Lois la strega

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Elizabeth Gaskell, Lois la strega, Elliot

Scritto in epoca vittoriana e ambientato nel 1691, “Lois la strega”, a quasi duecento anni dalla pubblicazione conserva la freschezza che è propria delle menti lungimiranti.
Un racconto dal sapore gotico che per lucidità critica sconfina nel saggio sociologico e, con il linguaggio misurato del romanzo ottocentesco, punta inesorabile il dito sulle conseguenze del fanatismo religioso, la superstizione, l’ignoranza e la paura dell’ignoto.

Dopo la morte dei genitori Lois Barclay, figlia di un pastore del Warwickshire, attraversa l’oceano per ricongiungersi alla famiglia dello zio materno. Ad accoglierla un ambiente naturale ostile in cui si respira la paura dei nativi americani, la freddezza dei suoi congiunti e l’atmosfera diffidente di Salem.
Lois non lega con la famiglia dello zio che, unico a riservarle un pizzico di benevolenza, viene a mancare quasi subito lasciandola in balia della moglie Grace e dei cugini.
Grace Hickson è una donna scorbutica e indurita dal timor di Dio, la maggiore delle due figlie, Faith, è spenta e rassegnata, forse l’unica in cui i guizzi di cattiveria si possano spiegare con sentimenti di umana debolezza.
Diversamente, il primogenito Manasseh e la piccola di casa, Prudence, sono due individui afflitti da patologie psichiche cui il fanatismo religioso fornisce alibi e aggravanti.
Cupo e austero Manasseh è con tutta evidenza disturbato in forma grave dai suoi demoni mentali quanto dalle sue ossessioni religiose visionarie. Prudence è sadica e capricciosa quanto può esserlo una bambina, priva di empatia a livello clinico, cresciuta in un’atmosfera repressiva dove la più piccola insinuazione diviene strumento di crudeli vendette personali.

In un ambiente in cui veniva sistematicamente scoraggiata l’iniziativa personale, ogni più piccola concessione al pensiero critico era considerata un comportamento gravemente peccaminoso.
Calvinisti convinti, i puritani del Nuovo Mondo vedono in una giovinetta anglicana, ancorchè pia e devota, una potenziale emissaria del demonio e Lois non tarda a divenire il naturale catalizzatore delle frustrazioni che serpeggiano nella severa comunità dei pellegrini.
Storicamente va ricordato che, anche in questo caso, dietro alle accuse di stregoneria si muovevano interessi economici contrastanti, che alimentavano intolleranze e persecuzioni all’ombra di precetti religiosi che l’ossessione per il demonio deviava verso l’isteria collettiva.

La Gaskell per scrivere il racconto si documentò studiando le carte dei processi per stregoneria che ebbero realmente luogo a Salem e, quasi a sottolineare la sua impotenza, trasforma lo stile narrativo iniziale in un tono via via più cronachistico.
Se il valore letterario del racconto non è assoluto, le riflessioni che ne scaturiscono valgono la lettura di queste centoventi pagine.

Viv

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I garbati maneggi delle signorine Devoto

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Renzo Bistolfi, I garbati maneggi delle signorine Devoto, TEA

A prima vista un Andrea Vitali in salsa ligure. Anche la veste editoriale e il titolo sembrerebbero suggerire una sovrapposizione nemmeno troppo velata con i romanzi dello scrittore bellanese.

L’ambientazione -un dopoguerra che sta per affacciarsi agli anni del boom economico- si sposta sul ponente ligure e di tanto in tanto affiora qualche espressione dialettale di quelle a cui mi ha abituato la lettura del blog di un’amica genovese, ragione per cui quando ho letto il termine maccaia non son dovuta andare a leggermi la nota per scoprire che si tratta di una variante dell’afa che anche noi milanesi ben conosciamo.

Le sorelle Devoto, tutte e tre abbondantemente sopra i settanta -come la maggior parte dei protagonisti di questo romanzo- incarnano l’Italia tardo gozzaniana dei salotti buoni tenuti in penombra.
Le conosciamo di ritorno dalla messa mattutina, Santa davanti, impettita, a fendere l’aria come una polena e dietro Mariannin, che trottava a piccoli passi rapidi, tenendo per mano Siria, la cieca. 

