Eleanor Oliphant sta benissimo

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Gail Honeyman, Eleanor Oliphant sta benissimo, Garzanti

Questa copertina, con sei fiammiferi a formare una casetta, in queste settimane occhieggia dalle vetrine di tutte le librerie, inclusi gli scaffali dei supermercati. Si tratta del romanzo di esordio di un’autrice scozzese che, con delicatezza e ironia penetra tra le maglie della solitudine del mondo moderno e tratteggia una figura femminile affascinante e fuori dagli schemi.

La protagonista è una giovane trentenne, in tutto e per tutto nella media. Passerebbe inosservata se non fosse per le cicatrici che le segnano il volto e per la sua sostanziale incapacità di instaurare relazioni basate sulle più semplici convenzioni sociali.
Ha una laurea in lettere classiche ma lavora da nove anni come contabile e vive in una casa arredata con pezzi di seconda e terza mano.
La sua è una vita all’insegna della routine e della solitudine: il venerdì sera si concede una pizza da Tesco, nel week end si stordisce moderatamente con della vodka annacquata e ogni mercoledì riceve la telefonata della madre che da lontano continua a giudicarla impietosamente come solo certe cattive madri riescono a fare.

Quest’anno nessuno è stato a casa mia, a parte qualche venditore professionale di servizi, ma di mia spontanea volontà non ho invitato alcun essere umano a varcare la soglia, tranne per leggere i contatori.

Eleanor Oliphant non sta benissimo ma è troppo schiva e diffidente per accordarci la fiducia di uno sguardo più intimo e così, al pari dei suoi colleghi d’ufficio, anche noi guardiamo le sue stranezze senza capirle.
Eleanor è una donna adulta che si comporta con l’ingenuità di una bambina e con la rigidità di una disadattata e con tutta evidenza il suo passato è pieno di zone d’ombra che lei stessa rifiuta di affrontare, rifugiandosi in un presente fatto di sogni adolescenziali e di rimozioni asettiche.
Se tuttavia a questo punto state immaginando una lettura cupa devo affrettarmi a correggere il tiro.
Eccentrica ma mai caricaturale Eleanor ha un umorismo involontario fatto di risposte fuori luogo e di ingenuità disarmanti a cui si deve in larga misura l’ironia e la leggerezza del romanzo.

Naturalmente refrattaria ad ogni autocommiserazione ha imparato a vivere bastando a se stessa ma quando nella sua vita entra Raimond -non il principe azzurro ma un collega che non si ferma di fronte alle sue risposte brusche e stranianti- Eleanor scopre quasi con stupore il balsamo di un gesto gentile e impara, dapprima con riluttanza e poi con sempre maggiore coinvolgimento, che lei stessa può essere di aiuto a qualcuno. E se da un lato aprirsi al mondo crea una falla nella sua corazza e la costringe a fare i conti con i suoi fantasmi é proprio grazie a questo che anche noi lettori siamo ammessi nel suo spazio interiore perché mai come in questo romanzo si ha la sensazione di essere tenuti a distanza al pari di tutti gli altri interlocutori e di doversi guadagnare per meriti il diritto alle confidenze della protagonista.

Se qualcuno ti chiede come stai, si aspetta che ti risponda BENE. Non devi dire che la sera prima ti sei addormentata piangendo perché erano due giorni che non parlavi con un’altra persona. Devi dire: BENE.

Ai giorni nostri la solitudine è il nuovo cancro, una cosa vergognosa e imbarazzante, così spaventosa che non si osa nominarla: gli altri non vogliono sentire pronunciare questa parola ad alta voce per timore di esserne contagiati a loro volta o che ciò possa indurre il destino a infliggere loro il medesimo orrore. 

Divertente, tutt’altro che superficiale e molto ben scritto. Eleanor Oliphant starà benissimo anche in un angolino delle vostre valigie.

