Infanzia

Tove Ditlevsen, Infanzia, Fazi

Primo volume di una trilogia, in cui l’autrice racconta la sua infanzia, dai cinque ai quattordici anni, in un quartiere povero della Copenaghen degli anni Trenta.

Lo sguardo è quello di Tove bambina, in quell’età in cui non si comprende il mondo degli adulti perché non si è ancora in grado di riempire i vuoti nella comunicazione e di decodificarne le allusioni. Il linguaggio d’altro canto è quello asciutto e potente della scrittrice adulta che descrive con lucidità un’infanzia segnata dalla povertà e dagli sbalzi umorali di una madre emotivamente instabile e insoddisfatta e derisoria che abitua Tove a comportarsi con circospezione alla costante ricerca della sua approvazione. 

Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante (…) Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei, per farla sorridere, per acquietare la sua rabbia. È un lavoro spossante (…) 

La madre è una donna che si muove con sicurezza solo in un ambito ristretto, che si sente persa appena esce dal quartiere di Vesterbro. Avara di gesti affettuosi, sporca la lode -Anche i figli dei poveri possono avere qualcosa nella zucca- con il risentimento sociale e, quando è sopraffatta dal disagio soccombe alla sua fragilità, rifacendosi crudelmente sulla figlia.
(…) al di fuori della via in cui abitiamo c’è un mondo che la spaventa. E quando ci spaventa entrambe, lei mi pugnala alla schiena.

Il padre, per contro, è un uomo malinconico, lontano dal temperamento irrequieto della moglie, un socialista prostrato dal licenziamento che lo ha privato parimenti del ruolo e dell’identità.
Da lui Tove riceve in dono un libro di fiabe senza le quali la mia fanciullezza sarebbe stata grigia, triste e povera. 
Difatti, l’unica vera gioia di Tove è la lettura e il suo unico vero tesoro è un quadernetto su cui scrive le sue poesie. Non a caso per descrivere la pochezza intellettuale delle cugine Tove sottolinea come in casa loro non ci sia nemmeno un libro. E per inciso, devo ammettere che, anche per quel che mi riguarda, la presenza di libri in una casa è da sempre il metro con cui misuro le affinità elettive.

Tove descrive a più riprese la sua infanzia come una fase spigolosa e buia lunga e stretta come una bara, qualcosa di cui spogliarsi come la pelle di un serpente per poterla finalmente osservare senza sofferenza.
Tuttavia, se inizialmente anela a lasciarsela alle spalle al più presto, verso la fine della narrazione il suo è il tono accorato di chi ha interiorizzato che il futuro non è che un colosso pronto a schiacciarla. Osserva pertanto i tentativi di emancipazione del fratello maggiore con l’amara consapevolezza che quando toccherà a lei il mondo adulto non sarà più accogliente.
E l’ingresso nel mondo adulto coincide innanzitutto con l’abbandono della scuola, come accadeva per altro alla gran parte degli attuali ottantenni che cominciavano a lavorare poco più che adolescenti.
No, non potrò proseguire gli studi, e potrò essere bambina ancora per poco.
Si chiude così l’infanzia di Tove. Il secondo volume “Gioventù” é già stato pubblicato.
Si tratta di un volume breve e intenso, scritto con uno stile asciutto e potente che non manca di accenti poetici e che come si evince facilmente ha i toni amari del disincanto.

Forse, vista la brevità dei primi due libri, che insieme fanno duecentocinquanta pagine, pur non sapendo ancora quanto possa essere corposo il terzo, avrei puntato su un volume unico per tutta la trilogia. 

Viv

 

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La piccola Fadette

George Sand, La piccola Fadette, Neri Pozza

Nella metà dell’Ottocento, quando scrisse questo romanzo, George Sand, al secolo Aurore Dupin, era già un’autrice chiacchierata per il suo impegno politico -dalle idee socialiste alle posizioni femministe- per l’abitudine a vestirsi da uomo e fumare sigari nonché per la sua vita sentimentale scandalosa, libera da costrizioni.

