Mansfield Park e i ”Janeites”

Jane Austen, Mansfield Park, Einaudi

Il 18 luglio di quest’anno cadeva il duecentenario della morte di Jane Austen.
Se dunque cercavo un pretesto per rileggere i suoi romanzi non ho dovuto cercare lontano.

Fanny Price è solo una bambina quando viene accolta in casa di Lord Bertram, ospite degli zii benestanti, al nobile scopo di sollevare i suoi genitori dagli oneri di una famiglia numerosa. Come le impone riconoscenza, e ancor prima il suo carattere remissivo e sensibile, Fanny mantiene per tutto il romanzo il profilo basso della parente povera che, pur godendo dei privilegi di una vita agiata, è ben consapevole del suo ruolo subordinato all’interno della famiglia così come all’interno della trama.
Non manca del resto di ricordaglielo la zia Norris, sorella della madre di Fanny quanto dell’aristocratica Lady Bertram, personaggio fintamente dimesso e fastidiosamente supponente sul quale si concentrano i raffinati strali dell’autrice.

Tolta la peculiarità di una protagonista che non fa nulla per rubare la scena alle sue viziate cugine e alla più disinvolta rivale, il romanzo segue il più classico degli schemi austeniani: quello della ragazza nubile che, dopo un adeguato numero di capitoli e di fraintendimenti, convola a nozze con un uomo di specchiata virtù, cui -va detto per onestà- spesso difetta l’estroversione e il fascino di un carattere brillante.
I principi azzurri della Austen sono leali, affidabili, colti ma non amano troppo la luce della ribalta.

Le eroine austeniane, dal canto loro, prigioniere di minuetti verbali e convenzioni sociali che rifuggivano la schiettezza, si muovono tra equivoci e fraintendimenti, costrette in un mondo maschile che dettava le regole e le costringeva all’obbedienza verso gli uomini della famiglia, fossero padri, mariti o fratelli.
Lungi dall’essere una donna incline al romanticismo fine a se stesso, Jane Austen, che rifiutò di sposarsi per coltivare in autonomia la passione per la scrittura, è in fondo una pioniera dell’emancipazione femminile come le riconosce anche Virginia Woolf nel suo saggio “Una stanza tutta per sé”.

Sebbene infatti i suoi romanzi abbiano un impianto seriale che ruota intorno ad un intreccio romantico, è il realismo con cui viene sezionato il ceto medio-alto e l’aristocrazia di campagna -cui Jane Austen apparteneva e a cui si ispirava- che aggiunge spessore al racconto delle piccole, e spesso banali, traversie che si frappongono al lieto fine.
A questo va aggiunta una fluidità di penna e una pulizia della prosa per cui è tuttora studiata nei corsi di letteratura inglese, una sensibilità umoristica non comune e una abilità chirurgica nell’analisi psicologica dei caratteri che ad ogni lettura mi porta inevitabilmente a riconoscere nei suoi personaggi qualcuno con cui ho avuto a che fare nella vita reale.

Derubricata da molti a scrittrice di romanzi rosa ante litteram, Jane Austen ebbe in realtà grandissimo seguito anche tra gli intellettuali contemporanei tanto che i janeites -termine con cui ci si riferisce alle frange “fanatiche” dei suoi lettori- originariamente erano uomini. Quegli stessi uomini di cui scrive Kipling nel 1924 in un racconto ambientato nelle trincee della Grande Guerra e che potete leggere gratuitamente a questo link.

“Credetemi fratelli, non c’è nessuno pari a Jane quando ti trovi in una brutta situazione. Dio la benedica, chiunque sia stata”.
(Rudyard Kipling, The Janeites)

Viv

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Una stanza tutta per sé

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli

La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. 

Il titolo di questo breve saggio, che condensa due conferenze che la Woolf tenne a Cambridge nel 1928 a partire da una serie di riflessioni sulla donna e il romanzo, punta al nocciolo della questione femminile.
Secoli di letteratura e poesia al maschile avevano fino allora reso omaggio ad una creatura dell’immaginazione, eroica, meschina, splendida e sordida, lontanissima dalle restrizioni, dalla fatica e dall’impossibilita di autodeterminarsi che nella vita reale costringeva la donna sotto il dominio della volontà e del capriccio dell’uomo, padre o marito che fosse, per tutta la durata della sua esistenza.

Immaginativamente la sua importanza é estrema: praticamente la sua insignificanza è totale. (…) Dalle sue labbra escono alcune tra le più ispirate parole, alcuni dei più profondi pensieri della letteratura: nella vita reale non sapeva quasi leggere, scriveva molto faticosamente, e si annoverava fra i beni materiali del marito. 

Non è una novità che l’emancipazione passi anche attraverso il denaro. Per questo motivo la rendita di cinquecento sterline annue, di cui la Woolf cominciò a beneficiare grazie al lascito di una zia, è menzionata come un passaggio nodale per sua attività di scrittrice. La disponibilità di denaro la liberó da lavori mal pagati e sgraditi e al contempo da sentimenti di rivendicazione e di ostilità, consentendole di dedicarsi all’attività intellettuale senza alcuna costrizione materiale.

È notevole come una rendita fissa può mutare il nostro carattere. Una rendita fissa e, per venire al titolo del saggio, una stanza tutta per sé, cioè un luogo in cui ritirarsi a riflettere in solitudine dando spazio alla creatività e all’immaginazione.
Invero l’eredità di mia zia mi svelava il paradiso, e invece della figura di un vasto e imponente signore, il quale era stato da Milton raccomandato alla mia perpetua adorazione, vi appariva l’immagine del cielo aperto.

Mutatis mutandis, gli stessi sentimenti di grata libertà con cui io guardo alla mia craft room, il mio angolo di benessere interiore: un piccolo lusso che la vita mi ha regalato dopo anni di spazi comuni prestati al disordine creativo.

Viv