Righe ed è subito mare!

Dipinte sulle cabine degli stabilimenti balneari, stampate sulle magliette o sugli asciugamani da spiaggia, c’è qualcosa che ricordi l’estate più delle righe?
Questa è la tipica borsa da portare in spiaggia, da appendere alla sdraio -sempre a righe- per rovistare comodamente alla ricerca della penna per le parole crociate e degli occhiali da sole.
Amo le righe ma non le indosso mai, per le borse da mare però faccio volentieri un’eccezione.

Bella grande come sono le più classiche borse da spiaggia, con tasca con cerniera e chiusura a calamita. 
La decorazione l’ho acquistata in un centro per il giardinaggio nella sezione oggetti d’arredo, appena l’ho vista ho pensato che sarebbe stata perfetta su questa borsa. 

Viv 

Al mare con classe

Ci siamo, è tempo di borse da spiaggia!
Quella che vi propongo però è una borsa che strizza l’occhio anche al tempo libero.
Abbastanza capiente per asciugamano, varie ed eventuali ma non tanto da diventare il rifugio della qualsiasi, anche perché si sa che, quando c’è una borsa da spiaggia nei paraggi, tutti si sentono giustificati ad aggiungere chi il libro, chi la crema, chi il cappellino e passare da borsa a borsite è un attimo.
All’interno una tasca con la zip e un bottone a calamita.
E buone vacanze a tutti!

Viv

Un passato imperfetto

Julian Fellowes, Un passato imperfetto, Neri Pozza 

 

Dicono che la vecchiaia è alle porte quando il passato diventa più reale del presente.

Negli anni Sessanta Damian Baxter era un giovane di bell’aspetto e di belle speranze, un commoner che aspirava a frequentazioni al di sopra dei suoi mezzi, accettato nella cerchia ristretta di un gruppo di aristocratici londinesi quasi per celia, grazie al suo forte carisma personale, bramato dalle fanciulle, mal sopportato dai coetanei e guardato con sospetto dai genitori che temevano di ritrovarselo in qualità di genero.  
A distanza di quarant’anni è un uomo solo con i giorni contati e una ricchezza paragonabile al bilancio statale. La fine ormai prossima accende in lui il desiderio di scoprire se esista davvero un fantomatico erede cui faceva cenno una lettera anonima ricevuta anni addietro.  Per stabilire a chi lasciare il suo ingente patrimonio e far pace col passato contatta un amico di gioventù con il quale aveva rotto ogni rapporto dopo una burrascosa scenata durante una vacanza in Portogallo. 
Cinque sono le candidate e il compito di porre domande scomode se lo aggiudica la voce narrante di questo romanzo, uno scrittore 
non troppo famoso, incuriosito dai retroscena e impietosito dalle circostanze. 

Come già scrissi per Snob, gran parte del piacere della lettura è da ricercare proprio nello sguardo arguto con cui l’autore analizza le debolezze della società in cui è cresciuto e invecchiato. 
In questo senso la necessità narrativa di riportare alla luce situazioni ed eventi del passato è funzionale non solo alla ricostruzione della vicenda ma anche a sottolineare i profondi mutamenti che il tempo ha operato nelle tradizioni aristocratiche a partire dagli anni Sessanta ad oggi. 
Si avverte un sentimento nostalgico che, senza occultare le debolezze della gioventù privilegiata di allora né approvare gli spietati meccanismi di inclusione che governavano i circoli esclusivi, guarda con benevolenza un passato che riecheggia, per lo meno nella mente del protagonista, più gentilmente del presente. 

Ecco quello che mi manca di più dell’Inghilterra di mezzo secolo fa: la gentilezza. Ma poi, è davvero la gentilezza che rimpiango o la mia giovinezza perduta? 

Per conto mio, ho sorriso e concordato con il protagonista quando sottolinea che rispetto al giorno d’oggi dove è sufficiente un like per definirsi “amici” quarant’anni fa eravamo più consapevoli delle diverse gradazioni che può assumere una relazione. 

Lo stile è come sempre scorrevole e garbato, punteggiato di frasi ironiche e una punta di sentimentalismo. La trama soffre talora di un’eccessiva ripetitività dello schema e i personaggi hanno quel tanto di spessore che basta per collocarli laddove devono stare ma, come si diceva, questi ultimi aspetti sono funzionali alla contestualizzazione perché il punto focale è su vizi e virtù dell’upper class inglese.
A maggior ragione non vi sarà difficile stabilire se questa lettura può fare al caso vostro. 

