Wild Mood & Coastal Version

Le pochette #wildmood le avete già viste qui. Sono astucci con tagli orizzontali che richiamano i colori del bosco e della terra. Erano piaciute molto per il loro aspetto asciutto e le ripropongo in una dimensione che nella mia borsa non manca mai: piccola ma non troppo piccola, l’ideale per chiavi e piccoli oggetti che vogliamo trovare a colpo sicuro.

Con l’occasione ho messo mano anche agli scampoli blu e ho cucito anche una versione coastal con predominanza di blu e panna.

Sia in verdone che in blu queste bustine sanno di natura e di vita all’aria aperta, quello che ci vuole in questa stagione in cui cominciamo a sentire voglia di clorofilla e salsedine in parti uguali.

Viv

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Gift time & tea time

Quando sistemo le scatole dei ritagli finisco sempre per farne un paio da regalare alle amiche. Restano lì, ad aspettare l’occasione giusta e non passa mai troppo tempo.

Portatisane, portatessera o portabiglietti da visita. Scegliete voi.

Viv

Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Stuart Turton, Le sette morti di Evelyn Hardcastle, Neri Pozza

Caso editoriale degli ultimi mesi “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” ha già fatto parlare molto di sé, attirando la curiosità di critici e lettori che lo amano o lo detestano adducendo motivi del tutto identici. Soprattutto i lettori, per la verità, i critici, ça va sans dire, lo amano tour court ma, spiace dirlo, l’establishment raramente si dissocia dal coro unanime dei consensi da fascetta.
Tanto per darvi un’idea della risonanza, a Milano, presso The Impossible Society, è stata allestita una escape room ispirata a “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” che resterà aperta fino alla fine del prossimo luglio.

Ma cosa ha di particolare questo romanzo giallo, opera di esordio di un giornalista inglese laureato in filosofia?
In due righe, un intreccio complesso su più piani temporali e un approccio investigativo del tutto peculiare.
Un consiglio: non iniziatelo se non avete davanti a voi il tempo sufficiente per procedere senza troppe interruzioni.

Nella dimora avita degli Hardcastle, ormai fatiscente e dismessa dal giorno in cui vi morì diciannove anni prima il figlio Thomas in un incidente mai del tutto chiarito, si raduna un gruppo di ospiti per una festa in costume. L’ambientazione in aperta campagna con quel tanto di rudere gotico ci trasporta immediatamente sul set di un racconto del mistero anni Venti.
Il romanzo si apre in medias res sulle farneticazioni in soggettiva di un personaggio che si ritrova alle prime luci dell’alba nella foresta che circonda la proprietà senza ricordare chi sia e dove si trovi. Sa di aver assistito ad un omicidio perché rammenta delle grida di donna e uno sparo ed è certamente stato aggredito perché ne riporta le ferite.

Il racconto continua in soggettiva, sempre al presente storico, con un linguaggio piano e scorrevole, seppure poco ricercato, che si contrappone alle insidie della trama. La voce narrante difatti é sempre la stessa ma è intrappolata in una sequenza temporale di otto giorni che obbliga il protagonista -o per meglio dire colui che deve risolvere l’enigma- a rivivere il giorno dell’omicidio risvegliandosi ogni mattina nel corpo di un ospite diverso, per lo meno finché non riesca a svelare il mistero della morte di Evelyn Hardcastle.
Da questo espediente ha origine il titolo e una serie di sovrapposizioni temporali che metteranno a dura prova chi sia costretto a distillare i tempi di lettura: facile perdersi in un labirinto di congetture in cui la consapevolezza dei personaggi aumenta di giorno in giorno e le interazioni fanno riferimento sia al passato che al futuro.

In ogni momento il lettore è perfettamente solidale rispetto al punto di vista del narratore ma questi in qualche modo lo precede nelle intuizioni e nelle connessioni che vengono stabilite nei ricorsi storici delle varie giornate. Si soffre, per così dire, la scarsa profondità di campo, confinati in un percorso labirintico predeterminato. Inoltre il fatto che il narratore cambi pelle di continuo contribuisce a mantenere un certo distacco dai personaggi. La presenza di un supervisore, sorta di demiurgo che indossa la maschera a becco che portavano i medici durante le pestilenze, lascia intendere uno schema distopico più ampio rispetto a quello in cui si muovono gli ospiti di Blackheath House e, per non farci mancare nulla, la corsa contro il tempo è ostacolata da un misterioso lacchè che, come in un video game, “termina” i vari personaggi con la sua lama affilata. Per dirla in parole semplici, c’é moltissima carne al fuoco.

