Prima di noi

Giorgio Fontana, Prima di noi, Sellerio

Qualche anno fa fui letteralmente conquistata da “Morte di un uomo felice” (al link potete leggere la mia recensione) di Giorgio Fontana.
Avevo dunque, come è facile immaginare, delle aspettative piuttosto alte e certamente, sul piano letterario, non sono state deluse, perché “Prima di noi” è un romanzo fluviale davvero ben scritto ma -meglio ammetterlo subito e sgombrare il campo da inevitabili confronti- resta, nel mio personale gradimento, un gradino al di sotto. 

Le quasi novecento pagine del volumetto di Sellerio coprono quattro generazioni di Sartori, in una saga familiare che restituisce al lettore la storia italiana degli ultimi cento anni. 
All’indomani della disfatta di Caporetto il fante Maurizio Sartori diserta e trova rifugio in un casolare friulano. 
Questa è la prima di due fughe che segnano il suo destino, la seconda è quella con cui tenta di sottrarsi alle sue responsabilità di padre dopo aver sedotto la figlia del mezzadro che lo aveva accolto. 
Rintracciato dal suocero, accetta di buon grado il suo destino e la nuova famiglia, che negli anni si arricchirà di tre figli maschi, quattro nipoti e due pronipoti. 

La guerra è finita, si diceva il fante Maurizio Sartori, lo sbandato, il fuggitivo, l’uomo senza onore. È finita davvero per tutti, per i vivi e per i morti. Ma la mia no, la mia comincia ora. 

Nella città di Udine, dove la famiglia si trasferisce nell’immediato dopoguerra, i tre figli di Maurizio e Nadia crescono imparando, chi più chi meno, a sopravvivere ai bulli di strada prima e ai fascisti poi. 
Col tempo prendono strade che li allontanano tra loro e dalla famiglia di origine e, poiché la sorte è beffarda, sarà proprio il figlio pacifista, quello considerato da tutti il figlio debole, l’unico a combattere e a morire durante la seconda guerra mondiale. 
Gabriele, l’intellettuale, sopravvive da imboscato fino alla fine del conflitto e Renzo, la testa calda, non perdonerà mai alla madre di aver ostacolato le sue velleità partigiane. 
La Storia con la S maiuscola prosegue insieme alle vite dei protagonisti che si spostano nell’hinterland milanese in cerca di lavoro e di prospettive migliori. Sullo sfondo si snodano le lotte operaie, le rivendicazioni politiche degli anni Settanta, e con gli anni e le pagine i padri cedono il posto ai figli e all’incertezza del nuovo millennio. 
I cugini si riavvicinano, più di quanto non riescano a fare i loro padri malgrado la prossimità geografica, ma portano in dote la medesima fatica di vivere che accomuna tutti i Sartori.
Ciascuno è impegnato nella sua guerra personale, chi contro il vivere borghese, chi contro l’omofobia, chi contro i legami stabili, chi contro l’abbandono, la depressione, il lutto e la malattia.
Una lotta in solitaria che trasforma l’orizzonte in una gabbia e vanifica ogni tensione alla felicità.  

La prosa è asciutta, scorrevole, le immagini vivide, i personaggi hanno un realismo sintetico, privo di smancerie. 
I capitoli brevi mantengono il lettore su un piano di distacco emotivo. 
Non posso dire di aver provato un’empatia naturale per nessuno dei personaggi -con la grande eccezione di Nadia, per la sua innata positività e il suo tenace “troviamo un modo di volerci bene, biondino”- ma è innegabile che il coro dei Sartori intrecci una melodia dal basso continuo dolente che lascia il segno. Del tutto simili alla vita vera, alla disillusione e alla fatica che noi tutti combattiamo, troppo forse perché non resti un retrogusto un po’ amaro. 

Viv 

 

 

 

Morte di un uomo felice

Giorgio Fontana, Morte di un uomo felice, Sellerio

foto

Questo è un romanzo che mi piacerebbe mettere sotto l’albero di Natale di ciascuno di voi e ringrazio Polimena per la sua preziosa segnalazione.

La Milano del romanzo di Giorgio Fontana è quella sul finire degli anni di piombo.
Protagonista è un giovane magistrato saronnese che coordina le indagini su un omicidio rivendicato da una cellula terrorista di matrice rossa.
Un uomo perbene, buon padre di famiglia, che crede in Dio e nella Giustizia.
Orfano di un operaio partigiano ucciso dai fascisti, vive un’inquietudine che da sempre lo spinge a tentare di comprendere la figura e le motivazioni di un padre che non hai mai conosciuto.
Allo stesso modo è tormentato dalle ragioni dei terroristi, studia con attenzione il linguaggio dei loro comunicati e insegue una verità che prima ancora di essere giudiziaria è umana e filosofica.

“Non dobbiamo essere gli uomini dell’ira.”
A questo monito Giacomo Colnaghi si aggrappa nei momenti di buio assoluto.
All’atavico desiderio di vendetta che investe le vittime delle stragi egli oppone il libero arbitrio e la pietas del magistrato che persegue l’ordine sociale più che la giustizia privata.
Cosa si risponde ad un ragazzo cui hanno ucciso il padre? Colnaghi sa bene che non esiste indennizzo al dolore, salvo forse l’abnegazione di chi, come lui, sceglie di non distogliere gli occhi, di vivere per lenirlo.
E se la morte, annunciata fin dal titolo, pone fine alla ricerca, la felicità di Giacomo è la stessa di suo padre Ernesto, quella dell’uomo comune che fa tesoro delle piccole gioie di ogni giorno, che vive con dignità e coraggio cercando di non deludere in primo luogo se stesso e i propri ideali.
Anche narrativamente il racconto delle vite di padre e figlio procede su un doppio binario che converge in un destino comune, in cui il sacrificio dell’uno incarna quello dell’altro, entrambe figure morali e appassionanti con i dubbi e le debolezze dell’uomo imperfetto che tende al Bene con naturalezza, come all’unica scelta possibile.

Per quanto attiene all’ambientazione, pur essendo nato nell’81, anno in cui si svolge l’azione del romanzo, Fontana ha saputo far rivivere, con uno stile asciutto di grande immediatezza, la Milano a cui sono più legata, quando la grande città conservava un tessuto urbano che oggi definiremmo provinciale, in cui il dialetto era ancora musica di sottofondo, i piccoli alimentari non erano stati soffocati dai grandi centri commerciali e l’unica movida era quella dei bar alla buona con il biliardo nel retrobottega.
Intatta sulla pagina così come nei miei ricordi, l’ho ritrovata nei luoghi familiari della mia infanzia -come il deposito dell’ATM all’angolo di via Teodosio all’interno del quale buttavo sguardi affascinati ogni volta che andavo a trovare i nonni- e in quello stesso clima di tensione che si respirava dentro e fuori casa.

Meritatissimo Premio Campiello 2014.

Viv