In questo romanzo campestre tuttavia non si fa alcun cenno alla politica dell’epoca e si può tutt’al più intravedere un insegnamento di tipo morale che, a vari livelli, mette in guardia dal pregiudizio.
Il racconto ha l’andamento di una fiaba per ragazzi sia per quel che concerne la schietta semplicità delle interazioni tra i protagonisti che per il lieto fine in cui trionfano virtù, pazienza e un pizzico di saggia furbizia.

La credenza popolare del tempo riteneva che i gemelli identici dovessero essere cresciuti impedendo un legame troppo stretto poiché il gemello più debole ne avrebbe risentito fino a morirne. Questo è pertanto quanto viene raccomandato a papà Barbeau e a sua moglie alla nascita di Landry e Sylvinet ma, complici le abitudini contadine e la consuetudine familiare, i due fratelli crescono uniti da un’intesa e un affetto esclusivo. Quando Landry, il gemello dal carattere più equilibrato e generoso, viene mandato a servizio da un vicino, Sylvinet, cade in una profonda prostrazione, destinata a protrarsi negli anni, alternando attacchi di ingiustificata gelosia e febbri nervose.
Tanto più un gemello si adatta alla nuova condizione e accetta di buon grado il normale processo di affrancamento, tanto più l’altro si crogiola morbosamente nella sua condizione di figlio protetto in seno al focolare domestico.

Ma in fondo a tutte quelle parole dette a vanvera c’erano, da una parte, il ragazzo contento di lavorare e di vivere non importa dove e come, e dall’altra, quello che non riusciva a capacitarsi che il fratello potesse avere anche un solo momento di felicità è di pace senza di lui.

In questo nuovo equilibrio in cui Sylvinet tiranneggia con il suo affetto sempre più esigente il fratello dall’animo meno tormentato ma dal cuore non meno affezionato, si inserisce la piccola Fadette, una ragazzetta emarginata dalla comunità per le sue parentele -una madre svergognata e una nonna in odore di stregoneria- i suoi modi sfrenati e la sua generale trascuratezza.
In questa ragazzetta scarmigliata e anticonformista dall’animo nobile e dalla volontà di ferro è facile riconoscsenza eccessivi infingimenti l’autrice stessa.
Anche la Sand era chiacchierona e beffarda, vivace come una farfalla, curiosa come un pettirosso e nera come un grillo e come Fadette era stata allevata in campagna da una nonna che le aveva lasciato le redini molto lente e una cospicua eredità.

Come ogni fiaba che si rispetti la morale mette in guardia verso il pregiudizio. Il pregiudizio verso le apparenze che spesso non corrispondono alla sostanza, verso la deformità del fratellino di Fadette, verso le dicerie senza fondamento scientifico come quelle sui gemelli monozigoti o sul lavoro delle erboriste che l’ignoranza assimilava alle streghe.

Un romanzo per ragazzi, un classico di un altro tempo (1849) che forse anche per il suo carattere bucolico risulta meno attuale e più datato dell’intramontabile “Piccole donne” (1868) che gli è posteriore di soli diciannove anni.

Viv

Lettori digitali o tradizionali?

La domanda è mal posta perché va da sé che quel che conta sia leggere ma è innegabile che i lettori si dividano tra chi tendenzialmente preferisce il digitale e quelli che “cartaceo tutta la vita”.

Al di là delle preferenze personali la lettura digitale offre lati positivi difficili da ignorare.
Innanzitutto un costo inferiore, cosa non trascurabile per chi legge molto, uno spazio di stoccaggio piccolissimo e la possibilità di acquisto immediato ovunque ci si trovi.
Inoltre è un sistema amichevole per gli ipovedenti, adatto alla lettura notturna o in condizioni di luce precaria.
Se poi amate sottolineare, liberano dalla schiavitù della matita -e della gomma (perché io amo sottolineare ma odio le righe stortignaccole quasi quanto quelle con il righello)- e, last but not least, è più facile ritrovare brani significativi attraverso le parole chiave.

L’aspetto che preferisco tuttavia è il minor consumo di risorse del pianeta e fatte salve alcune eccezioni, come albi illustrati e volumi d’arte, mi fa sentire più felice sapere di aver salvato un albero.