Viv 

Skellig

David Almond, Skellig, Salani

Se dovessi dire in due parole di cosa parla “Skellig” direi che è una storia sulla speranza e sul “prendersi cura”.
Sì, perché nei momenti in cui ci sembra di soffocare sotto il peso delle preoccupazioni e dell’incertezza avere qualcosa o qualcuno di cui prendersi cura protegge dalla disperazione e nutre la speranza.
E funziona così in questo romanzo in cui la mamma veglia in ospedale la neonata che rischia la vita, il papà accudisce il fratello maggiore e nel frattempo dipinge le pareti della casa in cui si sono appena trasferiti e Michael, spaesato e impaurito, insieme alla sua nuova e sorprendente amica Mina si prende cura di una strana creatura stremata dall’artrite, o forse solo dalla solitudine, che ha bisogno di riprendere le forze.
Che Skellig sia un uomo, un uccello o un angelo in fondo poco importa.

A volte bisogna solo accettare che ci sono cose che non si possono sapere.

Ogni elemento del romanzo si intreccia a formare una visione unitaria per cui non stupisce che il racconto si svolga a cavallo tra l’inverno e la primavera quando la natura dà piccoli inequivocabili segnali di ripresa. L’attesa della guarigione della bambina -che solo alla fine avrà un nome- viene sublimata nel respiro affaticato di Skellig e nel suo rapido miglioramento.
La speranza di Michael si aggrappa all’ascolto del battito lieve di quel piccolo cuore malato nell’incubatrice che sente battere dentro al suo petto vicino al suo e che ha imparato a riconoscere nello stesso modo in cui distingue dal rumore di fondo il pigolio dei merli appena nati.

Mi dissi che, se avessi ascoltato con estrema attenzione, il suo respiro e il suo battito non si sarebbero mai fermati.

Questo è un libro pieno di poesia, e non solo per i riferimenti a William Blake, è un racconto che incrocia immaginazione e realtà e parla a piccoli e grandi lettori.
Ecco, se dovessi aggiungere una terza definizione alle due che ho inserito all’inizio del post, direi che è un libro sulla speranza, sul “prendersi cura” e sulla circolarità dell’amore, che si genera e si rigenera al tempo stesso.

Viv


La ragazza del Kyūshū

Matsumoto Seichō, La ragazza del Kyūshū, Adelphi


Una mattina nel prestigioso studio dell’avvocato Ōtsuka si presenta una giovane donna dai tratti quasi infantili. È arrivata a Tokyo dalla lontana regione del Kyūshū per pregarlo di prendere in carico la difesa del fratello, accusato dell’omicidio di un’usuraia a cui doveva una forte somma di denaro.
Kiriko è convinta che solo il grande Ōtsuka possa dimostrare la sua innocenza.
L’avvocato rifiuta -troppe le cause di cui già si occupa, troppo indigente quella giovane questuante per onorare la sua costosa parcella, troppa l’impazienza di recarsi dall’amante segreta per prestarle attenzione-l’imputato muore in carcere nel disonore, condannato per furto e omicidio.
Mesi dopo il caso offrirà a Kiriko la possibilità di pareggiare i conti e la sua vendetta sarà implacabile.

Non si tratta di un vero e proprio giallo bensì di un noir giapponese -pubblicato nel 1961- che sin da subito prende le distanze dall’urgenza di scoprire, e perseguire, il colpevole.
Centrale è solo la vendetta che, a partire da un rifiuto, per altro legittimo, e puntando sulla rivendicazione classista (“per chi è povero non puó esistere giustizia” ) punisce il “capriccio” del ricco avvocato che non si è reso disponibile pro bono.
Diciamo che, al di là delle premesse iniziali, non è facile simpatizzare con Kiriko che, oltre ad avere un aspetto inflessibile, come fosse stata forgiata nell’acciaio, si dimostra nei fatti cinica, respingente e del tutto priva di quella compassione e di quella giustizia che rivendicava per il fratello.
Tuttavia la mancanza di empatia che il lettore avverte nei confronti della protagonista non ha, come è logico, alcun peso ai fini di un giudizio sull’opera, la nota dolente se mai è nella narrazione ripetitiva, che ama ribadire i punti salienti sotto varie forme, e nell’impianto che si appoggia ad una serie di coincidenze eccessivamente forzose nel costruire la correlazione tra i vari personaggi.
Come notazione a margine non posso fare a meno di entrare nel merito di un dettaglio di cui, inspiegabilmente non viene fatta menzione in nessuna delle recensioni che ho letto, e cioè che nelle indagini a seguito del secondo omicidio venga trascurato da tutti, incluso il tanto decantato avvocato Ōtsuka, l’unico testimone che avrebbe fatto vacillare la testimonianza di Kiriko, ovvero la domestica che si occupava dell’appartamento in cui muore la seconda vittima.

D’altro canto, l’incedere calibrato e privo di colpi di scena, la reiterazione, il formalismo e la distanza tra i personaggi rimandano a una società lontana da noi per cultura e periodo storico che obbedisce alla stessa riservatezza ed essenzialità che mi è capitato di riscontrare in altri giallisti nipponici. Belle anche le atmosfere notturne, fumose e torbide, dei bar della Tokyo degradata e dello scotch scadente, che per certi versi ricordano gli antri bui e la disperazione di certi romanzi di Simenon.

Viv