tutto nel titolo. Il cuore di Leila si è fermato ma i suoi pensieri coscienti continuano ad aggrapparsi al presente e sorvolano ricordi passati: ogni minuto un aroma e ogni aroma un ricordo che restituisce dignità alla prostituta riversa scompostamente in un bidone dei rifiuti in un vicolo di Istanbul.
Leila Tequila -soprannominata così dalla tenutaria del bordello perché manda giù le asprezze e le amarezze come shottini di tequila– all’inizio della sua vita era solo Leyla, figlia di una madre troppo giovane e insicura per opporsi alle decisioni dispotiche del marito poligamo che, nel mito del figlio maschio, cede la figlia primogenita alla moglie di primo letto.

La sua infanzia si consuma tra i profumi domestici, le menzogne intorno alla sua nascita, gli opprimenti divieti imposti dalla religiosità ottusa del padre e le attenzioni morbose di uno zio pedofilo. Appena adolescente fugge lasciandosi alle spalle la famiglia di origine e la ipsilon del suo nome, Istanbul la trasforma in preda.

I ricordi di Leila ci accompagnano con delicatezza in un mondo di emarginati e il romanzo si raccoglie intorno alle figure di pochi fedeli amici, cinque in tutto, che cercheranno di darle una sepoltura dignitosa sottraendola al Cimitero degli Abbandonati, luogo che esiste realmente e di cui è allegata una foto a margine del testo.

Un romanzo con una prima parte coinvolgente -che si spinge ben oltre la metà del libro- e un finale in tono minore che inserisce qualche elemento grottesco e meno verosimile.
Protagonista la città di Istambul e le sue donne, in un difficile equilibrio tra modernità e tradizione, dove consuetudini orientali millenarie si scontrano con aneliti all’inclusione europea.
Si respira a tratti un’allegria scombinata e agrodolce alla Özpetek in cui gli emarginati non sono diversi e nemmeno alternativi, sono semplicemente “famiglia”, quella disattesa dai legami di sangue.

Viv

Il KonMari e l’arte svedese del “Döstadning”

Margareta Magnusson, L’arte svedese di mettere in ordine, La nave di Teseo

È sempre utile ricordare che il fatto che un libro finisca sulle pagine di questo blog non ne fa automaticamente un consiglio di lettura.
Questo librino, incrociato per caso su Audible, è un insolito e ardito manualetto che non ricalca pedissequamente il filone, per altro sfruttatissimo, inaugurato dall’ormai notissima Mari Kondo sull’arte di sistemare al meglio gli spazi abitativi.

Per quanto mi riguarda sono minimalista per natura e in molte occasioni mi è capitato di precisare che l’essenzialità di cui generalmente mi piace circondarmi si ferma, senza se e senza ma, sulla soglia della mia craft room: pochi metri quadri in cui mi trasformo in un’accumulatrice seriale che lotta quotidianamente -e felicemente- con l’entropia.

Ma torniamo a Margareta Magnusson e a “L’arte svedese di mettere in ordine”.
Nessuna meraviglia che una svedese si occupi di organizzazione degli spazi, posto che la più importante azienda mondiale giallo-blu nasce dall’abilità nordica nell’ottimizzare spazi, impatto ambientale, trasporti, costi e design. Qui, tuttavia, a dispetto del titolo italiano, che omette ingannevolmente, trattasi di minimalismo pre-mortem. Ecco, ve l’ho detto.
Il sottotitolo fa riferimento genericamente a come sistemare la propria vita per alleggerire quella degli altri, ma vogliamo mettere il corrispettivo inglese “The gentle art of swedish death cleaning”? Diretto e inequivocabile.

