Uno chalet tutto per me

Elizabeth von Arnim, Uno chalet tutto per me, Bollati Boringhieri

Non riesco a stare lontana troppo a lungo dai romanzi di Elizabeth von Arnim.
Quest’ultima lettura mi ha portato sulle Alpi svizzere in compagnia di una giovane donna inglese in fuga dagli orrori di una guerra appena conclusa. Siamo nel 1919 e l’Europa è ancora soffocata da lutti e macerie.
Oppressa dall’apatia la protagonista si ritira nei luoghi di un passato felice affidandosi al potere salvifico della natura e alle cure degli Antoine, una coppia di domestici tuttofare dal temperamento pragmatico. La solitudine delle sue giornate é scandita dal diario quotidiano che misura a piccoli passi il percorso verso la guarigione dell’anima.

A questa concorreranno almeno tre fattori decisivi: i panorami montani, cui il lettore si abbandona con il piacere di una vacanza, l’indole della protagonista in cui sopravvive una tenace volontà di rinascita e il suo incontro fortuito con due vedove, anch’esse inglesi, a cui offrirà ospitalità nello chalet.

La convivenza tra le tre donne infonde nuova linfa alle loro vite e a una trama apparentemente statica e, nel loro quotidiano impegno a compiacersi secondo i dettami della buona società d’altri tempi, da lettrice, ho ritrovato il valore aggiunto dello stile arguto e sottilmente ribelle di Elizabeth von Arnim.
Un’ironia che ha sempre accenti garbati e dipinge le piccole schermaglie di cortesia, che l’educazione dell’epoca considerava imprescindibili, con un delizioso minuetto di premure, noia dissimulata, esasperazione trattenuta e buone maniere.

Ho provato a scegliere una manciata di righe che potessero efficacemente restituire i toni lievi e inesorabili di quest’ironia tutta britannica ma la vena si inaridisce estrapolata dal contesto. Non si tratta infatti di singole frasi ad effetto ma di un quadro d’insieme in cui il dettaglio che strappa il sorriso arriva talvolta inaspettato e in sordina. Penso, per fare un esempio, alla sequenza in cui il diario si sofferma sul racconto delle colazioni a tre e dei manierismi che le accompagnano.

“Lei era a metà del suo uovo, e Mrs Barnes a metà di un elogio sulla straordinaria bontà delle uova e dunque, inestricabilmente, della mia bontà, al punto che non c’era modo di capire dove finisse l’uovo e cominciassi io.”

Il lieto fine tondo tondo sembra voglia a tutti i costi riconsegnare al lettore una realtà perfezionata dall’intervento dell’artista e la trama soffre una certa insignificanza perciò rassegnatevi: vi annoierà a morte o vi delizierà.

Per conto mio l’ironia e la grazia da sole valgono il prezzo del biglietto, persino quando si racconta dell’avversione della protagonista per l’allevamento degli animali domestici -Surtout pas de porc! e di come il fedele domestico riesca ad aggirarla.

Viv

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