Astuccio boschivo

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Avete presente una passeggiata nei boschi? Quelle radure in penombra, dove il sole si fa largo a fatica tra il fogliame e le rocce si ammantano di muschio?

Ecco, questo astuccio me ne ricorda una in particolare, ere geologiche fa.
L’immaginazione ci apparecchiò tra le felci una piccola sala da té intagliata nel muschio, quasi avessimo interrotto un incontro di creature magiche. E forse in fondo non eravamo lontani dal vero, visto che la magia é rimasta intatta anche dopo tanti anni.

Sul pannello frontale un dettaglio a punto croce applicato a francobollo profilato in arancio e all’interno un tessuto giapponese a quadretti nei toni del bruciato e del verde muschio.

Viv

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La lunga vita di Marianna Ucrìa

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Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli

“E ora chi c’è lo dice al duca che è un’altra femmina?… deve essere qualcuno che ci fici la fattura a questa povera duchessa… se fosse una viddana ci darebbe un cucchiaino di ovu di canna: uno al primo giorno, due al secondo, tre al terzo e la bambina non voluta se ne va all’altro mondo… ma questi sono signori e le femmine se le tengono pure quando sono troppe…”

Certo, le famiglie nobili tenevano in vita le figlie femmine, salvo poi destinarle al convento o sposarle, bambine, a pretendenti con cui fosse utile stringere legami a  qualche anziano parente disposto a sorvolare sull’assenza di una dote.
Questo è ciò che accade a Marianna, figlia del duca Ucrìa di Fontanasalsa che, appena tredicenne, convola a nozze con il fratello della madre e, non ancora ventenne, si ritrova madre di quattro figli. L’ultimo, finalmente maschio, le regalerà il primo sorriso di compiacimento del marito e il sollievo dall’urgenza di figliare senza sosta.

Siamo in Sicilia intorno alla metà del Settecento, le donne, siano nobili o popolane, condividono la sudditanza al maschio e Marianna non fa eccezione. In fondo poteva andarle peggio ma, quantunque viva in condizioni economiche agiate, è segnata da una menomazione fisica che le impedisce di sentire e di parlare, isolandola e rimpicciolendo ulteriormente il mondo a lei accessibile.
Dal punto di vista narrativo la sua condizione è parte integrante del racconto.
L’acqua di lattuga che impregna il panciotto del signor padre, i fumi dolciastri del tabacco, l’odore pesante e acidulo della canna tagliata, i sugheri contorti, gli ulivi, le colline ventose dell’Aspra ogni sensazione olfattiva e visiva attraverso cui Marianna percepisce la realtà investe il lettore in tutta la sua vivezza, e la ricchezza degli stimoli sensoriali fa da contraltare alla quotidianità molle e opprimente della campagna palermitana.
La mutula, come viene chiamata, incanala le sue energie nella ristrutturazione della villa di Bagheria, convoglia la sua affettività, mortificata da un marito burbero e distante, nella cura dei figli e quando il signor marito zio la piega agli obblighi coniugali fa quel che le hanno insegnato, chiude gli occhi e pensa ad altro.

Col quinto figlio, nuovamente maschio, assapora finalmente la simbiosi dell’amore materno e il dolore della perdita. Dal punto di vista clinico era un‘epoca in cui i figli nascevano numerosi ma altrettanti ne soccombevano a causa delle epidemie influenzali, del vaiolo e della tisi, a qualcuno mai venisse il dubbio di quanto i progressi della medicina, vaccini inclusi, ci abbiano liberato da un gran numero di tragedie.
Con questo bambino Marianna instaura una comunicazione che va oltre il linguaggio orale e scritto, una simbiosi di sguardi, abbracci cui il bambino corrisponde con una generosità che finora le è stata sconosciuta. Da sordomuta infatti è abituata a dipendere da conversazioni fatte di pizzini e tempi lunghi a cui non tutti si sottopongono di buon grado.

