Lampi di luce

Recentemente un’amica di lunghissima data mi ha chiesto di “restaurare” una collana che le avevo fatto qualche anno fa.
Il tempo e l’usura le avevano tolto lucentezza ma, visto che si trattava di una delle sue collane preferite, cosa che tra parentesi mi inorgoglisce enormemente, ho cercato tra i miei materiali, ho sostituito le perle sciupate e ho rimontato il tutto ex novo. Più che un restauro una vera e propria rinascita.

Con l’occasione ho duplicato la collana, così ora ne ho nuovamente una disponibile, ne ho fatta anche una versione di lunghezza intermedia e ho aggiunto un paio di orecchini.

Il materiale non è prezioso come quello delle ultime collane in pietre dure e anche il costo è molto più contenuto ma l’effetto è sempre di grande eleganza.

Queste collane sono dei veri lampi di luce e si sposano benissimo con il nero, il grigio, il rosa, il melanzana. Insomma perfette per la stagione.

Viv

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L’unica storia

Julian Barnes, L’unica storia, Einaudi

Ci sono romanzi -il primo che mi viene in mente in questo momento è “Il lungo sguardo” di Elizabeth Jane Howard- in cui la struttura stessa è parte integrante della narrazione e concorre a trasferire al lettore i contenuti quanto le singole parole.
“L’unica storia” è uno di questi.

Il primo amore si scrive invariabilmente in una inesorabile prima persona. Come potrebbe essere altrimenti? Nonché in un inesorabile indicativo presente. Ci vuole tempo per rendersi conto che esistono altre persone e altri tempi verbali.

E, così come il primo amore, anche il racconto passa da una prima parte narrata in prima persona con il coinvolgimento trasgressivo e sfrontato della giovinezza, ad una parte centrale in cui si scivola verso un’impersonale e difensiva seconda persona, fino all’ultimo atto, che apre al tentativo di comprendere le ragioni del mondo con la pacatezza della vecchiaia e sottolinea il distacco usando la terza persona.

L’unica storia, nello specifico, è la storia d’amore tra Paul e Susan e, più in generale, l’esperienza rispetto la quale ciascuno di noi ha finito per misurare tutto.

Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare, alla fine. E questa è la mia. 

La storia tra Paul e Susan -diciannove anni lui, quarantotto lei al momento del primo incontro- ha inizio negli anni Sessanta, nella periferia londinese delle villette abitate da borghesi benpensanti, timorosi di ogni scandalo, specie se di natura sessuale. Si conoscono in un circolo tennistico privato e nasce da subito un sentimento fatale, perché di quello si deve parlare più che di semplice attrazione fisica, cui fa seguito una lunga relazione.
Agli occhi infatuati e alle rozze disamine dell’innamorato acerbo sfugge il pregresso della donna adulta, moglie e madre con quasi mezzo secolo di vita coniugale e di fragilità personali sulle spalle, ed è tra le fenditure di quelle ferite che si fa strada il demone che finirà per allontanarli ancor più dei trent’anni che li separano anagraficamente.

Se esiste uno spiraglio di luce in un romanzo per il resto spietato e dolente in egual misura, è nella forza dei legami, nell’ammissione, triste e confortante al tempo stesso, che l’amore può sopravvivere alla separazione, alla disillusione, all’usura del tempo, anche se si è costretti a prendere le distanze.
Mutata la trasgressione nell’ordine dell’età matura e la temerarietà in cautela, a noi lettori, travolti dal flusso di coscienza del protagonista, non resta che medicare nuovamente qualche vecchia ferita che credevamo rimarginata.

Viv

In coppia è meglio

Le bustine viaggiano in coppia, almeno per me. Non so voi ma io in borsa ne ho sempre due, se volete vi dico quali sono, e ci tengo tutto quello che mi occorre: trucchi -pochissimi- medicine -l’indispensabile- le chiavi di casa e poco altro.

I tessuti delle due pochette non sono identici -provengono da una serie di tirelle e ogni pezza è singola e sufficiente per una sola bustina- ma sono compatibili e in nuance.

Set mandarino chiaro con etichetta in simil pelle e interni viola.

Set in tela blu e interno a fiorellini rosa con perle in legno.

Viv

Collana lunga in agata verde e orecchini a grappolo

Per dare luce al tubino nero o al maglioncino color melanzana perché non deviare dal solito cliché scegliendo i toni caldi del verde e dell’oro?

Anelli in zama e perle sfaccettate in agata verde per questa collana lunga, movimentata da mezzi cristalli lucidi e opachi, da microcristalli appesi come piccoli charms e una chiusura dorata a fiore.

Tutti gli elementi sono uniti con occhielli da orefice.

Orecchini coordinati per i quali ho scelto due agate in cui prevalgono i toni caldi.

Viv

Collana lunga con lapislazzuli

E poi ci sono le collane da indossare in tutte le stagioni.
Come questa, con piccoli ovali piatti di lapislazzuli, perle sfaccettate in fluorite e perle lisce in amazzonite.

