Due occhi azzurri

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Thomas Hardy, Due occhi azzurri, Fazi

Quegli occhi erano azzurri. Azzurri come la distanza autunnale, come l’azzurro che si vede tra i profili sfuggenti delle colline e dei pendii boscosi che si perdono nella lontananza di un’assolata mattina di settembre. Un azzurro nebbioso e ombroso, senza principio né superficie, da scrutare in profondità e non, semplicemente, da guardare.

Gli occhi che Hardy descrive con tanta meticolosità sono quelli di Elfride Swancourt, figlia del parroco di una piccola comunità nel Dorsetshire.
Elfride è il prodotto dell’educazione vittoriana della provincia, ha sempre vissuto una vita appartata, in compagnia di un genitore distratto che, per mancanza di malizia e di servitù, acconsentiva a lasciarle maggiore libertà di quella di cui godessero le sue coetanee pari grado.
Inesperta dell’amore quanto basta da passare per volubile, dapprima si fidanza in segreto con un giovane architetto di origini troppo umili per non risultare sgradito al padre e successivamente si innamora del di lui mentore, un letterato che la ripudierà scoprendo di non essere stato il primo uomo della sua vita.

Ora, per comprendere le dinamiche di questo triangolo amoroso è indispensabile calarsi nel contesto storico in cui la vicenda si svolge, poiché quello di cui viene accusata Elfride, ai nostri occhi è poco meno che un peccato veniale, dovuto all’ingenuità.
L’amore di cui fa esperienza Elfride non va al di là di un impacciato corteggiamento cui ella risponde con innocente civetteria e qualche bacio fugace, ma tanto basta a comprometterla, specie se le malelingue soffiano il sottile vento della calunnia nella sua direzione. E sappiamo bene quanto nei romanzi vittoriani, così come ai giorni nostri, il destino si compiaccia nell’insinuare dubbi sulla base di semplici indizi.
Elfride è vittima delle aspettative sociali del suo tempo, assai più restrittive per le donne che per gli uomini, ma dal giudizio severo dei contemporanei sembra volerla assolvere persino l’autore che con uno sguardo di grande modernità si rammarica di una certa ristrettezza di vedute negli uomini del suo tempo.

É malinconico che gli uomini, che in un primo momento non permettono al verdetto di perfezione che pronunciano nei confronti delle loro innamorate e mogli di essere modificato neppure dalla testimonianza di Dio in senso contrario, una volta che ne sospettano la purezza, le impiccano moralmente sulla base di prove che si vergognerebbero di accogliere nel giudicare un cane.

Le descrizioni ambientali hanno il respiro dei grandi classici del passato e nell’insieme l’incedere del romanzo é lento. Hardy riesce a mantenere viva l’attenzione in virtù di una scrittura che coglie con puntualità le interazioni dei personaggi riuscendo a tradurle con grande immediatezza.

Sa tradurre in due righe l’ansia di piacersi che coglie al primo incontro Elfride e il suo primo corteggiatore.

Stephen cominciò a farsi eloquente a proposito di esperienze di scarsissimo rilievo connesse alle sue attività professionali; ed Elfride, che non aveva esperienze a cui poter attingere, raccontò con grande animazione storie che le erano state narrate dal padre.

Allo stesso modo descrive il disagio tra persone un tempo intime da potersi chiamare amici quando il tempo e le vicissitudini scavano solchi troppo profondi da poterli attraversare con naturalezza.

Seguì quella mancanza di parole che si presenterà sempre tra amici di nome che si accorgono di aver smesso di essere veri amici, e però non sono ancora giunti al livello di pure conoscenze.

E con pacata moderazione regala qualche piccola perla di ironia tutta inglese allorché il padre ecclesiastico di Elfride si compiace per aver allontanato un corteggiatore inadatto.

Sì, ero incline a sospettare di lui, perché era indifferente a tutte le salse. (…) Un palato non educato é l’occultabile coda del diavolo di chi si è fatto dal nulla.

Su tutti incombe severo il destino che sembra approfittare di ogni loro debolezza ed anche Elfride che più di tutti ha tentato di rivendicare la possibilità di sperimentare la sua femminilità in boccio infine capitola, sconfitta dalle aspettative di un mondo che alle donne lasciava ben poco spazio di azione.

