Fragola e vaniglia

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Questa stoffa mi ricorda le fantasie anni Settanta, all’inizio non mi convinceva ma poi mi ha conquistato, con le sue strane geometrie floreali e questi colori da cono gelato.

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Mi piacciono i beauty capienti dove i flaconi restano in piedi come soldatini obbedienti e per bilanciare ho affiancato una bustina piatta, piccola e minimalista.

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Viv

L’evoluzione del portatorte

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Piccoli portatorte crescono e lasciano la vecchia via per sperimentare il nuovo.
Il procedimento è lo stesso con cui ho realizzato la kindle-cover: le alette laterali, quelle in cui viene infilata la tortiera, sono inserite tra le due basi in modo che una volta riportato il lavoro sul diritto non ci sia bisogno di ulteriori cuciture.
Il lavoro resta esternamente più pulito e un’eventuale cucitura si trasforma in un elemento puramente estetico e non funzionale.

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Ho scelto un tessuto con una fantasia di piante aromatiche abbinata a dei pois bianchi su fondo crema e ho invertito le stoffe tra loro per realizzare due portatorte simili ma complementari.
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In questo caso i manici sono fissati direttamente sulle alette laterali, in parallelo rispetto all’apertura.

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Se volete giocare a “trova le differenze” qui e qui alcuni dei portatorte realizzati in precedenza. Gli altri sono tutti nella categoria “cucina”.

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Nel frattempo le mie aiutanti procedono con il controllo qualità…

Viv

Kindle cover

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Per lettori digitali con tanta voglia di colore.

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Eh sì perché in questa cover c’è tutta la vivacità dell’estate e la golosità dei piccoli frutti di stagione.
Per lo meno a me questi abbinamenti fanno venire una gran voglia di fragoline e lamponi maturati al sole e di passeggiate in mezzo al verde, e visto che ad un certo punto ci si ferma per riposare non può certo mancare un bel libro.

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Viv

XXI secolo

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Paolo Zardi, XXI secolo, Neo edizioni

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“Nessuno ricordava com’era cominciato il declino. (…) Ognuno aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto, ma a un certo punto non era più bastato. Avevano lottato con coraggio; poi, avevano ceduto a una disperazione composta; infine, era calata una tristezza immanente, irrimediabile.”

In una cupezza millenaristica che troppo somiglia al nostro presente per non risultare inquietantemente distopica, si solleva il sipario sul dramma di un uomo qualunque, un uomo che rimarrà senza nome per tutto il romanzo.
La sua vita viene scossa alle fondamenta dall’ictus della giovane moglie Eleonore, presenza-assenza che attraversa il romanzo come un basso continuo dal letto d’ospedale in cui giace in coma.
L’accudimento dei due figli, il lavoro di vendite porta a porta, i rapporti con i familiari, si trasformano in un battito di ciglia in un fardello doloroso cui aggrapparsi e, mentre il protagonista combatte il disorientamento, ancorandosi al senso del dovere, all’amore e alla speranza, la cesta del bucato porta alla luce un cellulare nascosto tra la biancheria ed egli scopre di essere un uomo tradito.
Questa verità, dirompente e repentina, lo precipita nell’incertezza, lo costringe a domandarsi chi sia la donna sulla quale aveva costruito le fondamenta della sua serenità e a fare i conti con la frustrazione.

E’ nella distanza silenziosa che impone la malattia, nei muti interrogativi che egli rivolge al simulacro della moglie che si annidano le risposte o per lo meno le risposte che il protagonista sceglie di darsi per sopravvivere.
In un mondo predatorio, che erode se stesso e dissolve la bellezza in sporcizia, piagato e piegato dal disinteresse e dalla disillusione, l’amore e la famiglia restano l’unico baluardo all’infelicità.
Questo, dopo lo sgomento iniziale, egli oppone ostinatamente al caos e alla disperazione della sua mente: il ricordo di ciò che percepisce come fondante nella sua unione con la moglie, un distillato che merita di essere preservato perché ha a che vedere con l’essenza profonda del loro matrimonio più che con i percorsi di superficie.

Zardi, e non è la prima volta che mi capita di notarlo, non è giudicante, si può quasi dire che guardi alle debolezze dei suoi personaggi con cruda pietas.
La sua è una scrittura consapevole, che dosa abrasività e tenerezza in parti uguali.
Qualcuno ha parlato di De Lillo e Amis ma, al netto di ogni associazione, lo preferisco laddove li ricorda meno: nella scelta di un protagonista anacronistico, affatto cinico né spregiudicato. In un mondo in cui la tensione alla felicità sembra spenta in un grigiore claustrofobico e spettrale, egli mostra il lato vulnerabile e tenace dell’uomo per bene e addolcisce al lettore la desolazione dei tempi che sembrano attenderci dietro il prossimo angolo.

Finalista al Premio Strega 2015.

Viv

Quei favolosi anni Cinquanta

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I tessuti impalpabili sono sempre dispettosi da cucire, come ben sa chi ha provato a domarli e questa seta da cravatte non fa eccezione.
Mi piace pensare che sia un lascito del nonno paterno che faceva il sarto da uomo ma in realtà so solo che proviene dalle preziose riserve di famiglia, vintage a pieno titolo dunque.

Da questo scampolo hanno preso vita due fasce per i capelli in stile anni Cinquanta e una sciarpa ad anello, che di retrò ha solo la stoffa ma è l’ultima passione nata in craft room.

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Le immagino valorizzate da un accostamento minimalista, abbinate ad un jeans e ad una semplice T-shirt bianca, perfette con un maglioncino blu scuro, mai in coppia.

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A voi la scelta: o la fascia o la sciarpa ad anello.

Viv