Perversione creativa

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L’ho già scritto tante volte: noi amanti del cucito tendiamo a sviluppare una dipendenza da scampolo.
Niente che non si possa curare beninteso, piuttosto una innocua, piacevole, perversione che ci spinge ad accumulare ogni ritaglio di tessuto, ogni strisciolina, centimetro di passamaneria stipandolo in cassetti già zeppi e che ci fa esultare di gioia quando riusciamo a piazzare quel ritaglietto apparentemente inutile che conserviamo da tempo in attesa del miracolo.

Come tutte le compulsioni più o meno ossessive tende a peggiorare col tempo, ragione per cui ogni tanto è indispensabile elaborare strategie di smaltimento.

Non stupirà dunque che riproponga questi portachiavi berlingot che tra l’altro sono comodissimi da tenere in mano -provare per credere- e facilissimi da scovare in borsa.

Per l’occasione ho unito i miei ritaglietti e quelli di un’amica (grazie Paola!) e ho cucito anche questa trousse che da sola ha sbaragliato numerosi avanzi di tessuto.

Nel frattempo mi diletto nel provare le greche della macchina da cucire.

Il patchwork però è talmente divertente che la tentazione di acquistare appositamente stoffe coordinate solo per creare combinazioni sempre nuove è fortissima…non per niente parlavo di dipendenza.

Viv

Trilogia #2 e #3

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Aldo Costa, Non dormirai mai più, Piemme
Aldo Costa, Fate presto e mirate al cuore, Piemme

Sul primo capitolo della trilogia, “Non è vero”, avevo espresso un giudizio sostanzialmente positivo e a giro di ruota avevo letto il secondo ma ho atteso l’uscita del terzo per chiudere il cerchio.

Partiamo da “Non dormirai mai più” in cui ritroviamo protagonisti in solitaria -in quanto sostanzialmente divisi per la gran parte della narrazione- il procuratore Serena Ainardi e il prosciolto Lorenzo Cremona.
Cremona, ritiratosi in una valle montana a coltivare il desiderio di solitudine e a smaltire uno stato depressivo, si vede affidare in modo del tutto extra giuridiziale una ragazzina di sedici anni vittima di uno stupro che necessita di un rifugio “sicuro”.
A partire da questa prima notazione va detto che il racconto è un tantino creativo sul piano della realtà e in alcuni casi del tutto improbabile.
Il ritmo è buono ma per certi versi ripropone situazioni già viste nel primo volume, mi riferisco in particolare alla fuga finale lungo i sentieri montani con i sicari alle costole.
Resta una sorta di sospensione sul piano della vicenda criminale e romantica, giustificabile dall’esistenza di un terzo romanzo a completamento della trilogia ma il primo capitolo -ampiamente riassunto nel corso della narrazione- è migliore.
Riguardo all’abitudine di riassumere nel dettaglio “le puntate precedenti”, a cui raramente scampano i romanzi seriali, ho già avuto modo di esprimermi in passato ma ci torno sopra volentieri. Preferisco sempre una sinossi a margine ma riconosco che in questo caso i riferimenti sono inseriti in modo poco invasivo nel cinquanta per cento delle occasioni. L’altro cinquanta è quello che rende del tutto inutile la lettura del primo volume qualora per errore si fosse partiti dal secondo.

E veniamo al terzo.
La passione tra Serena e Lorenzo finalmente trova modo di manifestarsi ma deve fare i conti con una malattia che non lascia scampo e che allontana il procuratore Ainardi dalle indagini sul campo a beneficio dell’organizzazione criminale intorno alla quale si stava stringendo il cappio della magistratura.
La struttura ritrova il ritmo incalzante del primo romanzo, il racconto si tinge di note amare sul piano umano e il finale non chiude a doppia mandata lasciando nodi laschi su entrambi i fronti, giudiziario e personale. Sembrerebbe una notazione negativa ma non lo è: nell’imperfezione di una storia che non si ostina a “finire bene”, la mancata quadratura del cerchio rende la vicenda più disarmante sul piano dei sentimenti e più realistica su quello delle indagini.
Sempre che l’autore non intendesse tenersi aperta l’opportunità di un quarto libro.

I due personaggi cardine sono indovinati e coinvolgenti e vengono ulteriormente approfonditi in questo capitolo in cui l’azione è relegata a margine privilegiando le interazioni psicologiche. Il destino che grava beffardo su di loro sin dalle primissime pagine ha il sapore di una condanna a cui si fatica a dare credito e, tesi alla ricerca di quell’elemento che sbrogli una situazione che sembra ormai senza speranza, si fatica a mettere il libro a riposo.
Al netto di tutte le considerazioni l’intera trilogia resta una perfetta lettura di intrattenimento soprattutto per quegli amanti della suspence che rifuggono i thriller eccessivamente espliciti e violenti.
Al mare o in montagna fate voi, io il suggerimento ve l’ho dato.

