Tornano gli orecchini

In marzo, come da aspettativa, si alternano giornate più intensamente primaverili ad altre che inclinano verso il grigiore.
Con l’avvicinarsi della bella stagione, però, vien voglia innegabilmente di rinnovare il look, di dare un’occhiata negli armadi in cerca di colori più vivaci e a volte basta davvero poco per dare un tocco di luce.
Per esempio un bel paio di orecchini nuovi.

Quelli che vi mostro oggi sono arrivati in velocità a dare il benvenuto al bel tempo, al cielo sempre più terso di questo marzo così mite e alla voglia di colore.

Pendente in giada verde brillante con agata viola scuro. Elementi di raccordo dorati realizzati con distanziali e cristalli bicono. Perno in zama nickel free.

Amazzonite, onice piatta e perla ovale in tanzanite con monachella nickel free. Per portare un pizzico di azzurro anche dentro l’ufficio.

Agata gialla e onice a goccia con distanziale dorato con strass. Monachella nickel free.

Viv

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Quello che non ti ho mai detto

Celeste NG, Quello che non ti ho mai detto, Bollati Boringhieri

Celeste NG ritorna tra le mie letture con “Quello che non ti ho mai detto”.  Ho cominciato in gennaio con “Tanti piccoli fuochi” e a distanza di un mesetto sono andata a cercare anche il suo libro di esordio.

Romanzo introspettivo e intenso, indaga sulla morte della figlia sedicenne di una coppia mista nell’America degli anni Settanta. Casalinga americana lei, cinese di seconda generazione lui, vivono un’apparente normalità con i loro tre figli che, in una comunità di adolescenti biondissimi, spiccano per i loro occhi a mandorla.

A partire dalla mattina in cui Lydia scompare, in un rimando tra passato e presente, viene ricostruito il non detto, i sottili legami che come lacciuoli invisibili hanno imprigionato ogni membro della famiglia Lee.
Scritto con grande approfondimento dei caratteri, “Quello che non ti ho mai detto” non è il solito lezioso romanzo americano in cui un’adolescente muore e gli adulti cercano risposte in bilico tra thriller e psicodramma. Non ci sono passaggi forzati, i nodi si intrecciano intorno alle vittime e intorno al lettore con la stessa inesorabile naturalezza che tante volte ci impedisce di invertire dinamiche tossiche di cui siamo consapevoli in modo confuso.

Il padre, docente di storia americana, soffre da sempre il marchio della diversità. Figlio di immigrati, pur non conoscendo altra Patria che quella in cui è nato e cresciuto, si è sempre percepito come un estraneo. Vorrebbe un figlio maschio più intraprendente e non riesce a perdonare al primogenito Nath quelle stesse debolezze in cui si riconosce ma è Lydia, la figlia di mezzo, che catalizza le energie e le aspettative dei genitori, in particolar modo della madre che proietta su di lei le proprie frustrazioni professionali.
In nome di una promessa che ha il sapore di un voto esaudito, fin da bambina Lydia si è convinta che, per tenere unita la famiglia, dovesse compiacere la madre e farla felice.
Ad ogni sua richiesta da allora ha sempre risposto con dei sì che hanno finito per piegare le sue inclinazioni al futuro che la madre avrebbe voluto per sé.
Se Lydia porta il peso dell’equilibrio familiare sia Nath che la piccola Hannah sono dolorosamente consapevoli del loro ruolo subordinato e non ignorano il dramma che patisce la sorella, che si è ritrovata cucita addosso una gabbia di anno in anno sempre più stretta.

Il valore aggiunto di questo romanzo è nella capacità di regalare ai personaggi un’autenticità che va oltre la pagina scritta, di dare una voce coerente alla loro solitudine.
In particolare è toccante il ritratto della sorella più piccola. Hannah, arrivata a cementare il matrimonio dopo un periodo di crisi culminato con la fuga della madre è la figlia invisibile di cui nessuno si cura, colei che meglio comprende le sfumature del non detto ed è senza dubbio su di lei che converge la speranza di un nuovo equilibrio.

Non ci sono cattivi in questa storia, ci sono adulti non risolti e adolescenti che, per definizione, non possono esserlo. Tutti tentano di fare la loro parte, ma se c’è un piccolo insegnamento, da osservatori esterni di un dramma che non è puramente letterario, è che a volte è necessario assicurarsi che i figli non finiscano stritolati dal nostro silenzio, perché non hanno gli strumenti per capire che la sofferenza dei genitori non è responsabilità loro e perché non devono farsene carico, non più di quanto accada inevitabilmente per lo meno.