Dunque di questo si tratta, ovvero di come svuotare le proprie case in vista della propria dipartita acciocché eredi e discendenti non debbano smistare per mesi le nostre cianfrusaglie, curiosando tra segretucci imbarazzanti, litigandosi i pezzi migliori, buttando incautamente oggetti di valore e soprattutto indirizzando alla nostra smania di accumulo pensieri che mal si sposano con i sentimenti di pia devozione che dovrebbero accompagnare il ricordo del caro estinto.
In questa estensione testamentaria che, diciamocelo, ha spirito prettamente femminile, non vengono lesinati consigli pratici per sgomberare le case familiari in vista di un ridimensionamento vedovile o, perché no, di un definitivo trasferimento in casa di riposo.
Allo stesso modo troverete suggerimenti per affrontare questi spinosi argomenti con i genitori anziani. Con tatto e cautela, beninteso, ma senza demordere nel caso la meravigliosa eventualità di liberarsi di tutti i loro averi superflui dovesse par loro eccessivamente radicale nonché prematura.
Insomma, chiosando sinteticamente “Cari mamma e papà, visto che, si spera il più tardi possibile, dovrete morire, che ne dite di disfarvi sin da subito di quel grazioso braccialetto, di quel trapano inutilizzato, di quel set di piattini dipinti a mano? Non per altro, ne avreste voi per primi un enorme beneficio in termini di spazio e di ordine oltre a dimostrarvi solleciti nei confronti del tempo futuro dei vostri eredi”.

Non so voi, ma io l’ho trovato involontariamente comico. Inutile dire che chi è accumulatore difficilmente si lascerà blandire dall’assennatezza di queste teorie mentre chi di suo è predisposto al minimalismo probabilmente già attua periodici sgomberi casalinghi ricavandone un benessere mentale oltre che pratico.

Disfarsi degli oggetti che ci hanno accompagnato per lunghi anni, mettere ordine in cartigli dimenticati, lettere d’amore, diari, fotografie, muove sentimenti sopiti, ricordi più o meno piacevoli e certamente non ha a che fare con il solo ordine esteriore. Lo sa bene l’autrice ultra ottantenne con cinque figli all’attivo e almeno altrettanti traslochi in vari continenti.
Insomma separarsi dalla propria vita passata non è cosa da poco e bisogna pensarci, o riderci su, per tempo.

Viv

Cambio di rotta

Elizabeth Jane Howard, Cambio di rotta, Fazi

Con “Cambio di rotta” esaurisco le opere di Elizabeth Jane Howard pubblicate ad oggi da Fazi. Se la saga dei Cazalet a furor di critica rappresenta l’indiscussa punta di diamante nella sua produzione letteraria, anche nei suoi precedenti romanzi è riconoscibile la medesima eleganza linguistica e la stessa raffinata analisi dei personaggi.

Cazalet esclusi, personalmente non ho particolarmente amato “All’ombra di Julius” che, complice anche la compressione temporale del racconto soffoca l’evoluzione dei personaggi, e ho invece molto apprezzato la struttura a ritroso de “Il lungo sguardo”, che spoglia via via i protagonisti delle sovrastrutture accumulate nel corso degli anni scegliendo di tacere il loro destino per indagarne le potenzialità sfumate.
“Cambio di rotta” direi che si è conquistato una posizione intermedia.

Il romanzo si sviluppa tra Londra, New York e un’isola greca al seguito di un drammaturgo sessantenne, di discreta fama e indomita infedeltà, e di sua moglie Lillian, di vent’anni più giovane. Ad accompagnarli passo passo, allestendo spettacoli teatrali, risolvendo difficoltà pratiche e sgranando tensioni di coppia, è il fidato tuttofare Jimmy, giovane orfano che nel suo datore di lavoro ha trovato una sorta di figura paterna. La devozione di Jimmy non vacilla di fronte ai reiterati tradimenti di Emmanuel, alla sua irresponsabile immaturità, e non si indebolisce di fronte al suo prolungato blocco creativo;  solo in seconda battuta, per lo più su richiesta di Emmanuel, i suoi servigi si estendono a Lillian, che ci viene inizialmente presentata come una donna nevrotica, dalla salute compromessa, segnata da un lutto che usa, non del tutto inconsapevolmente, per manipolare i sensi di colpa del marito.

