Il caso Sparsholt

Alan Hollinghurst, Il caso Sparsholt, Guanda

Il romanzo copre tre generazioni in cinquecento pagine dribblando con nonchalance i cliché di una saga classica. Diviso in cinque quadri distinti ma collegati tra loro, racconta la borghesia colta londinese dagli anni Quaranta fino ai giorni nostri scegliendo di mettere l’accento sul mondo delle relazioni omosessuali filtrate attraverso la relazione tra padri e figli.

La narrazione si apre con un memoriale -come si scopre successivamente- scritto da uno studente di Oxford nel 1940 con una prosa misurata che riecheggia lo stile elegante dei romanzi del secolo scorso.
In questa enclave privilegiata, in un tempo sospeso in cui le attività universitarie cominciavano ad essere intralciate e rallentate dalle operazioni belliche, si impone all’attenzione dei colleghi di studio un giovane canottiere dalla bellezza classica e il fisico statuario. Descritto come un leader naturale, che aveva un sesto senso per quel che gli altri sarebbero stati disposti a fare per lui, David Sparholt è desiderato da molti e preda consenziente di qualcuno. Se si conceda per inclinazione, vanità o interesse economico è cosa da chiarire.

Lo ritroviamo negli anni Sessanta durante una vacanza in Cornovaglia con la famiglia ma in questo caso il racconto procede in terza persona accompagnando le vicende del figlio Johnny che vive una frustrante cotta adolescenziale per un amico francese.  Intuiamo contestualmente che David continua a coltivare amicizie maschili compromettenti con la discrezione che imponevano le leggi contro la sodomia anche in quegli anni in cui si faceva strada la rivoluzione sessuale.

Negli anni Settanta Johnny, giovane pittore alle prime armi, vive ormai da solo e frequenta la buona società londinese. Tra gli intellettuali e i critici d’arte del suo circolo di amici spicca quell’Evert Dax che ai tempi di Oxford si era innamorato perdutamente di suo padre e con il quale Johnny condivide una difficile gestione del rapporto paterno. Accomunati dalla mitezza di carattere faticano a rapportarsi con padri ingombranti, sia pure per motivi diversi, e questa incapacità farà sì che anche in tarda età non riescano a rendere loro omaggio nell’ambito delle rispettive professioni: Evert è incapace di scrivere la biografia del suo illustre padre scrittore e Johnny di catturare l’essenza del padre in un ritratto.
Veniamo inoltre velatamente a conoscenza di uno scandalo, di natura sessuale ed economica, che avrebbe coinvolto David Sparsholt nel decennio precedente. L’affare Sparsholt non viene descritto in dettaglio, così come tutti i nodi centrali della storia, che restano, per così dire, imprigionati tra un salto temporale e l’altro.

Negli anni Novanta il racconto si sposta sulla figlia di Johnny, Lucy. La bambina è frutto di una inseminazione artificiale e vive con la madre e la sua compagna ma coltiva rapporti di affetto impacciato con il padre che nel frattempo convive stabilmente in una relazione omosessuale, senza ostentazione ma libero dal rischio di incriminazione. La vivace lucidità con cui la bambina tenta di decifrare il mondo dei grandi, a partire dai complessi rapporti dei genitori e del loro entourage, è forse la parte più godibile dell’intero romanzo.

La vicenda si conclude ai nostri giorni con il protagonista sessantenne, vedovo, che fa i conti con la senilità incipiente – e la morte del padre- e sperimenta una seconda, triste, giovinezza in locali equivoci a suon di musica e cocaina.

Costruito in modo raffinato, con una serie di rimandi che non coinvolgono solo i personaggi ma anche dettagli di tipo squisitamente estetico, questo romanzo ha indubbiamente il suo fiore all’occhiello nella scrittura, tuttavia vi sono delle cadute di tensione narrativa e mi ha richiesto tempi di lettura biblici rispetto ai miei standard.
Inoltre, ma forse è superfluo precisarlo, non lo ritengo adatto alla sensibilità di chiunque perché la prosa, pur non essendo volgare, è piuttosto esplicita e comunque la realtà  rappresentata, come è facilmente intuibile, tiene a margine l’eterosessualità.
Sappiate dunque, nel caso, a chi non regalarlo.

