Maxi portachiavi

Il Bello aiuta il Bene. Me l’ha scritto una persona che ho conosciuto grazie a queste finestre virtuali con cui si stringono tanti rapporti veri.
E sapete una cosa? L’ho sempre pensato anche io. Sono sempre stata grata della bellezza che incrociavo nella mia vita, ho sempre sostenuto che vivere affacciati su un bel panorama renda le giornate migliori e che l’arte guarisca molte ferite, così come le parole scelte con cura.
Questa stessa cura io l’ho messa per scegliere il ricamo che si sposasse perfettamente con la cotonina di questo maxi portachiavi.
Maxi perché è un po’ più grande di quelli che cucio solitamente, più facile da trovare nel caos delle nostre borse ma ugualmente leggero e certamente non troppo ingombrante.

Il ricamo è tratto da una rivista russa scritta in cirillico, perciò non so per certo di che fiore si tratti. Opterei per il myosotis, altrimenti detto non ti scordar di me , anche perché lo schema originale è in azzurro, ma mi sono presa una licenza e ho accentuato la sfumatura violacea che, per altro, esiste anche in natura.

Di questi piccoli fiorellini ho sempre apprezzato il loro sottrarsi alle brame di chi li vorrebbe addomesticare nell’acqua di un bicchiere. Sono creature delicate che sopravvivono solo in natura o, nella migliore tradizione romantica, tra le pagine di un libro.
Un po’ come i papaveri.

Viv

Profuma biancheria alla lavanda

Se il buongiorno si vede dal mattino, questo 2020 è iniziato decisamente in salita.
Le mie giornate attualmente ruotano intorno alle emergenze familiari e i nuovi progetti dovranno aspettare tempi migliori ma sono riuscita a ritagliarmi qualche ora in craft room per ricaricarmi.

Niente di complicato, solo un paio di sacchetti profuma biancheria alla lavanda.

Il ricamo è un dettaglio minimalista tratto da un pannello di Cuore e Batticuore interamente dedicato alla lavanda.

I sacchettini sono pensati per essere ricaricabili, così regaliamo una vita più lunga al ricamo   e abbracciamo logiche di minor spreco.  Per questo motivo hanno un’apertura sul retro che consente di rinfrescare l’imbottitura sostituendo la lavanda quando, col passare dei mesi,  si affievolisce il profumo.

Per rendere più agevole l’operazione ho utilizzato i filtri da tè in carta che si acquistano per le miscele sfuse nei negozi specializzati. In alternativa potete creare un involucro piatto usando il tulle delle bomboniere, l’importante è che la lavanda sia libera di respirare.

Viv

Tra le margherite

Questo ricamo riposava da molti anni nel mio cassetto delle meraviglie. E di meraviglia davvero si tratta perché è uno schema bellissimo di Priscilla Hillman, di quelli che “rubano” ore anche solo per i dettagli. Da qualche anno ormai non utilizzo più la tela Aida e se mai decidessi di duplicarlo, ora come ora lo riprodurrei su fili contati, ma devo ammettere che questo ricamo è talmente bello che anche con la Aida  a quadretti piccini rende benissimo.

Volevo regalargli un’opportunità e così ho deciso di incorniciarlo. Ho scelto una fascia di tessuto verticale che si intona perfettamente al ricamo e alla cornice bianca di Ikea e ho rifinito con una passamaneria delicata come i petali di quei fiorellini.

Viv

Doll country blanket

In una vita precedente devo essere stata un orso.
Sì, perché tra novembre e gennaio i miei bioritmi toccano i minimi storici e per settimane mi ritrovo a combattere contro la svogliatezza e la mancanza di idee, mentre in piena estate, quando tutti sono tramortiti dal caldo e vagheggiano spiagge e sentieri montani, io raggiungo il momento di massima produttività.

Per superare questi momenti di transizione letargica e uscire graziosamente dalle festività natalizie, da anni adotto più o meno lo stesso sistema e riparto dagli scampoli, quelli che si accumulano e quelli che ricevo in regalo.

Quest’anno mi sono ritrovata un sacchetto pieno di ritagli in flanella e, visto che Babbo Natale di solito non ci pensa, ho cucito una copertina patchwork per il bambolotto preferito.

Qui in casa le bambole scarseggiano ma l’orsetta Josie si è gentilmente prestata per posare nel cestino delle gatte, che hanno assistito perplesse allo shooting fotografico e si sono affrettate a riprenderne possesso.
In verità credo che sarebbero state più che liete di tenere anche la copertina.

Ora manca solo una bambola o, meglio ancora, una bambina che abbia bisogno di una copertina per la sua bambola.

Viv

Gardening

In gennaio si sprecano i bilanci e le liste di buoni propositi.
A me piacciono poco sia gli uni che le altre, però amo le metafore.
E cosa c’è di più vicino a un nuovo inizio di una sessione di giardinaggio?

Coltiviamo progetti, sogni e speranze e guardiamoli crescere lasciando che si sviluppino anche in direzioni impreviste.
Buon anno a tutti!

Viv

Salvare le ossa

Jesmyn Ward, Salvare le ossa, NN Editore

Non mi capita spesso di arenarmi leggendo un bel romanzo eppure con “Salvare le ossa” ho fallito un primo tentativo dopo solo una trentina di pagine: semplicemente non era il momento giusto per un romanzo dai toni così intimisti e crudi.
La seconda volta l’ho scelto, finito e amato.