L’isolamento acustico acuisce la sensibilità agli altri stimoli, la rende avida di cultura, permeabile ai pensieri intimi di chi le sta intorno, pensieri che sembrano scivolare dentro di lei in una sorta di dialogo mentale. Ed è attraverso questo escamotage letterario che a Marianna e al lettore viene svelata l’origine della sua disabilità.

Con la morte del signor marito il racconto si fa più lieve ed esce dai confini della casa di Bagheria. Marianna si sperimenta amministratrice delle proprietà di famiglia, si libera gradualmente dai lacciuoli dell’educazione, si abbandona al piacere dei sensi e dell’intelletto cedendo ad un amore sconveniente e studiando i filosofi francesi illuministi.
Un finale sfumato la sospinge verso la modernità e l’emancipazione, tratteggiando l’immagine di una donna che ha scelto di autodeterminarsi a dispetto delle aspettative e delle convenzioni, allontanandosi dalla Sicilia e dagli obblighi di una società in declino.
Premio Campiello nel 1990.

Viv

Mary Lavelle

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Kate O’Brien, Mary Lavelle, Fazi

Lodare le copertine di Fazi potrebbe diventare un’abitudine.
Non conoscevo né il romanzo né l’autrice ma la bella immagine scelta dall’editore mi ha convinta ad intraprendere il viaggio fino ad Altorno, nella provincia basca, insieme a Mary Lavelle.

Mary è una giovinetta irlandese, istitutrice e chaperon di tre adolescenti di buona famiglia nella Spagna degli anni Venti.
La sua tuttavia non è la scelta obbligata di molte eroine povere dei romanzi ottocenteschi, quanto piuttosto una fuga temporanea dalla casa paterna e dal promesso sposo, a cui la lega un sentimento ubbidiente e tiepido sul quale non si è mai attardata a riflettere. Inoltre Mary è molto bella, di una bellezza androgina e seducente, lontanissima dal clichè delle istitutrici scialbe destinate alla solitudine.

La prima metà del romanzo è un lento acclimatarsi in cui protagonista e lettore familiarizzano con la residenza degli Areavaga, il paesaggio, i ritmi e la cultura spagnola.
Da parentesi avventurosa il soggiorno spagnolo diventa per Mary un vero e proprio percorso di formazione.
Dai té pomeridiani al Caffè Alemán con le colleghe inglesi -più anziane e sfiduciate ma rassicuranti per lo meno nell’idioma- Mary passa ad apprezzare le potenzialità culturali che le si offrono fino ad abbracciare anche le tradizioni più controverse, come i rituali crudeli ed eleganti della corrida. Attraverso le chiacchiere con le vivaci ragazze Areavaga comincia a studiare lo spagnolo, le lettere al fidanzato si fanno meno acquiescenti, la solitudine la sprona a pensare in modo indipendente, libera dal retaggio cattolico e dall’influenza paterna.

La seconda parte del romanzo coincide con la comparsa di Juanito, figlio maggiore degli Areavaga e da lí in poi il ritmo della narrazione abbandona il classicismo ottocentesco adeguando il passo all’incalzare della passione che travolge i due personaggi.

Per certi versi il romanzo ruota intorno all’incompiutezza dell’amore: quello di Don Pablo Areavaga, che in Mary sublima la passionalità che ha soffocato nel suo matrimonio, quello inconfessabile di Agatha per l’amica, quello di John, promesso sposo non ricambiato. Anche la passione tra Mary e Juanito, che pure è l’unica a rompere gli argini, lascia il lettore nel dubbio di una possibile conclusione positiva.
Ma è proprio la nuova consapevolezza di Mary e l’accresciuta maturità sentimentale a renderla accogliente nei confronti della delicata rivelazione dell’amica.
L’amore apre alla comprensione e la comprensione apre alla fraterna tolleranza.