Viv

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Una scacchiera nel cervello

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Alain Gillot, Una scacchiera nel cervello, edizioni e/o

La nota sull’autore recita: “Alain Gillot ha sessantatré anni e lavora come sceneggiatore, Una scacchiera nel cervello è il suo romanzo d’esordio”.
Due considerazioni. La prima è che il fatto che l’autore nasca come sceneggiatore spiega la scrittura essenziale, la narrazione ordinata, una certa sbrigatività nell’approfondimento dei personaggi e la tendenza ad accompagnare il lettore nello svolgimento della trama.
La seconda riguarda l’edizione italiana che, scegliendo di modificare il titolo -in originale “La surface de reparation”- non avrebbe potuto sceglierne uno brutto quanto “Una scacchiera nel cervello”.

Ora passiamo alle note positive. Libro scorrevole, perfetto per il cinema -quel surprice- in quella chiave vincente che unisce sport, problematiche familiari, riscatto e diversità.

Léonard è un ragazzino silenzioso, che non ama il contatto fisico e fatica ad integrarsi con i coetanei. Maniacalmente appassionato di scacchi, i cui schemi applica a tutti gli aspetti del quotidiano, viene ospitato temporaneamente dallo zio Vincent, che allena una squadra di calcio di adolescenti. Non è difficile intuire i retroscena, a partire dalla diagnosi di Asperger fino alle dinamiche di integrazione nel gruppo. In più una storia d’amore appena accennata, un allenatore che trova il coraggio di diventare un educatore e qualche nodo familiare irrisolto che trova scioglimento in un happy ending generalizzato.

Non si tratta di un capolavoro e ha più di qualche aspetto semplicistico ma è un romanzo leggero, breve, costruito su una serie di spunti che restano tali ma che potrebbero invogliare soprattutto un pubblico di lettori adolescenti.

Viv

L’uomo che metteva in ordine il mondo

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Fredrik Backman, L’uomo che metteva in ordine il mondo, Mondadori

Le prime pagine di questo romanzo hanno avuto un effetto straniante su di me giacché il protagonista è la fotocopia di un pensionato che abitava uno dei condomini in cui ho vissuto anni fa: un giustiziere della notte fai da te che si alzava all’alba per il giro di ricognizione, controllava la differenziata, sequestrava le biciclette parcheggiate negli spazi comuni e apostrofava gli sconosciuti in visita per assicurarsi non si trattasse di malintenzionati. Durante il giorno non era insolito sorprenderlo nascosto dietro le tende mentre teneva d’occhio la strada e correva voce annotasse su un taccuino i movimenti del vicinato.

Ove é esattamente questo tipo d’uomo, con l’aggravante di un carattere ostentatamente scorbutico. Vedovo e prossimo ai sessanta, viene lasciato a casa per fare spazio a colleghi più giovani.
“Sarà bello prendersela un po’ comoda” gli hanno detto, ma Ove non sa come impiegare tutto quel tempo libero. Sei mesi prima è morta sua moglie e ora, con il prepensionamento, non gli resta nulla per cui continuare a vivere.

Lo conosciamo nelle prime pagine intollerante e misantropo ma piano piano, in un gioco di rimandi al passato, scopriamo che è sì un uomo straordinariamente poco flessibile ma al contempo leale, onesto, pieno di dignità e senso della famiglia. Sua immensa forza e sua sola grandissima fragilità è sempre stata la moglie Sonja che con il suo innato ottimismo riusciva a tirar fuori il meglio da quel marito taciturno e scontroso, smussando gli spigoli più aspri del suo carattere.

La gente diceva che Ove e sua moglie erano come il giorno e la notte. Intendendo che lui fosse la notte, era ovvio. (…) Ove non aveva davvero mai capito per quale motivo Sonja lo avesse scelto. Lei amava le cose astratte, come la musica, i libri e le parole strane. Ove era un uomo concreto: gli piacevano i cacciaviti e i filtri dell’olio.

