Greta Garbo in verde e oro

Riprendo dopo qualche giorno di pausa con il terzo modello delle nuove clic clac: è Greta, una borsetta da sera con manico e catenella a scomparsa.

La chiusura, leggermente sagomata, è lunga 20 centimetri e la stoffa é la versione in verde della mia prima Audrey.

Che mi dite delle proporzioni, vi piacciono così o la preferireste un pochino più grande? Sono incerta se aggiungere un paio di centimetri sull’altrzza.
Intanto che ci pensate su io torno a cucire.

Viv

Annunci

Fermacapelli shabby

Diciamocelo: le mollette per capelli solitamente sono plasticose e dozzinali.
Certamente mi è capitato di incrociarne di belline a prezzi accessibili ma è un fatto che tra i fermacapelli griffati e l’espositore del centro commerciale ci sia una zona d’ombra che nemmeno Accessorize riesce a colmare.
Se non amate la plastica e guardate con giusto sospetto i mutui bancari per futili motivi, armatevi di santa pazienza perché la ricerca, salvo insperati colpi di fortuna, sarà lunghetta.
In alternativa c’é sempre l’handmade.

Questa molletta ha una base in acciaio a cui ho sovrapposto un bindello cucito in tela di lino su cui ho applicato alcuni bottoni inframmezzati da roselline in tessuto. Si tratta della classica molletta con lo sgancio laterale che funziona benissimo per fermare i capelli in una coda piatta al posto del classico elastico.

Il bottone in ceramica con la rosa è uno dei miei acquisti allo shop del Victoria & Albert Museum.

Viv

Grace in broccato pastello

Quando penso a Grace Kelly la prima immagine che si fa strada la ritrae ne “La finestra sul cortile” con un abito da sera che credo abbia fatto sospirare molte di noi.

Nessuna meraviglia che il secondo modello con chiusura clic clac sia dedicato a lei.

Grace è una borsetta più compatta della sorella Audrey, decisamente da sera o da cerimonia.
Qui ci sta l’essenziale e qualcosina di più ma dovremo necessariamente limitarci.

Oggi sfila in colori pastello con una trama a fiori stilizzati su broccato semi lucido.

Ne sono nate due con piccole differenze: nella chiusura e nella fodera.

La chiusura metallica misura 18 centimetri in lunghezza contro i 24 del modello Audrey e anche la catenella è più sottile e delicata.

Viv

Collane in perle di carta

Tornano le perle di carta che avevo utilizzato un anno fa per gli orecchini a goccia.
Qui nel lab di Stravagaria funziona così, gli acquisti attendono pazienti a volte un anno, a volte un lustro o più. Trovano posto in una scatola o in un cassetto finché nasce un’idea che dà loro forma.
A queste belle perle rosso laccato e rosso India ho abbinato delle perle in ceramica sui toni del beige e dell’azzurro e dei cordoncini di cotone cerato.

Rosso lacca e beige per il girocollo morbido.

Rosso India e azzurro per la collana di lunghezza media con cordoncino bicolore.

Lo schema è simile per entrambe le collane ma cambiano le lunghezze e i dettagli nelle finiture. Del resto è difficile trovare tra le mie collane due accessori perfettamente uguali, a volta replico ma quasi sempre cambio qualcosa e comunque sia il “fatto a mano” è per sua natura unico persino nelle sue piccole imperfezioni.
Piccole, eh! Se no, per citare il papà di mio marito non si parla più di creazioni artigianali ma di slambrót*.

*per i non bresciani, pasticcio, lavoro non accurato.

Viv

Knot bag nera

In verde dorato vi era piaciuta, che ne dite della versione in nero?

È piccola ma sono riuscita a farci stare l’indispensabile: cellulare, piccolo portafogli, patente di guida, chiavi di casa, fazzolettini di carta, fard e rossetto. Qui la vedete “zavorrata” con tutte le voci in elenco.

La spilla è realizzata con il secondo orecchino di cui vi avevo raccontato qui.
Quel che non vi avevo detto -chi mi legge su Instagram però forse se lo ricorderà- é che sembrava essersi smarrito, inghiottito dalla casa, ma la mia preziosa amica si è data un gran da fare e ha frugato in ogni anfratto per trovare anche il secondo orecchino che ora al pari del suo gemello, aggiunge alla borsina da sera quel certo je ne sais quoi.

