Shirley

Charlotte Brontë, Shirley, Fazi

Seconda opera di Charlotte Brontë, dopo Jane Eyre e prima di Villette.
Lontano dalle atmosfere gotiche e dalle riflessioni autobiografiche cui mi avevano abituato le mie precedenti letture “Shirley” è un romanzo di taglio sociale che privilegia toni più corali, per lo meno nell’intenzione dell’autrice.

Se da questo preludio, caro lettore, giudichi che si stia preparando un’avventura sentimentale, ti sbagli di grosso. Pregusti sentimenti, poesia, sogni ad occhi aperti? Immagini passione, emozione e melodramma? Ebbene calmati e riporta le speranze a un livello più basso. Hai davanti qualcosa di concreto, freddo e solido; qualcosa di altrettanto romantico di un lunedì mattina per colui che si sveglia e sa di doversi alzare per andare al lavoro.

Ambientato nello Yorkshire durante il periodo delle guerre napoleoniche, dei blocchi economici, della rivoluzione industriale e del luddismo,  il romanzo si apre sulle gravi difficoltà in cui si dibattevano i proprietari delle industrie tessili in cui trovava occupazione la maggior parte della popolazione della zona. Gli imprenditori, fortemente indebitati a causa delle tasse e delle restrizioni nelle esportazioni, avevano i magazzini stracolmi di merce invenduta; al contempo si trovavano a dover sedare lo scontento della classe operaia, stremata dalla fame, che si opponeva con azioni di vero e proprio sabotaggio all’introduzione dei macchinari a vapore considerati responsabili della riduzione dei posti di lavoro.

Tuttavia, pur abbracciando tematiche storico-sociali, il proposito iniziale dell’autrice viene parzialmente disatteso. Il suo sguardo infatti resta quello del ceto medio, degli imprenditori, degli uomini di Chiesa; fatica a identificarsi con le miserie di lavoratori sotto la soglia di povertà e neppure affonda nel fango e nell’ignoranza in cui si dibattevano le famiglie degli operai. Il suo è l’approccio onesto ma non esaustivo di una donna colta vissuta in ambienti austeri ma non degradati.

Dopo una lunga prolusione in cui trovano spazio le vicende della collettività e diversi personaggi di contorno, sul finire del primo terzo del romanzo compare alfine  Shirley, giovane e volitiva proprietaria dei terreni sui quali si trova la fabbrica tessile di Mr. Robert Moore. Questi, che abbiamo conosciuto fin dalle prime pagine, è un uomo determinato di bell’aspetto e dal fascino ombroso, totalmente assorbito dagli obblighi e dalle ambizioni del suo ruolo. Per scelta deliberata soffoca dunque i teneri sentimenti della cugina Caroline che, pur non essendogli del tutto indifferente, non costituisce un partito adatto per un uomo in una posizione economica precaria e rivolge più convenientemente, ma pur sempre tiepidamente, le sue attenzioni verso Shirley che ha una rendita e diverse proprietà.
Il controverso Mr Moore, concupito -o così pare- da entrambe, sembrerebbe destinato a diventare motivo di discordia se non fosse che le due giovinette, intrappolate in un microcosmo femminile popolato da coetanee vanesie e zitelle in età avanzata, stringono fra loro un legame di autentica amicizia che porterà la timida Caroline fin quasi a consumarsi pur di sopprimere sentimenti che crede possano ostacolare il bene dell’amato e il futuro radioso dell’amica a cui è affezionata come a una sorella.
A questo triangolo amoroso manca un quarto elemento che si palesa alla fine della seconda parte del romanzo, si tratta di Louis, fratello minore di Robert, istitutore dal carattere mite e dalle fortune ugualmente scarse. A questo punto accantonate le tematiche sociali, il racconto finisce col prendere decisamente la forma di un dramma sentimentale, si ancora nei salotti e mette al centro del racconto l’intreccio amoroso.

La causa di questo spartiacque è da ricercare nell’interruzione della stesura -tra l’autunno del 1848 e la primavera del 1849- e nelle vicende personali di Charlotte che in quel mentre visse tre lutti importanti con la morte del fratello e di entrambe le sorelle. È plausibile che quando riprese in mano il manoscritto abbia cercato conforto nel lieto fine e in un approccio più convenzionale concentrandosi sui personaggi principali.

