Ogni nostra caduta

Tag

,

Denise Lehane, Ogni nostra caduta, Longanesi

Lehane è autore di bestseller e sceneggiatore televisivo. Da alcuni dei suoi romanzi sono stati tratti film piuttosto noti (Mystic River, Shutter Island, Gone, Baby, Gone) e i diritti di quest’ultimo lavoro sono già stati acquistati dalla Dreamworks.
Su questi precedenti illustri, per lo meno cinematograficamente, punta con tutta evidenza l’editore che non manca di citarli nella fascetta rossa che accompagna il volume millantando “una straordinaria protagonista femminile, ritratto intimo e profondo di una donna in cerca della verità”.

Delle fascette, si sa, non bisogna avere cieca fiducia ma per la verità anche le recensioni che, con criterio del tutto casuale, mi sono data la pena di leggere in rete, si limitano per lo più alla sinossi ufficiale con commenti univocamente positivi che non scendono troppo nel merito, il che mi fa pensare che per la maggior parte si tratti di blogger non indipendenti -le copie omaggio fanno gola a tanti- o di testate giornalistiche che, per ovvi motivi, non hanno interesse a farsi nemiche le case editrici.
Con questo non voglio fare di ogni erba un fascio ma vista l’omertà colpevole di molti,  mi vedo costretta a spendere due parole per un romanzo che non ne varrebbe mezza.
Consideratele un atto di umanità disinteressato in un mare di consensi unanimi e fuorvianti.

Il genere è un melting pot tra noir psicologico, thriller e action movie.
Si parte dal racconto dell’infanzia della protagonista Rachel e dal rapporto con una madre disturbata -bugiarda e manipolatoria, ancorchè psicologa di fama- ci si attarda senza scopo alcuno nella ricerca di un padre assente dall’identità sconosciuta e, dopo una parentesi giornalistica in zone pericolose, che si traduce per Rachel in una grave patologia agorafobica, con un triplo carpiato il lettore si ritrova in un mondo di sospetti, morti violente, loschi figuri senza scrupoli e fughe da tutto e da tutti.
Che dire poi dell’assunto ridicolo che, con un’esperienza più che dilettantesca e senza strumentazioni adeguate, si possa ritrovare a distanza di tempo e a colpo sicuro il punto esatto in cui un cadavere caduto in acqua si sarebbe incagliato sul fondale?

Dal punto di vista formale ho letto di peggio ma la trama sembra frutto di un esperimento di scrittura a più mani in cui gli autori fossero impossibilitati a confrontarsi l’uno con l’altro e l’editor vincolato con clausola vessatoria all’utilizzo della totalità del materiale. Inoltre, le pagine conclusive sono un terribile pasticcio e grondano dialoghi grotteschi.

Tirando le somme: temo il film ma questo romanzo è solo migliorabile.

Viv

Annunci

Voltiamo pagina e riprendiamo il filo

Tag

, , , , , , ,

Sono in vena di calembour ma questo giochino di parole calza a pennello visto che, dopo una lunga, lunghissima, pausa estiva in cui il blog si è occupato solo di libri, torno alla macchina da cucire.
Ma, seriamente, da dove mai potrei ricominciare se non da una trousse?

Sempre dal libro “Gravures de mode” di Véronique Enginger da cui in primavera avevo ricamato un delicato capo di lingerie per la trousse in rosa, ho scelto un ventaglio in pizzo pensando ad un’amica che ama gli accessori, le miniature, il pizzo e ovviamente il colore nero.

L’abbinamento con la stoffa optical nera e crema mi pare crei un felice contrasto: modernariato e vintage si sposano che è una meraviglia.

Viv

Il bambino che disegnava le parole

Tag

, ,

Francesca Magni, Il bambino che disegnava le parole, Giunti

Quando ero in prima elementare avevo una compagna dislessica, per lo meno così era stata etichettata.
Negli anni Settanta non esistevano sigle e certificazioni. Diagnosi e soluzioni avevano un’impronta artigianale ed era già molto che gli insegnanti facessero dei distinguo.
Precettata dalla maestra, la mia mamma si era resa disponibile ad aiutarla con i compiti e, con qualche sbuffo da parte mia, ero stata coinvolta in queste sessioni di studio pomeridiano.
Ricordo i dettati al tavolo della cucina, la mia mamma che scandiva le m e le n mentre io, che avevo scritto da un pezzo, non mi capacitavo di come la mia compagna non riuscisse a distinguere i suoni tra di loro, a leggerli, riprodurli correttamente dal punto di vista grafico e soprattutto a farlo in un tempo ragionevole.
Nel mio immaginario per anni la dislessia si è sbrigativamente identificata con una generica difficoltà di lettura e con il sorriso impacciato di una bambina di sette anni che compitava a stento.