Intorno a Ove, fulcro del romanzo, si moltiplicano le interazioni con i vicini di casa e i suoi progetti suicidi finiscono per essere giornalmente accantonati per accompagnare in ospedale l’uno, sfiatare i caloriferi dell’altro, aggiustare una bicicletta o sorvegliare il via vai di chi non rispetta i regolamenti di quartiere. Di queste interferenze quotidiane Ove si lamenta sulla tomba di Sonja che anche da lì continua a influenzare le sue scelte, perché Ove sa benissimo come reagirebbe la moglie alle sue intemperanze e, pur mugugnando, l’ultima cosa che desidera è scontentarla, viva o morta che sia non ha alcuna importanza.

Tanto fa l’amore, persino da remoto. L’amore e le donne, verrebbe da dire, perché in questo romanzo sono le donne quelle che salvano: prima la madre, poi la moglie, e infine Parvaneh la nuova vicina iraniana con le sue due bambine che, intuendone la solitudine e riconoscendo la bontà dietro ai toni bruschi, prende a cuore lo strano pensionato.

Qualcosina stride, per esempio l’età del protagonista che è percepito dal lettore ben più anziano rispetto ai suoi cinquantanove anni e una concessione finale del tutto superflua al politically correct delle famiglie arcobaleno che suona un po’ forzata per la sua inconsistenza all’interno del racconto.

Malgrado l’apparente ruvidezza del personaggio centrale, il romanzo è, in fondo, un crogiolo di buoni sentimenti con una prosa scorrevole e graduale che descrive senza spiegare, lasciando spazio alle considerazioni del lettore che, così come avviene nella vita reale, acquisisce informazioni e si trova ben presto a simpatizzare con Ove e la sua visione tetragona del mondo. Finale con lacrima, che in questo caso non guasta.

Viv

Le ore lunghe

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Sidonie-Gabrielle Colette, Le lunghe ore 1914-1917, Del Vecchio Editore

Ho sempre associato Colette ai romanzi rosa, quelli che da bambina mi ritrovai per le mani in un’edizione economica con la copertina in cartoncino morbido color carta da pacco.
Non ricordo di averli mai letti e scopro ora che potrei essermi persa qualcosa.
Prima donna a ricevere funerali di stato in Francia, membro dell’Académie Goncourt, Grand’Ufficiale della Legion d’onore e molto altro, Colette fu attrice teatrale, sceneggiatrice, protagonista disinvolta della scena mondana e giornalista.
In questa veste tra il 1914 e il 1917, lasciata la figlia di diciotto mesi alla tata, pubblicò una serie di articoli come corrispondente di guerra attraverso Francia e Italia, mentre il secondo marito era al fronte.

In questo reportage trovano spazio le riflessioni comuni, la quotidianità del tempo di guerra, gli ospedali militari in cui tutti avvertono il caro prezzo dei minuti e delle ore, e l’austera, inesorabile lentezza della clessidra della vita, i giochi dei bambini che subito dopo un bombardamento cercano le schegge di granata, starnazzano e scavano come polli dopo un acquazzone, le lettere dei soldati che anelano la normalità e chiedono  dettagli insignificanti sulla casa e sul bestiame.
C’è la nostalgia dei prodotti di consumo tedeschi, l’addestramento dei cani sanitari, il ricordo del padre e del suo spirito indomito, l’ombra del tradimento che affligge il soldato in licenza.
In ogni quadro emerge la resilienza dello spirito umano, che tiene accesa la fiamma aggrappandosi ad ogni piccolo fremito di gioia, che si tratti della dolcezza turistica di Roma o del torpore febbricitante dei canali veneziani da cui si leva una prosa lirica e struggente.
Sono attimi di sospensione, accolti con gratitudine e meraviglia, come una sorpresa che non meritiamo, ma è dalla capacità di cogliere questi frammenti di bellezza che l’uomo in situazioni estreme da sempre trae la forza per sopravvivere.