Se Shirley e Caroline, non sono coraggiose e indomite come Jane Eyre e Lucy Snowe (Villette), sono comunque due donne che hanno piena consapevolezza delle loro capacità intellettuali e del ruolo che la società nega loro relegandole esclusivamente a compiti di accudimento e l’autrice non manca di sottolineane la condizione e le responsabilità maschili.

Padri, non potete cambiare le cose? (…) Dovreste voler essere orgogliosi delle vostre figlie, non vergognarvene. Cercate per loro un interesse, dunque, un’occupazione che le sollevi al di sopra delle civetterie, delle manovre, dei pettegolezzi seminatori di zizzania. Tenetele in schiavitù e in ristrettezze di vedute, ed esse saranno per voi una preoccupazione, addirittura una disgrazia.

Al netto di alcune disomogeneità Charlotte Brontë ha uno stile del tutto godibile e inoltre ha la capacità di inserire degli intervalli descrittivi in cui ci si scopre persi a fantasticare sui contorni delle nuvole, si ascolta lo stormire delle fronde, ci si immerge nella potenza intatta della natura e della brughiera inglese. Di queste descrizioni pittoriche dovette apprezzare la vivezza anche Van Gogh che in una lettera al fratello Theo gli consiglia la lettura di questo romanzo. A questo proposito val la pena ricordare che Currer Bell è lo pseudonimo con cui inizialmente pubblicava Charlotte Brontë.

Non so se hai mai letto libri in inglese. Se è così, allora posso raccomandarti calorosamente Shirley di Currer Bell, autore di un altro romanzo Jane Eyre. È bello come i dipinti di Millais  Boughton o Herkomer. L’ho trovato a Princenhage e l’ho letto in tre giorni, anche se è un volume piuttosto grande.
(Vincent Van Gogh, Lettere a Theo, 5 agosto 1881)
http://www.vangoghletters.org

Viv

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La madre di Eva

Silvia Ferreri, La madre di Eva, NEO. Edizioni

Lungo monologo in cui una madre dialoga idealmente con la figlia, nata con disforia di genere, durante il lungo intervento che porterà Eva a riconoscersi, anche fisicamente, come uomo.

Un romanzo di cui non so valutare appieno la verosimiglianza, temo infatti che la crudezza del percorso reale sia maggiore di quanto non possa essere narrato in un racconto non autobiografico, per quanto ben documentato.
Sta di fatto che nelle 190 pagine de “La madre di Eva” si ha un assaggio piuttosto preciso di cosa significhi essere genitore di un bambino transgender, supportando e arginando il malessere e le istanze di chi vive un disagio difficilmente comprensibile per semplice immedesimazione, ma non ha ancora l’età per autodeterminare le proprie scelte.
Eva vive per anni doppiamente prigioniera: di un corpo che, soprattutto dalla pubertà in poi, rifiuta con disgusto, e di una condizione -di figlia e più in generale di minorenne- che la pone totalmente alla mercé delle decisioni degli adulti. A fronte di qualche insegnante lungimirante, sappiamo per esperienza diretta che il mondo scolastico, e non solo quello, non è un luogo accogliente per chi non si confonde nella massa.

Ma in questa vicenda non esiste solo il malessere di Eva, esiste anche quello di chi la ama.
La madre, in particolare, vive la pulsione della figlia come una responsabilità personale. Eva infatti non si limita a disattendere generiche aspettative cullate dalla madre durante la gravidanza, vuole addirittura smembrare il suo lavoro genetico, la paziente costruzione di quei nove mesi. Possibile che proprio lì non si annidi un errore da parte sua?
Il percorso di Eva -e l’intervento dal quale si sveglierà nel corpo di un martoriato Alessandro- diventa per così dire una nuova gestazione, l’attesa di un figlio da imparare a conoscere e amare ex novo.

“Tu credi in un corpo nuovo, pensi che una bacchetta magica, ti cambierà la pelle e le ossa. Non sai ancora che sarai un fascio di lividi neri, che sarai gonfia e cucita, svuotata da dentro come un animale da impagliare. Chi diventerai? (…) E chi diventerò io? Madre di maschio dopo diciotto anni madre di femmina? Anch’io dovrò reimparare? Pure io dovró cambiare e cucirmi addosso una nuova maternità. Se tu rinasci, allora lo faccio anch’io”.

Prosa asciutta ed essenziale. Dolorosamente monocorde senza per questo diventare noioso.