Nella vita succede spesso: se un fenomeno non ci tocca personalmente o non riveste interesse professionale resta sullo sfondo delle nostre esistenze finchè qualcuno ci regala una lente di ingrandimento.
Nel mio caso la lente si chiama Francesca Magni.
Nella primavera del 2016, sul blog Lettofranoi, Francesca cominciò a raccontare la dislessia attraverso l’esperienza del figlio dodicenne Filippo.
Francesca è giornalista, la sua è una scrittura immersiva, in cui gli aneddoti prendono letteralmente vita e non stupisce che Giunti le abbia proposto di trasformare quello che era nato come un resoconto a puntate in un libro vero e proprio.
E sebbene nel libro Filippo diventi Teo, il lettore avverte intatta l’autenticità di un racconto in cui la verità è stata messa al servizio della condivisione.

A partire dalla scelta della voce narrante -una seconda persona singolare che dialoga con la madre senza attribuirle la centralità di un racconto in prima persona- si comprende che, seppure gli accadimenti siano filtrati attraverso lo sguardo della figura materna, protagonista è la famiglia nella sua interezza.
Nel libro c’è lo sconcerto della scoperta, la fatica, le ansie e i dubbi, il bisogno di capire cosa sia la dislessia sul piano neurologico, la tenacia nella ricerca delle soluzioni.
Ci sono i litigi di due figli adolescenti che nei momenti di crisi diventano terreno di scontro per i genitori, c’è l’ingrato ruolo dell’altro figlio -in questo caso una sorella minore- di fronte ad un problema reale che destabilizza i genitori e sposta equilibri e attenzioni sul fratello.
C’è infine l’urgenza di condividere un’esperienza, di farsi paladina di una battaglia di cui si è compresa l’importanza privata e sociale e fors’anche il desiderio di riscattare le mortificazioni di un figlio intelligente e pieno di talenti ma non di quelli richiesti dal piano didattico nazionale.

Tu ed io non siamo uno più stupido dell’altra, semplicemente funzioniamo in modo diverso

Questo è un libro che fa venire voglia di confrontarsi, di cercare soluzioni, soprattutto in merito ai metodi di insegnamento e ai criteri di valutazione della scuola italiana.

Certamente non è facile trovare un equilibrio tra diritti degli studenti, uso dei supporti tecnologici ausiliari e strumenti di valutazione dal momento che ogni studente dislessico lo è in modo peculiare, non tutti i dislessici sono studiosi e motivati e non tutti hanno alle spalle famiglie equipaggiate sul piano intellettuale e psicologico.
L’insegnamento di fronte a queste sfide è più che mai una vocazione in cui tra scartoffie burocratiche e programmi ministeriali deve trovare spazio la trasmissione creativa del sapere e il massimo potenziamento dei talenti singoli.
Detto così sembra niente, eh?

Viv

Victoria

Tag

, , , , ,

Daisy Goodwin, Victoria, Sonzogno

“Ciao, mi chiamo Stravagaria e sono una period drama addicted“.
Non è una grande rivelazione ma, se mai finissi in un gruppo di auto aiuto, è certo che la mia confessione pubblica sarebbe questa.

Per restare solo alla vita della regina Victoria, sovrana del Regno Unito dal 1838 al 1901, nei mesi scorsi mi sono vista in sequenza “The young Victoria” (Jean-Marc Vallée, 2009), “La mia regina” (John Madden, 1997) e la prima serie della fiction storica inglese  “Victoria” trasmessa in esclusiva su LaEffe, canale satellitare tra i miei preferiti proprio a motivo della programmazione, che ruota intorno a produzioni internazionali basate sulle biografie di personaggi storici o su grandi classici della letteratura.

In attesa della seconda stagione, a tempo perso, ho letto il romanzo nato in parallelo mentre la Goodwin scriveva la sceneggiatura per la serie televisiva.
Data la premessa non stupisce che i due prodotti siano sostanzialmente sovrapponibili e che, prevedibilmente, nell’immaginario del lettore, Victoria finisca per prendere i lineamenti di Jenna Coleman. Più sorprendentemente, tuttavia, il romanzo non si limita ad essere una sorta di prodotto secondario e il piacere della lettura resta intatto.
Certamente si tratta di una biografia romanzata dall’approccio più romantico che politico ma tra le righe affiorano i conflitti sociali di un’epoca che fu caratterizzata da forti spinte progressiste sul piano industriale ed economico a cui faceva da contraltare la povertà dickensiana del ceto medio basso.
Al centro gli anni giovanili -il romanzo termina con il fidanzamento della diciannovenne Victoria con il principe Albert di Sassonia-Coburgo-Gotha- di una sovrana volitiva e passionale che seppe coniugare gli impegni di governo agli obblighi e ai piaceri della vita matrimoniale.

