L’invenzione di noi due

Matteo Bussola, L’invenzione di noi due, Einaudi

A volte accadono cose buffe, per esempio il fatto di inanellare in sequenza quattro libri e scoprire in corso d’opera che i primi due li ha scritti la compagna di vita del secondo autore.
Sto parlando di Paola Barbato e Matteo Bussola.
La recensione ai due thriller di Paola Barbato la trovate quiOggi invece parliamo de “L’invenzione di noi due”, scelto del tutto inconsapevolmente per attenuare le atmosfere ferine di “Zoo”, in virtù della sinossi che ne riporta l’incipit e della copertina suggestiva in cui due figure di schiena si allungano per baciare l’ombra dell’altro, perfetta incarnazione grafica della delicatezza intimista della scrittura di Matteo Bussola.

“Cominciai a scrivere a mia moglie dopo che aveva del tutto smesso di amarmi”.

La voce narrante è quella di Milo sposato da anni con Nadia, la donna che per mille motivi ha sempre ritenuto l’unica possibile, quella che nell’immaginario romantico si riconosce tra mille come compagna. E Milo questa consapevolezza l’ha avuta fin dall’ultimo anno delle superiori quando aveva cominciato una corrispondenza, dapprima timida e poi sempre più intensa, con una coetanea che, per l’alternanza delle classi, utilizzava la sua stessa aula e il suo stesso banco nel turno del pomeriggio.
Così come il caso li aveva divisi allora, prima che si incontrassero, allo stesso modo li aveva fatti incontrare e riconoscere, quasi fossero dei predestinati, anni dopo sulla soglia della trentina.

Noi entriamo nel loro privato quando l’amore, quello di lei per lo meno, si è spento. Nadia vede in Milo un coinquilino, un uomo che ha rinunciato ai suoi sogni per un lavoro stabile, anche se é grazie a quella stabilità Nadia che può scegliere di dedicarsi anno dopo anno alla stesura di un romanzo che pare non riesca mai a venire alla luce. Milo in cuor suo non teme l’abbandono, sa che Nadia è fedele al progetto coniugale, ma patisce la distanza emotiva, l’assenza di slanci e di intimità, quasi vivessero in uno stesso spazio badando a sfiorarsi il meno possibile, quasi il progetto si fosse svuotato di ogni significato. Al contempo questa fedeltà residua costituisce una condanna per entrambi.

“Nadia ora non mi amava più, ma sapevo che non mi avrebbe lasciato mai. Questo la stava condannando a un’esistenza di profonda infelicità.”

La loro storia cambia quando seguendo un’intuizione Milo decide di scriverle prendendo in prestito l’identità di un uomo che è stato appena lasciato dalla moglie. Da questa prima mail scaturisce un fitto scambio attraverso il quale i due sembrano ritrovare la complicità, la capacità di parlarsi senza schermi, senza che il pensiero conservativo abbia la meglio sul bisogno di aprirsi schiettamente all’altro.
E il motivo per cui a volte si tace all’interno di una relazione è spiegato in due parole dalla stessa Nadia.

“Perché le parole sono azioni e fanno succedere le cose. (…) E perché le parole una volta pronunciate esistono.”

Ma come uscire dalla finzione senza che la menzogna distrugga la fiducia residua?

Questo è un libro piuttosto breve, con un’idea intrigante alla base e uno sviluppo scorrevole. La sua bellezza sta nel registro intenso e al contempo lieve, in un linguaggio privo di orpelli che va dritto al punto con la naturalezza del quotidiano.
Nel mezzo c’è spazio per una gran quantità di riflessioni sulla vita di coppia, sulla difficoltà di trovare un equilibrio tra stabilità e monotonia, sulle illusioni che l’età e le circostanze trasformano in compromessi.
Tuttavia, pur essendo un romanzo che analizza con lucida verosimiglianza un amore alle sue ultime battute, tra le pagine alberga la volontà tenace di aggrapparsi alla speranza residua, e comunque andasse a finire, si respira la gratitudine per tutto ciò che di bello si è condiviso. 

Viv

Thriller

Paola Barbato, Io so chi sei, Piemme
Paola Barbato, Zoo, Piemme

Due thriller complementari, che si sviluppano in parallelo come facce opposte della stessa vicenda e che confluiscono in un finale comune da cui si origina il terzo volume “Vengo a prenderti” che non ho ancora letto. 