Viv

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C’era una fiaba! Il topo di campagna e il topo di città #2

I topini in grigio perla sono gli ultimi a presentarsi e chiudono l’avventura di “C’era una fiaba!”, almeno per quel che concerne le due tranche che avevamo previsto Silvia ed io quando abbiamo iniziato questa collaborazione.

In questo primissimo post -sembra passato un secolo- Silvia racconta come sia nata l’idea di collaborare: una mail, sua, scritta di getto a una semi-sconosciuta e una risposta, mia, scritta altrettanto d’impulso.
Dovete sapere che io non sono un animale sociale a tutto tondo, ho poche amiche vere e un misurato numero di contatti virtuali eppure quando Silvia mi ha scritto quella mail di poche righe per “buttare là” l’ipotesi di una collaborazione ho accettato con entusiasmo e senza riserve in poco meno di un istante. Felice intuizione, non c’è che dire!
Ed è stato davvero bello collaborare e veder nascere questi set: ogni volta che ne veniva pronto uno nuovo, l’ultimo ci sembrava sempre il preferito.

Ma bando ai sentimentalismi, è il momento di occuparci dei topini.
Erano belli in beige e sono belli in grigio chiaro.

Questi con i topini sono i set che si somigliano di più ma la foto che segue, opera di Silvia, rende maggiore giustizia ai toni freddi della fantasia.

“C’era una fiaba!” per ora vi saluta. Se desiderate rivedere tutti i set in sequenza potete sbirciare sui nostri profili Instagram, cliccando sulle storie in evidenza, o leggere il post che Silvia ha dedicato a questi ultimi quattro set. Sul suo post scoprirete anche qualcosina in più del nostro bellissimo incontro. Ma ci credereste che in quest’epoca di selfie tante erano le cose da dirsi che ci siamo dimenticate completamente di farci una foto insieme per immortalare il momento?

Viv

Il cestino vintage

In principio c’era il cestino.
Era un cestino intrecciato a due colori destinato a un fiorista e per questo motivo l’interno era stato rivestito in plastica affinché trattenesse l’umidità e conservasse al meglio le composizioni floreali.
Ai primi di aprile giunse il suo momento e si riempì di profumi e colori.
Venne consegnato ad una coppia innamorata che festeggiava il matrimonio e fu accolto con gioia: furono ammirati i fiori che custodiva ma fu apprezzato anche il contenitore e quando l’ultimo petalo cadde fu svuotato e ripulito con cura.
La sposina, una sposina attenta all’ecologia e per nulla sprecona, a quel punto cominciò  a pensare in che modo si potesse dar nuova vita al cestino.

Il resto è storia, ovvero un veloce passaggio dal laboratorio di Stravagaria e la trasformazione in cestino porta-qualcosa.

Tolta la plastica è stato aggiunto un fondo foderato e un coperchio a misura.
Due bottoni, ovviamente vintage, per trattenere due asole in elastico e un bel tessuto a pois giallo chiaro che si intona agli intrecci del cestino e gli dona quell’aria un po’ retrò.

Enjoy your second chance.

Viv

C’era una fiaba! Il corvo e la volpe #2

Di tutti gli animaletti disegnati da Silvia, il corvo è sicuramente il più vanitoso e austero.
Il suo camera look incute un pizzico di soggezione, non trovate?
Forse per questo la volpe dal canto suo si mostra di spalle, quasi non avesse ancora deciso se concedersi o meno al clamore degli applausi.

Come avrete ormai intuito, abbiamo cercato, ove possibile, di mantenere le stesse fantasie cambiando il colore e in questo caso siamo passate dall’ azzurro petrolio al giallo senape.

Non male il contrasto con il nero della base e della fodera, vero? Ancora un primo piano alla volpe e poi torniamo all’aria aperta, perché è lì che entrambi preferiscono stare.

Se avete voglia di scoprirne di più potete seguire la genesi di questa collaborazione sui nostri blog -digitando “C’era una fiaba!” sul search- e sulle storie in evidenza dei nostri profili Instagram.

Viv

C’era una fiaba! La lepre e la tartaruga #2

Li abbiamo lasciati in questo post vestiti di verde menta e li ritroviamo con un look nuovo nuovo, inseriti in una cornice sempre geometrica ma dai contrasti un po’ più decisi. Sono sempre loro: la lepre e la tartaruga disegnati da Silvia del Fancyhollow e cuciti da me per il nostro progetto “C’era una fiaba!”.