Viv

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Rossa d’estate

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Più passano gli anni e più mi scopro ad amare i colori accesi. Di questo passo diventerò una di quelle vecchiette imbarazzanti dagli abbinamenti fosforescenti.

Il rosso pare sia uno dei colori della prossima estate ma da che mi ricordo non è mai mancato qualcosina di rosso nei miei abbinamenti estivi: una canotta con lo scollo all’americana, un abitino corto in yersey, un paio di sandali e scommetto che se solo mi ci mettessi mi verrebbe in mente molto altro.

Insomma, mentre l’estate attende sulla rampa di lancio comincio a mettermi al passo con le nuove tendenze Pantone.

Viv

Astuccio boschivo

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Avete presente una passeggiata nei boschi? Quelle radure in penombra, dove il sole si fa largo a fatica tra il fogliame e le rocce si ammantano di muschio?

Ecco, questo astuccio me ne ricorda una in particolare, ere geologiche fa.
L’immaginazione ci apparecchiò tra le felci una piccola sala da té intagliata nel muschio, quasi avessimo interrotto un incontro di creature magiche. E forse in fondo non eravamo lontani dal vero, visto che la magia é rimasta intatta anche dopo tanti anni.

Sul pannello frontale un dettaglio a punto croce applicato a francobollo profilato in arancio e all’interno un tessuto giapponese a quadretti nei toni del bruciato e del verde muschio.

Viv

La lunga vita di Marianna Ucrìa

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Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli

“E ora chi c’è lo dice al duca che è un’altra femmina?… deve essere qualcuno che ci fici la fattura a questa povera duchessa… se fosse una viddana ci darebbe un cucchiaino di ovu di canna: uno al primo giorno, due al secondo, tre al terzo e la bambina non voluta se ne va all’altro mondo… ma questi sono signori e le femmine se le tengono pure quando sono troppe…”

Certo, le famiglie nobili tenevano in vita le figlie femmine, salvo poi destinarle al convento o sposarle, bambine, a pretendenti con cui fosse utile stringere legami a  qualche anziano parente disposto a sorvolare sull’assenza di una dote.
Questo è ciò che accade a Marianna, figlia del duca Ucrìa di Fontanasalsa che, appena tredicenne, convola a nozze con il fratello della madre e, non ancora ventenne, si ritrova madre di quattro figli. L’ultimo, finalmente maschio, le regalerà il primo sorriso di compiacimento del marito e il sollievo dall’urgenza di figliare senza sosta.

Siamo in Sicilia intorno alla metà del Settecento, le donne, siano nobili o popolane, condividono la sudditanza al maschio e Marianna non fa eccezione. In fondo poteva andarle peggio ma, quantunque viva in condizioni economiche agiate, è segnata da una menomazione fisica che le impedisce di sentire e di parlare, isolandola e rimpicciolendo ulteriormente il mondo a lei accessibile.
Dal punto di vista narrativo la sua condizione è parte integrante del racconto.
L’acqua di lattuga che impregna il panciotto del signor padre, i fumi dolciastri del tabacco, l’odore pesante e acidulo della canna tagliata, i sugheri contorti, gli ulivi, le colline ventose dell’Aspra ogni sensazione olfattiva e visiva attraverso cui Marianna percepisce la realtà investe il lettore in tutta la sua vivezza, e la ricchezza degli stimoli sensoriali fa da contraltare alla quotidianità molle e opprimente della campagna palermitana.
La mutula, come viene chiamata, incanala le sue energie nella ristrutturazione della villa di Bagheria, convoglia la sua affettività, mortificata da un marito burbero e distante, nella cura dei figli e quando il signor marito zio la piega agli obblighi coniugali fa quel che le hanno insegnato, chiude gli occhi e pensa ad altro.

Col quinto figlio, nuovamente maschio, assapora finalmente la simbiosi dell’amore materno e il dolore della perdita. Dal punto di vista clinico era un‘epoca in cui i figli nascevano numerosi ma altrettanti ne soccombevano a causa delle epidemie influenzali, del vaiolo e della tisi, a qualcuno mai venisse il dubbio di quanto i progressi della medicina, vaccini inclusi, ci abbiano liberato da un gran numero di tragedie.
Con questo bambino Marianna instaura una comunicazione che va oltre il linguaggio orale e scritto, una simbiosi di sguardi, abbracci cui il bambino corrisponde con una generosità che finora le è stata sconosciuta. Da sordomuta infatti è abituata a dipendere da conversazioni fatte di pizzini e tempi lunghi a cui non tutti si sottopongono di buon grado.