Quantunque l’autrice abbia dichiarato in un’intervista che siano pensati come romanzi autonomi, leggibili in ordine sparso e indipendenti rispetto alla trilogia, da lettrice mi sento di dissentire su entrambi i punti. Attualmente, come dicevo, sono ferma al secondo volume e i nodi dell’intreccio sono risolti solo parzialmente, inoltre consiglierei in ogni caso di seguire l’ordine di pubblicazione perché i nessi logici sono, a mio parere, più incisivi.
L’unico neo che riscontro nel procedere secondo quest’ordine sta nel fatto che “Io so chi sei” è, sempre a mio modesto avviso, meno avvincente rispetto al seguito ed è possibile che questo scoraggi alcuni dal proseguire. 

Del primo è protagonista Lena, vittima del gioco sadico di uno sconosciuto che facendo leva sulla scomparsa del fidanzato, dichiarato morto e mai ritrovato, riaccende le sue speranze in un sottile gioco ricattatorio.
Malgrado la relazione con Saverio fosse un rapporto malato, che l’aveva allontanata dalla famiglia borghese e dagli amici di infanzia, a distanza di due anni quel legame esercita ancora un grande potere su di lei. La sua vita gravita intorno all’anziano molosso di cui si occupa senza trasporto unicamente per onorare la memoria del fidanzato e a una serie di amici squinternati e mezzi delinquenti ereditati tra le file degli estremisti animalisti che Saverio frequentava.
Lena, che chiaramente soffre di un disturbo di dipendenza, così come era stata succube nella relazione con quel fidanzato tanto rimpianto quanto detestabile, allo stesso modo lo diviene rispetto alle richieste sempre più estreme che le arrivano dal misterioso rapitore.
Quante persone accetterà di danneggiare nella speranza di liberare Saverio?  E più in generale, fin dove si è disposti a spingersi per raggiungere il proprio obiettivo? A quanti ricatti si è disposti a cedere?
La risposta non è uguale per tutti ma, tristemente, in questa storia non esistono buoni e cattivi semplicemente perché non ci sono buoni e ciascuno persegue in primis i propri interessi egoistici. Persino il poliziotto che compare a metà del libro e come un deus ex machina dovrebbe prendere in mano la situazione è un violento a cui la legalità sta stretta.

Dal punto di vista strutturale questo primo volume non mi ha convinto -a tratti macchinoso e popolato da personaggi per certi versi caricaturali- per cui ho approcciato il secondo con aspettative moderate ma sono stata premiata da un approccio per nulla scontato malgrado, o forse in virtù, della fissità del contesto che, in assenza di una vera e propria azione, ha come unica prospettiva quella dell’approfondimento sociologico. 

Nel secondo romanzo infatti ci spostiamo nell’habitat del rapitore, in un capannone stipato di gabbie da circo in cui una dozzina di uomini e donne vengono tenuti prigionieri. Tra loro vi è anche Saverio ma il focus è anche questa volta al femminile e la protagonista è Anna che si risveglia in una di queste gabbie e per tutta la durata del romanzo -e quasi 400 pagine di cattività non sono poche- polarizza senza fatica l’attenzione del lettore solo attraverso le sue interazioni con i compagni di prigionia. Mentre Anna impara a suo spese le regole non scritte di quel terrificante serraglio umano, si alternano in lei sentimenti di rabbia e disperazione, disgusto e crudeltà ma a tenerla in vita è la tenace determinazione a trovare una via di fuga e a non piegarsi alla rassegnazione. Tra i reclusi serpeggia la consapevolezza di essere stati scelti a causa delle loro cattive inclinazioni, di aver in qualche misura meritato la punizione che stanno espiando e ognuno trova una sua dimensione di sopravvivenza, chi obbedendo e chi opponendosi alla logica perversa del loro carceriere che da un lato sembra metterli alla prova e dall’altro li punisce istigandoli l’uno contro l’altro. 

I buoni  in senso stretto, non sono pervenuti nemmeno in questo secondo capitolo.
Il rapitore gioca una doppia partita, con chi è libero, stretto nel vincolo del ricatto, come Lena, e con chi è rinchiuso ma la logica sottesa resta la stessa: mors tua, vita mea.
Le considerazioni sui personaggi sembrano dar ragione a Hobbes, ognuno è in lotta per sopravvivere, le alleanze sono transitorie e finalizzate a scopi personali.
Pur tenendo conto del fatto che l’atmosfera di efferato e costante abbrutimento non ne fa un libro per tutti, direi che “Zoo” è un thriller di gran lunga più riuscito, sia sul piano dell’equilibrio del racconto che su quello della tensione narrativa. E difatti, nonostante non vi siano grandi colpi di scena e il racconto sia circoscritto alle giornate di prigionia e alle dinamiche tra reclusi, non ha cadute di ritmo. Avrei potuto scrivere che intrattiene il lettore ma no, non posso proprio usare il termine intrattenere vista la crudezza delle tematiche.

