Salvare le ossa

Jesmyn Ward, Salvare le ossa, NN Editore

Non mi capita spesso di arenarmi leggendo un bel romanzo eppure con “Salvare le ossa” ho fallito un primo tentativo dopo solo una trentina di pagine: semplicemente non era il momento giusto per un romanzo dai toni così intimisti e crudi.
La seconda volta l’ho scelto, finito e amato.

È in un’alternanza ipnotica di brani ricchi di sentimento e di passaggi estremamente brutali che si consuma l’attesa dell’uragano Katrina. Ci troviamo nei sobborghi di Bois Sauvage in Mississippi, in una baracca di legno e lamiere costruita in una depressione che affonda nella terra argillosa e nella polvere. Nei dodici giorni che precedono l’uragano partecipiamo ai preparativi per mettere in sicurezza i pochi averi di una famiglia di colore che vive di piccoli espedienti e cibo scadente in mezzo a un cumulo di rottami. E no, non è casuale la scelta del verbo, perché avrei potuto scrivere “assistiamo ai preparativi” ma non sarebbe stato del tutto sincero perché nella “Fossa” insieme ai protagonisti ci siamo anche noi.

Dei quattro figli è Esch la voce narrante.
Unica femmina in un mondo di maschi è un’adolescente acerba già avvezza all’avida rapacità dei suoi giovanissimi amanti e all’affetto ruvido dei suoi fratelli. L’assenza della madre, morta dando alla luce il fratellino più piccolo, riecheggia nella vita di ciascuno dei ragazzi Batiste: Randall, che punta tutte le sue speranze per il futuro in una borsa di studio che gli permetta di giocare a basket in un college, Sketaah, che accudisce con commovente dedizione una pit bull da combattimento e Junior che segue come un’ombra i fratelli maggiori che da sempre si prendono cura di lui.
Il padre é emotivamente assente, affaticato dal lutto e dalla lotta quotidiana per tenere a galla la famiglia, impartisce gli ordini per rinforzare la baracca con assi di recupero e per fare scorte di viveri e acqua ma sono i fratelli ad occuparsi gli uni degli altri, sostenendosi e guardandosi le spalle con una sollecitudine brusca, priva di smancerie che chiude il cerchio nell’ultima pagina e, nonostante la devastazione materiale, apre alla speranza.

Rimarremo seduti qui finché non ci verrà sonno, e poi rimarremo qui finché non ci faranno male le gambe, finché Junior non si addormenterà tra le braccia di Randall, e Randall gli sosterrà con il gomito il collo fragile, ciondolante. Randall starà attento a Junior e Big Henry starà attento a me e io starò attenta a Sketaah e Sketaah non starà attento a nessuno di noi. Lui starà attento al buio, alle case devastate, agli elettrodomestici infangati, alle cime degli alberi intorno con le foglie che muoiono perché non hanno più radici. Alimenterà il fuoco per farlo ardere come un faro. Rimarrà in ascolto, in attesa di sentire la coda che batte, le zampe che affondano nel fango.

Una prosa musicale che sa essere abrasiva come carta vetrata e un racconto poetico e crudo al tempo stesso dove gli affetti non trovano quasi mai la strada per divenire suono e i legami più profondi si cementano nel silenzio.

Viv

Il manoscritto

Franck Thilliez, Il manoscritto, Fazi

Thriller alimentare che si fonda su una premessa direi pretestuosa.
Il romanzo postula infatti il ritrovamento di un manoscritto incompiuto, opera di un famoso scrittore defunto. Della stesura delle ultime dieci -cruciali- pagine, quelle in cui si dipana il mistero, si incarica il figlio che, ammettendo di non possedere il talento paterno, sembra quasi voler mettere le mani avanti rispetto ad un finale che non potrà incontrare il favore di un vero amante del thriller. A questo proposito ho in mente Hjorth & Rosenfeldt, che già consigliai come strenna natalizia, o il francese Lemaitre, ugualmente crudo rispetto a Thilliez ma ben più abile cesellatore di caratteri.

