Nuove shopper

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La primavera è arrivata e, secondo tradizione, ho cominciato a fare ordine negli armadi.
Inutile dire che il più temibile resta a tutti gli effetti quello della craft room e non perché io sia particolarmente disordinata, anzi. Il fatto è che appena varco la soglia del mio laboratorio sento distintamente l’entropia che mi sbeffeggia riproponendomi le immagini patinate di quegli spazi creativi da rivista che qualche creativa ogni tanto riesce a postare.

Ecco, io nemmeno per la foto ricordo da mettere sul blog riesco ad avere una scrivania sgombra e un armadio ben organizzato.

Su tutto, il problema maggiore è sempre quello dell’accumulo e quindi sono passata all’azione riassortendo le shopper e smaltendo in via definitiva alcuni tessuti.

Leggere e pratiche da portare in gita, lavabili in lavatrice.
L’amica insegnante ci metterà i libri di testo, quella musicista gli spartiti, la neo mamma i giocattoli e la merenda da portare ai giardinetti ma, credetemi, non si offenderanno neppure di fronte a frutta e verdura.

Da quando l’ho proposto, il tutorial per cucire le emergency shopper è sempre tra i più gettonati e in effetti queste borse rappresentano il progetto ideale per chi vuole imparare a cucire.

Per chi volesse cimentarsi trovate i miei tutorial per le shopper richiudibili qui e qui.

Se la direzione della stampa del vostro tessuto non può essere capovolta senza risultare sottosopra -come nel caso della stoffa con le erbe aromatiche- ricordatevi di tagliare separatamente davanti e dietro, aggiungendo alla lunghezza di ciascun rettangolo un centimetro abbondante per le cuciture, e unite i due rettangoli alla base, prima di procedere come da tutorial, utilizzando quella stessa cucitura francese che userete per i lati (prima diritto contro diritto e poi a rovescio, pizzicando la cucitura fatta sul diritto in modo che resti all’interno). Digitando cucitura francese trovate immagini del procedimento anche in rete.

Viv

Astuccio con jeans di riciclo

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In questi giorni mi è tornata la voglia di borse, merito della hobo bag di Fancyhollow e della sua tracolla in corda-no-cilicio che avevo pensato di copiare a mani basse utilizzando a mia volta del jeans di riciclo ma, rovistando nell’armadio, ho scoperto di non avere tessuto a sufficienza.

Da un jeans quasi nuovo che si era strappato malamente all’altezza delle tasche posteriori ho però ricavato un rettangolo sufficiente per un bell’astuccio porta-pennarelli di medie dimensioni.

Ho rinforzato il fondo doppiando la parte inferiore con una striscia di jeans più scuro e ho aggiunto un pizzico di colore con una bordura a pois rossi che anticipa la fodera interna.

E per rallegrare l’insieme, ci sono anche le casette e le perle di legno, che ho acquistato in sacchetti misti per colore e dimensioni da Tiger.

Viv

L’isola di Alice

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Daniel Sánchez Arévalo, L’isola di Alice, Editrice Nord

Questo è un libro a cui sono arrivata del tutto casualmente, attraverso un gruppo di lettura a cui neppure partecipo. Ma tant’è, ormai avete capito che pesco ovunque.

Una telefonata notturna precipita la protagonista nell’incubo della vedovanza e del sospetto: il marito infatti non si trovava dove avrebbe dovuto.
Una scia di piccoli indizi porta Alice a Robin Island, un isolotto tra Martha’s Vineyard e Nantucket, che si difende dai turisti con una studiata politica immobiliare contraria agli affitti.
Inseguendo la sua ossessione Alice decide quindi di trasferirsi in pianta stabile insieme alle due figliolette inserendosi nella comunità locale.

Finalista del Premio Planeta 2015, “L’isola di Alice ha varcato rapidamente i confini spagnoli.
Che sia diventato un bestseller internazionale non stupisce, gli ingredienti ci sono tutti: una giovane vedova, l’isola nel New England, le bugie, lo spionaggio informatico e tecnologico e la parentesi romantica. Non un vero thriller e neppure un chick lit a pieno titolo: una trama gialla con una vena romantica e un pizzico di delirio maniacale.

Si legge in un soffio perché, una volta entrati nella storia, al pari di Alice vogliamo scoprire cosa ci facesse Chris in quell’isola fuori dalla pazza folla e cosa nascondessero i suoi viaggi. Il punto di vista unico è quello della protagonista ma l’autore utilizza qualche piccolo espediente allo scopo, se non proprio di fuorviare, di mantenere viva la curiosità del lettore.

Pur in assenza di veri e propri colpi di scena la lettura scorre rapida e senza flessioni per i tre quarti del romanzo -e considerando che si tratta di un romanzo di cinquecento pagine non è cosa da poco- poi la verità viene a galla e il ritmo si affloscia. È fisiologico che allo scioglimento del nodo narrativo segua un crollo della tensione ma in questo caso l’autore rovescia un intero barattolo di tempera rosa sulla trama.
Altro dato fastidioso, l’uso insistito delle parentesi utilizzate talora per imprimere ritmo colloquiale ai pensieri della protagonista o, molto meno comprensibilmente, per spiegare dettagli ovvi a lettori che evidentemente si suppongono cerebrolesi.
L’ultima ventina di pagine è la metafora letteraria di un guasto ai freni davanti a uno stop.
Riassumendo, qualche taglio avrebbe giovato alla trama e allo stile.

Malgrado un’apparente stroncatura -non vogliatemene, dentro di me si annida una editor mancata o, più banalmente, lo spirito di una maestra elementare- non posso dimenticare di aver letto le prime quattrocento pagine in stato di trans impedendomi di sbirciare le pagine finali per non rovinarmi il viaggio.