Tre signorine d’altri tempi, che hanno sempre vissuto insieme e che conducono una vita ritirata, senza grosse preoccupazioni economiche, guidata dalla parsimonia e dalla frugalità. Le loro giornate sono scandite dalle funzioni religiose e dai pasti, serviti con rigorosa puntualità da un’anziana domestica che rifugge la modernità e le più piccole variazioni nelle abitudini quotidiane.

Le vecchiette da che erano al mondo vivevano in una simbiosi tale, in una così profonda consonanza da apparire come un essere indifferenziato, piuttosto che tre individui distinti, un essere di cui era impossibile separare le singole membra senza pregiudicarne la sopravvivenza. Così come era improbabile incontrare ciascuna di loro senza le sorelle, ancor più improbabile era che esse, singolarmente, esprimessero un parere o un giudizio. Del resto le loro idee sulla società erano semplici e nette, e si riassumevano nella convinzione che il genere umano si dividesse in due categorie: quella buona, che era rispettabile, cristiana e all’antica e quella poco raccomandabile , che comprendeva tutto il resto. 

La sparizione di una loro conoscente le coinvolge in una piccola indagine sotto la guida saggia e perspicace di Siria che, malgrado la sua cecità, sembra vedere molto più lontano delle sorelle e che si ritaglia, nel finale, uno svelamento alla Miss Marple.

La scrittura di Bistolfi è piana e gradevole ma a tratti risulta frammentaria nella costruzione corale dell’intreccio.
Dal canto mio ho apprezzato l’accurata ambientazione anni Cinquanta che gode di quella felice distanza temporale che suscita nei lettori della mia generazione quella che chiamerei la confortante nostalgia della naftalina. Sufficientemente vicina da non essere percepita come del tutto estranea, abbastanza lontana da suscitare tenerezza.
Un autore da verificare con una seconda lettura, magari sotto l’ombrellone.

Viv

Come cade la luce

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Catherine Dunne, Come cade la luce, Guanda

Come cade la luce è un’espressione che torna più volte durante il romanzo per fermare quegli attimi di rara perfezione in cui la difficoltà del vivere trova pacificazione nella bellezza.
E di attimi come questi la famiglia Emilianides non ne ha avuti molti da quando è emigrata in Irlanda da Cipro e Mitros, il figlio secondogenito, si è ammalato gravemente. La sorella maggiore, Alexia, ancora ricorda gli anni in cui Mitros non consumava tutto l’ossigeno dell’aria, quando la vita della famiglia non ruotava solo intorno alla sua disabilità e alle sue estenuanti esigenze. Per conseguenza, o per carattere, ha sviluppato un forte desiderio di indipendenza e un’indole ribelle. Al suo opposto Melina, pur essendo la piccola di casa, è cresciuta interiorizzando l’assenza di spazi personali e incarna lo spirito di obbedienza, troppo preoccupata di non dispiacere ai genitori per analizzare i propri bisogni.

Così le incontriamo nelle prime pagine eppure, mentre le vediamo diventare adulte, diviene sempre più evidente che sia Melina tra le due quella che si è allontanata maggiormente dalle aspettative della famiglia.
Sono loro il nucleo dell’intero romanzo, loro e la fedeltà tenace del loro affetto che supera incomprensioni ed errori mettendo al primo posto l’accoglienza e il desiderio di non perdersi.

Spesso venati di malinconia, i libri di Catherine Dunne hanno da sempre il loro punto di forza nelle dinamiche relazionali ma in questo caso il risultato è una prova minore, che convince e coinvolge meno di altri romanzi.
La narrazione è inizialmente penalizzata da un’alternanza confusa tra passato e presente: anticipa personaggi e situazioni che verranno chiarite solo in un secondo momento, passa dal racconto in terza persona a quello in soggettiva attraverso le mail recenti che si scambiano le due sorelle e la voce della sola Melina.
Le motivazioni per cui Melina si è allontanata saranno rivelate solo nelle ultime pagine ed aprono ad un finale possibilista, percepito come soluzione sbrigativa e poco coerente col personaggio. Non convince la repentinità adolescenziale con cui il colpo di fulmine si traduce in colpo di testa, specie in un’indole forgiata da quarant’anni di riflessività, tanto più considerando le delicate implicazioni.

