Pencil roll case

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Ecco un astuccio per bambine che amano il rosa e gli orsetti.

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Aperto svela una fila di matite colorate per scegliere in tutta calma la sfumatura perfetta, chiuso lascia in bella vista l’orsetto stampato sull’etichetta.

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E se le bimbe sono cresciutelle questi astucci si trasformano in utilissimi portapennelli per il trucco, basta customizzare ad hoc spazi e lunghezze.

Viv

La ruga del cretino

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Andrea Vitali & Massimo Picozzi, La ruga del cretino, Garzanti

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Romanzo corale, come nella tradizione dell’autore, che si snoda per capitoletti brevi o brevissimi che saltabeccano da un personaggio all’altro e si chiudono invariabilmente lasciando in sospeso l’azione.
Il racconto si trastulla con piccoli dettagli, descritti nella prosa gradevole cui l’autore ha abituato i suoi lettori, e bisogna aspettare ben oltre la metà prima che la trama prenda consistenza e si coaguli intorno al nodo centrale.

1893. Nel torinese vengono rinvenuti i corpi senza vita di due donne con un misterioso biglietto in una tasca, lo stesso che Cesare Lombroso, il chiacchierato pioniere dell’antropologia criminale, ha ricevuto per posta in forma anonima.
Nel tentativo di sbrogliare la matassa Lombroso si affida al talento medianico di Eusapia Palladino -altro personaggio storico- e si reca sulle rive del lago di Bellano. Lì, nelle stanze di villa Alba confluiscono per una seduta spiritica una serie di personaggi che l’autore ha introdotto nel corso della vicenda, in primis la Birce, raccomandata in qualità di domestica dal rettore del santuario di Lezzeno, giovane dal comportamento assente incline allo spiritismo.

Il finale lascia spazio per un sequel che potrebbe riproporre il sodalizio Vitali-Picozzi. Difficile stabilire quanto l’influenza del criminologo abbia pesato sulla prosa del medico bellanese ma se da un lato il romanzo si arricchisce di un insolito tocco noir, d’altro canto gli espedienti letterari e la frammentazione del testo smorzano l’abituale fluida spontaneità della prosa e quella sensazione di piacevole gratificazione che solitamente abita il lettore dopo l’ultima pagina.

Viv

L’avaro di Mayfair

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M.C.Beaton, L’avaro di Mayfair, Astoria

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Primo di una serie di sei libri ambientati a Londra negli anni della Reggenza.
Perno della vicenda è una dimora nobiliare, una di quelle che le famiglie inglesi affittavano durante i mesi della Stagione mondana allo scopo di trovare un buon partito per le figlie in età da marito.
Come ogni anno il 67 di Clarges Street, malgrado la richiesta modestissima, stenta a trovare inquilini disposti a sfidare la superstizione legata ad un passato di sfortunate vicende e conseguentemente anche la servitù, malpagata e tenuta sotto scacco da un odioso mediatore, versa in condizione di grave povertà.
Questo finché non ne prende possesso sir Roderick Sinclair -forte bevitore scozzese, sciatto e dissipatore- insieme alla sua pupilla Fiona, fanciulla dalle grazie fuori dal comune e dall’apparente ingenua modestia, che in men che non si dica parte alla conquista dello scapolo più ambito sulla piazza con la complicità dei domestici, conquistati dalla sua indole gentile e generosa.
Per dissimulare la mancanza di mezzi la giovane, alla quale difetta un albero genealogico impeccabile e una cospicua dote ma ha al suo attivo la capacità di cavarsela tipica del ceto medio, decide di far passare il tutore per un ricchissimo giudice in pensione che a causa della sua avarizia vive molto al sotto dei suoi mezzi.

Se la trama non brilla per originalità, la freschezza del racconto, la scorrevolezza e l’ambientazione, che è il vero punto di forza, fanno di questo racconto una lettura che intrattiene con leggerezza e alla quale si perdonano volentieri gli inevitabili cliché.
Lo stile ironico di M.C. Beaton -autrice della serie dedicata ad Agatha Raisin– condisce una commedia rosa tutta inglese con note di costume e intrattiene con garbo senza pretese di alta letteratura.

Gradevole come un rinfrescante sorbetto tra portate più impegnative.

Viv

Lumachina per R.

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La chiocciola è stata il primo pupazzo Tilda con il quale mi sono cimentata.

Da qualche settimana avevo voglia di riproporla e l’occasione è arrivata in questi giorni, pensando ad un regalino per la figlia di un’amica.

Tra blogger spesso non ci si conosce personalmente ma il contatto giornaliero fa sì che si stringano legami di simpatia che piano piano diventano sempre più reali.
Chissà che prima o poi non ci si ritrovi a far due chiacchiere davanti ad un dolcetto e ad una tazza di caffè; con qualcuna è già successo, con altre il progetto è sulla rampa di lancio.

Frattanto si muovono pacchetti attraverso la penisola, l’ultimo conteneva anche questa lumachina che si porta appresso una casetta tutta fiorita.

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Che dite, ha esagerato un po’ con il fard?

Viv

Il bambino indaco

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Marco Franzoso, Il bambino indaco, Einaudi

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La letteratura new age parla di bambini indaco in riferimento al colore dell’aura che contraddistinguerebbe individui dotati di forte empatia quando non addirittura di doti soprannaturali.
Ammetto che nulla ne sapevo prima di leggere il romanzo di Marco Franzoso.

Il racconto ruota intorno alle manie ossessive che Isabel, convinta che il figlio sia uno di questi bambini predestinati, sviluppa a partire dal concepimento.

Attraverso la voce narrante di un padre sostanzialmente inerte assistiamo al parossismo della tensione purificatoria cui sottopone se stessa e il bambino, consegnandosi ad un ideale di controllo e di ascetismo senza deroghe.
Perseguendo ciecamente il distacco dalla corruzione del mondo affama entrambi con diete liquide, incurante di fronte all’evidente stato di denutrizione e di malessere psicofisico in cui versa il figlio.
Nella sovrana assenza delle istituzioni il padre delega alla nonna la soluzione e si trastulla in un tormento privo di costrutto quasi fosse un adolescente.

Un romanzo breve che si legge in poche ore e utilizza un linguaggio cronachistico scevro da grandi coinvolgimenti ripercorrendo la vicenda a volo d’aquila, in un lungo flash back che non lascia spazio ad un vero e proprio intreccio.
Inizia e si conclude in un battito di ciglia sollevando nel lettore un’inquietudine persistente motivata in parti uguali da una tematica forte e da una superficiale sbrigatività.

A livello personale sono poco interessata alla genesi di teorie fantasiose come quella dei bambini indaco ma trovo sempre inquietante che un’ideologia -qualunque essa sia- si impossessi della razionalità umana sfociando in una follia sorda ad ogni buon senso.

Viv