Il romanzo di Thilliez, dopo il suddetto prologo, costruisce una complessa impalcatura in cui si intrecciano la sparizione di alcune giovani ragazze, il ritrovamento di un cadavere brutalmente mutilato, le indagini di un detective stropicciato comme il faut e la tragedia familiare di una scrittrice sotto pseudonimo, madre di una delle ragazze scomparse, il cui ultimo romanzo ricalca il manoscritto che il lettore sta leggendo e per il quale, per non farsi mancare nulla, viene anche accusata di plagio. Insomma l’autore si gioca la carta del romanzo nel romanzo tentando la via delle scatole cinesi.

Beninteso, il libro è scorrevole e non è del tutto mal congegnato, vista poi la natura del gioco e i continui colpi di scena, una volta iniziato diventa difficile interrompere la lettura ma come detto nella prima riga si tratta di un thriller alimentare e certamente mi aspettavo di più.
Il dramma del lettore, infatti, si compie nelle fatidiche dieci pagine finali, quelle aggiunte, secondo premessa, dalla penna del figlio dell’autore del manoscritto. Qui si entra a gamba tesa nel regno dello “spiegone”: dieci pagine davvero fastidiose, che prendono per mano il lettore tirando le fila di tutta la faccenda.

Data l’inutilità della premessa iniziale riguardante il ritrovamento del manoscritto, la mia supposizione è che l’autore, conscio della debolezza del finale, abbia tentato un escamotage per dissociarsene almeno sul piano psicologico.

Viv

Saluti (poco) cordiali

Christophe Carlier, Saluti (poco) cordiali, Guanda

Quanto è facile dubitare dell’integrità del nostro vicino? Quanto velocemente un’allusione o peggio una calunnia può minare l’immagine di persone che conosciamo, in fondo, solo superficialmente? Quale grado di compiacimento si può trarre anche dalla sola supposizione di una debolezza altrui?

I “Saluti (poco) cordiali” cui allude il titolo, sono quelli che cominciano ad arrivare per posta ai residenti di un’isola affacciata sulle coste bretoni, rivelando piccoli segreti scomodi o dando semplicemente voce a supposizioni senza fondamento. Poche frasi, cesellate ad arte in forma anonima, che finiscono col creare un vero e proprio dissesto in una piccola comunità in cui tutti si conoscono da sempre e i turisti sono accolti senza troppo entusiasmo.

Gli isolani sono diventati persone che si osservano. Hanno rotto il felice patto di indifferenza che li teneva uniti attraverso legami allentati. 

Sia chiaro, nulla che possa configurarsi come reato: si tratta più che altro di domande allusive che spingono a guardarsi le spalle, che seminano insicurezza e sfiducia. In fondo anche l’indelicatezza è una forma di intimidazione. 
Il mandante, il “corvo”, deve necessariamente celarsi dietro un volto noto, qualcuno con cui ci siamo attardati a scambiare due parole, che ci osserva dietro le tendine di pizzo, che ascolta le conversazioni al bar del porto. La sua maldicenza è subdola, preferisce le zone grigie in cui si accumulano piccole  corruzioni, infime deviazioni. Quel purgatorio in cui la coscienza, a metà tra voluttà della colpa e ricerca del perdono, geme. 

Il romanzo è breve ma, per come é strutturato il racconto, sarebbe stato auspicabile asciugarlo ulteriormente, non tanto perché l’atmosfera non sia resa adeguatamente, quanto per la ripetitività dello schema che si dilunga orizzontalmente e non cambia registro nemmeno quando viene rivelata l’identità del “corvo”. I personaggi sono tutti sullo stesso piano, in una coralità democratica che è funzionale ma priva di accenti.
Tutto considerato resta una lettura veloce e a suo modo non spiacevole (sempre che non dobbiate commisurare il vostro gradimento ai 17 euro del prezzo di copertina, nel tal caso ne uscireste inevitabilmente in perdita).

Allusioni e calunnie hanno grande efficacia proprio perché basta loro annidarsi in quella zona d’ombra che ciascuno riconosce senza troppa fatica dentro di sé, anche in forma di pura potenzialità.
La fiducia è quanto di più labile esista e difatti, integralmente, la si concede a pochissimi.

