Portafazzoletti con apertura dall’alto

Con l’ultimo ritaglio di questo stoffa molto amata, ecco una piccola custodia per fazzoletti fatta su commissione da mettere in borsa o da tenere sulla scrivania.

Ammetto che forse da sola non ci avrei pensato perché sono un po’ spartana nelle mie abitudini ma sono sempre affascinata dalla cura che altri riescono a mettere anche nei gesti più semplici  e sono sempre felice di dare il mio piccolo contributo.

Viv

 

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Quaderno proibito

Alba De Céspedes, Quaderno proibito, Mondadori

Quanti romanzi avete letto perché suggeriti dal personaggio di un altro libro?
Nel caso di Alba De Céspedes sono debitrice in prima battuta a Franco Bordelli, malinconico commissario e assiduo lettore nato dalla penna di Marco Vichi. Da quel momento Alba ha cominciato a ripresentarsi finché non ho ceduto a “Quaderno proibito”.
Inizialmente proposto come racconto a puntate su una rivista femminile, solo nel ‘59 vide la luce come romanzo unitario e solo recentemente Mondadori ha ripubblicato i libri di questa autrice che per anni sono stati fuori catalogo. 

Valeria Cossati, protagonista del romanzo, è una donna della bassa borghesia negli anni Cinquanta.
Quarantatré anni, moglie di un impiegato di banca e madre di due figli che si affacciano sul mondo degli adulti, Valeria vive per consuetudine una vita di servizio, in ufficio, dove lavora per sostenere l’economia familiare, e dentro casa, dove figli e marito la danno ormai per scontata.

Il suo sguardo sul mondo cambia quando, preda di un impulso improvviso, acquista un quaderno dalla copertina nera. Questo quaderno -doppiamente proibito, perché di domenica le tabaccherie avevano il divieto di vendere articoli di cancelleria e perché un diario implica una segretezza che ai suoi occhi è già sinonimo di peccato- diviene simbolo di un’identità ritrovata e di quella libertà che non si è mai potuta concedere.

Ho fatto male a comperare questo quaderno, malissimo. Ma ormai è troppo tardi per rammaricarmene, il danno è fatto.  

Da quel momento le sue giornate sono scandite dal bisogno di ritagliarsi tempi e spazi privati per scrivere e dall’ansia di scovare dei nascondigli dove occultare la sua intimità in una casa dove nemmeno ci si pone il problema che la mamma -che è tale per i figli ma anche per il marito che da anni la chiama solo mammà– aspiri ad avere un angolino riservato a lei sola.
Valeria non ha una stanza tutta per sé per dirla con Virginia Wolf, nemmeno un cassetto da chiudere a chiave. Su di lei pesa la disapprovazione dell’educazione materna, la fastidiosa condiscendenza del marito, che non riesce ad andare al di là del suo ruolo casalingo ma più di ogni altra cosa grava il suo stesso giudizio poiché vive con un acuto senso di colpa ogni istante sottratto alla cura della casa e ai suoi doveri di madre e moglie. 

Scrivere tuttavia le diviene da subito indispensabile per comprendere il mondo e se stessa, si trasforma nel coltello con cui scava nella sua anima. Il fatto stesso di riportare sulla pagina gli avvenimenti giornalieri li rende meritevoli di analisi.

Non avrei mai creduto che tutto quanto m’accade nel corso della giornata valesse la pena di essere notato. (…) Imparare a comprendere le cose minime che accadono tutti i giorni, è forse imparare a comprendere davvero il significato più riposto della vita. Ma non so se è un bene, temo di no.

Il conflitto interiore di Valeria coinvolge tutte le sue relazioni e raggiunge particolare intensità nel suo rapporto con la figlia Mirella, portavoce delle istanze di una generazione che rifiuta il modello femminile proposto da madri sottomesse e incarna nei fatti quella ribellione che a Valeria è sempre stata preclusa. 

A pensarci bene mi sembra che questa sia la causa dell’inquietudine di Mirella: la possibilità di non ubbidire.

Mentre Valeria riflette con la penna in mano nel cuore della notte, la distanza con la figlia si assottiglia e gli sforzi silenziosi che le donne della sua generazione hanno compiuto nel tracciare la via di una possibile autonomia le risultano sempre più evidenti. 

Non capisce che sono stata proprio io a renderla libera, io con la mia vita dilaniata tra vecchie tradizioni rassicuranti e il richiamo di esigenze nuove. È toccato a me. Sono il ponte del quale lei ha approfittato, come di tutto approfittano i giovani: crudelmente, senza nemmeno avvedersi di prendere, senza darne atto. Adesso posso anche crollare.

Le riflessioni che apre questo romanzo sono tantissime e non si esauriscono in questi appunti frettolosi.
Per quel che mi riguarda Valeria tocca il cuore al lettore per la sua capacità di dare voce alla potenza devastante, talvolta distruttiva, degli affetti familiari. Lo fa quando si riferisce alla sua dedizione alla famiglia come a “un malvagio credito che le persone cui mi sacrifico dovranno scontare a poco a poco” o quando, dopo una notizia che cambierà anche il suo futuro costringendola a nuove rinunce, mormora scorata “Voi figli non avete mai pietà” condensando in una manciata di parole tanto di quello che della maternità si preferisce tacere o quando ancora ammette che “a un certo punto non si capisce più dov’è la bontà e dov’è la spietatezza, nella vita di una famiglia.”

