L’uomo che metteva in ordine il mondo

Fredrik Backman, L’uomo che metteva in ordine il mondo, Mondadori

Le prime pagine di questo romanzo hanno avuto un effetto straniante su di me giacché il protagonista è la fotocopia di un pensionato che abitava uno dei condomini in cui ho vissuto anni fa: un giustiziere della notte fai da te che si alzava all’alba per il giro di ricognizione, controllava la differenziata, sequestrava le biciclette parcheggiate negli spazi comuni e apostrofava gli sconosciuti in visita per assicurarsi non si trattasse di malintenzionati. Durante il giorno non era insolito sorprenderlo nascosto dietro le tende mentre teneva d’occhio la strada e correva voce annotasse su un taccuino i movimenti del vicinato.

Ove é esattamente questo tipo d’uomo, con l’aggravante di un carattere ostentatamente scorbutico. Vedovo e prossimo ai sessanta, viene lasciato a casa per fare spazio a colleghi più giovani.
“Sarà bello prendersela un po’ comoda” gli hanno detto, ma Ove non sa come impiegare tutto quel tempo libero. Sei mesi prima è morta sua moglie e ora, con il prepensionamento, non gli resta nulla per cui continuare a vivere.

Lo conosciamo nelle prime pagine intollerante e misantropo ma piano piano, in un gioco di rimandi al passato, scopriamo che è sì un uomo straordinariamente poco flessibile ma al contempo leale, onesto, pieno di dignità e senso della famiglia. Sua immensa forza e sua sola grandissima fragilità è sempre stata la moglie Sonja che con il suo innato ottimismo riusciva a tirar fuori il meglio da quel marito taciturno e scontroso, smussando gli spigoli più aspri del suo carattere.

La gente diceva che Ove e sua moglie erano come il giorno e la notte. Intendendo che lui fosse la notte, era ovvio. (…) Ove non aveva davvero mai capito per quale motivo Sonja lo avesse scelto. Lei amava le cose astratte, come la musica, i libri e le parole strane. Ove era un uomo concreto: gli piacevano i cacciaviti e i filtri dell’olio.

Intorno a Ove, fulcro del romanzo, si moltiplicano le interazioni con i vicini di casa e i suoi progetti suicidi finiscono per essere giornalmente accantonati per accompagnare in ospedale l’uno, sfiatare i caloriferi dell’altro, aggiustare una bicicletta o sorvegliare il via vai di chi non rispetta i regolamenti di quartiere. Di queste interferenze quotidiane Ove si lamenta sulla tomba di Sonja che anche da lì continua a influenzare le sue scelte, perché Ove sa benissimo come reagirebbe la moglie alle sue intemperanze e, pur mugugnando, l’ultima cosa che desidera è scontentarla, viva o morta che sia non ha alcuna importanza.

Tanto fa l’amore, persino da remoto. L’amore e le donne, verrebbe da dire, perché in questo romanzo sono le donne quelle che salvano: prima la madre, poi la moglie, e infine Parvaneh la nuova vicina iraniana con le sue due bambine che, intuendone la solitudine e riconoscendo la bontà dietro ai toni bruschi, prende a cuore lo strano pensionato.

Qualcosina stride, per esempio l’età del protagonista che è percepito dal lettore ben più anziano rispetto ai suoi cinquantanove anni e una concessione finale del tutto superflua al politically correct delle famiglie arcobaleno che suona un po’ forzata per la sua inconsistenza all’interno del racconto.

Malgrado l’apparente ruvidezza del personaggio centrale, il romanzo è, in fondo, un crogiolo di buoni sentimenti con una prosa scorrevole e graduale che descrive senza spiegare, lasciando spazio alle considerazioni del lettore che, così come avviene nella vita reale, acquisisce informazioni e si trova ben presto a simpatizzare con Ove e la sua visione tetragona del mondo. Finale con lacrima, che in questo caso non guasta.

Viv

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