Viv

Figlie sagge

Angela Carter, Figlie sagge, Fazi

Cosa hanno di saggio le due gemelle Chance, figlie naturali e mai riconosciute di Melchior Hazard, attore shakespeariano ormai centenario? Certamente la capacità di adattarsi ai rovesci della sorte, di accettare quel che non può essere cambiato, l’autonomia di pensiero e la noncuranza del giudizio del mondo.

E proprio in virtù di questa sovrana indifferenza Dora e Nora si presentano alla grandiosa festa per il compleanno del loro padre naturale strizzate in due minigonne scintillanti che rendono giustizia all’unico attributo fisico di cui possono ancora andare fiere all’alba dei loro settantacinque anni: due gambe mozzafiato su cui hanno costruito la loro carriera nel teatro di avanspettacolo.
Nate sotto i bombardamenti dello Zeppelin, nella parte sbagliata di Londra, quella che i turisti di solito non vedono, la sponda bastarda del Vecchio Padre Tamigi, sono state cresciute da una nonna acquisita -vegana, femminista d’antan, nudista, amante della crème de menthe- con la protezione e l’affetto dello zio Peregrine, fratello gemello di Melchior.

Grottesco, irriverente, dal ritmo effervescente e dalla prosa arguta, questo romanzo rimbalza in settantacinque anni di ricordi attraverso un racconto solo apparentemente caotico che mette d’accordo serio e faceto, utilizzando un linguaggio diretto che non si cura del politically correct né nella forma né nella sostanza.

Delle due è Dora la voce narrante e sin da subito dialoga con il lettore elevandolo ad interlocutore attivo.

Ecco la mia camera. Ne abbiamo una a testa: ci abbiamo sempre tenuto alla privacy. Identiche come due gocce d’acqua, siamesi no. Scusate il disordine e la sporcizia. 

In men che non si dica ci ritroviamo a mettere in ordine ricordi, aneddoti, protagonisti e comprimari come se ci avessero rovesciato in grembo centinaia di foto di famiglia da cui occhieggiano volti sconosciuti che dobbiamo imparare a collocare, compito in cui il lettore, seppure in modo anarchico, viene adeguatamente supportato.

Comuni prese singolarmente, le gemelle Chance hanno costruito la loro carriera e il loro sodalizio sulla magia del doppio, mosse da un amore per il palcoscenico che attraversa senza soluzione di continuità la loro esistenza fin dalle prime lezioni di danza con Miss Worthington.
Facevamo gli esercizi alla sbarra. Il sedere di Nora, in quei calzoncini blu oltremare, sculettava davanti a me come un paio di uova sode avvolte in un fazzoletto.

Una lunga parentesi centrale -a mio parere un po’ ridondante- è dedicata al grottesco set hollywoodiano per la messa in scena di una pièce shakespeariana, né mancano gli amori dietro le quinte a cui il racconto si approccia con una leggerezza disinvolta che non riesce mai a trasformarsi in cinismo.

Gli diedi tutto ciò che una ragazza può dare : un po’ di piacere, qualche dolore, un carillon di risate e un fazzoletto pieno di lacrime. Lui invece, be’, è stato lui a darmi la possibilità di comporre una frase come la precedente. Non c’è niente da ridere. Questo è lirismo. 

Dora e Nora sono donne estremamente moderne che hanno vissuto e amato intensamente e portano sulla pagina la malinconia nostalgica e l’arguzia spiazzante dell’irriverenza. Intorno a loro un carosello variopinto di personaggi e di aneddoti, di letti sfatti e di desideri frustrati affrontati col sorriso resiliente di chi sa che la vita è una commedia e la commedia è la tragedia che capita agli altri. 

Lettura godibilissima soprattutto in virtù della scrittura che crea immagini vivide con lapidaria sinteticità. Avrei voluto scegliere molte citazioni per darvi modo di assaggiare la scrittura di Angela Carter ma decontestualizzate perdono la loro squisita efficacia.

Da giovane volevo essere effimera, volevo cogliere l’attimo, vivere solo l’istante della gloria, dell’estasi, dell’applauso. Carpe diem. Mangia la pesca. Il domani non viene mai. E invece sì che viene il domani, e quando arriva sembra non finire più, ve lo giuro.