Di colpo ho avuto una visione di noi tre bloccati in quella scena che si ripete all’infinito, nel nostro minuscolo mondo fatto di reciproche concessioni, equivoci elevati a tradizioni di famiglia e una specie di disagio idiosincratico. Em è voltato verso di me e per un istante ho creduto che la stessa visione fosse passata anche nella sua mente.

A sparigliare le carte in questo trio che funziona ormai come un ingranaggio ben oliato,  arriva Alberta Young, la nuova segretaria di Emmanuel.
Catapultata in un mondo di viaggi aerei e abiti da cocktail direttamente dalla canonica nel Dorset in cui ha vissuto col padre e i fratelli, Alberta ha tutta la spontaneità che manca a Lillian, è giovanissima e incontaminata, starnutisce quando è contenta e lo ammette con un delizioso miscuglio di pudore e semplicità.
Inevitabilmente conquista il cuore di Jimmy e quello di Emmanuel e, senza esserne consapevole, scatena la loro rivalità. Jimmy che fino a quel momento sembrava del tutto pago di vivere nell’ombra di Emmanuel teme che questi possa invaghirsi di Alberta e ancor più che la giovane sia soggiogata dal drammaturgo. Lillian, che ha sempre trovato giustificazioni ai tradimenti del marito, vede in Alberta una rivale che potrebbe segnare un punto di svolta. Alberta dal canto suo, sempre assennata, di buon carattere e coi piedi per terra pare del tutto ignara di trovarsi al centro di una piccola rivoluzione copernicana e somiglia a certe icone femminili di angelica -e stucchevole- modestia che popolavano i film degli anni Cinquanta.

Il romanzo alterna le voci dei quattro, che si raccontano in prima persona ad eccezione di Emmanuel, perno attorno al quale si muovono le vite degli altri personaggi, per cui l’autrice sceglie la terza persona soggettiva.
Al centro di una vicenda per certi versi statica, che sembra sfilacciarsi nelle lunghe riflessioni in solitaria di ciascuno, ci sono le relazioni incrociate tra i personaggi.
I pensieri indovinati, i dialoghi sottintesi, le verità taciute e le bugie manifeste reggono un minuetto ormai consolidato in cui ciascuno, fatta esclusione per Alberta che é l’elemento di rottura e al contempo il simbolo di un candore originario, recita una parte in copione.
Personaggi un tantino algidi ma meravigliosamente disegnati con una serie di annotazioni trasversali che trasformano piccole azioni irrilevanti in acute descrizioni dei tipi umani.

Viv

Longbourn House

Jo Baker, Longbourn House, Einaudi

Se mai vi siete chiesti quanti derivati cinematografici e letterari siano a qualche titolo debitori verso i romanzi di Jane Austen vi consiglio di dare un’occhiata al diario delle Lizzies che proprio di questo si alimenta e si sostiene. L’indotto creato da zia Jane con soli sei romanzi sembra inesauribile, soprattutto tenendo conto del fatto che non tutte le pubblicazioni vengono tradotte per il mercato italiano.

“Longbourn House” si colloca in questa scia con una riscrittura in parallelo di “Orgoglio e Pregiudizio” in cui protagonista é la servitù di casa Bennet, quella a cui la Austen non dedica più che qualche riga ma grazie alla quale i pasti della famiglia vengono serviti all’ora convenuta, i capelli arricciati in boccoli seducenti, le commissioni sbrigate anche con il tempo più inclemente.
Scendendo ai piani bassi non si accede solo alla cucina, si entra nel regno della lisciva e dei pitali e non è un caso che il romanzo inizi in un giorno di bucato mentre Sarah, la giovane domestica, combatte con il fango incrostato sull’orlo dei vestiti delle signorine.

Intorno a lei si snoda un racconto che, fatti salvi i punti di intersezione spaziale e temporale imposti dalla Austen, procede in modo del tutto autonomo. E così, a mio avviso, deve essere letto: senza troppe aspettative e, soprattutto, senza forzare un confronto che risulterebbe inutilmente ingeneroso ma inevitabilmente impietoso.