Qua e là qualche elemento in metallo dorato e una chiusura a fiore che può essere portata anche sul davanti.
Tutti gli elemento sono uniti tra loro con nodi da orefice.

Senza tempo e senza stagione, come le pietre dure.

Viv

Il castello Rackrent

Maria Edgeworth, Il castello Rackrent, Fazi editore

Ancora Fazi. Solo quest’anno sono ormai più di una decina i libri scelti dal catalogo di questa casa editrice, vale a dire circa un dieci per cento delle mie letture annue.
Due i motivi: Fazi pubblica o ripropone in nuova veste romanzi che sono indubitabilmente nelle mie corde. Molti di questi sono disponibili gratuitamente per gli abbonati KindleUnlimited, cosa che mi ha fidelizzato spingendomi ad acquistare anche molti altri loro titoli.
Aggiungo che più di una volta, pur essendo da anni e per mille motivi una convertita al reader, mi sono trovata nostalgicamente a sospirare davanti all’edizione cartacea perché le loro copertine, come ho sottolineato in più di un’occasione, sono un vero valore aggiunto.

Dopo questa dichiarazione d’amore, torno a Maria Edgeworth che, colpevolmente, non conoscevo ma ho scoperto essere scrittrice prolifica e di una certa fama. “Il castello Rackrent”, pubblicato per la prima volta nel 1800, è considerato uno dei primi romanzi storici anglo-irlandesi.

Ambientato in Irlanda negli anni precedenti all’annessione all’Inghilterra -con l’Atto di Unione del 1800- racconta vizi e virtù del popolo irlandese seguendo passo passo la decadenza di una antica famiglia nobile dedita allo sperpero e alla cattiva gestione delle terre.
La voce narrante è quella di un vecchio servitore dalla lingua sciolta ed irriverente, fedele e ambiguo al tempo stesso. Un illetterato che si esprime con imprecisione, mettendo in campo l’arguzia e la saggezza pragmatica tipica dell’uomo del popolo abituato a barcamenarsi tra i capricci e le stravaganze di chi è sopra di lui.

Il mio vero nome è Thady Quirk, anche se presso la famiglia sono sempre stato chiamato semplicemente “l’onesto Thady”; più avanti al tempo del defunto Sir Murtagh, ricordo di averli sentiti dire “il vecchio Thady”, e adesso siamo arrivati a “il povero Thady”.

Il racconto procede rapido, quasi per aneddoti, attraversando tre generazioni della famiglia Rackrent, del tutto privo di pedanteria. Lo sottolineo per quei lettori che, avendo poco amato il nostro primo romanzo storico italiano pensino ora ad un libro lungo o pesante. Per parte mia ho appena riascoltato via Audible la versione de “I promessi sposi” letta da Paolo Poli e la consiglio trasversalmente ma “Il castello Rackrent” è tutt’altro.

Il testo è breve -tempo di lettura un paio di pomeriggi- ma è imperativo soffermarsi con uguale attenzione anche su premessa, note e glossario, che ne sono parte integrante e chiosano storia e tradizioni dell’Irlanda del tempo permettendo al lettore di cogliere appieno le sfumature ironiche di un racconto satirico che riesce a unire con grande leggerezza comicità e tragedia.

Romanzo storico, dicevamo, ma con una chiara vocazione alla critica sociale in cui tra le righe si avverte palpabile l’affetto e lo sguardo divertito dell’autrice, che non fa sconti alla furbizia contadina, all’ignoranza credulona e visionaria, ma più ancora ai costumi rilassati di una aristocrazia decadente che viene soppiantata dal nuovo ceto borghese emergente.

Arguto, divertente e colto. Pur tuttavia per amanti del genere.

Viv

Orecchini semi preziosi con rubini

Siamo ormai lontani dai verdi del mare e dagli azzurri del cielo terso e volgiamo lo  sguardo verso il futuro, ai mesi in cui regnano il viola e il rosso rubino.
Qualcuno in rete ha gia cominciato a fare il count down natalizio ma dal canto mio non volevo spingermi fino a quel punto anche se questi orecchini non sfigurerebbero nemmeno al veglione di Capodanno.

Pendenti in rubino e agata viola scuro, chips, cristalli bicono e perno in ottone.
Sono orecchini dalla forte personalità che non passano inosservati e fanno risplendere chi li indossa, lo so perché hanno già trovato un volto che fa loro da splendido contraltare.

Vista la fulminea rapidità con cui sono stati scelti ne ho fatto un secondo paio identico con un perno differente, questa volta tondo, sempre in ottone.

Per chi invece non teme le asimmetrie, il mono-orecchino con pendente in rubino, e sfera diamantata.
Da solo ha classe per due. Bellissimo indossato insieme ad uno o più punti luce  sull’altro lobo.

Viv