Il clan dei Mahé

Georges Simenon, Il clan dei Mahé, Adelphi

Tutto quel che ho letto finora di Simenon non ha a che vedere con Maigret, incluso quest’ultimo romanzo ambientato tra Saint Hilaire e Porquerolles.

Protagonista é François Mahé, medico generico, padre di famiglia ancora giovane ma appesantito nel corpo da un girovita abbondante e nello spirito da una vita abitudinaria che altri hanno scelto per lui.
Lo incontriamo nelle prime pagine su una barchetta da pesca mentre si adopera intorno a una lenza, indispettito dal caldo eccessivo e dalla poca fortuna.
Poche battute e già avvertiamo il disagio: troppo caldo, troppo riverbero. Il fondale marino procura a Mahé una sorta di vertigine e posare lo sguardo sulla riva dove riesce a intravedere la moglie e i bambini non lo rincuora.
Di Porquerolles la moglie non fa che lamentarsi, anche alla madre vedova del dottor Mahé non piace saperlo lì, eppure dopo quella prima vacanza seguono altre estati perché il dottore è vittima di un’ossessione, per l’isola e per una ragazzina vestita di rosso che si prende cura dei fratelli più piccoli -così acerba e così matura- a cui non riesce nemmeno a rivolgere la parola.
L’isola lo attrae e lo respinge, porta in superficie un’infelicità di cui non era consapevole. Con i suoi ritmi lenti e le sue atmosfere sospese, Porquerolles diventa il simbolo di un ritorno alla natura e all’autenticità in antitesi al perbenismo borghese.

Tutti gli ripetevano:
“Questa e la tua chiesa… Questo è il tuo paese… Questi sono i tuoi amici….” (…) E un bel giorno, non ricordava più quando, né voleva saperlo, aveva scoperto che non era vero, come un bambino, a una certa età, scopre di non provare niente per gli zii e le zie che è stato abituato a baciare. Si ritrovava così, a trentacinque anni, troppo grosso, troppo forte, troppo avvezzo a un tipo di vita alquanto banale, con una moglie e due figli, un’esistenza già delineata, un programma stabilito per ogni giorno della settimana.

Come altri romanzi di Simenon “Il clan dei Mahé” mette in scena l’agnizione dell’infelicità, la tragedia intima di scoprirsi imprigionati in una vita di cui abbiamo ceduto le redini ad altri.
L’inclinazione all’esistenzialismo non rende la vita più lieve, lo sappiamo noi e lo sa Mahé che, gettato lo sguardo sotto la superficie, non riesce più a tornare indietro alla sua vita ordinata e scialba perché adesso sapeva che esistono anche i pascoli per i pesci.

La scrittura non si attarda ma è chirurgica nel cogliere i dettagli.
Il primo capitolo, per inciso, andrebbe fatto analizzare agli studenti.

Viv

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Al mio giudice

Alessandro Perissinotto, Al mio giudice, Rizzoli

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Carteggio elettronico tra un reo confesso di omicidio latitante e il magistrato a cui sono affidate le indagini.

Luca Barberis, figlio della Torino operaia e programmatore informatico con una carriera avviatissima nel settore della sicurezza, diviene vittima per eccesso di ingenuità di una trama criminale che lo rovina economicamente portandolo alla soglia della disperazione.
Mettendo a frutto un passato giovanile come hacker, dal suo esilio protetto in Francia, inizia uno scambio epistolare con il giudice Giulia Ambrosini nel duplice tentativo di giustificare l’atto omicida e condividere informazioni alla ricerca di una verità in cui entrano in gioco interessi miliardari.

Il romanzo ha un andamento accattivante e al netto delle inverosimiglianze è una piacevole lettura.
Si passa volentieri sopra alla stridente intimità di un carteggio che soprattutto da parte del magistrato appare del tutto inappropriato nei toni e nella forma e ci si gode il racconto dimentichi del principio di realtà e delle forzature di quell’espediente letterario.

L’ultima parte del romanzo si perde in un affastellamento delle tematiche che porta il protagonista a confrontarsi con gli ambienti torbidi delle esibizioni a luci rosse, abbracciando un destino di abiezione al fine di prolungare la sua vita sino al momento in cui scoprirà la verità e potrà uccidere per l’ultima volta.

“Scoprire e uccidere” è infatti l’ossessione manifesta di Luca Barberis, ma su chi sia la vittima designata grava l’ombra di un gesto disperato, che lo affratella a Charles Alavoine, protagonista del quasi omonimo “Lettera al mio giudice” di Simenon, cui si fa esplicito riferimento nel testo e che, ça va sans dire, è immediatamente finito nel lungo elenco delle prossime letture.

Viv