Collane in perle di carta

Tornano le perle di carta che avevo utilizzato un anno fa per gli orecchini a goccia.
Qui nel lab di Stravagaria funziona così, gli acquisti attendono pazienti a volte un anno, a volte un lustro o più. Trovano posto in una scatola o in un cassetto finché nasce un’idea che dà loro forma.
A queste belle perle rosso laccato e rosso India ho abbinato delle perle in ceramica sui toni del beige e dell’azzurro e dei cordoncini di cotone cerato.

Rosso lacca e beige per il girocollo morbido.

Rosso India e azzurro per la collana di lunghezza media con cordoncino bicolore.

Lo schema è simile per entrambe le collane ma cambiano le lunghezze e i dettagli nelle finiture. Del resto è difficile trovare tra le mie collane due accessori perfettamente uguali, a volta replico ma quasi sempre cambio qualcosa e comunque sia il “fatto a mano” è per sua natura unico persino nelle sue piccole imperfezioni.
Piccole, eh! Se no, per citare il papà di mio marito non si parla più di creazioni artigianali ma di slambrót*.

*per i non bresciani, pasticcio, lavoro non accurato.

Viv

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Knot bag nera

In verde dorato vi era piaciuta, che ne dite della versione in nero?

È piccola ma sono riuscita a farci stare l’indispensabile: cellulare, piccolo portafogli, patente di guida, chiavi di casa, fazzolettini di carta, fard e rossetto. Qui la vedete “zavorrata” con tutte le voci in elenco.

La spilla è realizzata con il secondo orecchino di cui vi avevo raccontato qui.
Quel che non vi avevo detto -chi mi legge su Instagram però forse se lo ricorderà- é che sembrava essersi smarrito, inghiottito dalla casa, ma la mia preziosa amica si è data un gran da fare e ha frugato in ogni anfratto per trovare anche il secondo orecchino che ora al pari del suo gemello, aggiunge alla borsina da sera quel certo je ne sais quoi.

Viv

Longbourn House

Jo Baker, Longbourn House, Einaudi

Se mai vi siete chiesti quanti derivati cinematografici e letterari siano a qualche titolo debitori verso i romanzi di Jane Austen vi consiglio di dare un’occhiata al diario delle Lizzies che proprio di questo si alimenta e si sostiene. L’indotto creato da zia Jane con soli sei romanzi sembra inesauribile, soprattutto tenendo conto del fatto che non tutte le pubblicazioni vengono tradotte per il mercato italiano.

“Longbourn House” si colloca in questa scia con una riscrittura in parallelo di “Orgoglio e Pregiudizio” in cui protagonista é la servitù di casa Bennet, quella a cui la Austen non dedica più che qualche riga ma grazie alla quale i pasti della famiglia vengono serviti all’ora convenuta, i capelli arricciati in boccoli seducenti, le commissioni sbrigate anche con il tempo più inclemente.
Scendendo ai piani bassi non si accede solo alla cucina, si entra nel regno della lisciva e dei pitali e non è un caso che il romanzo inizi in un giorno di bucato mentre Sarah, la giovane domestica, combatte con il fango incrostato sull’orlo dei vestiti delle signorine.

Intorno a lei si snoda un racconto che, fatti salvi i punti di intersezione spaziale e temporale imposti dalla Austen, procede in modo del tutto autonomo. E così, a mio avviso, deve essere letto: senza troppe aspettative e, soprattutto, senza forzare un confronto che risulterebbe inutilmente ingeneroso ma inevitabilmente impietoso.

La residenza di Longburn non ha l’opulenza di Downton Abbey o di Gosford Park, i Bennet sono benestanti ma non possono permettersi il lusso di una servitù numerosa. L’acquisizione di un valletto -insolita in un momento storico in cui la mano d’opera maschile scarseggiava a causa delle guerre napoleoniche- è dunque motivo di vanto e distinzione per la famiglia. Per Sarah invece James rappresenta innanzitutto uno sgravio dai compiti più faticosi e, come ogni volto nuovo tra la servitù del circondario, un piacevole diversivo che accende la sua curiosità e la sua acerba voglia di piacere. Così, mentre al piano nobile -questa volta sullo sfondo- le signorine si struggono per amore, per un nastro, per un invito mancato, nelle cucine si intrecciano silenzi carichi di significato e per Sarah si affaccia il desiderio di una vita propria che non sia spesa solo a compiacere chi dà tutto per scontato.

Quand’era una ragazzina ed era ancora nell’età in cui si cresce e si ha sempre fame, ogni volta che c’era una torta -una delle torte di pan di Spagna spolverate di zucchero che Mrs Hill creava per magia da uova, farina e burro di panna- Sarah non si concedeva neanche di guardarla, perché sapeva che non era per lei. La portava di sopra, dove veniva ridotta in briciole, e le briciole sollevate dal piatto da un dito umido appartenente a un Bennet, e poi riportava indietro il piatto unto vuoto. Per tutto il tempo Sarah contemplava il tappeto sotto i suoi piedi, o il quadro di un cavallo con una testolina ridicola appeso alla parete in fondo all’ingresso, o le tende gialle e ondulate del salotto, e si sforzava più che poteva di non respirare per non sentì l’aroma di vaniglia, di limone o di mandorle. Anche la più piccola occhiata alla torta sarebbe stata un’agonia insopportabile.
Per mesi, pensò, James non l’aveva praticamente guardata. 