Per il capitolo finale mi prendo una pausa ma nel frattempo, se siete amanti dei thriller a tinte forti, potete trovare ispirazione anche  qui, qui, qui e qui.

Viv

Una vita come tante

Hanya Yanagihara, Una vita come tante, Sellerio

L’ho già scritto in altre occasioni: amo rileggere.
Ci sono libri feticcio che mi accompagnano come riti di passaggio, altri che riapro in modo casuale, altri ancora che continuano a risuonare anche dopo l’ultima pagina, come il canto di una sirena, e reclamano nuova attenzione.
“Una vita come tante” è uno di questi. Non ne parlai l’anno scorso ma sarebbe doppiamente colpevole non lasciarne traccia dopo una seconda lettura.

Molti l’avranno già letto ma immagino che chi ancora tergiversa possa avere gli stessi motivi che all’epoca mi resero recalcitrante: i fiumi di lacrime, la sequenza di sciagure e i contenuti pesantemente drammatici. Ammettiamolo, con queste premesse bisogna proprio essere nello spirito giusto per abbracciare un volume di oltre mille pagine che, pur magnificato, promette di fare a pezzetti il nostro equilibrio emotivo.
Vorrei rassicurarvi, “Una vita come tante” è uno dei romanzi più intensi e poetici di sempre e la disperazione non è certamente il sentimento preponderante. Quanto alle lacrime a me è bastato l’angolo di un fazzolettino, ma ognuno fa storia a sé. 

È un libro sull’amore -qualsiasi tipo di amore- sulla vita, che ad alcuni risparmia tragedie terribili senza meriti e senza logica.
Sull’amicizia, quella che protegge e quella che tradisce, sulla solitudine e sulla dignità del dolore. Sulle ferite insanabili e sul potere taumaturgico degli affetti che offrono una prospettiva di salvezza persino quando non riescono a operare il miracolo.
Riesce ad essere lieve ed accorato grazie ad una scrittura potente, immersiva, quasi senza flessioni, che continua a esercitare la sua forza di attrazione anche dopo l’ultima riga. Un libro da cui ci si distacca per gradi, luttuosamente, come avverrebbe se si trattasse di persone reali.
E ve lo dico già non è la trama a farne un capolavoro ma la delicatezza dello sguardo, le riflessioni, sulla genitorialità e sulla giurisprudenza per fare due esempi, la capacità di rendere profondamente umani i personaggi, di descriverli attraverso le sfumature e i piccoli comportamenti, di scandagliarne i sentimenti nelle più intime contraddizioni.

New York, quattro amici dai tempi del college, JB, Malcom, Willem e Jude che è il perno di tutto. Riservato e altruista, Jude porta i segni di un’infanzia violenta e traumatica che gli ha lasciato in eredità una lieve zoppia e dei terribili dolori alla schiena ma più di tutto l’ha portato a interiorizzare un profondo senso di colpa e una pericolosa tendenza all’autolesionismo nella convinzione di non meritare di essere amato.
Gli amici, pur senza avere accesso al suo passato doloroso, sviluppano nei suoi confronti un sentimento di protezione, che ciascuno declina a suo modo senza farne un manifesto.

A quanto pareva, essere amico di Jude significava spesso non porsi le domande che ci si sarebbe dovuti porre, per paura delle risposte. (…) Significava ignorare ciò che l’istinto suggeriva di non ignorare, schivando i sospetti come tanti ostacoli.

Avvocato affermato e sicuro di sé a livello professionale, nel privato Jude oscilla tra rassegnazione e timida fiducia, vive con autentico stupore ogni manifestazione di affetto nei suoi confronti ma è incapace di sottrarsi al ruolo di vittima.
Jude si fa molto amare e si fa molto detestare per l’impotenza con cui siamo costretti ad assistere alla sua volontà malata di accettare e imporre a se stesso sofferenze morali e fisiche quasi fossero un destino ineluttabile.
Sopra a tutto, però, si fa molto amare e più la vita si accanisce su di lui più impariamo a leggere attraverso le sue insicurezze, ad entrare nelle pieghe del suo animo tormentato e in quello dei suoi compagni, al punto da dimenticare che, di fatto, si tratta di personaggi di fantasia.
Tranne qualche figura di scarso rilievo, i personaggi che ruotano intorno a Jude sono tutti maschili e tutti ritratti nella loro umanità più autentica.
E tra tutti è Willem a toccare più da vicino il cuore di Jude, e il nostro. 

