Una volpina per Agata

Eccola qui, la mia volpina doudou che torna per festeggiare la nascita di Agata.
Stavolta me l’ha commissionata mia figlia Martina per la prima bimba di una delle sue amiche storiche.

Niente bottoni e niente bindelli, tutto studiato a misura di neonato.

Benvenuta Agata, ci piaci già per questo bel nome!
Che questa volpina ti faccia buona compagnia!

Viv

Sotto la pelle

Michel Faber, Sotto la pelle, Einaudi

“Sotto la pelle” precede “Il petalo cremisi e il bianco”, romanzo ambientato nella Londra vittoriana di cui, dopo ben oltre un decennio, ricordo poco ma che non dovette entusiasmarmi granché poiché me ne disfai.

Dietro l’apparente normalità di un’atmosfera quasi ipnotica si dipana un racconto macabro che media noir e fantascienza. Si avverte sin da subito che il punto di vista della protagonista non è sovrapponibile alla nostra esperienza umana ma solo verso la metà del romanzo si arriva a comprendere chi sia Isserley e per quale motivo percorra le strade delle Highlands a bordo della sua utilitaria caricando autostoppisti maschi che narcotizza e consegna alle “cure” dei suoi colleghi.

Vorrei evitare di soffermarmi sull’idea di fondo che, in una trama straordinariamente scarna, resta l’unico aspetto originale di un romanzo che, a mio avviso, avrebbe avuto maggiore impatto se condensato in un racconto lungo. Mi limiterò a offrire alcuni spunti per aiutarvi a decidere se possa essere o meno il libro adatto a voi.

Cosa accadrebbe se da cacciatori ci scoprissimo prede? Cosa rende legittime le nostre scelte alimentari, i nostri allevamenti intensivi, la nostra mancanza di empatia, l’assenza di pietà?
Cosa giustifica un guadagno che si fonda sui capricci di una élite incapace di moderarsi?

Gli esseri umani faticano a riconoscere uguale dignità agli interspecies, figurarsi ad esseri viventi con caratteristiche molto diverse, men che meno se questo riconoscimento interferisce con interessi economici e rapporti di potere. Il dato confortante è che cambiando la prospettiva cambia anche la nostra consapevolezza, tanto più che Isserley parla di sé e dei suoi simili in termini umani il che sposta il punto focale nella dicotomia vittima-carnefice.

Isserley osservò il messaggio che diceva PIETÀ. Era una parola che aveva incontrato raramente nelle sue letture e mai in televisione. Per un istante si lambiccò il cervello nel tentativo di tradurla poi realizzò che, per puro caso, la parola risultava intraducibile nella sua lingua; era un concetto che semplicemente non esisteva.

La mia non vuol essere una posizione animalista tout court anche se dati ormai inconfutabili ascrivono al consumo di carne e di derivati animali la responsabilità maggiore nelle emissioni di Co2 che stanno mettendo in pericolo il nostro pianeta. In questo caso il passo è ancora precedente, ovvero bisogna innanzitutto chiedersi chi siano gli animali e chi esseri umani e a che titolo e in che modo si possa disporre degli uni e degli altri.

Con i vodsel il guaio era che la gente che non li conosceva poteva equivocare i loro gesti. La tendenza era di antropomorfizzarli. Un vodsel poteva compiere qualcosa di simile a un’azione umana; emettere gemiti di sofferenza, o supplicare, e questo portava l’osservatore ignorante a trarre conclusioni affrettate.

Chi siano i vodsel non è difficile intuirlo.

Spunto interessante che capovolge il punto di osservazione ma è un peccato che il libro di Faber riduca l’idea iniziale a un racconto superficiale e un po’ ripetitivo, in cui anche il finale arriva in modo quasi casuale senza suscitare il minimo coinvolgimento. Dietro i tormenti di Isserley non c’é un pensiero filosofico e poco scopriamo nel corso della vicenda anche della sua vita passata e del mondo da cui proviene.
Disturbante? Sì e no, in realtà è prevalsa la delusione sul piano letterario ma io sono solo una goccia nel mare.

