Shirley

Charlotte Brontë, Shirley, Fazi

Seconda opera di Charlotte Brontë, dopo Jane Eyre e prima di Villette.
Lontano dalle atmosfere gotiche e dalle riflessioni autobiografiche cui mi avevano abituato le mie precedenti letture “Shirley” è un romanzo di taglio sociale che privilegia toni più corali, per lo meno nell’intenzione dell’autrice.

Se da questo preludio, caro lettore, giudichi che si stia preparando un’avventura sentimentale, ti sbagli di grosso. Pregusti sentimenti, poesia, sogni ad occhi aperti? Immagini passione, emozione e melodramma? Ebbene calmati e riporta le speranze a un livello più basso. Hai davanti qualcosa di concreto, freddo e solido; qualcosa di altrettanto romantico di un lunedì mattina per colui che si sveglia e sa di doversi alzare per andare al lavoro.

Ambientato nello Yorkshire durante il periodo delle guerre napoleoniche, dei blocchi economici, della rivoluzione industriale e del luddismo,  il romanzo si apre sulle gravi difficoltà in cui si dibattevano i proprietari delle industrie tessili in cui trovava occupazione la maggior parte della popolazione della zona. Gli imprenditori, fortemente indebitati a causa delle tasse e delle restrizioni nelle esportazioni, avevano i magazzini stracolmi di merce invenduta; al contempo si trovavano a dover sedare lo scontento della classe operaia, stremata dalla fame, che si opponeva con azioni di vero e proprio sabotaggio all’introduzione dei macchinari a vapore considerati responsabili della riduzione dei posti di lavoro.

Tuttavia, pur abbracciando tematiche storico-sociali, il proposito iniziale dell’autrice viene parzialmente disatteso. Il suo sguardo infatti resta quello del ceto medio, degli imprenditori, degli uomini di Chiesa; fatica a identificarsi con le miserie di lavoratori sotto la soglia di povertà e neppure affonda nel fango e nell’ignoranza in cui si dibattevano le famiglie degli operai. Il suo è l’approccio onesto ma non esaustivo di una donna colta vissuta in ambienti austeri ma non degradati.

Dopo una lunga prolusione in cui trovano spazio le vicende della collettività e diversi personaggi di contorno, sul finire del primo terzo del romanzo compare alfine  Shirley, giovane e volitiva proprietaria dei terreni sui quali si trova la fabbrica tessile di Mr. Robert Moore. Questi, che abbiamo conosciuto fin dalle prime pagine, è un uomo determinato di bell’aspetto e dal fascino ombroso, totalmente assorbito dagli obblighi e dalle ambizioni del suo ruolo. Per scelta deliberata soffoca dunque i teneri sentimenti della cugina Caroline che, pur non essendogli del tutto indifferente, non costituisce un partito adatto per un uomo in una posizione economica precaria e rivolge più convenientemente, ma pur sempre tiepidamente, le sue attenzioni verso Shirley che ha una rendita e diverse proprietà.
Il controverso Mr Moore, concupito -o così pare- da entrambe, sembrerebbe destinato a diventare motivo di discordia se non fosse che le due giovinette, intrappolate in un microcosmo femminile popolato da coetanee vanesie e zitelle in età avanzata, stringono fra loro un legame di autentica amicizia che porterà la timida Caroline fin quasi a consumarsi pur di sopprimere sentimenti che crede possano ostacolare il bene dell’amato e il futuro radioso dell’amica a cui è affezionata come a una sorella.
A questo triangolo amoroso manca un quarto elemento che si palesa alla fine della seconda parte del romanzo, si tratta di Louis, fratello minore di Robert, istitutore dal carattere mite e dalle fortune ugualmente scarse. A questo punto accantonate le tematiche sociali, il racconto finisce col prendere decisamente la forma di un dramma sentimentale, si ancora nei salotti e mette al centro del racconto l’intreccio amoroso.

La causa di questo spartiacque è da ricercare nell’interruzione della stesura -tra l’autunno del 1848 e la primavera del 1849- e nelle vicende personali di Charlotte che in quel mentre visse tre lutti importanti con la morte del fratello e di entrambe le sorelle. È plausibile che quando riprese in mano il manoscritto abbia cercato conforto nel lieto fine e in un approccio più convenzionale concentrandosi sui personaggi principali.