La residenza di Longburn non ha l’opulenza di Downton Abbey o di Gosford Park, i Bennet sono benestanti ma non possono permettersi il lusso di una servitù numerosa. L’acquisizione di un valletto -insolita in un momento storico in cui la mano d’opera maschile scarseggiava a causa delle guerre napoleoniche- è dunque motivo di vanto e distinzione per la famiglia. Per Sarah invece James rappresenta innanzitutto uno sgravio dai compiti più faticosi e, come ogni volto nuovo tra la servitù del circondario, un piacevole diversivo che accende la sua curiosità e la sua acerba voglia di piacere. Così, mentre al piano nobile -questa volta sullo sfondo- le signorine si struggono per amore, per un nastro, per un invito mancato, nelle cucine si intrecciano silenzi carichi di significato e per Sarah si affaccia il desiderio di una vita propria che non sia spesa solo a compiacere chi dà tutto per scontato.

Quand’era una ragazzina ed era ancora nell’età in cui si cresce e si ha sempre fame, ogni volta che c’era una torta -una delle torte di pan di Spagna spolverate di zucchero che Mrs Hill creava per magia da uova, farina e burro di panna- Sarah non si concedeva neanche di guardarla, perché sapeva che non era per lei. La portava di sopra, dove veniva ridotta in briciole, e le briciole sollevate dal piatto da un dito umido appartenente a un Bennet, e poi riportava indietro il piatto unto vuoto. Per tutto il tempo Sarah contemplava il tappeto sotto i suoi piedi, o il quadro di un cavallo con una testolina ridicola appeso alla parete in fondo all’ingresso, o le tende gialle e ondulate del salotto, e si sforzava più che poteva di non respirare per non sentì l’aroma di vaniglia, di limone o di mandorle. Anche la più piccola occhiata alla torta sarebbe stata un’agonia insopportabile.
Per mesi, pensò, James non l’aveva praticamente guardata. 

La riservatezza di James nasconde un passato doloroso e irrisolto e se inizialmente i due ricalcano i fraintendimenti del rapporto tra Darcy e Lizzy, alla fine, con un ribaltamento dei ruoli tradizionali, sarà proprio James ad essere salvato da un destino di solitudine e di rassegnazione grazie alla tenacia dei sentimenti di Sarah.

“Longbourn House” è un’operazione gradevole e dignitosa e, se è pur vero che ci troviamo in casa Bennet, ce ne dimentichiamo dopo poche pagine, infatti quanto più la storia si avvolge intorno al passato misterioso di James, tanto più i parallelismi si fanno sfumati.
Tuttavia è proprio nella seconda metà che il romanzo diviene meno coinvolgente -stavo per scrivere noiosetto ma forse è eccessivo- e si sente acutamente la mancanza della verve e delle splendide arguzie austeniane di cui a questo punto urge nostalgica rilettura.

Viv

La vita segreta degli scrittori

Guillaume Musso, La vita segreta degli scrittori, La nave di Teseo

Non è la prima volta che mi capitano per le mani i romanzi di Guillaume Musso.
Li ricordavo mediamente inclini al soprannaturale, costruiti intorno ad un colpo di scena finale commovente e, presi nel loro insieme, piuttosto ripetitivi. Non vorrei averne dipinto un quadro troppo severo ma diciamo che il mio interesse iniziale è scemato di lettura in lettura.
Nel frattempo é trascorso oltre un decennio e -mi son detta- Musso deve aver cambiato pelle visto che il libro si presenta come un thriller e in copertina campeggia un pennino intinto nel sangue.

Di fatto questo nuovo libro non ha nulla di ultraterreno, si indaga sul mestiere dello scrittore in termini di costi-benefici e si riflette sulla vocazione alla scrittura con numerose citazioni a latere. Il tutto avviene su un’isola affacciata sulle coste del Var, ipotetica versione di Porquerolles per lo meno dal punto di vista naturalistico, in cui un romanziere di chiara fama, si ritira a vita privata lasciando incompiuto il suo quarto libro.
Qui, cessata ogni attività letteraria e ogni contatto umano superfluo, Nathan Fawles si seppellisce per un ventennio senza concedere interviste e scomparendo agli occhi del mondo. Difficile resistere alla tentazione di leggere cause misteriose intorno ad un isolamento perseguito anche a colpi di fucile, dopo un folgorante successo e un premio Pulitzer.
A stanarlo arriveranno uno scrittore in erba, una sedicente giornalista e il ritrovamento del cadavere. Piano piano lo scenario idilliaco prende i toni del thriller e l’indagine lega a doppio filo il passato e il presente dei protagonisti.