In questo romanzo si intersecano elementi esterni alla famiglia -l’emancipazione femminile e l’integrazione razziale- a drammi personali che agiscono sul singolo e si riverberano in un gioco di specchi sugli altri componenti della famiglia. Su tutto aleggiano gli eterni dilemmi che ogni genitore finisce col porsi presto o tardi nei confronti dei figli.
Fin dove è lecito spingersi nel manifestare legittime aspettative senza soffocare la prole con proiezioni che sono solo nostre? E non parlo solo dell’eterno quesito riguardo a cosa faranno da grandi ma anche di che tipo di adulto vorranno essere, di quali limiti ci costringeranno ad accettare col sorriso o a denti stretti, di quanto si discosteranno da ciò che rappresenta il nostro ideale umano. Al di là dei nostri desideri, non tutti i figli sono capaci di trovare la felicità o di trovarla seguendo percorsi che sarebbero i nostri ed esistono moltissime strade per vivere e sopravvivere.
Questo è quello che lascia questo romanzo, tante domande, qualche risposta e la consapevolezza di dover lottare per riempire quei silenzi che a volte vengono così male interpretati anche tra persone che si vogliono bene.

Viv

Influenze giapponesi

Pur non essendo made in Japan questi cotoni dalle fantasie minute e delicate hanno qualcosa che ricorda il Giappone.

Pertanto ho scelto per loro nomi giapponesi.

Misako, “fanciulla della bellissima sabbia”

Asako, “fanciulla di lino”

Non c’è nulla di più opinabile della scelta del nome e mi perdonino le mamme delle varie Jennifer, Deborah e Samantha con l’acca ma, volendo spaziare oltre confini, trovo sarebbe un elegante diversivo provare a pescare tra i nomi della tradizione giapponese.

Viv

Invidia il prossimo tuo

John Niven, Invidia il prossimo tuo, Einaudi

“No good deed” ovvero nessuna buona azione (resterà impunita). Il titolo inglese prefigura meglio di quello italiano quel che accade in questo romanzo di John Niven, caustico autore scozzese di “A volte ritorno”.

Alan critico gastronomico, con una vita ben oliata e una famiglia più che borghese -moglie di estrazione nobile, tre figli in scuole esclusive, personale di servizio, una serie di ottimi investimenti all’attivo e un pizzico di buona sorte- incontra per strada un amico di infanzia, l’amico  brillante che sembrava destinato al successo e alla fama, ridotto a vivere come un barbone.
In nome dei vecchi tempi e di quel compiacimento innocuo seppur privo di onore che scalda il cuore del gregario allorché si scopre destinatario di una piccola rivincita, lo accoglie in casa e lo aiuta a risollevarsi. Craig si inserisce nella vita di famiglia mantenendo un profilo basso che tuttavia non elimina qualche piccola stonatura -per esempio quei sorrisetti complici con la figlia adolescente ribelle che agli occhi del padre hanno il sapore della derisione- e pian piano riemergono, insieme alle rivalità del passato, le dinamiche che avevano caratterizzato i rapporti di forza tra i due amici.

Da qualche parte in cuor suo Alan sapeva che tutti i soldi e la fama immaginabili non potranno mai riprogrammare il modo in cui ci siamo definiti da ragazzi.  

Insomma, se sei stato il ragazzino insicuro in cerca di approvazione, anni di successi possono essere spazzati via da quel certo sguardo che rimette a posto l’universo. E Alan comincia a sentirsi sotto assedio, perché, mentre la vita di Craig riprende a decollare, contro di lui si accanisce una sorte avversa che colpisce su tutti i fronti.
Ma si tratterà davvero solo del Caso?

In questo senso Niven cavalca una struttura non originalissima ma ben equilibrata, che asciuga il dramma senza tirarlo inutilmente in lungo.
Pur senza tentare un vero approfondimento, il romanzo ripercorre la strada dell’indagine sociologica con toni brillanti e dissacranti, mettendo a nudo come la complicità degli anni adolescenziali spesso sia segnata da sentimenti di forte ambivalenza che restano immutati nel tempo.

