Il diario di Jane Somers

Doris Lessing, Il diario di Jane Somers, Feltrinelli

A due giorni dal Natale, mentre è tutto un brulicare di abeti, biscotti e pacchetti infiocchettati, ero in forse se pubblicare la recensione di un romanzo che racconta la solitudine e il decadimento. Scelta casuale, perchè ho appena terminato di leggerlo, ma voluta perché non per tutti il Natale entra in casa con la stessa luce.

Perno della vicenda è l’amicizia che si instaura tra Janna e Maude, cinquantenne l’una, ultranovantenne l’altra.
Jane è una donna elegante, raffinata con un lavoro prestigioso che la assorbe e la gratifica, Maude è una vecchietta dal carattere spigoloso, trascurata, piena di acciacchi e priva di mezzi. Entrambe, per motivi diversi, sono abituate a concedersi col contagocce alle relazioni ma, complice lo stato di necessità dell’una e i sensi di colpa dell’altra, che precedentemente ha evitato di farsi coinvolgere nelle malattie terminali del marito e della madre, finiscono col legarsi in un rapporto di amicizia in cui la donna più giovane offre accudimento e sostegno e quella anziana ricambia con i vivaci racconti della sua lunga vita.

Ciascuna, narrativamente, si completa nell’altra. Alle fragilità fisiche di Maude, fanno da contraltare le debolezze, i rimpianti e il desiderio di espiazione di Janna. I toni bruschi di Maude nascondono l’umiliazione di dover dipendere da un’estranea, il timore di non farcela, di essere nuovamente abbandonata a se stessa. Dal canto suo Janna, alternando impazienza e buoni propositi, impara a lasciarsi coinvolgere dalle vite degli altri accettando di sporcarsi le mani in senso metaforico e pratico.

Maude e Janna siamo noi con la stessa inadeguatezza, almeno per quel che mi riguarda, nel maneggiare la malattia e la morte.

Non ho ancora deciso se mi piaccia lo stile narrativo di Doris Lessing. Piuttosto asciutto, concreto, descrive con realismo crudo e senza stucchevoli concessioni al sentimentalismo la condizione degli anziani, la perdita dell’autosufficienza, la malattia, l’indigenza e la solitudine dei dimenticati.

Per le tematiche trattate è stata inevitabile l’associazione con Magda Szabò di cui recentemente ho letto “La porta” e “La ballata di Iza”: figure femminili in contrapposizione, generazioni a confronto, egoismi che vengono a patti con il senso del dovere, affetti che si piegano sotto il peso della fatica.

La Lessing dipinge un quadro onesto ma mi è mancata la fascinazione della Szabò, la stratificazione del non detto, quel sentirsi indissolubilmente coinvolti in una tragedia umana piena di dignità.

Viv