Detto questo, a latere, mi sono documentata sul processo di transizione e riassegnazione di genere. Al netto dei dati disomogenei, di fatto, anche se pare superfluo ricordarlo, ogni individuo fa storia a sé: a fronte di disturbi squisitamente psicologici, esistono disagi causati da condizioni di oggettiva ambiguità biologica ma la transizione è sempre un processo parziale, doloroso, che non garantisce al cento per cento il superamento del malessere.
Un romanzo può generare delle domande, quanto alle risposte, credo sia opportuno esercitare la cautela e il rispetto dovuti a tematiche che richiedono livelli complessi di competenza e sensibilità.

Viv

L’ultima volta che siamo stati bambini

Fabio Bartolomei, L’ultima volta che siamo stati bambini, edizioni e/o

Una favola per adulti, adatta anche ai ragazzi dai 12 anni in su, che racconta il 1943 in Italia attraverso gli occhi di quattro bambini. La guerra è entrata nella fase finale: il fascismo vacilla, gli occupanti tedeschi non sono più alleati ma i bambini vestono ancora le divise da balilla. Se i grandi sono confusi figuriamoci cosa possono capire quattro bambini intorno ai dieci anni che della loro vita in tempo di pace ricordano ben poco e si barcamenano tra il coprifuoco militare e i divieti dei grandi cercando di ritagliarsi qualche momento di gioco in un cortile.

Cosimo vive con un nonno inasprito dai dispiaceri e dalle responsabilità insieme a un fratellino più piccolo, i suoi amici sono Riccardo, Vanda e Italo.
Italo é il figlio invisibile di un padre borghese simpatizzante fascista con il mito del primogenito, eroe di guerra, Vanda è un’orfanella poco aggraziata ma con grande spirito pratico. Riccardo non è il più furbo, non è il più forte, non è il più simpatico ma é l’amico generoso e leale su cui si può sempre contare. E un giorno scompare, come altri 281 bambini che a Roma vennero deportati durante l’occupazione tedesca e non fecero più ritorno.

Italo scuote la testa con espressione severa.
“Non doveva mischiarsi con quella gente”
“Quale gente?” chiede Vanda. “Viveva con i genitori”.
“È uguale! Non è il momento giusto per essere ebrei né per vivere al ghetto! Lo vedete cosa succede poi?”
“Ma perché hanno rubato pure lui? Cosa ha fatto?”
Cosimo scuote la testa, non ne ha davvero idea.
“Gli ebrei sono nemici del fascismo e dei tedeschi. Per quello li rubano” dice Italo.
“Ma lui non ha fatto niente di male. Non è un nemico cattivo”.
“Lui no, certo, ma mettiti nei panni dei tedeschi. Che fai, separi un figlio dai genitori?”

I suoi amici sono convinti che si tratti di un errore, Riccardo è ebreo ma non ha mai fatto niente di male quindi basterà parlare con i tedeschi e farselo restituire.
Inizia così un’avventura lungo i binari ferroviari per raggiungere il fantomatico Campo -forse un campeggio, probabilmente neppure troppo distante- in cui si trova l’amico, un viaggio in cui i bambini conoscono la paura e la fame ma sperimentano anche momenti di autentica esaltazione, come quando corrono a perdifiato in un prato perfetto, un prato ariano.
Il contrappunto alla loro fuga è l’inseguimento da parte del fratello di Italo e di una delle suore del convento, due figure positive ma non allineate attraverso le quali la dolorosa consapevolezza degli adulti fa da chiosa all’ingenua saggezza dei bambini.

Un racconto dolce-amaro che mette l’accento con forza su un’ovvietà: le ingiustizie e i crimini -dalla deportazione al bullismo scolastico, perdonate la semplificazione- vanno guardati come inconcepibili, riconosciuti come intollerabili e osteggiati con coraggio, lealtà e talvolta un pizzico di sana incoscienza. E, come sembra voler sottolineare il finale del romanzo di Fabio Bartolomei, è quanto mai necessario tenere viva la memoria storica.

