La ragazza del Kyūshū

Matsumoto Seichō, La ragazza del Kyūshū, Adelphi


Una mattina nel prestigioso studio dell’avvocato Ōtsuka si presenta una giovane donna dai tratti quasi infantili. È arrivata a Tokyo dalla lontana regione del Kyūshū per pregarlo di prendere in carico la difesa del fratello, accusato dell’omicidio di un’usuraia a cui doveva una forte somma di denaro.
Kiriko è convinta che solo il grande Ōtsuka possa dimostrare la sua innocenza.
L’avvocato rifiuta -troppe le cause di cui già si occupa, troppo indigente quella giovane questuante per onorare la sua costosa parcella, troppa l’impazienza di recarsi dall’amante segreta per prestarle attenzione-l’imputato muore in carcere nel disonore, condannato per furto e omicidio.
Mesi dopo il caso offrirà a Kiriko la possibilità di pareggiare i conti e la sua vendetta sarà implacabile.

Non si tratta di un vero e proprio giallo bensì di un noir giapponese -pubblicato nel 1961- che sin da subito prende le distanze dall’urgenza di scoprire, e perseguire, il colpevole.
Centrale è solo la vendetta che, a partire da un rifiuto, per altro legittimo, e puntando sulla rivendicazione classista (“per chi è povero non puó esistere giustizia” ) punisce il “capriccio” del ricco avvocato che non si è reso disponibile pro bono.
Diciamo che, al di là delle premesse iniziali, non è facile simpatizzare con Kiriko che, oltre ad avere un aspetto inflessibile, come fosse stata forgiata nell’acciaio, si dimostra nei fatti cinica, respingente e del tutto priva di quella compassione e di quella giustizia che rivendicava per il fratello.
Tuttavia la mancanza di empatia che il lettore avverte nei confronti della protagonista non ha, come è logico, alcun peso ai fini di un giudizio sull’opera, la nota dolente se mai è nella narrazione ripetitiva, che ama ribadire i punti salienti sotto varie forme, e nell’impianto che si appoggia ad una serie di coincidenze eccessivamente forzose nel costruire la correlazione tra i vari personaggi.
Come notazione a margine non posso fare a meno di entrare nel merito di un dettaglio di cui, inspiegabilmente non viene fatta menzione in nessuna delle recensioni che ho letto, e cioè che nelle indagini a seguito del secondo omicidio venga trascurato da tutti, incluso il tanto decantato avvocato Ōtsuka, l’unico testimone che avrebbe fatto vacillare la testimonianza di Kiriko, ovvero la domestica che si occupava dell’appartamento in cui muore la seconda vittima.

D’altro canto, l’incedere calibrato e privo di colpi di scena, la reiterazione, il formalismo e la distanza tra i personaggi rimandano a una società lontana da noi per cultura e periodo storico che obbedisce alla stessa riservatezza ed essenzialità che mi è capitato di riscontrare in altri giallisti nipponici. Belle anche le atmosfere notturne, fumose e torbide, dei bar della Tokyo degradata e dello scotch scadente, che per certi versi ricordano gli antri bui e la disperazione di certi romanzi di Simenon.

Viv