Una scrittura poetica, attenta ai dettagli, dal tratto molto femminile che mi ha fatto rimpiangere di non aver dato una chance a quei romanzi rosa dalle copertine tanto seriose da sembrare dei piccoli bigini tristi.
Ma così è: se hai solo dodici anni, anche l’occhio vuole la sua parte.

Viv

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

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Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, Il club del libro e della torta della buccia di patata di Guernsey, Astoria

Gentile signorina Ashton,
mi chiamo Dawsey Adams e vivo nella mia fattoria a St Martin’s Parish, sull’isola di Guernsey. La conosco perché ho un vecchio libro che un tempo apparteneva a lei, Saggi scelti di Elia, di un autore il cui vero nome era Charles Lamb. All’interno della copertina era riportato il suo nome assieme all’indirizzo.

È così che comincia la corrispondenza tra Juliet Ashton, scrittrice in cerca di ispirazione, e Dawsey Adams, membro del club del libro e della buccia di patata di Guernsey.
Siamo nel 1946, la guerra è appena terminata, l’Europa conta feriti e dispersi tentando di distogliere gli occhi dalle macerie ma nelle lettere che viaggiano tra Londra e Guernsey i toni restano lievi e gli aneddoti sono tratteggiati con una punta di ironia e di speranza.
Dopo un paio di lettere cortesemente formali lo scambio epistolare si infittisce coinvolgendo tutti i membri del club, i toni si fanno via via più amichevoli e confidenziali, si moltiplicano le storie personali e i ricordi legati all’occupazione tedesca sull’isola.
I personaggi scaldano il cuore e la trama prende forma rimbalzando da Dawsey Adams a Isola, Eben e Amelia, uniti prima dall’amore per i libri e poi dal comune obiettivo di proteggere la bimba di Elizabeth, deportata per aver aiutato un prigioniero polacco. Il racconto non abbandona lo stile epistolare con l’arrivo di Juliet a Guernsey e neppure ne risente.

Questo è un romanzo pieno di garbo, di umorismo ed eleganza. Si parla di libri con la freschezza e la passione che hanno i lettori che non cercano di passar per intellettuali, capaci di creare un ponte tra la pagina scritta e le esperienze di tutti i giorni. Si racconta la guerra, la fame, la solidarietà e il tradimento. Ci sono i legami forti e non manca nemmeno il romanticismo, quello concreto che finisce con una famiglia e dei figli.  Non ultimo, come sottolineavo, è un romanzo epistolare -più qualche telegramma e qualche messaggio infilato sotto la porta- una forma letteraria che mi è cara fin dalle relazioni pericolose di Choderlos de Laclos.

Il romanzo mette in luce con semplicità ciò che da sempre anima ogni lettore: l’impulso a condividere una storia che ci ha colpito, il piacere di parlare dei nostri eroi letterari così come discuteremmo di persone reali, di consigliare e regalare libri che ci sono piaciuti. In fondo tutti noi che leggiamo libri e di libri, ci sentiamo parte di un club e ameremmo diventare soci di quello di Guernsey, torta di bucce di patata inclusa.

E, per inciso, sfido chiunque legga questo romanzo a non googlare “Guernsey” per vedere coi propri occhi lo scenario di queste storie. Victor Hugo ci scrisse “I miserabili”, io sono certa che ci trascorrerei delle bellissime vacanze.

Piccola nota a margine, il romanzo fu concepito nella sua prima stesura da Mary Ann Shaffer. Quando la salute le impedì di rielaborarlo secondo le esigenze dell’editore subentrò la nipote Annie, a sua volta autrice di libri per bambini- che lo diede alle stampe dopo la sua morte e che dà conto di questi passaggi di mano in una postfazione in cui rende omaggio allo spirito vivace e alle doti oratorie della zia.

Spero che queste pagine illustrino la mia convinzione che l’amore per l’arte -sia essa poesia, narrativa, pittura, scultura o musica- mette le persone in condizione di trascendere qualunque barriera l’uomo riesca a escogitare.  
(Mary Ann Shaffer)

Viv