Altro leitmotiv che torna al pari della luce che cade è il concetto che nei rapporti umani nulla sia semplice come talvolta appare e nasconda spesso zone d’ombra che non si percepiscono con subitanea facilità.
Allo stesso modo i singoli membri del corpo familiare non sono necessariamente sempre forti o sempre fragili, la vita per tutti ha in serbo dei momenti di buio e di luce e a turno i ruoli e responsabilità vengono assunti da chi in quel momento può farsene carico. Fin qui tutto bene ma l’autrice si spinge oltre, non è solo una questione di supporto reciproco: qualsiasi scelta etica, qualsiasi errore è perdonato per diritto di nascita.
A questo serve la famiglia, sembra dirci Catherine Dunne, i legami di sangue vengono prima di tutto.

Sarà ma, prescindendo per un momento dal romanzo e dai suoi protagonisti e spostando la riflessione in un ambito più generale, il sangue ha davvero pari dignità delle azioni?
Per dirla con un detto popolare, ogni scarrafone sarà anche bell’a mamma soja ma lo spirito critico -per non parlare dell’etica- viene davvero espulso insieme alla placenta?

Viv

Nome d’arte Doris Brilli

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Andrea Vitali, Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadó, Garzanti

Andrea Vitali, non che abbia bisogno di presentazioni, da quasi un trentennio porta alla ribalta la provincia italiana, quella in particolare che si affaccia sulle sponde lecchesi del lago di Como, in una finestra temporale che spazia dagli anni Venti agli anni Sessanta.
Vanta ormai, come è logico, uno zoccolo di fedeli lettori che ne conoscono l’opera omnia e condividono per lo più due linee di pensiero: da un lato un’entusiastica attribuzione di stelline a prescindere, che trova ragione in quella rassicurante atmosfera di familiarità che spinge taluni a tornare anno dopo anno nella medesima località di villeggiatura, dall’altra un timido lamentare trame ormai stanche, prive della vivacità di intreccio dei primi romanzi.

Certo, essendo scrittore dalla penna generosa, è inevitabile che alcuni romanzi finiscano con l’essere più riusciti di altri ma, proprio a fronte di trame che talora non brillano per colpi di scena, io trovo confortante la capacità di costruire una storia armoniosa intorno ad una tabacchiera che passa di mano lasciando dietro di sé un’esile scia di indizi. Come in questo caso, in cui si raccontano i primi mesi a Bellano del maresciallo Ernesto Maccadò, personaggio che i lettori più affezionati ricorderanno di aver già incontrato in numerosi romanzi.

Fresco di nomina dalla Calabria, Maccadó muove i primi passi in questa nuova realtà umana e geografica e, mentre scruta ansiosamente il cielo in attesa di un raggio di sole che riporti il sorriso sul volto della giovane sposina che soffre l’umidità lacustre, risolve il primo di tanti piccoli misteri.
Intorno a lui la coralità del paesello: il borioso vicedirettore del cotonificio Delmerio Passanò che tenta in ogni modo di accasare la figlia Giannetta, la perpetua, il sacrestano trafficone e, non ultima, Desolina Berilli in arte Doris Brilli, ricamatrice e cantante con un piccolo segretuccio con cui i genitori non riescono proprio a far pace.

Il racconto si dispiega per una buona metà senza chiarire il nocciolo del contendere ma proprio questo divagare mi ha fatto riflettere su quanto scrivevo qualche riga fa: l’azione del raccontare è la vera protagonista di questi romanzi. Certo, a intrecci più ispirati corrispondono romanzi complessivamente più memorabili, ma il viaggio vale comunque il prezzo del biglietto.

Altre recensioni su Andrea Vitali qui, qui e qui.