E così, se anche Agatha e lei non avevano più affrontato l’argomento, il tono con cui parlava all’amica e l’atteggiamento che le riservava erano più limpidi e fraterni, non tanto perché quella l’amasse di un amore folle e perverso ma perché, come lei, Mary aveva conosciuto un amore altrettanto folle e perverso. 

Viv

Unica

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C’è chi si emoziona per un nuovo smalto, chi per un paio di scarpe, chi per una spezia introvabile. Per me nulla vale un bel sacchetto di scampoli, in questo caso gli scarti di un tappezziere. Tessuti lavorati con dei bei motivi a rilievo in tanti colori accesi,
tutti abbastanza piccoli e disomogenei, al punto che per dar loro una nuova vita mi sono giocata l’opzione patchwork.

Li ho assemblati con uno schema un po’ anarchico unendo ritagli e passamaneria. È un’idea che avevo in testa da un po’: una borsa unica di nome e di fatto, sicuramente non riproducibile in modo identico.

Ho stabilizzato i pannelli con una tela adesiva ma non ho usato imbottitura visto che i tessuti sono già piuttosto consistenti.

Tasca con cerniera, chiusura magnetica e manici in ecopelle. Inoltre grazie alle calamite laterali é possibile ridurre le dimensioni della borsa e darle un look diverso dalla solita tote bag.

Viv

La manutenzione dei sensi

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Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi editore

Avevo promesso una seconda lettura per celebrare la giornata per la consapevolezza sull’autismo e ho scelto il romanzo di Franco Faggiani, anche se in questo caso non di autismo vero e proprio si tratta ma della sindrome di Asperger che, in modo tutt’altro che scientifico, si potrebbe definire una parente dell’autismo in forma meno invalidante. Compromette la qualità dell’interazione sociale ma non limita il linguaggio, l’apprendimento e, più in generale, l’autonomia.

“La manutenzione dei sensi” racconta innanzitutto la relazione tra un padre affidatario, Leo, e un adolescente. Incidentalmente Martino ha la sindrome di Asperger ma il nocciolo del racconto ruota intorno al percorso di due anime affini che quasi per caso si trovano a vivere insieme a stretto contatto con la natura.

Due disadattati sotto lo stesso tetto, asociali e scontrosi quanto basta da apprezzare la vita solitaria in una baita appartata sulle Alpi torinesi, e da integrarsi con la giusta dose di riservatezza nella piccola comunità montana.
Un nuovo inizio per Leo, che anni prima aveva vagheggiato di trasferirsi in quella casa con Chiara, la moglie morta prematuramente, e per Martino che nella scuola milanese subiva il bullismo dei compagni.
Non sono soli in questo percorso, veglia su di loro a distanza la figlia di Leo, energetica, generosa e impegnata nel volontariato. Impossibile per me non prenderla in simpatia visto che ho una figlia con cui ha molti punti in comune, inclusa la professione di osteopata. Nina è stata la salvezza di Leo quando è rimasto solo e la ragione per cui Martino è entrato a far parte della famiglia e, per certi versi, anche se i due sono tutt’altro che isolati -Leo è scrittore e lavora da casa grazie alla rete informatica- rappresenta la loro finestra sul mondo.

“La manutenzione dei sensi” mette al centro le relazioni forti al maschile: tra Leo e Martino, e tra Martino e Augusto, un vecchio montanaro taciturno che prende subito in simpatia quel ragazzo brusco, gran lavoratore, che ama prendersi cura del bestiame e dell’orto. Il loro è un legame profondo, costruito sulla concretezza e sull’impegno quotidiano, fatto di parole scarne e piccoli gesti. L’educazione di Martino passa attraverso un padre e un nonno con cui non ha legami di sangue e incarna una capacità più maschile che femminile di accettare con serenità i silenzi e la sfuggente affettività degli adolescenti, soprattutto se adolescenti Asperger.

E poi c’e la montagna, una presenza trasversale che va molto al di là di una semplice cornice, una protagonista a tutti gli effetti che reclama il suo ruolo già dalla bella copertina scelta dall’editore.

Viv