Data la particolarità del plot, è inevitabile si tratti di un romanzo che divide i lettori.
Io ammetto di aver accolto i ringraziamenti finali con un certo sollievo.
Tra i motivi del mio moderato entusiasmo una trama eccessivamente pasticciata e tirata per lunghe e una scrittura che non mantiene costante il livello di coinvolgimento.
Fatte salve le ultime due giornate che sono le più trascinanti  -ma anche le più dense di colpi di scena a dir poco ridondanti- stilisticamente il romanzo fatica a sostenere un racconto che si dipana in oltre cinquecento pagine su più piani temporali, nell’arco di otto giornate che si ripetono da punti di vista differenti.
Si tratta di un interessante esperimento letterario che piacerà soprattutto ai nostalgici del Cluedo e dei giochi di ruolo.

Viv

Shopper! You’re simply the best

Quando nel giugno del 2014 pubblicai questo tutorial non avrei mai immaginato diventasse di gran lunga il post con il maggior numero di visualizzazioni, ad oggi quasi trentamila!

Non c’è che dire, la shopper è entrata nell’uso quotidiano, chi la utilizza per le attività sportive, chi per i libri, i documenti di lavoro, chi la tiene semplicemente in macchina o in borsa per le emergenze.
Ma, prima di tutto, la shopper è un progetto facile, che garantisce anche ai principianti del cucito una gratificazione immediata.
Inoltre, a partire dal modello base, è facilmente personalizzabile, il che la rende un regalo adatto trasversalmente ad amiche e colleghe di qualsiasi fascia d’età.

Detto questo un omaggio glielo dovevo da tempo anche se questa shopper non è esattamente uguale al modello base che ho proposto nel tutorial.

Stesse misure ma piccole varianti, su tutte la lunghezza dei manici e la tasca con cerniera che ho aggiunto sotto il bordo superiore.

Nella foto sotto si vedono bene sia la tasca che le cuciture francesi, quelle che non lasciano fili liberi anche se la borsa non è foderata.

Direi che questa fantasia di animaletti la rende perfetta per il tempo libero di una giovane mamma o per la passeggiata ai giardini con la nonna. Ci stanno comodamente la merenda, una felpina, il cappellino per il sole, la paletta, le bolle di sapone e tanto altro.

E con volpine, ricci e procioni già mi vengono in mente tantissime storie per i momenti di noia.

Viv

Le assaggiatrici

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli

Premio Campiello 2018 e Premio Wondy di letteratura resiliente.

Non una biografia romanzata ma un romanzo che ha avuto origine da una riflessione su una delle donne che nel ‘43 vennero reclutate per testare i cibi del Führer nei periodi in cui si trovava nel bunker della Wolfsschanze in Polonia.

“Le assaggiatrici” è un romanzo al femminile, che racconta il Terzo Reich attraverso le donne tedesche, madri e mogli costrette a gestire l’assenza degli uomini scendendo a patti con la fame e la paura.

Alle undici del mattino  eravamo già affamate. Non dipendeva dall’aria di campagna, dal viaggio in pulmino. Quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo fame e paura. 

Rosa Sauer, educata da un padre liberale e anti nazista, si trova suo malgrado a far parte del gruppo delle dieci assaggiatrici mentre, sfollata da Berlino, si trova nella casa dei suoceri, a Gross-Partsch. Il marito Gregor è disperso in Russia, la sua è un’obbedienza rassegnata, doppiamente colpevole perché non riesce ad incarnare lo spirito ribelle del padre e perché acconsente ad una relazione con un Obersturmführer.

Il romanzo parte lento, con una scrittura asettica che non invoglia ma, entrando nel vivo, acquista una concretezza priva di compiacimento che sostiene un finale amaro e realistico. Non mi riferisco alle ultime pagine in senso stretto -un salto temporale negli anni Novanta con una trentina di pagine impersonali che banalizzano la narrazione- ma alla solitudine profonda, inguaribile, che accompagna la protagonista anche nella vecchiaia.
La solitudine è il motore che spinge molte di queste donne verso una tragedia privata lontana dal clamore dei grandi temi storici che pure convivono sullo sfondo di un romanzo in cui tutti sono impegnati nella lotta per la sopravvivenza: alla guerra, al regime o più semplicemente alle prepotenze dei militari.

Una lettura di qualche interesse, forse non abbastanza da farne un premio letterario o un regalo per un’amica, ma con il merito apprezzabile di non cavalcare temi sensibili con la superficialità che caratterizza molti romanzi contemporanei che scelgono la Germania nazista per nobilitare romanzi sentimentali.

L’amore, al contrario, in questo romanzo è un sentimento dolente, si aggrappa al bisogno di fidarsi di qualcuno,  di sentirsi desiderate in un mondo in cui gli uomini sono assenti.  Vive di chiaroscuri e si nutre del non detto, soffocato da segreti che non possono essere condivisi.

Viv

C’era una fiaba! Il topo di campagna e il topo di città

Ultima puntata di “C’era una fiaba!”. Se siete arrivati qui solo ora e non sapete di cosa si tratta  ci sono ben quattro post che vi aspettano. Pazientate che dopo vi metto i link.