Viv

 

Il collegio

Tana French, Il collegio, Einaudi

Thriller di ambientazione scolastica nella Dublino dei nostri giorni.
A un anno di distanza un nuovo indizio riporta l’attenzione della omicidi sull’assassinio di uno studente diciassettenne di cui era stato rinvenuto il cadavere nel parco di un collegio femminile esclusivo.
Al centro dell’indagine otto ragazze: due gruppi distinti, rivali fra loro come solo le femmine di quell’eta sanno essere, che occupano due camere da quattro del dormitorio.
Le prime quattro incarnano le adolescenti alla continua ricerca del consenso sociale. Prone ai capricci e alle prepotenze della leader Joanne sono un gruppo disomogeneo in cui il legame affettivo è subordinato all’interesse o alla paura.  Al contrario Holly, Selene, Julia e Rebecca sono unite da un patto di amicizia che tiene conto solo della lealtà reciproca e della salvaguardia del gruppo.

L’indagine, malgrado il romanzo si dispieghi in oltre seicento pagine, si conclude nell’arco delle 24 ore in un tourbillon di interrogatori serrati che svelano gradualmente le complesse interazioni tra gli studenti dei due collegi confinanti, quello maschile di St Colm e quello femminile di St Kilda. Alla vicenda presente, affidata al punto di vista di uno dei due detective, fa da contrappunto il racconto a ritroso degli ultimi mesi di vita di Chris Harper, scanditi da un count down che impedisce al lettore di confondere i piani temporali.
Le due narrazioni, come sul quadrante di un orologio, procedono l’una in senso orario e l’altra in senso antiorario fino a sovrapporsi in un finale circolare che riporta il lettore all’episodio iniziale.

Si tratta di un romanzo poliziesco dal ritmo brillante in cui la suspence è interamente indotta dalla costruzione di ingranaggi investigativi che procedono per gradini consequenziali.
Perfetto come lettura di intrattenimento e per la sceneggiatura di una mini serie per la tv.
Nel caso mi auguro che ne approfittino per eliminare quegli accenni ai fenomeni paranormali in cui sconfina il legame delle quattro protagoniste che, ancorché modesti e irrilevanti, sono del tutto non necessari sia sul piano dei contenuti che dell’intreccio.

Viv

Le circostanze

Amanda Craig, Le circostanze, Astoria

Scommetto che di coppie come i Bredin ne conoscete più di una anche voi. Persone che, per motivi economici -ma, salvo casi rarissimi, non è mai solo per quelli- non divorziano malgrado siano ai ferri corti.

Lo stesso accade a Lottie e Quentin, londinesi in carriera con una bella casa gravata da qualche debito e tre figli. Il loro matrimonio entra in crisi a causa delle infedeltà di lui ma il divorzio non è un’opzione perché entrambi hanno perso il lavoro e, con la recessione del mercato immobiliare, la vendita della casa coniugale non frutterebbe abbastanza per assicurare ad entrambi un’indipendenza decorosa. Dunque non resta loro che ridimensionarsi: affittare la casa di proprietà e trasferirsi nel Devon in un cottage dall’affitto insolitamente esiguo. Sappiamo bene che negli affari prezzo basso raramente è sinonimo di generosità e anche i Bredin scopriranno presto che il motivo per cui i locali si tengono a distanza da Home Farm è l’omicidio cruento e insoluto del suo precedente affittuario.

Anche se, giunti a questo punto, è evidente che il mistero sia uno dei nodi del racconto, non rappresenta il punto focale del romanzo. Il nucleo della narrazione risiede invece nell’analisi di una società rurale depressa, in cui i pregiudizi razziali e le scarse opportunità economiche alimentano la chiusura dei brexiters e la diffidenza nei confronti di chi non appartiene alla comunità, che sia polacco o semplicemente londinese.

La capitale, con le sue scuole private, le feste di compleanno, i party aziendali e lo smog cittadino dista dal Devon ben più delle miglia che li separano nei fatti e i Bredin, viziati dalle comodità londinesi, soffrono i disagi dell’isolamento e la frustrazione per la connessione Internet a singhiozzo. Malgrado le ingenti quantità di legna impiegate per il riscaldamento le pareti del cottage si ostinano a rimanere pregne di umidità, il fango si attacca alle calzature, i vicini sono grossolani. Avvezzi ad un tenore di vita che non contempla, neppure nelle ristrettezze, il rischio di morire di fame o di freddo, non sanno cosa sia la vera povertà, quella che combatte con difficoltà quotidiane estenuanti, spese sanitarie non sostenibili, la concorrenza dei polacchi in fabbrica e la fatica dell’allevamento delle greggi.
Ai disagi di un trasferimento al ribasso, si aggiungono le tensioni coniugali tra i due e il malessere di Quentin che, al disappunto di trovarsi retrocesso nei luoghi in cui era cresciuto, somma il carico dell’assistenza al padre malato terminale.

