L’unica storia

Julian Barnes, L’unica storia, Einaudi

Ci sono romanzi -il primo che mi viene in mente in questo momento è “Il lungo sguardo” di Elizabeth Jane Howard- in cui la struttura stessa è parte integrante della narrazione e concorre a trasferire al lettore i contenuti quanto le singole parole.
“L’unica storia” è uno di questi.

Il primo amore si scrive invariabilmente in una inesorabile prima persona. Come potrebbe essere altrimenti? Nonché in un inesorabile indicativo presente. Ci vuole tempo per rendersi conto che esistono altre persone e altri tempi verbali.

E, così come il primo amore, anche il racconto passa da una prima parte narrata in prima persona con il coinvolgimento trasgressivo e sfrontato della giovinezza, ad una parte centrale in cui si scivola verso un’impersonale e difensiva seconda persona, fino all’ultimo atto, che apre al tentativo di comprendere le ragioni del mondo con la pacatezza della vecchiaia e sottolinea il distacco usando la terza persona.

L’unica storia, nello specifico, è la storia d’amore tra Paul e Susan e, più in generale, l’esperienza rispetto la quale ciascuno di noi ha finito per misurare tutto.

Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare, alla fine. E questa è la mia. 

La storia tra Paul e Susan -diciannove anni lui, quarantotto lei al momento del primo incontro- ha inizio negli anni Sessanta, nella periferia londinese delle villette abitate da borghesi benpensanti, timorosi di ogni scandalo, specie se di natura sessuale. Si conoscono in un circolo tennistico privato e nasce da subito un sentimento fatale, perché di quello si deve parlare più che di semplice attrazione fisica, cui fa seguito una lunga relazione.
Agli occhi infatuati e alle rozze disamine dell’innamorato acerbo sfugge il pregresso della donna adulta, moglie e madre con quasi mezzo secolo di vita coniugale e di fragilità personali sulle spalle, ed è tra le fenditure di quelle ferite che si fa strada il demone che finirà per allontanarli ancor più dei trent’anni che li separano anagraficamente.

Se esiste uno spiraglio di luce in un romanzo per il resto spietato e dolente in egual misura, è nella forza dei legami, nell’ammissione, triste e confortante al tempo stesso, che l’amore può sopravvivere alla separazione, alla disillusione, all’usura del tempo, anche se si è costretti a prendere le distanze.
Mutata la trasgressione nell’ordine dell’età matura e la temerarietà in cautela, a noi lettori, travolti dal flusso di coscienza del protagonista, non resta che medicare nuovamente qualche vecchia ferita che credevamo rimarginata.

Viv

Il senso di una fine

Julian Barnes, Il senso di una fine, Einaudi

Da adolescente avrei riempito le pagine di sottolineature, ricopiandone le frasi sull’agenda personale.
Vero, se non fosse che un giovanissimo lettore forse stenterebbe ad apprezzare fino in fondo le sensazioni che si respirano leggendo Barnes, l’amaro accumulo che stratifica negli anni e la consapevolezza di un vissuto in cui i ricordi integrano e aggiustano una realtà che non sempre corrisponde a ciò che è stato.

La storia si sviluppa in due tempi, la giovinezza di Tony Webster nell’Inghilterra degli anni Sessanta, gli amici fedeli e le prime esperienze sentimentali e la maturità del protagonista -uomo senza qualità ormai sessantenne- che riceve un lascito testamentario destinato a mettere in discussione il suo passato.
L’eredità proviene dalla madre di una ex fidanzata per la quale Tony nutre sentimenti sedimentati ma contradditori, esasperati dall’avergli preferito l’amico di infanzia Adrien, il più sfuggente e carismatico del gruppo, suicidatosi a ventidue anni apparentemente per un atto di rinuncia filosofico-nichilistica.
Nel diario di Adrien, che gli è stato destinato, potrebbero trovarsi le risposte alle domande che hanno accompagnato la sua morte ma Tony non ne verrà mai in possesso, perchè Veronica -respingente ex fidanzata dai contorni più che nebulosi- si rifiuta di consegnarlo.

Ciò che conta, più della trama o del finale a sorpresa, ha a che vedere con una serie di considerazioni sull’impossibilità di conoscere il mistero dell’altro, sulla potenza mistificatoria dei nostri ricordi, che plasmiamo per renderli accettabili a noi stessi e agli altri finché il passato si ripresenta a chiederci conto di un dettaglio dimenticato, di una piccola crudeltà di cui ci siamo resi colpevoli senza più voltarci indietro e che getta una luce meschina sulla nostra presunzione di innocenza.
Quel gesto quasi insignificante, che abbiamo accuratamente allontanato dall’immagine del sé che proponiamo all’esterno e persino a noi stessi, riaffiora inopportuno e, così come accade a Tony, ci mette di fronte allo specchio deformante della nostra memoria.
Siamo di fronte alla “questione dell’interpretazione soggettiva in conflitto con quella oggettiva” al fatto che “dobbiamo conoscere la storia di chi scrive la storia, se vogliamo comprendere la versione degli eventi che ci viene proposta.”
Lo stesso dicasi per la nostra storia personale, custodita da ricordi privati e collettivi che non collimano quasi mai, con l’aggravante che con gli anni ci si scopre ad avvertire il peso della caducità dell’esistenza e il potere informante della memoria giacché “con il ridursi del numero dei testimoni della tua esistenza tende a diminuire l’avvaloramente, e di conseguenza la certezza, di ciò che sei o sei stato.”
E per dirla con Barnes “C’é l’accumulo. C’è la responsabilità. E al di là di questo, c’è il tempo inquieto. Il tempo molto inquieto.”

Un romanzo ben scritto, dove le parole sono soppesate e levigate quasi a rasentare la mancanza di trasporto, patinato e costruito secondo alcuni. Una lettura, a parer mio, che invita a farsi delle domande, il che assolve Barnes dall’accusa, probabilmente parzialmente fondata, di aver voluto scrivere un libro di successo con l’aura del romanzo per intellettuali.

Viv