Nel frattempo si sono fatti degli amici e si sono presentati sul set fotografico in loro compagnia.

Viv

C’era una fiaba! Il brutto anatroccolo #2

Siete pronti per la seconda parte di “C’era una fiaba!”?

Se il titolo non vi dice nulla provate a  inserirlo nel search e troverete ben cinque post dedicati a questo progetto. La stessa cosa potete farla sul blog di Fancyhollow: è dalla sua matita che sono nati i disegni che hanno trovato casa sui quattro set -shopper e pochette- che vi abbiamo mostrato un mesetto fa.

                                

Nel frattempo, dopo decine di mail, un paio di telefonate e millemila messaggini, Silvia ed io ci siamo finalmente conosciute e ora uno degli animalini buffi di Silvia occhieggia da un acquerello sopra la mia macchina da cucire e mi riempie di pensieri allegri ogni volta che alzo lo sguardo.

Ma qui c’è qualcuno che scalpita per presentarsi e visto che il motto recita “prima le donne e i bambini” l’onore tocca proprio a lui, l’unico cucciolo della nostra collezione.

Lo ricordate nella prima versione, quella con le palmette beige? Aveva voglia di cambiare e così ha scelto i toni dell’azzurro. Dice che gli donano sia da paperotto che da cigno.

Eccoli qui in versione tempo libero.

Oggi vi mostro anche i cartellini che accompagnano i nostri set, opera di Silvia come tutti gli altri aspetti relativi alla grafica.
il primo cartellino riproduce le illustrazioni della fiaba corrispondente con un piccolo ritaglio di tessuto, il secondo riporta le istruzioni per il lavaggio e una breve presentazione del progetto.

L’avventura come sempre continua anche sui nostri profili Instagram.

Viv

La paziente silenziosa

Alex Michaelides, La paziente silenziosa, Einaudi

Alcuni l’hanno definito un noir, altri un thriller ma io credo non sia né l’uno né l’altro: del noir mancano le atmosfere cupe e avvolgenti, del thriller le tinte forti e la suspance. Lo definirei piuttosto un giallo d’autore che dissimula la vocazione al romanzo giallo con la cadenza noncurante di un resoconto quotidiano e diluisce la tensione in una narrazione senza grandi colpi di scena tranne uno, l’ultimo, che arriva quasi in sordina e costringe il lettore a rivedere tutti piani temporali del racconto.

Ora é chiaro che il nocciolo non posso raccontarvelo ma le premesse hanno origine da un delitto apparentemente inspiegabile.

La pittrice Alicia Berenson viene ritrovata accanto al cadavere del marito. Gli ha sparato al volto sfigurandolo e da quel momento si é chiusa in un mutismo inaccessibile. Da sei anni è ricoverata sotto sedativi in un ospedale psichiatrico e il suo unico tentativo di comunicare risale ormai all’epoca del processo: un autoritratto su tela intitolato Alcesti che la ritrae nuda nell’atto di dipingere su una tela bianca con un pennello rosso sangue. Di lei sappiamo ciò che lei stessa ci racconta in un diario che fotografa la sua realtà coniugale nelle settimane precedenti al delitto.
Theo Faber -nomen omen- psicologo forense di nuova assunzione presso la struttura in cui si trova Alicia è determinato a scalfirne il silenzio. Per farlo dovrà conquistarne la fiducia, vestire i panni dell’investigatore e mettersi in gioco come terapista, in una relazione a doppio senso che lo obbligherà a riconoscere in lei traumi affini ai suoi: un’infanzia povera di affetti e un matrimonio solo apparentemente perfetto.
Gradualmente i piani del racconto si avvicinano e il disvelamento arriva come un ingranaggio ben oliato che ritrova la sua sede, un’epifania che chiarisce  repentinamente i nodi di uno schema solo apparentemente complesso. Del resto, per come ci viene raccontata la storia, non potrebbe essere altrimenti.

Cosa c’entri Alcesti, l’eroina del mito greco che sacrifica la sua vita in cambio di quella dell’amato, lo si scoprirà alla fine quando sarà ormai chiaro che al di là delle intenzioni, le nostre azioni ci sfuggono di mano appena le consegniamo al mondo.

Viv