So già a quali amiche consigliarlo.

Viv

I ricordi non fanno rumore

Carmen Laterza, I ricordi non fanno rumore, Libroza

Vol. 1 La perfezione della memoria
Vol. 2 La perfezione dell’amore
Vol. 3 La perfezione del destino

Una trilogia che ha il sapore antico dei romanzi che leggevo da ragazzina, prima della grande abbuffata di classici del liceo, per intenderci: testi ben scritti, misurati, scorrevoli, dalla scrittura piana, per certi versi scolastica, permeati da un’atmosfera rassicurante, come le cucine di una volta.
E in effetti gli anni Quaranta, tra i bombardamenti e il dramma degli sfollati, il dopo guerra tra entusiasmi e incertezza, gli stenti dei emigrati, sono approcciati con equilibrio, senza scadere nella banalità e senza attardarsi in riflessioni troppo adulte, il che rende la lettura accessibile anche ad una platea più giovane.

Nel 1939 Bianca ha solo cinque anni e vive insieme alla mamma in una casa borghese di ebrei milanesi. La madre, domestica in casa d’altri fin dai quattordici anni, è stata sedotta a soli diciassette dal figlio di un precedente datore di lavoro e ripudiata dalla famiglia di origine per la sua gravidanza scandalosa. Per proteggere se stessa e la figlia dallo stigma sociale ha scelto di fingersi vedova di guerra inventando per Bianca un padre amorevole caduto nella guerra d’Africa.
I bombardamenti su Milano costringono entrambe a cercare rifugio nel pavese, presso la maggiore delle sorelle di Giovanna. Nella cascina dei cugini Bianca prende rapidamente confidenza con le abitudini contadine, adattandosi docilmente alle mansioni casalinghe e all’apprendistato presso una zitella non più giovane che si mantiene facendo la ricamatrice. In un mondo in cui le donne vivevano all’ombra degli uomini Elvira, pur essendo una figura defilata nel contesto globale, incarna le istanze più progressiste.

La libertà e l’indipendenza le puoi conquistare da sola (…) quando metti il tuo destino nelle mani di un’altra persona, non sei più libera. Forse puoi sentirti al sicuro, ma come le bestie nella stalla, che hanno sempre un padrone che chiude il cancello la sera e lo riapre la mattina.

Il suo affetto ruvido supporterà Bianca quando Giovanna, divenuta oggetto delle attenzioni del cognato, sarà costretta a separarsi dalla figlia e sempre alla saggezza dei suoi insegnamenti Bianca si aggrapperà quando ripercorrendo da adolescente le orme materne, verrà assunta come domestica a Pavia.
Nei volumi successivi la vita scorre tra difficoltà economiche e decisioni coraggiose e il lettore ne segue il flusso prima in Svizzera e poi di nuovo in Italia fino alle fine degli anni Settanta.

Al di là del pesante fardello di una femminilità che è costante preda del capriccio maschile, durante gli anni di guerra, pur tra la povertà e gli stenti, la vicenda non è scandita da pesanti tragedie, ma il destino si prende la rivincita in seguito alternando lutti, separazioni dolorose e ricongiungimenti fortuiti.
Gli affetti, mutuati da personaggi femminili forti, sono il vero motore del romanzo e scandiscono vite ordinarie in momenti più o meno straordinari.
Lo stile curato, con scelte lessicali non scontate dà vita ha un racconto solido dai toni misurati, seppure non sempre ugualmente avvincenti, e restituisce un mondo di sani principi dalla saggezza didascalica.
La struttura narrativa, che nel primo libro è un po’ rigida nei successivi acquista respiro e permette al lettore di sperimentare una risonanza più profonda con i personaggi principali.
Il migliore tra i tre volumi è senza dubbio il secondo, le pagine meno riuscite quelle conclusive che puntano troppo smaccatamente alla quadratura del cerchio, addomesticando il destino all’interno di una logica di incastri spazio temporali che risultano in parte forzati e in parte sbrigativi e che, tuttavia, immaginati nell’ottica di una sceneggiatura televisiva, per fare un esempio, funzionerebbero perfettamente.

L’autrice, che ha lavorato come editor e ghost writer, non è estranea al mondo del self publishing e con il marchio Libroza, nome con cui è nota sui social, ha pubblicato la trilogia dei ricordi, disponibile gratuitamente su KIndleUnlimited.

Viv

Baby panda ed elefantini rosa

Chi frequenta queste pagine da un po’ sarà abituato a non aspettarsi continuità nelle proposte. Tante recensioni, zero recensioni, borse per settimane, poi solo ricami e via dicendo.
Ora è il turno dei porta-pannolini, in rosa perché finora ne avevo cuciti solo in colori neutri.