L’isolamento acustico acuisce la sensibilità agli altri stimoli, la rende avida di cultura, permeabile ai pensieri intimi di chi le sta intorno, pensieri che sembrano scivolare dentro di lei in una sorta di dialogo mentale. Ed è attraverso questo escamotage letterario che a Marianna e al lettore viene svelata l’origine della sua disabilità.

Con la morte del signor marito il racconto si fa più lieve ed esce dai confini della casa di Bagheria. Marianna si sperimenta amministratrice delle proprietà di famiglia, si libera gradualmente dai lacciuoli dell’educazione, si abbandona al piacere dei sensi e dell’intelletto cedendo ad un amore sconveniente e studiando i filosofi francesi illuministi.
Un finale sfumato la sospinge verso la modernità e l’emancipazione, tratteggiando l’immagine di una donna che ha scelto di autodeterminarsi a dispetto delle aspettative e delle convenzioni, allontanandosi dalla Sicilia e dagli obblighi di una società in declino.
Premio Campiello nel 1990.

Viv

Mary Lavelle

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Kate O’Brien, Mary Lavelle, Fazi

Lodare le copertine di Fazi potrebbe diventare un’abitudine.
Non conoscevo né il romanzo né l’autrice ma la bella immagine scelta dall’editore mi ha convinta ad intraprendere il viaggio fino ad Altorno, nella provincia basca, insieme a Mary Lavelle.

Mary è una giovinetta irlandese, istitutrice e chaperon di tre adolescenti di buona famiglia nella Spagna degli anni Venti.
La sua tuttavia non è la scelta obbligata di molte eroine povere dei romanzi ottocenteschi, quanto piuttosto una fuga temporanea dalla casa paterna e dal promesso sposo, a cui la lega un sentimento ubbidiente e tiepido sul quale non si è mai attardata a riflettere. Inoltre Mary è molto bella, di una bellezza androgina e seducente, lontanissima dal clichè delle istitutrici scialbe destinate alla solitudine.

La prima metà del romanzo è un lento acclimatarsi in cui protagonista e lettore familiarizzano con la residenza degli Areavaga, il paesaggio, i ritmi e la cultura spagnola.
Da parentesi avventurosa il soggiorno spagnolo diventa per Mary un vero e proprio percorso di formazione.
Dai té pomeridiani al Caffè Alemán con le colleghe inglesi -più anziane e sfiduciate ma rassicuranti per lo meno nell’idioma- Mary passa ad apprezzare le potenzialità culturali che le si offrono fino ad abbracciare anche le tradizioni più controverse, come i rituali crudeli ed eleganti della corrida. Attraverso le chiacchiere con le vivaci ragazze Areavaga comincia a studiare lo spagnolo, le lettere al fidanzato si fanno meno acquiescenti, la solitudine la sprona a pensare in modo indipendente, libera dal retaggio cattolico e dall’influenza paterna.

La seconda parte del romanzo coincide con la comparsa di Juanito, figlio maggiore degli Areavaga e da lí in poi il ritmo della narrazione abbandona il classicismo ottocentesco adeguando il passo all’incalzare della passione che travolge i due personaggi.

Per certi versi il romanzo ruota intorno all’incompiutezza dell’amore: quello di Don Pablo Areavaga, che in Mary sublima la passionalità che ha soffocato nel suo matrimonio, quello inconfessabile di Agatha per l’amica, quello di John, promesso sposo non ricambiato. Anche la passione tra Mary e Juanito, che pure è l’unica a rompere gli argini, lascia il lettore nel dubbio di una possibile conclusione positiva.
Ma è proprio la nuova consapevolezza di Mary e l’accresciuta maturità sentimentale a renderla accogliente nei confronti della delicata rivelazione dell’amica.
L’amore apre alla comprensione e la comprensione apre alla fraterna tolleranza.

E così, se anche Agatha e lei non avevano più affrontato l’argomento, il tono con cui parlava all’amica e l’atteggiamento che le riservava erano più limpidi e fraterni, non tanto perché quella l’amasse di un amore folle e perverso ma perché, come lei, Mary aveva conosciuto un amore altrettanto folle e perverso. 

Viv