Yanagihara racconta l’amore superando le schematizzazioni di genere, non mitizza l’amicizia e non la denigra persino quando è sleale, restituisce la più straordinaria intensità alla quotidianità di vite normali. E se, con qualche ragione, fatichiamo a considerare quella di Jude una vita come tante non è per mancanza di verosimiglianza ma solo perché la clemenza delle Parche ha guardato a noi con occhio benevolo. E di questo dobbiamo essere grati, così come per questo romanzo che a ogni lettura rinnova le promesse e mantiene le aspettative. 

Piange senza fermarsi. Piange per tutto ciò che è stato, per tutto ciò che sarebbe potuto diventare, per tutte le ferite che ha subito, per tutta la felicità che ha provato; piange per la vergogna e la gioia di poter essere finalmente un bambino con tutto il corredo di capricci, insicurezze e bisogni; piange per il privilegio di comportarsi male e di essere perdonato. 

Viv

 

I pazienti del dottor García

Almudena Grandes, I pazienti del dottor García, Guanda

Di Almudena Grandes, in passato, credo di aver letto solo “L’atlante di geografia umana” ma nel tempo, sulla fiducia, ho accumulato altri acquisti tra cui “I pazienti del dottor García”.

La prima parte del romanzo si svolge a Madrid nel 1936 allo scoppio della guerra civile tra i repubblicani e franchisti.
Il dottor Guillermo García che è stato cresciuto da un nonno libero pensatore si schiera apertamente contro i falangisti di destra e, grazie alle nuove tecniche di trasfusione, nel mare magnum di feriti che miete la guerriglia salva la vita a un agente-spia del governo repubblicano che lavora sotto falso nome. L’amicizia con Manolo Arroyo Benítez si rivela doppiamente dirimente per Guillermo poiché lo aiuta a sfuggire alle rappresaglie dei franchisti all’indomani della vittoria e, dopo la caduta caduta del Terzo Reich, gli fornisce una nuova identità e uno scopo alternativo alla medicina coinvolgendolo in una caccia ai criminali nazisti in fuga verso la connivente Argentina attraverso la rete clandestina di Clara Stauffer che, come molti dei personaggi, è realmente esistita.

Dal momento che si tratta di un romanzo di oltre ottocento pagine che circoscrive un periodo che va dal golpe franchista fino alla Guerra Fredda degli anni Settanta e, tenuto conto dell’affollamento di personaggi e storie secondarie, non si presta docilmente a un quadro sintetico. Per capirci, in calce al romanzo è riportato un elenco che si aggira intorno ai duecento personaggi e le digressioni di carattere politico, pur inserite in un contesto romanzato, richiedono una sia pur minima familiarità.
Queste ed altre considerazioni legate all’impianto narrativo ne fanno una lettura per certi aspetti altalenante.
Il romanzo si sviluppa tra invenzione letteraria e ricostruzione storica. Scopo dichiarato di questo imponente lavoro di ricerca è portare alla luce oltre un trentennio di dittatura franchista, restituendo dignità e voce agli spagnoli che si sono spesi per una giusta causa, come i pazienti del dottor García, e a tutti quelli che ancora oggi riposano nelle fosse comuni senza un nome. Per avvalorare questo aspetto sono presenti anche dei capitoli al presente storico in cui l’autrice espone i dati di cronaca.
Le lunghe parentesi dedicate ai personaggi secondari, soprattutto nella prima parte, spezzano fatalmente il ritmo e si deve attendere talvolta qualche centinaio di pagine prima che il singolo particolare trovi il suo significato nel disegno di insieme.
La seconda parte, incentrata sul lavoro da infiltrati di Guillermo e Manolo nella rete clandestina, fila come un romanzo di spionaggio e il finale ha il sapore amaro di chi sa di aver perso -con onore ma la sconfitta resta- la battaglia per cui ha sacrificato la propria identità.