Se Shirley e Caroline, non sono coraggiose e indomite come Jane Eyre e Lucy Snowe (Villette), sono comunque due donne che hanno piena consapevolezza delle loro capacità intellettuali e del ruolo che la società nega loro relegandole esclusivamente a compiti di accudimento e l’autrice non manca di sottolineane la condizione e le responsabilità maschili.

Padri, non potete cambiare le cose? (…) Dovreste voler essere orgogliosi delle vostre figlie, non vergognarvene. Cercate per loro un interesse, dunque, un’occupazione che le sollevi al di sopra delle civetterie, delle manovre, dei pettegolezzi seminatori di zizzania. Tenetele in schiavitù e in ristrettezze di vedute, ed esse saranno per voi una preoccupazione, addirittura una disgrazia.

Al netto di alcune disomogeneità Charlotte Brontë ha uno stile del tutto godibile e inoltre ha la capacità di inserire degli intervalli descrittivi in cui ci si scopre persi a fantasticare sui contorni delle nuvole, si ascolta lo stormire delle fronde, ci si immerge nella potenza intatta della natura e della brughiera inglese. Di queste descrizioni pittoriche dovette apprezzare la vivezza anche Van Gogh che in una lettera al fratello Theo gli consiglia la lettura di questo romanzo. A questo proposito val la pena ricordare che Currer Bell è lo pseudonimo con cui inizialmente pubblicava Charlotte Brontë.

Non so se hai mai letto libri in inglese. Se è così, allora posso raccomandarti calorosamente Shirley di Currer Bell, autore di un altro romanzo Jane Eyre. È bello come i dipinti di Millais  Boughton o Herkomer. L’ho trovato a Princenhage e l’ho letto in tre giorni, anche se è un volume piuttosto grande.
(Vincent Van Gogh, Lettere a Theo, 5 agosto 1881)
http://www.vangoghletters.org

Viv

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Dischetti struccanti eco

Recentemente ho fatto un paio di bavaglini, non ve li ho mostrati? Nel mentre mi è avanzato un briciolino di spugna ma talmente irregolare e piccolo che non poteva uscirne nulla se non dei dischetti per il trucco o meglio per lo strucco.

Questi dischetti fai da te stanno diventando sempre più popolari.
Non si tratta solo di seguire mode ambientaliste ma di privilegiare una mentalità più ecologica e meno consumistica. Molti di noi prestano sempre più attenzione nel differenziare i rifiuti, scegliere soluzioni alimentari senza imballo e riciclare, quando possibile; questi dischetti rientrano perfettamente in una logica ecosostenibile di risparmio visto che possono essere riutilizzati per innumerevoli volte. Tra l’altro se avete l’asciugatrice saprete già che la spugna si mantiene morbidissima e quindi non dovrete far altro che buttare anche questi dischetti nel ciclo di asciugatura per mantenerli sempre come nuovi.

Sul tema #zerowaste vorrei aggiungere una riflessione.
Dal mio punto di vista non è irrilevante che questi dischetti siano fatti con avanzi di spugna e piccoli scampoli di tessuto pressoché inutilizzabili altrimenti. Infatti in un’ottica ecologica di ottimizzazione, mi sembrerebbe un controsenso acquistare spugna, microfibra e tessuti vari appositamente per farne dei dischetti struccanti quando i piccoli asciugamani di cortesia che più o meno tutti possediamo funzionano ugualmente bene allo scopo.

Detto questo sono carini da fare e da regalare.

Viv

 

La madre di Eva

Silvia Ferreri, La madre di Eva, NEO. Edizioni

Lungo monologo in cui una madre dialoga idealmente con la figlia, nata con disforia di genere, durante il lungo intervento che porterà Eva a riconoscersi, anche fisicamente, come uomo.

Un romanzo di cui non so valutare appieno la verosimiglianza, temo infatti che la crudezza del percorso reale sia maggiore di quanto non possa essere narrato in un racconto non autobiografico, per quanto ben documentato.
Sta di fatto che nelle 190 pagine de “La madre di Eva” si ha un assaggio piuttosto preciso di cosa significhi essere genitore di un bambino transgender, supportando e arginando il malessere e le istanze di chi vive un disagio difficilmente comprensibile per semplice immedesimazione, ma non ha ancora l’età per autodeterminare le proprie scelte.
Eva vive per anni doppiamente prigioniera: di un corpo che, soprattutto dalla pubertà in poi, rifiuta con disgusto, e di una condizione -di figlia e più in generale di minorenne- che la pone totalmente alla mercé delle decisioni degli adulti. A fronte di qualche insegnante lungimirante, sappiamo per esperienza diretta che il mondo scolastico, e non solo quello, non è un luogo accogliente per chi non si confonde nella massa.