Viv

EEE Cercasi

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Ho inaugurato –qui– un nuovo piccolissimo trend: le mini pochette con portachiavi coordinato.
Per la verità si è inaugurato da solo, infatti mentre tagliavo, cucivo e ricamavo mi sono resa conto che si stavano creando dei set e così ho deciso di proporli insieme.

Le dimensioni della bustina arrivano, nel punto di massima lunghezza, a 18 centimetri.

Pensierini personalizzati per le amiche, le maestre o per noi stesse che ci meritiamo qualcosa di nuovo e di bello da tenere in borsa.

Viv

Le donne di troppo

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George Gissing, Le donne di troppo, Baldini & Castoldi

Pubblicato nel 1893 il romanzo è ambientato nella Londra di quegli anni.
Le donne di troppo intorno alle quali è costruito il romanzo di George Gissing non sono eroine del lieto fine austeniano -che dal punto di vista storico e letterario le precedono di quasi un secolo- e neppure madri e lavoratrici del ceto più basso, fiaccate anzi tempo dalla dura fatica quotidiana.
Le protagoniste di questa storia sono donne nubili della classe media, le over trenta ormai escluse da prospettive matrimoniali, sprovviste di una rendita confacente, costrette a riciclarsi come dame di compagnia o come istitutrici pur senza aver conseguito titoli di studio adeguati, donne ai margini della società del tempo, non del tutto povere, non abbastanza ricche.

Il romanzo punta il riflettore su cinque di loro che, ciascuna secondo le proprie risorse economiche e intellettuali, lottano per sopravvivere al di fuori del vincolo coniugale, ritagliandosi uno spazio di indipendenza economica e il riconoscimento da parte della società maschile.
Un paio di loro sono sostanzialmente rassegnate al grigiore della loro esistenza, la terza si rifugia in un infelice matrimonio di convenienza, le ultime due, Mary e Rhonda, sono pioniere delle prime rivendicazioni femminili e gestiscono una scuola di dattilografia attorno a cui ruotano iniziative filantropiche di sostegno all’emancipazione.
Mentre Mary, ormai quarantenne, ha accettato la sua condizione di donna nubile senza farne un vessillo, Rhonda, seppure di diversi anni più giovane, della sua singletudine ha fatto un punto d’onore, a testimonianza di come la vita di una donna possa essere gratificante, una vera e propria risorsa per la collettività, senza piegarsi necessariamente alle logiche maschili.
L’una non demonizza il matrimonio, l’altra lo fugge come una scelta umiliante e restrittiva, entrambe lottano per vedersi riconosciute come identità indipendenti dall’uomo.
Curiosamente il romanzo concentra la sua attenzione sugli aspetti, per così dire, più privati delle rivendicazioni femminili dell’epoca e non dedica neppure un accenno, come sarebbe naturale aspettarsi, ai movimenti civili che lottavano per l’estensione del diritto di voto alle donne.
Il cuore spariglierà le carte e sarà proprio la più coriacea nemica del matrimonio a dibattersi tra l’amore e l’idealismo ma, come detto all’inizio, il lieto fine non è d’obbligo.

Una lettura fluente, un linguaggio diretto poco incline al sentimentalismo che, all’interno della logica ampia del romanzo ottocentesco, disegna con estrema modernità personaggi approfonditi.
A distanza di oltre un secolo il romanzo di Gissing mantiene la sua attualità, in fondo la fuga nel matrimonio ha cominciato a perdere appeal solo in anni piuttosto recenti e la disparità di retribuzione e di opportunità tra maschi e femmine non è ancora problema archiviato.

Viv

Le stoffe degli altri

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Chi non ama cucire forse non immagina quanto possa essere prezioso ed entusiasmante ricevere degli scampoli che arrivano dagli armadi di un’amica che condivide la stessa passione.
L’aspetto che mi piace maggiormente è che solitamente scopro che proprio quelle stampe di cui in negozio non avrei saputo riconoscere le potenzialità riescono a regalarmi nuovi slanci cromatici.

Ho conosciuto un’amica virtuale, insieme a una parte della sua bellissima famiglia, e questi colori sono suoi, o meglio sono alcuni dei suoi colori.

Tre portachiavi e una mini pochettina con dei bei contrasti decisi che risvegliano la voglia di sole e di giornate all’aperto.

Tutti i ricami sono tratti da “Douceurs & gourmandises” di Véronique Enginger.

Viv