Viv

 

Figlie di una nuova era

Carmen Korn, Figlie di una nuova era, Fazi

Fatico a trovare il tempo per parlare di libri in questo periodo ma il romanzo di Caren Korn merita un piccolo sforzo da parte mia.
Primo di tre romanzi, due dei quali già disponibili nel catalogo Fazi, “Figlie di una nuova era” è ambientato ad Amburgo durante gli anni più controversi della storia tedesca, con uno stile asciutto che riverbera l’esperienza giornalistica dell’autrice.

Quattro giovani donne incrociano le loro vite da un dopo guerra all’altro respirando i cambiamenti politici di un trentennio cruciale e incarnando nel quotidiano i grandi eventi storici.
Sono figure molto diverse, due di loro sono ostetriche, una è insegnante, l’ultima è la figlia viziata di un borghese benestante ma non si tratta di un romanzo squisitamente al femminile perché nonostante lo sguardo sia centrato sulle donne, sul loro desiderio di emancipazione e autonomia, alcuni tra i personaggi chiave sono uomini.

Kurt Landmann si stupiva di come tutti, intorno a li, fossero impegnati a fare finta di niente. Aveva un grande talento per prendere la vita con allegria o sarcasmo, ma non si era mai rifiutato di riconoscere la verità. Perché facevano tutti così? Si sentiva come uno che lancia allarmi in mezzo a un deserto. 

Attraverso le dinamiche del romanzo il cambiamento si fa strada per piccoli passi spostando gradualmente il livello di tolleranza ai soprusi, circoscrivendo la libertà di chi non è ben accetto al regime -siano ebrei, stranieri, omosessuali o antifascisti- mutando le abitudini in circospezione, trasformando la frustrazione in delazione.
In un mondo in cui la radio non era appannaggio di tutti, le notizie arrivano filtrate, in ritardo, e spesso tra la gente comune la realtà bussa alla porta nei panni di un amico in pericolo, di un professionista ostracizzato, di un commerciante costretto ad abbassare la testa prima e la saracinesca poi.

Non ci sono gerarchi nazisti in primo piano ma un popolo variegato che si affaccia sui pianerottoli, si mescola per le strade confondendo simpatizzanti e oppositori, abbracciando trasversalmente chi tenta di conservare la propria umanità, chi sfrontatamente esibisce la propria ribellione, chi si nasconde dietro un’indifferenza colpevole, chi tradisce per pusillanimità o per ideologia.
Il romanzo offre uno spaccato dalla parte di chi può solo limitarsi a gestire situazioni che travalicano l’intervento del singolo ma, come sempre, sono i singoli atti eroici a fare la differenza anche quando si viene trascinati verso un baratro che non abbiamo scelto o che non siamo stati abbastanza lungimiranti da evitare.
In tutto questo, le donne sostengono il peso di una nazione in guerra, una guerra che non tutte condividono, in un momento storico che le vede ancora subalterne, impegnate a rivendicare il diritto a non dover scegliere tra lavoro e famiglia, per non parlare dell’avere o meno dei figli.

Grazie ad un espediente che anticipa le sorti di uno dei personaggi principali il lettore è traghettato senza se e senza ma verso il secondo volume che attraversa gli anni del dopoguerra, del baby boom e della guerra fredda.
Il ritorno alla normalità si fa strada tra lutti e rovine, insieme alla libertà ritrovata e alle nuove conquiste sociali.
Ritroviamo i protagonisti ma lo scenario ci è più familiare, la modernità irrompe nel quotidiano e sulla pagina nascono i nostri coetanei.

A livello stilistico entrambi i romanzi a tratti soffrono di un’eccessiva frammentazione dei paragrafi ma l’autrice tiene ben salde le fila di un racconto corale che si arricchisce via via di nuovi personaggi e, pur utilizzando una prosa che non indulge in sentimentalismi e speculazioni psicologiche, riesce a restituire l’emotività dei personaggi attraverso piccoli cenni asciutti.
Se vi aspettavate qualche parallelismo con la saga dei Cazalet  a cui, per lo meno in fase di lancio editoriale è stata avvicinata questa trilogia, aggiungo a margine che dei libri di Carmen Korn, soprattutto del primo, ho amato l’ambientazione, ma se siete sensibili alla prosa elegante e sofisticata Elizabeth Jane Howard vi soddisferà maggiormente.
Restiamo in attesa del capitolo finale.

Viv