La favola di oggi racconta di due topini, cugini tra loro che vivevano l’uno in città e l’altro in campagna, ciascuno magnificando il luogo in cui viveva. Sappiamo bene come andò a finire quando decisero di farsi reciprocamente visita: restarono fermi nella convinzione che casa propria fosse il posto più bello, più sicuro e più ricco di opportunità. Meglio così in fondo.

Anche io mi sono sempre sentita un po’ topo di campagna e un po’ topo di città, combattuta tra il luogo in cui sono nata e quello in cui vorrei vivere, e forse per questo sono così affezionata a questi due topini che occhieggiano dalla shopper e dalla pochette.
Li adoro letteralmente con buona pace di chi si irrigidisce di fronte alle loro lunghe codine.
Come sempre Silvia ha fatto un piccolo capolavoro.

Naturalmente parlo di Silvia del Fancyhollow che ha disegnato i topini e tutti gli altri animaletti protagonisti del nostro progetto “C’era una fiaba”.

Per i nostri topini abbiamo scelto una stoffa a chicchi di riso perché ci auguriamo non debbano mai far fatica per mettere da parte le scorte per l’inverno e Ottavia li ha fotografati ben attenta a non disturbare le loro occupazioni.

Con questo set  siamo arrivati all’ultima coppia di disegni e all’ultima favola e ormai saprete tutto della nostra collaborazione. Se così non fosse potete leggere il post che ho dedicato alla presentazione del progetto e qui, qui e qui trovate i post sui primi tre set.

Inoltre potete seguire tutto anche sul blog di Silvia. Cliccate qui per leggere il suo post sui topini.

Per ciascuno di questi set abbiamo già previsto un gemello variando i colori delle fantasie perciò li rivedrete tutti presto ma per lo meno ora potete dircelo: quale é il vostro preferito?

Viv

C’era una fiaba!” Il corvo e la volpe

Eccoci a presentare il terzo set del progetto “C’era una fiaba!”.
A dimostrazione che ogni rosa ha le sue spine o, rubando le parole al compagno saggio della mia socia, che “non si fa la frittata senza rompere le uova”, oggi vi racconto qualche piccolo retroscena del nostro progetto.

Innanzitutto, pare banale dirlo, la fase di progettazione non è mai così veloce come la si immagina e anche se si hanno le idee chiare su cosa fare e come farlo in mezzo si annidano tantissime decisioni. Tanto per cominciare quando si lavora in coppia non si può “andare a braccio”, si deve concordare tutto e bisogna essere molto più precisi nel predeterminare tanto gli aspetti creativi che il budget (ancora mi vengono i sudori freddi ripensando a tutti i calcoli per stabilire quanto tessuto acquistare e a come ottimizzare i tagli!).
Ma anche se si cerca di giocare d’anticipo qualche contrattempo bisogna pur aspettarselo.
O no? La stoffa della grafica, per esempio, al primo tentativo ci è stata spedita orfana di tre storie su quattro! Insomma avevamo una striscia di paperi e stop!
Ehm, ecco magari questo ci ha colto di sorpresa ma, visto che il progetto ha visto la luce, direi che il nostro momento “Houston, we’ve got a problem” si sia risolto felicemente.

Per restare a qualcosa di più casalingo c’è stata la volta in cui la china ha pensato bene di aprirsi e rovesciarsi nella borsa di Silvia, e non aggiungo altro. Da parte mia invece il momento più alto è stato senza dubbio quando ho posizionato al contrario il tessuto stabilizzatore termoadesivo della pochette per stirarlo e ho passato una buona mezz’ora a togliere i residui di colla dalla superficie del piano da stiro.

State ridendo alle nostre spalle? Fate bene, a questo servono i dietro le quinte, a sorridere degli inconvenienti e a farne tesoro. Non so in quale dei due atteggiamenti stia maggiore saggezza, a istinto direi nel riderne.

Ma veniamo ai protagonisti di oggi.
Il nostro terzo set è sempre ispirato ad una favola di Esopo, stavolta si tratta de “Il corvo e la volpe”.
Inutile negarlo, la volpe in queste favole non è mai troppo simpatica, ma la nostra é talmente bella -tutto merito della matita di Silvia!- che compensa alla grande.
Con questa stoffa azzurro petrolio che le abbiamo abbinato poi è davvero strepitosa e la stessa fiera bellezza è toccata in sorte anche al corvo.

Li abbiamo sorpresi mentre si rilassavano su una panchina del parco in compagnia di un bel libro. La volpe è stata sul punto di andarsene, il corvo ci ha guardato intensamente ma alla fine hanno acconsentito a farsi fotografare da Ottavia .

Come sempre potete seguire il racconto di Silvia del Fancyhollow cliccando qui.
Se vi incuriosisce la genesi di questa bella collaborazione vi invito a cliccare qui, qui e qui per leggere come è nata l’idea e come si è sviluppata nei nostri primi due set.

Viv