In definitiva è un romanzo di quelli da comprare in aeroporto e leggere durante il volo intercontinentale, promosso con piena sufficienza nel campo della fruizione commestibile, soprattutto femminile.
Lasciate a casa la matita rossa e blu e tenete d’occhio Coming Soon perché sicuramente ci faranno un film.

Viv

Le nostre anime di notte

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Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NN Editore

“Le nostre anime di notte” è il romanzo con cui Haruf ha scelto di staccarsi dalla vita e dalla consuetudine coniugale che lo legava alla moglie Cathy.
Ormai gravemente malato l’ha scritto in una manciata di settimane senza attardarsi in operazioni di limatura ma, lo dico subito a scanso di equivoci, la sua è una penna che all’occorrenza può farne a meno.
Non si tratta di un racconto autobiografico ma, come ha raccontato la moglie, i coniugi Haruf concludevano le loro giornate chiacchierando tra loro prima di addormentarsi e Louis e Addie, i protagonisti di questo breve romanzo, incarnano quella stessa idea positiva di coppia che trova nel dialogo, ma non solo in quello, il terreno fertile dell’amore.

Louis e Addie sono vicini di casa, vedovi e ormai entrambi sopra la settantina. Non sono mai stati più che conoscenti ma si sono sempre stimati e forse è proprio per l’assenza di precedenti oltre che per la simpatia reciproca che Addie bussa alla porta di Louis con una proposta inusuale.

Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. (…)
Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene nel letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non pensi?

Sul piatto Haruf mette la solitudine, il bisogno di comunicare, il desiderio di avere qualcuno che abbia voglia di ascoltarci, sostenerci e dare una possibilità a un sentimento che vada oltre l’amicizia.

Questo faranno Addie e Louis, incuranti delle chiacchiere che girano sul loro conto -del resto siamo sempre a Holt che pur se immaginaria resta un paesino nella provincia del Colorado- per lo meno fino a quando non sarà il ricatto affettivo di uno dei figli a separarli, seppure solo fisicamente.

Degli altri romanzi sono stata attenta a rivelare il meno possibile, qui a maggior ragione dovrei fermarmi a qualche briciola perché la trama è esile, il romanzo breve, eppure rischio di attardarmi maggiormente perché è proprio nel finale che mi è parso di incontrare il lascito di Haruf alla moglie: quel legame che nulla può spezzare e prosegue a distanza anche quando non è più possibile incontrarsi, perché chi ha un’affinità elettiva con un altro essere umano la conserva e la coltiva anche nell’assenza fisica di chi non è più.

Se “Benedizione” racconta l’addio tingendolo di nostalgia e di rimpianto, “Le nostre anime di notte” è il saluto pacato di chi si avvicina alla morte con serenità e con la consapevolezza di non lasciare qualcosa di non detto, almeno tra le due persone che contano maggiormente l’una per l’altra.
Altri dettagli sottolineano quanto questo sia un romanzo di commiato ma almeno questi lascerò che li scopriate da soli.

E poi su tutto c’è la prosa di Haruf, essenziale eppure così chirurgica con quei dialoghi asciutti e senza interpunzione che sono parte del tutto e la capacità di raccontare con profondità i dettagli insignificanti del quotidiano, gli affetti e la banalità del bene con personaggi imperfetti, cui dedica le sfaccettature che meritano le pietre preziose.

Le altre recensioni della trilogia della pianura le trovate sul blog nella sezione dedicata ai libri.

Viv

Il giovin signore

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Gianni Clerici, Il giovin signore, Baldini & Castoldi

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Gli incontri della mia vita spesso si sono tradotti in letture che forse, lasciata a me stessa,  non avrei scelto: libri consigliati, regalati, trovati per caso nelle biblioteche che ho ereditato, come in questo caso.

Con uno stile d’antan, per eleganza e linguaggio, Gianni Clerici -quel Clerici che commentava con garbo e ironia le partite di tennis insieme a Rino Tommasi- fa rivivere gli anni Cinquanta e Sessanta tra la Milano del boom economico e la Londra della libertà sessuale.
Sono anni relativamente vicini eppure la sensazione di estraneità si mescola con la familiarità dei ricordi di infanzia di chi, come me, negli anni Sessanta ci è nato.

Il giovin signore è Andrea Broni, venticinquenne neo laureato in procinto di partire per il servizio militare e più in generale di entrare nella vita adulta.
Il futuro a medio termine lo vede sposato a Carlina, fidanzata storica di buona famiglia, e impiegato nella ditta di calzature fondata dal nonno.
Viziato dalla ricchezza paterna mal sopporta i disagi della naja da cui riesce a farsi esonerare per problemi di salute. Al suo rientro riesce in breve a rendersi indigesto agli operai della fabbrica paterna per i suoi atteggiamenti da giovane rampollo presuntuoso e, allontanato punitivamente dal padre, affronta la trasferta londinese alla stregua di una vacanza sregolata.
Messo di fronte all’aut aut della famiglia finirà per rientrare nei binari prestabiliti e nel pieno possesso dei privilegi patrimoniali, voltando le spalle alla responsabilità di un figlio illegittimo con quel pizzico di teatrale riottosità che contraddistingue gli amorali e i codardi.

Troppo verosimile per essere totalmente antipatico, Andrea Broni si presenta al lettore come un giovane di belle speranze e di un certo carattere ma sotto la leggera patina superficiale nasconde un’indole velleitaria che alterna moti di orgoglio nei confronti della rigidità paterna al lamento capriccioso di chi cerca sempre un capro espiatorio per i propri fallimenti e la propria mancanza di nerbo.

Sullo sfondo le prime rivendicazioni operaie, la Scala di Milano e le Mille bolle blu di Mina.

Viv