Ma in questa vicenda non esiste solo il malessere di Eva, esiste anche quello di chi la ama.
La madre, in particolare, vive la pulsione della figlia come una responsabilità personale. Eva infatti non si limita a disattendere generiche aspettative cullate dalla madre durante la gravidanza, vuole addirittura smembrare il suo lavoro genetico, la paziente costruzione di quei nove mesi. Possibile che proprio lì non si annidi un errore da parte sua?
Il percorso di Eva -e l’intervento dal quale si sveglierà nel corpo di un martoriato Alessandro- diventa per così dire una nuova gestazione, l’attesa di un figlio da imparare a conoscere e amare ex novo.

“Tu credi in un corpo nuovo, pensi che una bacchetta magica, ti cambierà la pelle e le ossa. Non sai ancora che sarai un fascio di lividi neri, che sarai gonfia e cucita, svuotata da dentro come un animale da impagliare. Chi diventerai? (…) E chi diventerò io? Madre di maschio dopo diciotto anni madre di femmina? Anch’io dovrò reimparare? Pure io dovró cambiare e cucirmi addosso una nuova maternità. Se tu rinasci, allora lo faccio anch’io”.

Prosa asciutta ed essenziale. Dolorosamente monocorde senza per questo diventare noioso.

Detto questo, a latere, mi sono documentata sul processo di transizione e riassegnazione di genere. Al netto dei dati disomogenei, di fatto, anche se pare superfluo ricordarlo, ogni individuo fa storia a sé: a fronte di disturbi squisitamente psicologici, esistono disagi causati da condizioni di oggettiva ambiguità biologica ma la transizione è sempre un processo parziale, doloroso, che non garantisce al cento per cento il superamento del malessere.
Un romanzo può generare delle domande, quanto alle risposte, credo sia opportuno esercitare la cautela e il rispetto dovuti a tematiche che richiedono livelli complessi di competenza e sensibilità.

Viv

Shops’ shoppers

Quasi uno scioglilingua ma era un titolo troppo ghiotto per farselo sfuggire.

Dunque, come recita il titolo, si tratta di due shopper foderate, che sfoggiano un negozio diverso su ogni pannello: il bookstore è abbinato alla caffetteria, il fornaio al quilt-shop.

Il cotone a quadrettini completa l’effetto country e la fodera conferisce stabilità e resistenza alla borsina.

Viv

L’ultima volta che siamo stati bambini

Fabio Bartolomei, L’ultima volta che siamo stati bambini, edizioni e/o

Una favola per adulti, adatta anche ai ragazzi dai 12 anni in su, che racconta il 1943 in Italia attraverso gli occhi di quattro bambini. La guerra è entrata nella fase finale: il fascismo vacilla, gli occupanti tedeschi non sono più alleati ma i bambini vestono ancora le divise da balilla. Se i grandi sono confusi figuriamoci cosa possono capire quattro bambini intorno ai dieci anni che della loro vita in tempo di pace ricordano ben poco e si barcamenano tra il coprifuoco militare e i divieti dei grandi cercando di ritagliarsi qualche momento di gioco in un cortile.

Cosimo vive con un nonno inasprito dai dispiaceri e dalle responsabilità insieme a un fratellino più piccolo, i suoi amici sono Riccardo, Vanda e Italo.
Italo é il figlio invisibile di un padre borghese simpatizzante fascista con il mito del primogenito, eroe di guerra, Vanda è un’orfanella poco aggraziata ma con grande spirito pratico. Riccardo non è il più furbo, non è il più forte, non è il più simpatico ma é l’amico generoso e leale su cui si può sempre contare. E un giorno scompare, come altri 281 bambini che a Roma vennero deportati durante l’occupazione tedesca e non fecero più ritorno.

Italo scuote la testa con espressione severa.
“Non doveva mischiarsi con quella gente”
“Quale gente?” chiede Vanda. “Viveva con i genitori”.
“È uguale! Non è il momento giusto per essere ebrei né per vivere al ghetto! Lo vedete cosa succede poi?”
“Ma perché hanno rubato pure lui? Cosa ha fatto?”
Cosimo scuote la testa, non ne ha davvero idea.
“Gli ebrei sono nemici del fascismo e dei tedeschi. Per quello li rubano” dice Italo.
“Ma lui non ha fatto niente di male. Non è un nemico cattivo”.
“Lui no, certo, ma mettiti nei panni dei tedeschi. Che fai, separi un figlio dai genitori?”