Viv

Longbourn House

Jo Baker, Longbourn House, Einaudi

Se mai vi siete chiesti quanti derivati cinematografici e letterari siano a qualche titolo debitori verso i romanzi di Jane Austen vi consiglio di dare un’occhiata al diario delle Lizzies che proprio di questo si alimenta e si sostiene. L’indotto creato da zia Jane con soli sei romanzi sembra inesauribile, soprattutto tenendo conto del fatto che non tutte le pubblicazioni vengono tradotte per il mercato italiano.

“Longbourn House” si colloca in questa scia con una riscrittura in parallelo di “Orgoglio e Pregiudizio” in cui protagonista é la servitù di casa Bennet, quella a cui la Austen non dedica più che qualche riga ma grazie alla quale i pasti della famiglia vengono serviti all’ora convenuta, i capelli arricciati in boccoli seducenti, le commissioni sbrigate anche con il tempo più inclemente.
Scendendo ai piani bassi non si accede solo alla cucina, si entra nel regno della lisciva e dei pitali e non è un caso che il romanzo inizi in un giorno di bucato mentre Sarah, la giovane domestica, combatte con il fango incrostato sull’orlo dei vestiti delle signorine.

Intorno a lei si snoda un racconto che, fatti salvi i punti di intersezione spaziale e temporale imposti dalla Austen, procede in modo del tutto autonomo. E così, a mio avviso, deve essere letto: senza troppe aspettative e, soprattutto, senza forzare un confronto che risulterebbe inutilmente ingeneroso ma inevitabilmente impietoso.

La residenza di Longburn non ha l’opulenza di Downton Abbey o di Gosford Park, i Bennet sono benestanti ma non possono permettersi il lusso di una servitù numerosa. L’acquisizione di un valletto -insolita in un momento storico in cui la mano d’opera maschile scarseggiava a causa delle guerre napoleoniche- è dunque motivo di vanto e distinzione per la famiglia. Per Sarah invece James rappresenta innanzitutto uno sgravio dai compiti più faticosi e, come ogni volto nuovo tra la servitù del circondario, un piacevole diversivo che accende la sua curiosità e la sua acerba voglia di piacere. Così, mentre al piano nobile -questa volta sullo sfondo- le signorine si struggono per amore, per un nastro, per un invito mancato, nelle cucine si intrecciano silenzi carichi di significato e per Sarah si affaccia il desiderio di una vita propria che non sia spesa solo a compiacere chi dà tutto per scontato.

Quand’era una ragazzina ed era ancora nell’età in cui si cresce e si ha sempre fame, ogni volta che c’era una torta -una delle torte di pan di Spagna spolverate di zucchero che Mrs Hill creava per magia da uova, farina e burro di panna- Sarah non si concedeva neanche di guardarla, perché sapeva che non era per lei. La portava di sopra, dove veniva ridotta in briciole, e le briciole sollevate dal piatto da un dito umido appartenente a un Bennet, e poi riportava indietro il piatto unto vuoto. Per tutto il tempo Sarah contemplava il tappeto sotto i suoi piedi, o il quadro di un cavallo con una testolina ridicola appeso alla parete in fondo all’ingresso, o le tende gialle e ondulate del salotto, e si sforzava più che poteva di non respirare per non sentì l’aroma di vaniglia, di limone o di mandorle. Anche la più piccola occhiata alla torta sarebbe stata un’agonia insopportabile.
Per mesi, pensò, James non l’aveva praticamente guardata. 

La riservatezza di James nasconde un passato doloroso e irrisolto e se inizialmente i due ricalcano i fraintendimenti del rapporto tra Darcy e Lizzy, alla fine, con un ribaltamento dei ruoli tradizionali, sarà proprio James ad essere salvato da un destino di solitudine e di rassegnazione grazie alla tenacia dei sentimenti di Sarah.

“Longbourn House” è un’operazione gradevole e dignitosa e, se è pur vero che ci troviamo in casa Bennet, ce ne dimentichiamo dopo poche pagine, infatti quanto più la storia si avvolge intorno al passato misterioso di James, tanto più i parallelismi si fanno sfumati.
Tuttavia è proprio nella seconda metà che il romanzo diviene meno coinvolgente -stavo per scrivere noiosetto ma forse è eccessivo- e si sente acutamente la mancanza della verve e delle splendide arguzie austeniane di cui a questo punto urge nostalgica rilettura.

Viv