Per i temi e l’ambientazione “I pazienti del dottor García” è un romanzo al maschile in cui spiccano due figure femminili, entrambe negative: Amparo, compagna di Guillermo, e Clara, che dedica la sua totale abnegazione, nonché le sue risorse umane ed economiche, alla causa scellerata dei rifugiati nazisti.
Voglio tuttavia spendere due parole per la domestica Experta, alleata preziosa durante il razionamento e unico ponte che sopravvive tra le due vite di Guillermo quando è costretto ad abbandonare la sua identità di medico e a vestire i panni di Rafael Sánchez.
In lei ho ritrovato il ruvido pragmatismo delle donne del popolo in cui sbrigatività e tenerezza materna concorrono innanzitutto a risolvere i problemi pratici.
Donne con queste straordinarie qualità di tenacia e lealtà sopravvivono nei racconti di guerra di molte famiglie, io stessa vi ho riconosciuto una zia croata che, in quegli anni, da sola ha fatto la differenza nella vita della mia nonna materna e dei suoi figli.

Per restare in seno alla letteratura spagnola e al binomio tra Storia e finzione letteraria “I pazienti del dottor García” è un libro molto lontano, per esempio, da “Patria” di Aramburu -libro che ho molto amato per la prosa poetica e la straordinaria capacità di connettere in modo inusuale e potente i vari piani della narrazione- ma è una ricostruzione imponente del quadro storico e geografico del trentennio che seguì il secondo conflitto mondiale. Una testimonianza amara del silenziamento colpevole che ha oscurato i vinti del regime franchista, che nonostante la sconfitta di Hitler prosperò fino a metà degli anni Settanta.

Viv

Cinquanta modi per dire pioggia

Asha Lemmie, Cinquanta modi per dire pioggia, Ed. Nord

Asha Lemmie, Cinquanta modi per dire pioggia, Ed. Nord

Siamo solo a settembre ma sono certa che questo romanzo vincerà a mani basse il mio personale “razzie award” come peggior lettura dell’anno.
Lo confesso, mi sono lasciata superficialmente affascinare dal titolo ma ho molto espiato leggendo.
Per dare la misura del mio fraintendimento diciamo che mi figuravo, mutatis mutandis, un romanzo assimilabile a “Quando le montagne cantano” (vedi nota *) di Nguyên Phan Quê Mai e mi sono ritrovata un racconto il cui unico pregio sono i nomi della pioggia in giapponese, quattro e non cinquanta per altro.

Siamo in Giappone, nel 1948 e Noriko viene abbandonata dalla madre sulla soglia della villa dei suoi nonni, una ricca famiglia nobiliare di Kyoto, con un unico ammonimento.
“Promettimi che obbedirai sempre. Non fare domande, non lottare. Non resistere. Non pensare, se il pensiero dovesse portarti dove non devi andare. Sorridi e fai quello che ti chiedono. Solo la tua vita è più importante dell’obbedienza. Solo l’aria che respiri.”
Nori ha otto anni ed è una bambina molto obbediente per qualsiasi standard che non sia quello di una nonna che incarna a tutto tondo la distaccata crudeltà dei cattivi delle fiabe e non le perdona di essere nata da una relazione extraconiugale con un soldato americano di colore. Segregata in una stanza del sottotetto, viene sottoposta a bagni di varechina per sbiancare la pelle e punita per ogni minima infrazione. La sua unica consolazione è il rumore della pioggia sulle tegole che riesce a farla sentire meno sola.
Quando nella grande villa arriva il fratellastro Akira, legittimo erede del casato sembra che la vita di Nori si apra alla speranza ma la vita per lei ha in serbo solo sciagure, la peggiore delle quali è indubbiamente quella di essere imprigionata in un pessimo libro.

Non ho cuore di entrare nel dettaglio ma raramente ho letto qualcosa di così sconclusionato e inverosimile. Non so davvero decidere se il peggior difetto sia l’inconsistenza o il tentativo di spacciarsi per narrativa di contenuto. Mentre ci rifletto stendo un velo, pietoso ma irritato, anche sui personaggi, talmente sciatti e privi di spessore che l’unica reazione possibile alle loro sofferenze è l’assenza di reazione.
Per pura curiosità ho cercato delle recensioni in rete. Ne ho trovate due entusiastiche ma, in entrambi i casi, seguiva in calce il ringraziamento alla casa editrice per la copia omaggio.
Sipario.

Viv

(*) Romanzo ambientato in Vietnam che copre un lasso di tempo lunghissimo a partire dagli anni Trenta ai giorni nostri, attraverso tre generazioni di donne -centrale la figura di nonna Dieu Lan- che con coraggio lottano per sopravvivere alla guerra e alla povertà e più in generale per riunire la famiglia e conservarne intatte le memorie.
Consigliato se volete immergervi nella cultura vietnamita e se vi piacciono le storie di famiglia.