Grazie al feedback di una mamma che continua a utilizzarlo da un paio d’anni per il suo bimbo -grazie Michela- ho aumentato un pelino la dimensione della tasca per i pannolini e ho deciso di tenere queste nuove misure come riferimento, così sarà più facile inserire anche i pannolini più grandi. Lo spazio in più in ogni caso è sempre utile quando si hanno dei bimbi piccoli, anche solo per un bavaglino di scorta.

Processed with MOLDIV

Processed with MOLDIV

Qui vedete la versione con i panda e quella con gli elefantini… non ho ancora deciso quale preferisco.

Viv

Attentato

Amélie Nothomb, Attentato, Voland

Nessuno dovrebbe essere autorizzato a parlare della bellezza, solo i brutti.

“Attentato” è una fiaba moderna che attinge implicitamente ed esplicitamente all’amore di Quasimodo per Esmeralda con un protagonista dalla bruttezza fuori dal comune e dalla personalità non meno inquietante.

Epiphane Otos cresce imparando a fare del suo aspetto fisico mostruoso un vanto e un motivo di scandalo, si diverte con una sorta di voluttà maligna a osservarsi riflesso nel disgusto altrui e, abituato da sempre a suscitare ribrezzo e timore, non può che innamorarsi perdutamente di Ethel che dal primo istante gli riserva la gentilezza di un comportamento amichevole e senza forzature.

Era come se lei non si fosse accorta dello scandalo che incarnavo. Fosse stata ‘solo’ sublime l’avrei già amata, perché nessuna bellezza mi era mai piaciuta a quel punto. Ma a questo si sommava il miracolo della sua cecità, che mi rendeva pazzo di lei.

Ethel, per contro, bellissima e idealizzata dal sentimento ossessivo di Epiphane, nell’immaginario di lui recita un ruolo di cui è inconsapevole poiché non solo non corrisponde il suo amore ma nemmeno lo sospetta.
Epiphane diviene suo amico d’elezione, ricettacolo delle sue confidenze amorose, in particolare della passione mal riposta per un artista pusillanime e volgare che nei fatti non la merita.
L’equilibrio si rompe nel momento in cui la Bestia, infiammata dalla gelosia, dà voce ai suoi sentimenti per la Bella.

Nel mentre la narrazione si attarda sul concetto di bellezza e sulle storture di cui, chi più chi meno, siamo vittime.
Attraverso il suo protagonista, che è uomo straordinario per bruttezza quanto per provocatorietà, Amélie Nothomb sbeffeggia i luoghi comuni, come la tesi che vorrebbe la bellezza femminile accompagnarsi alla stupidità e quella maschile ad un animo nobile e gentile.
Scardina gli stereotipi chiedendosi per qual motivo dovremmo considerare peggiore una bella donna che respinge un uomo brutto fermandosi al suo aspetto fisico rispetto ad un uomo brutto che si invaghisce dell’involucro di una donna bellissima. Non si sono forse fermati entrambi all’apparenza?
Denuncia l’ipocrisia che vorrebbe fingessimo di ignorare quanto l’apparenza pesi nei nostri giudizi e sia merce di scambio a tutti gli effetti.

C’è qualcosa di indigesto riguardo alla bellezza: tutti si trovano d’accordo nel dire che l’aspetto esteriore ha poca importanza, è l’anima che conta, eccetera. Siamo alle solite, si continua a esaltare l’apparenza e a ignorare gli aborti della mia specie. Così le persone mentono. Mi chiedo se ne sono consapevoli. È questo che mi irrita: l’idea che mentano senza saperlo.

Epiphane stesso usa il suo aspetto come leva per ottenere un impiego nel campo della moda poiché la sua deformità farà risaltare per contrasto la bellezza eterea delle modelle e queste ultime dal canto loro si incapricciano di sedurlo mettendo sul piatto la loro avvenenza come moneta di scambio al fine di soddisfare la loro curiosità morbosa.
L’aspetto esteriore, sembra dirci l’autrice, è un valore, che ci piaccia o meno, ma come afferma per bocca di Ethel la bellezza dovrebbe essere soggettiva, libera dalle norme imposte dalla moda o, come sottolinea con la voce di Epiphane, dalla schiavitù della chirurgia estetica.

Non ne facevo una questione morale, ma un problema metafisico: fino a che grado di metamorfosi si resta sé stessi? La sola certezza che abbiamo di fronte alla morte è la scomparsa dell’involucro carnale. Che siano il bisturi o i vermi a incaricarsene, forse non fa differenza.

Come si intuisce facilmente, il personaggio di Epiphane è tutt’altro che un bestione rozzo, bensì una figura complessa e sfaccettata, fine conoscitore della lingua, capace, come Cyrano de Bergerac, di infiammare attraverso i suoi scritti ma é al contempo un uomo in cui il sentimento d’amore oscilla pericolosamente dall’adorazione della creatura angelicata al desiderio di possesso distruttivo.

In ultima analisi, come sempre, i libri di Amélie Nothomb non sono mai solo la somma delle parole scritte.

Viv