XXI secolo

Paolo Zardi, XXI secolo, Neo edizioni

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“Nessuno ricordava com’era cominciato il declino. (…) Ognuno aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto, ma a un certo punto non era più bastato. Avevano lottato con coraggio; poi, avevano ceduto a una disperazione composta; infine, era calata una tristezza immanente, irrimediabile.”

In una cupezza millenaristica che troppo somiglia al nostro presente per non risultare inquietantemente distopica, si solleva il sipario sul dramma di un uomo qualunque, un uomo che rimarrà senza nome per tutto il romanzo.
La sua vita viene scossa alle fondamenta dall’ictus della giovane moglie Eleonore, presenza-assenza che attraversa il romanzo come un basso continuo dal letto d’ospedale in cui giace in coma.
L’accudimento dei due figli, il lavoro di vendite porta a porta, i rapporti con i familiari, si trasformano in un battito di ciglia in un fardello doloroso cui aggrapparsi e, mentre il protagonista combatte il disorientamento, ancorandosi al senso del dovere, all’amore e alla speranza, la cesta del bucato porta alla luce un cellulare nascosto tra la biancheria ed egli scopre di essere un uomo tradito.
Questa verità, dirompente e repentina, lo precipita nell’incertezza, lo costringe a domandarsi chi sia la donna sulla quale aveva costruito le fondamenta della sua serenità e a fare i conti con la frustrazione.

E’ nella distanza silenziosa che impone la malattia, nei muti interrogativi che egli rivolge al simulacro della moglie che si annidano le risposte o per lo meno le risposte che il protagonista sceglie di darsi per sopravvivere.
In un mondo predatorio, che erode se stesso e dissolve la bellezza in sporcizia, piagato e piegato dal disinteresse e dalla disillusione, l’amore e la famiglia restano l’unico baluardo all’infelicità.
Questo, dopo lo sgomento iniziale, egli oppone ostinatamente al caos e alla disperazione della sua mente: il ricordo di ciò che percepisce come fondante nella sua unione con la moglie, un distillato che merita di essere preservato perché ha a che vedere con l’essenza profonda del loro matrimonio più che con i percorsi di superficie.

Zardi, e non è la prima volta che mi capita di notarlo, non è giudicante, si può quasi dire che guardi alle debolezze dei suoi personaggi con cruda pietas.
La sua è una scrittura consapevole, che dosa abrasività e tenerezza in parti uguali.
Qualcuno ha parlato di De Lillo e Amis ma, al netto di ogni associazione, lo preferisco laddove li ricorda meno: nella scelta di un protagonista anacronistico, affatto cinico né spregiudicato. In un mondo in cui la tensione alla felicità sembra spenta in un grigiore claustrofobico e spettrale, egli mostra il lato vulnerabile e tenace dell’uomo per bene e addolcisce al lettore la desolazione dei tempi che sembrano attenderci dietro il prossimo angolo.

Finalista al Premio Strega 2015.

Viv

Il signor Bovary

Paolo Zardi, Il signor Bovary, intermezzi editore

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“Si era fatto l’amante in febbraio, mentre sua moglie era al settimo mese della gravidanza e la figlia maggiore aveva finalmente abbandonato il pannolino.”
Un incipit che inchioda alla pagina e prelude ad un romanzo breve in cui il dramma umano della noia e della fuga dal quotidiano scivola in una tragedia dai toni crudi e dai risvolti di greve realismo.
Un linguaggio senza sconti che racconta la passione e mette a nudo l’ebbrezza della trasgressione al suo nascere.
L’ottundimento traveste il senso di colpa con piccole bugie che santificano i sentimenti per la famiglia tradita, l’euforia iniziale si trasforma nel desiderio avido di momenti di normalità negata e l’imprudenza fatale diventa solo questione di tempo.
E fatale non è certo un termine scelto a caso in un racconto in cui lo spettro del castigo -o se preferiamo, dell’assunzione di responsabilità- si palesa a più riprese e si incarna definitivamente nelle sembianze di un vendicatore quasi legittimo, dallo sguardo vacuo e dai modi insopportabilmente cortesi.

Il racconto si legge d’un fiato e brilla per momenti di grande vivezza, uno tra tutti il luciferino godimento dell’uomo probo che per la prima volta sperimenta la propria bassezza e che con una punta di incredulità si compiace di ripetere alla sua immagine riflessa nello specchio del bagno le cinque sillabe che hanno cambiato la sua prospettiva: “Ho un’amante”.

Non un libro sui buoni sentimenti ma un buon libro sui sentimenti e sulle debolezze umane, sulle quali il Fato non manca mai di accanirsi.

Su Grafemi, il blog dell’autore, potete trovare la presentazione del libro.

Viv