La riservatezza di James nasconde un passato doloroso e irrisolto e se inizialmente i due ricalcano i fraintendimenti del rapporto tra Darcy e Lizzy, alla fine, con un ribaltamento dei ruoli tradizionali, sarà proprio James ad essere salvato da un destino di solitudine e di rassegnazione grazie alla tenacia dei sentimenti di Sarah.

“Longbourn House” è un’operazione gradevole e dignitosa e, se è pur vero che ci troviamo in casa Bennet, ce ne dimentichiamo dopo poche pagine, infatti quanto più la storia si avvolge intorno al passato misterioso di James, tanto più i parallelismi si fanno sfumati.
Tuttavia è proprio nella seconda metà che il romanzo diviene meno coinvolgente -stavo per scrivere noiosetto ma forse è eccessivo- e si sente acutamente la mancanza della verve e delle splendide arguzie asteniane di cui a questo punto urge nostalgica rilettura.

Viv

Summer earrings

L’estate è la stagione degli accessori, sarà che in vacanza basta anche solo un paio di orecchini per dare risalto all’abbronzatura.

Pasta di corallo rosa e amazzonite.
Per l’amica in attesa che non sa ancora se sarà maschio o se sarà femmina, per chi ama le tinte pastello, per le bionde, per le more e per le rosse… sì, perché questi colori stanno bene davvero a tutte.

Plastica leggerissima e resina di vetro per il secondo paio, sempre con l’elemento dorato a fare da trait d’union e un accenno di bianco ottico che d’estate fa risaltare qualsiasi incarnato.

Per entrambi ho utilizzato nodi da orefice; i perni e gli elementi in ottone sono nickel free.

Viv

Audrey in sangallo blu

Sangallo blu ed è subito bon ton.

Modello Audrey in  sangallo doppiato con un tessuto  blu scuro per un effetto tono su tono.

Il cappello arriva dritto dritto dagli anni Sessanta: lo indossava la mia nonna al matrimonio dei miei zii e sembra fatto per la mia Audrey blu.

Il colore fa capolino aprendo la chiusura che è lunga 24 centimetri.
La catenella in questo caso è lunga 60 centimetri per essere portata a spalla.

Viv

La vita segreta degli scrittori

Guillaume Musso, La vita segreta degli scrittori, La nave di Teseo

Non è la prima volta che mi capitano per le mani i romanzi di Guillaume Musso.
Li ricordavo mediamente inclini al soprannaturale, costruiti intorno ad un colpo di scena finale commovente e, presi nel loro insieme, piuttosto ripetitivi. Non vorrei averne dipinto un quadro troppo severo ma diciamo che il mio interesse iniziale è scemato di lettura in lettura.
Nel frattempo é trascorso oltre un decennio e -mi son detta- Musso deve aver cambiato pelle visto che il libro si presenta come un thriller e in copertina campeggia un pennino intinto nel sangue.

Di fatto questo nuovo libro non ha nulla di ultraterreno, si indaga sul mestiere dello scrittore in termini di costi-benefici e si riflette sulla vocazione alla scrittura con numerose citazioni a latere. Il tutto avviene su un’isola affacciata sulle coste del Var, ipotetica versione di Porquerolles per lo meno dal punto di vista naturalistico, in cui un romanziere di chiara fama, si ritira a vita privata lasciando incompiuto il suo quarto libro.
Qui, cessata ogni attività letteraria e ogni contatto umano superfluo, Nathan Fawles si seppellisce per un ventennio senza concedere interviste e scomparendo agli occhi del mondo. Difficile resistere alla tentazione di leggere cause misteriose intorno ad un isolamento perseguito anche a colpi di fucile, dopo un folgorante successo e un premio Pulitzer.
A stanarlo arriveranno uno scrittore in erba, una sedicente giornalista e il ritrovamento del cadavere. Piano piano lo scenario idilliaco prende i toni del thriller e l’indagine lega a doppio filo il passato e il presente dei protagonisti.

L’ho letto in paio di pomeriggi -trattandosi di un thriller la curiosità ha sempre e comunque il sopravvento- ma la verosimiglianza è macchinosa e, tolta l’ambientazione che tocca i miei punti deboli, l’ho percepito come un prodotto costruito a tavolino mescolando soluzioni sbrigative o già sentite (penso al finale sconvolgente de “Il segreto dei suoi occhi”) ad un epilogo -mi riferisco espressamente al capitolo finale- che svuota l’architettura dell‘intero romanzo senza una ragione che non sia il capriccio di un espediente letterario. Non sono così digiuna di letture da non riconoscere nel meccanismo di scatole cinesi, una sottolineatura al ruolo demiurgico dello scrittore ma il risultato è fiacco e artificioso.

Dentro la mia testa sento la voce dell’autore che sussurra: ”Caro lettore, so che in fondo sei una creatura semplice e con una citazione o due posso gratificare il tuo ego mentre impigrisci sotto l’ombrellone dandoti l’illusione di leggere un romanzo intrigante che esibisca tematiche colte”.

Buona base per la sceneggiatura di una mini serie televisiva.

Viv