Lo so, vi sento. Vuoi mettere il profumo della carta, il piacere dell’acquisto, gli scaffali pieni di volumi da risistemare?
Vi capisco, eh! In un mondo ideale leggerei su Ipad ma al contempo comprerei il cartaceo di tutto quello che mi è piaciuto e avrei una biblioteca come quella di Belle (e magari anche un vestito con le balze già che ci sono).

Comunque, posto che l’importante è leggere, so già che tornerò in argomento perché le cose da dire sono ancora tante, nel frattempo ecco qui una cover per Kindle Paperwhite e una per IPad.

Viv

Una giuria di sole donne

Susan Glaspell, Una giuria di sole donne, Sellerio

Più che un giallo vero e proprio si tratta di un breve racconto, pubblicato nel 1917, in cui l’indagine poliziesca è il pretesto per mettere in discussione il patriarcato nell’America rurale di quegli anni e veicolare una riflessione ampia sul ruolo della donna, “regina della casa” con una corona di cartapesta.

Inizialmente nato come piece teatrale, il racconto ne conserva i tratti peculiari a partire dall’unità di tempo e di luogo secondo lo schema del delitto a porte chiuse.
L’aspetto poliziesco tuttavia è piuttosto irrilevante, sin dall’inizio è chiaro chi sia il probabile colpevole e del resto l’esiguità dei personaggi coinvolti non lascia spazio di manovra in tal senso, quel che resta centrale è invece l’aspetto psicologico, la ricerca di un movente che dia ragione di un atto cruento e apparentemente immotivato. 

Senza entrare troppo nel dettaglio sappiamo che è stato commesso un omicidio in una fattoria isolata e che la moglie della vittima, Millie, è in stato di fermo.
Tre personaggi maschili, il procuratore distrettuale, lo sceriffo e un testimone si recano sul luogo del delitto alla ricerca di indizi e portano con sé le mogli degli ultimi due affinché recuperino alcuni effetti personali da portare in carcere alla vedova.
Mentre gli uomini, senza che il lettore li segua, si muovono con una certa arroganza tra il piano superiore e gli spazi esterni rivolgendosi alle signore con condiscendenza e trascurando apertamente la cucina che contiene, a loro dire, cose da donne, oggetti privi di importanza, le due donne entrano nel regno di Millie in punta di piedi quasi timorose di profanare il suo territorio e osservano con gli occhi dell’esperienza le anomalie di una routine in cui si riconoscono. Scambiandosi poco più che una manciata di frasi ricostruiscono un quadro di povertà, solitudine e violenze psicologiche; scorgono un barattolo riempito a metà qui, una trapunta cucita senza la precisione abituale là, fino al dettaglio significativo, quello che potrebbe fornire un movente plausibile per l’accaduto.
Ed è a questo punto che decidono di agire come una giuria di sue pari -questo il titolo originale, a mio avviso più calzante- preferendo alla legge la giustizia o quanto meno, scegliendo di garantire a Millie quelle attenuanti che una giuria di soli uomini, in un’epoca in cui le donne avevano diritti molto limitati, non avrebbero considerato.
Resta il problema morale ed è proprio in questa ambiguità, tra la solidarietà espressa dalle donne e il rigore formale della legge incarnata dal mondo maschile, che il racconto esprime tutto il suo potere di coinvolgimento provocatorio poiché l’empatia non può prescindere dalla legge ma il lettore non può non sentirsi complice  di una giustizia per così dire superiore. 

Questo è un librino -una trentina di pagine al netto degli approfondimenti- che mi sento di consigliare anche ai non amanti del genere poiché l’aspetto psicologico-sociale è di gran lunga il più accattivante.
Oltre all’edizione pubblicata da Sellerio ne esiste anche una curata dalla Polillo Editore, che in questi anni ha ripubblicato moltissimi classici del romanzo giallo d’autore; se avete un dispositivo per la lettura digitale potete  scaricare nella versione eBook  -col titolo originale “Una giuria di sue pari”- a un prezzo convenientissimo.