I personaggi sono tanti, genitori dell’uno e dell’altro, figli, assistenti sociali e personalità locali. Le vicende si intrecciano spostando il punto di osservazione con una scrittura al presente storico che solitamente non amo molto ma che in questo caso contribuisce ad attualizzare una narrazione che punta a sottolineare situazioni contingenti.
La sbavatura, a mio parere, sta tutta nel finale, un finale che persegue la quadratura del cerchio e suona forzato in un romanzo che sembrava puntare sul realismo e sull’attualità delle tematiche. Ogni personaggio sembra infatti affrettarsi a risolvere i sospesi scivolando ordinatamente al suo posto come farebbero gli ultimi tasselli di un puzzle.
L’ impressione é che, in dubbio su quale strada scegliere, l’autrice abbia scelto di  mescolare, in modo non sempre riuscitissimo, tutti gli stili:  parte con una decisa connotazione sociale -una famiglia in crisi economica e sentimentale- vira sulla black comedy e chiude in rosa, con una deriva ossessivo-compulsiva che si ostina a voler dare a ciascuno il suo, attardandosi fin nei più piccoli dettagli. Non nasconde forse una qualche mania di controllo farci sapere, e mi limito solo a uno dei personaggi, che la nonna si trasferisca, dove, con chi e a chi sia dato o meno di utilizzare la sua casa londinese nei suoi periodi di assenza?

Al netto di tutte queste considerazioni è una lettura veloce e tutto sommato coinvolgente, con qualche pagina che ben attualizza il sentimento di chiusura che si respira in questo periodo storico. Tuttavia, visto che il mio discrimine tiene conto anche dell’indice di regalabilità, direi che questo libro difficilmente mi verrebbe in mente per primo, tanto meno tra gli Astoria, che contano autentici gioielli.

Viv

Il caso Sparsholt

Alan Hollinghurst, Il caso Sparsholt, Guanda

Il romanzo copre tre generazioni in cinquecento pagine dribblando con nonchalance i cliché di una saga classica. Diviso in cinque quadri distinti ma collegati tra loro, racconta la borghesia colta londinese dagli anni Quaranta fino ai giorni nostri scegliendo di mettere l’accento sul mondo delle relazioni omosessuali filtrate attraverso la relazione tra padri e figli.

La narrazione si apre con un memoriale -come si scopre successivamente- scritto da uno studente di Oxford nel 1940 con una prosa misurata che riecheggia lo stile elegante dei romanzi del secolo scorso.
In questa enclave privilegiata, in un tempo sospeso in cui le attività universitarie cominciavano ad essere intralciate e rallentate dalle operazioni belliche, si impone all’attenzione dei colleghi di studio un giovane canottiere dalla bellezza classica e il fisico statuario. Descritto come un leader naturale, che aveva un sesto senso per quel che gli altri sarebbero stati disposti a fare per lui, David Sparholt è desiderato da molti e preda consenziente di qualcuno. Se si conceda per inclinazione, vanità o interesse economico è cosa da chiarire.

Lo ritroviamo negli anni Sessanta durante una vacanza in Cornovaglia con la famiglia ma in questo caso il racconto procede in terza persona accompagnando le vicende del figlio Johnny che vive una frustrante cotta adolescenziale per un amico francese.  Intuiamo contestualmente che David continua a coltivare amicizie maschili compromettenti con la discrezione che imponevano le leggi contro la sodomia anche in quegli anni in cui si faceva strada la rivoluzione sessuale.

Negli anni Settanta Johnny, giovane pittore alle prime armi, vive ormai da solo e frequenta la buona società londinese. Tra gli intellettuali e i critici d’arte del suo circolo di amici spicca quell’Evert Dax che ai tempi di Oxford si era innamorato perdutamente di suo padre e con il quale Johnny condivide una difficile gestione del rapporto paterno. Accomunati dalla mitezza di carattere faticano a rapportarsi con padri ingombranti, sia pure per motivi diversi, e questa incapacità farà sì che anche in tarda età non riescano a rendere loro omaggio nell’ambito delle rispettive professioni: Evert è incapace di scrivere la biografia del suo illustre padre scrittore e Johnny di catturare l’essenza del padre in un ritratto.
Veniamo inoltre velatamente a conoscenza di uno scandalo, di natura sessuale ed economica, che avrebbe coinvolto David Sparsholt nel decennio precedente. L’affare Sparsholt non viene descritto in dettaglio, così come tutti i nodi centrali della storia, che restano, per così dire, imprigionati tra un salto temporale e l’altro.