L’ho letto in paio di pomeriggi -trattandosi di un thriller la curiosità ha sempre e comunque il sopravvento- ma la verosimiglianza è macchinosa e, tolta l’ambientazione che tocca i miei punti deboli, l’ho percepito come un prodotto costruito a tavolino mescolando soluzioni sbrigative o già sentite (penso al finale sconvolgente de “Il segreto dei suoi occhi”) ad un epilogo -mi riferisco espressamente al capitolo finale- che svuota l’architettura dell‘intero romanzo senza una ragione che non sia il capriccio di un espediente letterario. Non sono così digiuna di letture da non riconoscere nel meccanismo di scatole cinesi, una sottolineatura al ruolo demiurgico dello scrittore ma il risultato è fiacco e artificioso.

Dentro la mia testa sento la voce dell’autore che sussurra: ”Caro lettore, so che in fondo sei una creatura semplice e con una citazione o due posso gratificare il tuo ego mentre impigrisci sotto l’ombrellone dandoti l’illusione di leggere un romanzo intrigante che esibisca tematiche colte”.

Buona base per la sceneggiatura di una mini serie televisiva.

Viv

La primula rossa

Emma Orczy, La primula rossa, Fazi

Recentemente ripubblicato da Fazi “La primula rossa” è il primo di una serie di romanzi che ebbero grande successo a partire dagli anni Trenta grazie ad una celebre trasposizione cinematografica con Leslie Howard. Non per niente ancora oggi si utilizza la locuzione primula rossa per indicare una persona inafferrabile che sfugge ad ogni ricerca.

Scritto nel 1905 da una baronessa di origini ungheresi accolta nel suo esilio dall’amabile, ospitale Inghilterra, è ambientato tra Francia e Britannia negli anni del terrore, quando i rivoluzionari giacobini ghigliottinavano con metodo realisti e aristocratici vendicando generazioni di abusi.

Sotto lo pseudonimo di primula rossa si cela l’identità di uno dei primi eroi sotto mentite spoglie della letteratura, ovvero un nobile inglese che, con una piccola compagine di fedelissimi, si oppone all’estremismo sanguinario, impiegando ingenti risorse economiche e mettendo a rischio la vita per salvare la nobiltà francese sotto assedio.
La qual cosa non può ovviamente risultare gradita al governo francese che, tramite un suo emissario, tenterà di assicurare alla ghigliottina il ficcanaso inglese che si prende gioco della Repubblica.

Prevedibile, a tratti sdolcinato, ci trascina sulle tracce della fantomatica primula rossa in un inseguimento che mi ha ricordato le disavventure di Angelica -forse la ricordate al cinema interpretata da Michélle Mercier- tanto più che in questa impresa ci accodiamo alla giovane e coraggiosa Lady Blakeney, solidali con la sua bellezza e col suo cuore di volta in volta spezzato, infranto, martoriato e via dicendo.

Rispetto ai grandi romanzi a puntate che lo precedono di almeno cinquant’anni -penso agli imperdibili e stilisticamente arguti feuilleton di Wilkie Collins– questo romanzo ha una trama di una semplicità disarmante, lontana dagli equivoci intricati e dal ritmo incalzante che tenevano sulle spine i lettori vittoriani. E in verità, forse proprio per questo motivo ne risulta una lettura rinfrescante, fluida e priva di inutili ansie, nella certezza del lieto fine.

Forse ci sono arrivata un po’ tardi, a tredici anni scommetto mi ci sarei appassionata e avrei cercato subito anche i volumi successivi che attualmente sono quasi introvabili a meno di fortunate incursioni in qualche mercatino dell’usato.

Viv