Finché le stelle saranno in cielo

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Kristin Harmel, Finché le stelle saranno in cielo, Garzanti

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A volte quando un libro ci viene consigliato da un’amica vorremmo poter condividere il suo entusiasmo solo per il piacere di non deluderla.

Ma andiamo con ordine.
Per esaudire l’ultimo desiderio di nonna Rose, la cui lucidità si fa sempre più intermittente a causa dell’Alzheimer, Hope lascia Cape Cod alla volta di Parigi. Scoprirà le origini ebraiche della nonna, sfuggita all’Olocausto, ritroverà parte delle sue radici e la fiducia nel vero amore.

Alla mia stringatissima sinossi va aggiunto che Hope è una trentaseienne divorziata, con una figlia adolescente in fase malmostosa, un ex marito avvocato dedito a donne più giovani, una pasticceria sull’orlo del collasso economico e un corteggiatore aitante e pieno di buone intenzioni.
Aprono ogni capitolo le ricette dei dolcetti di famiglia che, lo ammetto, hanno saputo destare il mio interesse anche se non ho tentato di replicarli.

Siamo di fronte, dunque, ad una lettura “in rosa” che ottempera diligentemente e senza varianti significative a tutti i cliché di genere, incluso il lieto fine con lacrima.
Niente di male se non fosse che, come ho avuto modo di rendermi conto scontrandomi con un certo numero di queste letture, ho sviluppato una decisa idiosincrasia per i romanzi in cui deportazioni e campi di concentramento fanno pretestuosamente da sfondo all’intrattenimento sentimentale.

Se lettura d’evasione deve essere -e me ne concedo parecchie come è evidente dalla eterogeneità delle mie letture- la preferisco quando si coniuga ai toni ironici e alla commedia.
Va detto, a onor del vero, che questo chick lit a sfondo Shoah calza a pennello per una sceneggiatura romantica con messaggio interconfessionale politically correct e, visto che riguardo al cinema sono molto meno suscettibile, ho pronti plaid e tisana nel più confortevole degli stereotipi.

Viv

Un elefante nella stanza

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Susan Kreller, Un elefante nella stanza, Il Castoro

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Tempo fa una bella recensione di Francesca Magni, mi ha guidato verso l’acquisto di questo libro.
Lo segnalo a mia volta a quei che genitori che volessero approfittare dell’estate per proporre ai figli letture accessibili su argomenti spinosi con i quali i bambini purtroppo sono chiamati a confrontarsi.

L’elefante nella stanza è un’espressione idiomatica che in inglese indica le evidenze scomode, quelle che pur essendo sotto gli occhi di tutti vengono ignorate o taciute.
Pertanto se volete spiegare ai vostri figli il significato della parola omertà ed educarli al coraggio, questo racconto è un buon punto di partenza anche perché si rivolge a lettori giovani ed è filtrato dai dubbi della protagonista tredicenne e dal suo linguaggio semplice e diretto.

Masha, come tutti gli anni da quando è mancata la mamma, trascorre l’estate dai nonni in un paesino sonnolento dove si annoia a morte. Quando conosce Max e Julie le sue giornate si fanno meno solitarie ma ben presto si rende conto che i due bambini -sette e nove anni- hanno il corpo coperto di lividi e scopre con sgomento che gli adulti, inclusi i suoi nonni, preferiscono volgere altrove lo sguardo.
Quando tenta di coinvolgerli riceve ammonimenti severi ad occuparsi dei fatti suoi evitando di seminare zizzania ed imbarazzo con dicerie senza fondamento e lasciando oneri e onori ai servizi sociali, agli insegnanti e, più in generale, agli adulti.

Le frasi che seguono sono un estratto della conversazione telefonica che Masha ha con il padre.

“A un certo punto qualcuno dirà qualcosa”
“A un certo punto? Nel frattempo Julia e Max saranno morti.”
“Che sciocchezze, Masha. Non si muore così in fretta.”
“Ma qualcuno deve pur far qualcosa.”
“Sì, ma non tu. Sei troppo piccola. Non puoi farci niente.”

Eppure Masha non si scoraggia e sceglie l’azione, un’azione alla sua portata, temporanea e sconsiderata, ma pur sempre azione.

Viv

Summer city bag

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Da tempo questa borsa era nella mia to do list, più o meno dalla prima volta che mi capitò di incrociarla sul blog Stashmania, a cui sono debitrice del pattern e del tutorial.
Ecco qui, dunque, la mia versione della City tote bag di Martina.

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Si tratta di una borsa a barchetta, pensata per l’estate anche nei colori.
All’interno era già prevista la taschino con ripresa che richiama il motivo a pieghe dell’esterno.
La completano una chiusura a calamita e dei manici in ecopelle che aggiungono un tocco di praticità e di eleganza.

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L’assenza del link al tutorial non è una dimenticanza da parte mia. Purtroppo ho scoperto che attualmente il blog è accessibile unicamente su invito e non è più possibile scaricare liberamente le spiegazioni così come avevo fatto io tempo fa.

Viv

Vintage bag

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Dopo una serie di borse da spiaggia oggi si va sul lungomare, con un bel paio di sandali bianchi, una gonna ampia e una borsa a spalla in tela bianca e blu che lascia le mani libere per il cono gelato.

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L’ampiezza é modesta, le pieghe sono fermate sul fondo e si ripetono sul retro.
All’interno un paio di taschine aperte, un bindello per agganciare un eventuale moschettone e un automatico a calamita per la chiusura.
Unico dettaglio sfizioso, il bottone ricoperto di stoffa con il quale ho inaugurato il nuovo tool per creare bottoni ad hoc.

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Viv

Un regalo che non ti aspetti

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Daniel Glattauer, Un regalo che non ti aspetti, Feltrinelli

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Gerold Plassek ovvero l’elogio della mediocrità.
Il protagonista del romanzo di Glattauer è un uomo di mezza età che ha alle spalle un matrimonio brevissimo da cui è nata una figlia ormai adolescente, cura la rubrica di “Variopinte segnalazioni” presso un giornale viennese di bassa tiratura e sostanzialmente vive alla giornata trascinandosi dall’ufficio al monolocale con lunghissime soste al bar del quartiere.
Ad alterare la sua routine giornaliera si affacciano un figlio quattordicenne di cui era all’oscuro e un benefattore anonimo che sceglie i destinatari delle sue donazioni tra i casi segnalati da Gerold nella sua rubrica.

Il racconto è ispirato ad una vicenda realmente accaduta che Glattauer affida ad un antieroe sciatto, senza ambizione, con una colpevole inclinazione all’abuso di alcolici. Dalla sua Gerold Plassek sfoggia una disarmante onestà riguardo ai suoi limiti, non millanta meriti inesistenti, dimostrando una crescente sensibilità verso il suo ruolo paterno che non può che rendercelo simpatico.

Tuttavia il romanzo in sé non va molto oltre la strenna natalizia e non vale il prezzo di copertina, giudizio che Glattauer condivide con altri colleghi che sembrano cavalcare l’intrattenimento “senza infamia e senza lode”, mi viene in mente la Gamberale degli ultimi romanzi.
Vorrei invece segnalare due libri precedenti di Glattauer – “Le ho mai parlato del vento del nord” e il suo seguito “La settima onda” – romanzi a cui devo l’ostinazione di aver scelto per la quarta volta questo autore.

Viv