A chi lo consiglierei? Ad amanti della monarchia inglese nei secoli e a lettrici orfane del principe azzurro, giacché lo spirito è quello della fiaba a lieto fine e non è un segreto che Victoria e Albert si amassero profondamente e fossero molto uniti anche riguardo alle questioni di stato, cosa affatto scontata.
Victoria purtroppo rimase vedova appena quarantenne ma la sua lunga vita fu gratificata da altre storie d’amore a cui ha dato respiro Judie Dench nel film di Madden del 1997, che ricordavo qualche riga fa, e più recentemente in quello di Stephen Frears, “Victoria & Abdul” che, ça va sans dire, non tarderò a guardare.

Viv

Una passione coniugale

Tag

,

Riccardo Bacchelli, Una passione coniugale, Mondadori

A pensarci bene credo che questo libro sia l’unico oggetto ricevuto in prestito che io abbia mai trattenuto senza esplicito consenso del legittimo proprietario. Lo pescai dalla biblioteca materna alcuni decenni fa e da allora mi sono sempre applicata con diligenza a rimuovere il pensiero di restituirlo fino ad ammettere colpevolmente a me stessa di non riuscirci.
Di quale malia sia stata vittima non saprei dire -a partire dalla copertina cartonata giallo crema- sta di fatto che, seppure nel corso degli anni e delle riletture ne abbia identificato i limiti, il fatto che sia in certo modo datato non ne esaurisce il fascino.

Sin dalle primissime righe il lettore scopre che Giulia, moglie amatissima di Giorgio Residori, è affetta da una forma leucemica che le lascia pochi mesi di vita.
Senza figli e senza significativi legami esterni -eccezion fatta per l’amica zitella che ha per Giulia un’ammirazione quasi agiografica- i due hanno coltivato una passione coniugale custodita quasi con ferocia. Dimentichi di tutto si sono abbandonati all’appagamento dei sensi e hanno vissuto, non senza qualche velata critica del mondo esterno, in una sorta di splendido isolamento nella casa patrizia di lei a Olmèdolo.
Siamo nei primi anni del Novecento, è utile ricordarlo, e la severità dei precetti e del giudizio della comunità si estendeva alle unioni consacrate quanto a quelle libertine.

Giulia è ricca e aristocratica, Giorgio, seppure di origini umili, è elegante e colto e ha fatto del suo ruolo di marito innamorato lo scopo della sua vita: un principe consorte che ha saputo trasformare in opera d’arte l’intima e gelosa clausura del loro legame coniugale.

Vivendo per sua moglie, amato e amante, e quasi in grazia di sua moglie, invece d’un dispetto orgoglioso n’aveva tratto una continua e profonda gratitudine e devozione. E in questo aveva mostrato la mancanza d’ogni servilità di carattere e il meglio dell’indole sua.

Dopo l’infausta diagnosi la coppia si ritira in un privato ancor più invalicabile, e lentamente al lettore se ne disvelano i segreti attraverso il ricordo nostalgico dell’amica Agata, che soffre di esserne programmaticamente esclusa, e il presente morboso dei due amanti, acceso da una passione tragica e dall’ineluttabilità della malattia.

Il tema dell’amore e della morte acquista vivezza attraverso il travaglio febbrile dei due amanti e la promessa di non separarsi neppure nella morte.

Solo alla fine Agata, che in questo è un passo indietro rispetto al lettore, sarà costretta a sollevare il velo della loro intimità, e ad ammettere che si possono conoscere solo i morti e che un vantaggio degli amori peccaminosi e vietati abbia a essere la necessità in cui gli amanti vengono a trovarsi di distruggere ricordi e reliquie che, dopo la morte, ne possano violare il diritto alla discrezione e al segreto.

Agata, si ritrova a porsi interrogativi dai quali l’avevano protetta una fede antica priva di domande e una ottusa inesperienza dell’amore: può l’abuso delle cose permesse e l’accanimento nel piacere -si domanda Agata- assopire nel matrimonio il senso del peccato che invece è tenuto desto nelle passioni adultere dal rimorso di una coscienza inquieta?
E qui viene inevitabilmente da domandarsi se la sensibilità moderna tenga ancora conto di concetti quali quello di coscienza, rimorso e senso di colpa. In ogni caso lo spunto di riflessione resta, insieme ad una scrittura elegante e ad una profonda analisi psicologica dei personaggi.

“Una passione coniugale” è uno dei tanti bei romanzi che l’editoria italiana ha dimenticato, infatti non ne esistono ristampe recenti e tanto meno una versione eBook. Esiste però un fiorente mercato dell’usato, in rete sono disponibili diverse edizioni -tra cui quella cartonata giallo paglierino della mia mamma. Sorry, mum!- e certamente le biblioteche avranno qualche copia superstite.

Si crede di lasciare o di fondare un tempio di ricordi dopo di noi e si riesce a riempire un magazzino di robe smesse.

Viv