Negli anni Novanta il racconto si sposta sulla figlia di Johnny, Lucy. La bambina è frutto di una inseminazione artificiale e vive con la madre e la sua compagna ma coltiva rapporti di affetto impacciato con il padre che nel frattempo convive stabilmente in una relazione omosessuale, senza ostentazione ma libero dal rischio di incriminazione. La vivace lucidità con cui la bambina tenta di decifrare il mondo dei grandi, a partire dai complessi rapporti dei genitori e del loro entourage, è forse la parte più godibile dell’intero romanzo.

La vicenda si conclude ai nostri giorni con il protagonista sessantenne, vedovo, che fa i conti con la senilità incipiente – e la morte del padre- e sperimenta una seconda, triste, giovinezza in locali equivoci a suon di musica e cocaina.

Costruito in modo raffinato, con una serie di rimandi che non coinvolgono solo i personaggi ma anche dettagli di tipo squisitamente estetico, questo romanzo ha indubbiamente il suo fiore all’occhiello nella scrittura, tuttavia vi sono delle cadute di tensione narrativa e mi ha richiesto tempi di lettura biblici rispetto ai miei standard.
Inoltre, ma forse è superfluo precisarlo, non lo ritengo adatto alla sensibilità di chiunque perché la prosa, pur non essendo volgare, è piuttosto esplicita e comunque la realtà  rappresentata, come è facilmente intuibile, tiene a margine l’eterosessualità.
Sappiate dunque, nel caso, a chi non regalarlo.

Viv

La paziente silenziosa

Alex Michaelides, La paziente silenziosa, Einaudi

Alcuni l’hanno definito un noir, altri un thriller ma io credo non sia né l’uno né l’altro: del noir mancano le atmosfere cupe e avvolgenti, del thriller le tinte forti e la suspance. Lo definirei piuttosto un giallo d’autore che dissimula la vocazione al romanzo giallo con la cadenza noncurante di un resoconto quotidiano e diluisce la tensione in una narrazione senza grandi colpi di scena tranne uno, l’ultimo, che arriva quasi in sordina e costringe il lettore a rivedere tutti piani temporali del racconto.

Ora é chiaro che il nocciolo non posso raccontarvelo ma le premesse hanno origine da un delitto apparentemente inspiegabile.

La pittrice Alicia Berenson viene ritrovata accanto al cadavere del marito. Gli ha sparato al volto sfigurandolo e da quel momento si é chiusa in un mutismo inaccessibile. Da sei anni è ricoverata sotto sedativi in un ospedale psichiatrico e il suo unico tentativo di comunicare risale ormai all’epoca del processo: un autoritratto su tela intitolato Alcesti che la ritrae nuda nell’atto di dipingere su una tela bianca con un pennello rosso sangue. Di lei sappiamo ciò che lei stessa ci racconta in un diario che fotografa la sua realtà coniugale nelle settimane precedenti al delitto.
Theo Faber -nomen omen- psicologo forense di nuova assunzione presso la struttura in cui si trova Alicia è determinato a scalfirne il silenzio. Per farlo dovrà conquistarne la fiducia, vestire i panni dell’investigatore e mettersi in gioco come terapista, in una relazione a doppio senso che lo obbligherà a riconoscere in lei traumi affini ai suoi: un’infanzia povera di affetti e un matrimonio solo apparentemente perfetto.
Gradualmente i piani del racconto si avvicinano e il disvelamento arriva come un ingranaggio ben oliato che ritrova la sua sede, un’epifania che chiarisce  repentinamente i nodi di uno schema solo apparentemente complesso. Del resto, per come ci viene raccontata la storia, non potrebbe essere altrimenti.

Cosa c’entri Alcesti, l’eroina del mito greco che sacrifica la sua vita in cambio di quella dell’amato, lo si scoprirà alla fine quando sarà ormai chiaro che al di là delle intenzioni, le nostre azioni ci sfuggono di mano appena le consegniamo al mondo.

Viv