È in un’alternanza ipnotica di brani ricchi di sentimento e di passaggi estremamente brutali che si consuma l’attesa dell’uragano Katrina. Ci troviamo nei sobborghi di Bois Sauvage in Mississippi, in una baracca di legno e lamiere costruita in una depressione che affonda nella terra argillosa e nella polvere. Nei dodici giorni che precedono l’uragano partecipiamo ai preparativi per mettere in sicurezza i pochi averi di una famiglia di colore che vive di piccoli espedienti e cibo scadente in mezzo a un cumulo di rottami. E no, non è casuale la scelta del verbo, perché avrei potuto scrivere “assistiamo ai preparativi” ma non sarebbe stato del tutto sincero perché nella “Fossa” insieme ai protagonisti ci siamo anche noi.

Dei quattro figli è Esch la voce narrante.
Unica femmina in un mondo di maschi è un’adolescente acerba già avvezza all’avida rapacità dei suoi giovanissimi amanti e all’affetto ruvido dei suoi fratelli. L’assenza della madre, morta dando alla luce il fratellino più piccolo, riecheggia nella vita di ciascuno dei ragazzi Batiste: Randall, che punta tutte le sue speranze per il futuro in una borsa di studio che gli permetta di giocare a basket in un college, Sketaah, che accudisce con commovente dedizione una pit bull da combattimento e Junior che segue come un’ombra i fratelli maggiori che da sempre si prendono cura di lui.
Il padre é emotivamente assente, affaticato dal lutto e dalla lotta quotidiana per tenere a galla la famiglia, impartisce gli ordini per rinforzare la baracca con assi di recupero e per fare scorte di viveri e acqua ma sono i fratelli ad occuparsi gli uni degli altri, sostenendosi e guardandosi le spalle con una sollecitudine brusca, priva di smancerie che chiude il cerchio nell’ultima pagina e, nonostante la devastazione materiale, apre alla speranza.

Rimarremo seduti qui finché non ci verrà sonno, e poi rimarremo qui finché non ci faranno male le gambe, finché Junior non si addormenterà tra le braccia di Randall, e Randall gli sosterrà con il gomito il collo fragile, ciondolante. Randall starà attento a Junior e Big Henry starà attento a me e io starò attenta a Sketaah e Sketaah non starà attento a nessuno di noi. Lui starà attento al buio, alle case devastate, agli elettrodomestici infangati, alle cime degli alberi intorno con le foglie che muoiono perché non hanno più radici. Alimenterà il fuoco per farlo ardere come un faro. Rimarrà in ascolto, in attesa di sentire la coda che batte, le zampe che affondano nel fango.

Una prosa musicale che sa essere abrasiva come carta vetrata e un racconto poetico e crudo al tempo stesso dove gli affetti non trovano quasi mai la strada per divenire suono e i legami più profondi si cementano nel silenzio.

Viv

Il manoscritto

Franck Thilliez, Il manoscritto, Fazi

Thriller alimentare che si fonda su una premessa direi pretestuosa.
Il romanzo postula infatti il ritrovamento di un manoscritto incompiuto, opera di un famoso scrittore defunto. Della stesura delle ultime dieci -cruciali- pagine, quelle in cui si dipana il mistero, si incarica il figlio che, ammettendo di non possedere il talento paterno, sembra quasi voler mettere le mani avanti rispetto ad un finale che non potrà incontrare il favore di un vero amante del thriller. A questo proposito ho in mente Hjorth & Rosenfeldt, che già consigliai come strenna natalizia, o il francese Lemaitre, ugualmente crudo rispetto a Thilliez ma ben più abile cesellatore di caratteri.

Il romanzo di Thilliez, dopo il suddetto prologo, costruisce una complessa impalcatura in cui si intrecciano la sparizione di alcune giovani ragazze, il ritrovamento di un cadavere brutalmente mutilato, le indagini di un detective stropicciato comme il faut e la tragedia familiare di una scrittrice sotto pseudonimo, madre di una delle ragazze scomparse, il cui ultimo romanzo ricalca il manoscritto che il lettore sta leggendo e per il quale, per non farsi mancare nulla, viene anche accusata di plagio. Insomma l’autore si gioca la carta del romanzo nel romanzo tentando la via delle scatole cinesi.

Beninteso, il libro è scorrevole e non è del tutto mal congegnato, vista poi la natura del gioco e i continui colpi di scena, una volta iniziato diventa difficile interrompere la lettura ma come detto nella prima riga si tratta di un thriller alimentare e certamente mi aspettavo di più.
Il dramma del lettore, infatti, si compie nelle fatidiche dieci pagine finali, quelle aggiunte, secondo premessa, dalla penna del figlio dell’autore del manoscritto. Qui si entra a gamba tesa nel regno dello “spiegone”: dieci pagine davvero fastidiose, che prendono per mano il lettore tirando le fila di tutta la faccenda.

Data l’inutilità della premessa iniziale riguardante il ritrovamento del manoscritto, la mia supposizione è che l’autore, conscio della debolezza del finale, abbia tentato un escamotage per dissociarsene almeno sul piano psicologico.

Viv