I suoi amici sono convinti che si tratti di un errore, Riccardo è ebreo ma non ha mai fatto niente di male quindi basterà parlare con i tedeschi e farselo restituire.
Inizia così un’avventura lungo i binari ferroviari per raggiungere il fantomatico Campo -forse un campeggio, probabilmente neppure troppo distante- in cui si trova l’amico, un viaggio in cui i bambini conoscono la paura e la fame ma sperimentano anche momenti di autentica esaltazione, come quando corrono a perdifiato in un prato perfetto, un prato ariano.
Il contrappunto alla loro fuga è l’inseguimento da parte del fratello di Italo e di una delle suore del convento, due figure positive ma non allineate attraverso le quali la dolorosa consapevolezza degli adulti fa da chiosa all’ingenua saggezza dei bambini.

Un racconto dolce-amaro che mette l’accento con forza su un’ovvietà: le ingiustizie e i crimini -dalla deportazione al bullismo scolastico, perdonate la semplificazione- vanno guardati come inconcepibili, riconosciuti come intollerabili e osteggiati con coraggio, lealtà e talvolta un pizzico di sana incoscienza. E, come sembra voler sottolineare il finale del romanzo di Fabio Bartolomei, è quanto mai necessario tenere viva la memoria storica.

Viv

 

Righe da spiaggia

Bianco e blu -in questo caso per la precisione bianco e panna- uno degli abbinamenti più classici degli arredi da esterni. Se in più aggiungete le righe è subito effetto spiaggia.

Tre bustine omogenee ma tutte diverse tra loro, con gli scampoli, del resto, l’unicità è una necessità. Quello che invece le accomuna è la perla in vetro azzurra che è legata al cursore con un cordino in cotone cerato.

E voi, siete già in modalità vacanza?

Viv

 

 

Il collegio

Tana French, Il collegio, Einaudi

Thriller di ambientazione scolastica nella Dublino dei nostri giorni.
A un anno di distanza un nuovo indizio riporta l’attenzione della omicidi sull’assassinio di uno studente diciassettenne di cui era stato rinvenuto il cadavere nel parco di un collegio femminile esclusivo.
Al centro dell’indagine otto ragazze: due gruppi distinti, rivali fra loro come solo le femmine di quell’eta sanno essere, che occupano due camere da quattro del dormitorio.
Le prime quattro incarnano le adolescenti alla continua ricerca del consenso sociale. Prone ai capricci e alle prepotenze della leader Joanne sono un gruppo disomogeneo in cui il legame affettivo è subordinato all’interesse o alla paura.  Al contrario Holly, Selene, Julia e Rebecca sono unite da un patto di amicizia che tiene conto solo della lealtà reciproca e della salvaguardia del gruppo.

L’indagine, malgrado il romanzo si dispieghi in oltre seicento pagine, si conclude nell’arco delle 24 ore in un tourbillon di interrogatori serrati che svelano gradualmente le complesse interazioni tra gli studenti dei due collegi confinanti, quello maschile di St Colm e quello femminile di St Kilda. Alla vicenda presente, affidata al punto di vista di uno dei due detective, fa da contrappunto il racconto a ritroso degli ultimi mesi di vita di Chris Harper, scanditi da un count down che impedisce al lettore di confondere i piani temporali.
Le due narrazioni, come sul quadrante di un orologio, procedono l’una in senso orario e l’altra in senso antiorario fino a sovrapporsi in un finale circolare che riporta il lettore all’episodio iniziale.

Si tratta di un romanzo poliziesco dal ritmo brillante in cui la suspence è interamente indotta dalla costruzione di ingranaggi investigativi che procedono per gradini consequenziali.
Perfetto come lettura di intrattenimento e per la sceneggiatura di una mini serie per la tv.
Nel caso mi auguro che ne approfittino per eliminare quegli accenni ai fenomeni paranormali in cui sconfina il legame delle quattro protagoniste che, ancorché modesti e irrilevanti, sono del tutto non necessari sia sul piano dei contenuti che dell’intreccio.

Viv