Il manoscritto

Franck Thilliez, Il manoscritto, Fazi

Thriller alimentare che si fonda su una premessa direi pretestuosa.
Il romanzo postula infatti il ritrovamento di un manoscritto incompiuto, opera di un famoso scrittore defunto. Della stesura delle ultime dieci -cruciali- pagine, quelle in cui si dipana il mistero, si incarica il figlio che, ammettendo di non possedere il talento paterno, sembra quasi voler mettere le mani avanti rispetto ad un finale che non potrà incontrare il favore di un vero amante del thriller. A questo proposito ho in mente Hjorth & Rosenfeldt, che già consigliai come strenna natalizia, o il francese Lemaitre, ugualmente crudo rispetto a Thilliez ma ben più abile cesellatore di caratteri.

Il romanzo di Thilliez, dopo il suddetto prologo, costruisce una complessa impalcatura in cui si intrecciano la sparizione di alcune giovani ragazze, il ritrovamento di un cadavere brutalmente mutilato, le indagini di un detective stropicciato comme il faut e la tragedia familiare di una scrittrice sotto pseudonimo, madre di una delle ragazze scomparse, il cui ultimo romanzo ricalca il manoscritto che il lettore sta leggendo e per il quale, per non farsi mancare nulla, viene anche accusata di plagio. Insomma l’autore si gioca la carta del romanzo nel romanzo tentando la via delle scatole cinesi.

Beninteso, il libro è scorrevole e non è del tutto mal congegnato, vista poi la natura del gioco e i continui colpi di scena, una volta iniziato diventa difficile interrompere la lettura ma come detto nella prima riga si tratta di un thriller alimentare e certamente mi aspettavo di più.
Il dramma del lettore, infatti, si compie nelle fatidiche dieci pagine finali, quelle aggiunte, secondo premessa, dalla penna del figlio dell’autore del manoscritto. Qui si entra a gamba tesa nel regno dello “spiegone”: dieci pagine davvero fastidiose, che prendono per mano il lettore tirando le fila di tutta la faccenda.

Data l’inutilità della premessa iniziale riguardante il ritrovamento del manoscritto, la mia supposizione è che l’autore, conscio della debolezza del finale, abbia tentato un escamotage per dissociarsene almeno sul piano psicologico.

Viv