Viv

Due occhi azzurri

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Thomas Hardy, Due occhi azzurri, Fazi

Quegli occhi erano azzurri. Azzurri come la distanza autunnale, come l’azzurro che si vede tra i profili sfuggenti delle colline e dei pendii boscosi che si perdono nella lontananza di un’assolata mattina di settembre. Un azzurro nebbioso e ombroso, senza principio né superficie, da scrutare in profondità e non, semplicemente, da guardare.

Gli occhi che Hardy descrive con tanta meticolosità sono quelli di Elfride Swancourt, figlia del parroco di una piccola comunità nel Dorsetshire.
Elfride è il prodotto dell’educazione vittoriana della provincia, ha sempre vissuto una vita appartata, in compagnia di un genitore distratto che, per mancanza di malizia e di servitù, acconsentiva a lasciarle maggiore libertà di quella di cui godessero le sue coetanee pari grado.
Inesperta dell’amore quanto basta da passare per volubile, dapprima si fidanza in segreto con un giovane architetto di origini troppo umili per non risultare sgradito al padre e successivamente si innamora del di lui mentore, un letterato che la ripudierà scoprendo di non essere stato il primo uomo della sua vita.

Ora, per comprendere le dinamiche di questo triangolo amoroso è indispensabile calarsi nel contesto storico in cui la vicenda si svolge, poiché quello di cui viene accusata Elfride, ai nostri occhi è poco meno che un peccato veniale, dovuto all’ingenuità.
L’amore di cui fa esperienza Elfride non va al di là di un impacciato corteggiamento cui ella risponde con innocente civetteria e qualche bacio fugace, ma tanto basta a comprometterla, specie se le malelingue soffiano il sottile vento della calunnia nella sua direzione. E sappiamo bene quanto nei romanzi vittoriani, così come ai giorni nostri, il destino si compiaccia nell’insinuare dubbi sulla base di semplici indizi.
Elfride è vittima delle aspettative sociali del suo tempo, assai più restrittive per le donne che per gli uomini, ma dal giudizio severo dei contemporanei sembra volerla assolvere persino l’autore che con uno sguardo di grande modernità si rammarica di una certa ristrettezza di vedute negli uomini del suo tempo.

É malinconico che gli uomini, che in un primo momento non permettono al verdetto di perfezione che pronunciano nei confronti delle loro innamorate e mogli di essere modificato neppure dalla testimonianza di Dio in senso contrario, una volta che ne sospettano la purezza, le impiccano moralmente sulla base di prove che si vergognerebbero di accogliere nel giudicare un cane.

Le descrizioni ambientali hanno il respiro dei grandi classici del passato e nell’insieme l’incedere del romanzo é lento. Hardy riesce a mantenere viva l’attenzione in virtù di una scrittura che coglie con puntualità le interazioni dei personaggi riuscendo a tradurle con grande immediatezza.

Sa tradurre in due righe l’ansia di piacersi che coglie al primo incontro Elfride e il suo primo corteggiatore.

Stephen cominciò a farsi eloquente a proposito di esperienze di scarsissimo rilievo connesse alle sue attività professionali; ed Elfride, che non aveva esperienze a cui poter attingere, raccontò con grande animazione storie che le erano state narrate dal padre.

Allo stesso modo descrive il disagio tra persone un tempo intime da potersi chiamare amici quando il tempo e le vicissitudini scavano solchi troppo profondi da poterli attraversare con naturalezza.

Seguì quella mancanza di parole che si presenterà sempre tra amici di nome che si accorgono di aver smesso di essere veri amici, e però non sono ancora giunti al livello di pure conoscenze.

E con pacata moderazione regala qualche piccola perla di ironia tutta inglese allorché il padre ecclesiastico di Elfride si compiace per aver allontanato un corteggiatore inadatto.

Sì, ero incline a sospettare di lui, perché era indifferente a tutte le salse. (…) Un palato non educato é l’occultabile coda del diavolo di chi si è fatto dal nulla.

Su tutti incombe severo il destino che sembra approfittare di ogni loro debolezza ed anche Elfride che più di tutti ha tentato di rivendicare la possibilità di sperimentare la sua femminilità in boccio infine capitola, sconfitta dalle aspettative di un mondo che alle donne lasciava ben poco spazio di azione.

Viv