Come verifica la giornalista amica di famiglia che intervista Craig e sceglie di ignorare il suo sesto senso per assecondare il taglio buonista suggerito dalla linea editoriale dietro il pezzo da scrivere sulla forza dell’amicizia, ce n’era un altro diverso e migliore. Uno sulle strane correnti e gli abissi oscuri che si nascondono sotto la superficie di molte amicizie di lunga data, soprattutto quelle che hanno a che fare con drammatici rovesci di fortuna.

Insomma, nessun successo personale è paragonabile al piacere di assistere all’insuccesso dei propri nemici e talvolta persino dei propri amici. Buona invidia a tutti.

Viv

Le vedove di Malabar Hill

Sujata Massey, Le vedove di Malabar Hill, Neri Pozza

A dispetto del sottotitolo- le inchieste di Perveen Mistry- in questo libro il racconto privato e la descrizione ambientale prevalgono sull’indagine poliziesca. Il delitto c’è, beninteso, ma l’indagine è sfumata e il cuore del romanzo è nelle atmosfere dell’India a cavallo dell’Otto/Novecento, quando le donne avevano ridottissimi margini di manovra sia nel pubblico che nel privato e non era loro permesso esercitare pienamente la professione legale.
La protagonista, che ha completato gli studi di giurisprudenza all’estero, appartiene all’elite delle famiglie benestanti e colte. Figlia di un avvocato di Bombey affianca il padre dietro le quinte svolgendo soprattutto i lavori d’ufficio.
A toglierla dalle scartoffie sopraggiunge la necessità di comunicare con le tre vedove di un cliente  deceduto. Le donne vivono infatti seguendo l’antica tradizione purdah, relegate in una sorta di gineceo a cui hanno accesso solo persone di sesso femminile, i figli piccoli e ovviamente il marito.
Perveen è dunque doppiamente qualificata per far loro da tramite nelle delicate questioni legate alla successione ereditaria.

Il delitto si affaccia in sordina e resta in secondo piano per buona parte del romanzo mentre il lettore scopre il passato sentimentale di Perveen, il suo sfortunato matrimonio e le barbare usanze cui erano assoggettate le giovani mogli presso le famiglie più conservatrici.  Questa parte del racconto è funzionale ad introdurre note storiche ed ambientali: la consuetudine dei matrimoni combinati, il bullismo contro le donne negli ambienti accademici, la pratica di isolamento forzato durante le fasi “impure” del ciclo”, le sperequazioni dei diritti, la sottomissione all’uomo.
La figura di Perveen inoltre è dichiaratamente ispirata a due avvocatesse indiane che per prime esercitarono la professione in India nei primi decenni del secolo scorso, l’inchiesta è dunque un pretesto elegante per raccontare la cultura indiana dell’epoca e il cammino per l’emancipazione femminile.
Il fatto che il delitto non sia il punto di forza della narrazione si evince anche da alcune piccole stonature che non passano un esame più severo – mi riferisco all’iniziale confessione della moglie decana e al fatto che, pur essendo a conoscenza del passaggio privato, non cerchi la figlia scomparsa in un luogo a lei del tutto accessibile- ma ovviamente, persino se aveste letto il romanzo, queste considerazioni vi direbbero ben poco a meno di non essere freschi di lettura.

Diciamo che il voto alla piacevolezza dell’insieme è superiore a quello relativo allo sviluppo della trama gialla ma Perveen è un personaggio costruito con grazia e ben inserito nel contesto. Chissà se la ritroveremo protagonista di altre inchieste.

Viv

Leda, Ada e Delia

Sorelle per allitterazione queste tre pochette sono però l’opposto l’una dell’altra per personalità e colori, esattamente come accade tra fratelli e sorelle che spesso, non accidentalmente, sembra vogliano sottolineare ogni più piccola differenza per affermare se stessi e marcare il confine del proprio spazio interiore.

Leda, Ada e Delia hanno imparato la lezione a menadito e non potrebbero essere più diverse.

Viv

Balenottere azzurre

Sono azzurre e sono piccole, molto più piccole di questa.
Stanno sul palmo di una mano adulta ma una manina piccina si chiude perfettamente intorno al ricciolo della coda.

Eccole qui, le balene Tilda di Tone Finnanger sono tratte dal libro “Tilda’s Toy Box” dove trovate sia il pattern per la balena grande che per quella piccola.

Viv