Viv

L’orchessa e altri racconti

Irène Némirovsky, L’orchessa e altri racconti, Adelphi

Irène Némirovky, L’orchessa e altri racconti, Adelphi

Diciamo pure che con Irène Némirosky è difficile restare delusi ma questi racconti sono un distillato di piccoli capolavori.
La scrittura asciutta, a tratti teatrale, la forma elegante, l’analisi chirurgica dei sentimenti è in grado di trasportare con assoluta immediatezza in quei luoghi lontani, spesso appartamenti borghesi, in cui si muovono i personaggi di questi nove racconti.

Quello che presta il nome alla raccolta, tra tutti, è il racconto in cui si riflette maggiormente il difficile rapporto che l’autrice ebbe con la figura materna.
Protagonista è una madre, “orchessa” nelle pesanti forme sgraziate e più ancora nella determinazione famelica con cui esercita il suo dominio sulle figlie.
Con la dolcezza spietata di una narcisista costruisce prima per l’una e poi per l’altra un destino di fulgidi successi artistici, quelli che sognava per sé, senza curarsi delle loro inclinazioni e dei loro desideri, facendo appello al dovere filiale e ai sensi di colpa.

Quante ore passate a correggere un’intonazione, una postura. Ah, sapesse la pazienza! “Ma le altre bambine non fanno queste cose, mamma” diceva. Io le rispondevo: “Le altre sono bambine normali, mentre io voglio che mia figlia sia eccezionale. (…) E poi, insomma, se non vuoi farlo per te, fallo per me e per tua sorella: sai bene che vivo solo per i tuoi successi”.

Sorda di fronte all’insuccesso e persino alla morte, si limita con pragmatica noncuranza a spostare le sue aspettative su una nuova vittima.

In generale ritroviamo nei racconti le tematiche care all’autrice: la disillusione, il tradimento, il rimpianto per la gioventù ormai trascorsa, il divario generazionale che spinge i figli a supporre che i genitori non siano in grado di comprendere i turbamenti dell’amore, che non li abbiano mai vissuti. Si respira la malinconia della vecchiaia accanto alla vita che si schiude con tutte le sue promesse.

Ho scelto di dedicare spazio ad altri due racconti seguendo motivazioni del tutto soggettive.
Ne “La partenza per la festa” assistiamo al lutto silenzioso di un uomo che piange la sua amante di sempre senza poter esplicitamente condividere il suo strazio con figli e consorte.
Da un lato la moglie, alla notizia della morte della rivale, sospira con cinico sollievo immaginandosi d’ora in avanti come il solo punto di riferimento di un marito avviato verso la malattia e la vecchiaia e non sospetta che il marito a sua volta prefigura e paventa esattamente lo stesso scenario.

Quando l’età e la malattia l’avessero ridotto alla sua mercé, allora lei si sarebbe vendicata. Lo avrebbe tenuto costantemente accanto a sé. Lo avrebbe soffocato di attenzioni. Sarebbe rimasta con lui giorno e notte. Lo avrebbe defraudato dei suoi pensieri, dei suoi sogni. Si sarebbe resa indispensabile. Lo avrebbe costretto ad amarla, svilendo così la sola cosa che gli restava: il ricordo della sua i fedeltà, della sua libertà.

La più piccola tra i figli, la preferita del papà, scopre invece in quel momento che il mondo del padre non ruota intorno al suo benessere, che quella stessa tenerezza a cui è abituata può trasformarsi in disinteresse e che, anche sotto la superficie più amorevole possono celarsi segreti a noi ignoti e oceani, abissi di indifferenza nei nostri riguardi.

Non posso infine non dedicare due righe a “Ida”, fotografia dolce-amara di una diva del varietà in declino, ritratta in modo crudo ma non senza accenti di compassione, proprio nel momento della caduta, sotto le luci impietose della ribalta.
Si tratta di un racconto minore a cui tuttavia sono legata perché, quando ancora non era disponibile la versione italiana, un amico che conosceva il francese, a sua volta ammiratore della Némirovky, mi fece dono della traduzione. 

E per la sezione “curiosità non richieste” vi rivelo quale sia stato il racconto che mi fece scoprire la bellezza essenziale di questo genere letterario e vi rimando a questo link dove potete leggere “L’avventura di due sposi” di Calvino.

Viv