Viv

Notturno in laguna

Tra una borsa e l’altra c’è sempre spazio per un paio di orecchini, specie se l’accostamento di colori evoca immagini incagliate da qualche parte tra un raggio di luna e un salice ritorto che sfiora la superficie dell’acqua.
E comunque io non resisto a questo verde giada.

Onice e giada con perno in ottone.

Viv

Tosca

Le misure delle mie clic-clac bags sono ancora in evoluzione e così i loro nomi e i modelli.
La verità è che ognuna è diversa e merita quelle piccole variazioni che suggeriscono via via tessuti, estro e circostanze.
La chiusura che ho utilizzato è la stessa che avete visto montata su questa borsetta in tessuto bouclé ma Ava e Tosca non potrebbero avere personalità più distanti.

Gli equilibri delle curvature e le dimensioni hanno subito leggere modifiche ma quel che fa la differenza è il tessuto: tulle in pizzo con rose in velluto nero sovrapposto ad una base monocolore rossa opaca. All’interno un raso nella stessa tonalità.

Con questa borsa è subito vernissage, cena di gala o, come suggerisce il titolo, Prima della Scala, visto che proprio con Puccini e la Tosca aprirà la stagione del teatro milanese.
E comunque,  anche senza red carpet, attirerà gli sguardi delle signore attente all’accessorio unico.

Viv

Cestino per il pane

Ogni volta che organizzo un pranzo con gli amici, all’ultimo momento  -sempre all’ultimo momento sia chiaro- mi accorgo che mi manca il cestino per il pane e tutte le volte lo metto nella to do list con un punto esclamativo e lì lo lascio fino a nuovo ordine o per meglio dire fino al prossimo pranzo.
Questa volta mi sono messa all’opera con largo anticipo. Per evitare il passaggio del cestino tra un commensale e l’altro, ho optato per una coppia di cestini identici double-face.

Primo caso di identità complementare, ciascun cestino mostra uno dei due lati reversibili e tutti e due si sposano con la mia tovaglia preferita, quella in lino grezzo.

Un terzo cestino è nato per simpatia sull’onda dell’entusiasmo ed è in attesa di adozione. Qui nella doppia veste di cestino porta-biscotti e copri-vaso.

Viv

I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo

Elif Shafak, I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo, Rizzoli

L’impianto narrativo è già tutto nel titolo. Il cuore di Leila si è fermato ma i suoi pensieri coscienti continuano ad aggrapparsi al presente e sorvolano ricordi passati: ogni minuto un aroma e ogni aroma un ricordo che restituisce dignità alla prostituta riversa scompostamente in un bidone dei rifiuti in un vicolo di Istanbul.
Leila Tequila -soprannominata così dalla tenutaria del bordello perché manda giù le asprezze e le amarezze come shottini di tequila– all’inizio della sua vita era solo Leyla, figlia di una madre troppo giovane e insicura per opporsi alle decisioni dispotiche del marito poligamo che, nel mito del figlio maschio, cede la figlia primogenita alla moglie di primo letto.

La sua infanzia si consuma tra i profumi domestici, le menzogne intorno alla sua nascita, gli opprimenti divieti imposti dalla religiosità ottusa del padre e le attenzioni morbose di uno zio pedofilo. Appena adolescente fugge lasciandosi alle spalle la famiglia di origine e la ipsilon del suo nome, Istanbul la trasforma in preda.

I ricordi di Leila ci accompagnano con delicatezza in un mondo di emarginati e il romanzo si raccoglie intorno alle figure di pochi fedeli amici, cinque in tutto, che cercheranno di darle una sepoltura dignitosa sottraendola al Cimitero degli Abbandonati, luogo che esiste realmente e di cui è allegata una foto a margine del testo.

Un romanzo con una prima parte coinvolgente -che si spinge ben oltre la metà del libro- e un finale in tono minore che inserisce qualche elemento grottesco e meno verosimile.
Protagonista la città di Istambul e le sue donne, in un difficile equilibrio tra modernità e tradizione, dove consuetudini orientali millenarie si scontrano con aneliti all’inclusione europea.
Si respira a tratti un’allegria scombinata e agrodolce alla Özpetek in cui gli emarginati non sono diversi e nemmeno alternativi, sono semplicemente “famiglia”, quella disattesa dai legami di sangue.

Viv