La primula rossa

Emma Orczy, La primula rossa, Fazi

Recentemente ripubblicato da Fazi “La primula rossa” è il primo di una serie di romanzi che ebbero grande successo a partire dagli anni Trenta grazie ad una celebre trasposizione cinematografica con Leslie Howard. Non per niente ancora oggi si utilizza la locuzione primula rossa per indicare una persona inafferrabile che sfugge ad ogni ricerca.

Scritto nel 1905 da una baronessa di origini ungheresi accolta nel suo esilio dall’amabile, ospitale Inghilterra, è ambientato tra Francia e Britannia negli anni del terrore, quando i rivoluzionari giacobini ghigliottinavano con metodo realisti e aristocratici vendicando generazioni di abusi.

Sotto lo pseudonimo di primula rossa si cela l’identità di uno dei primi eroi sotto mentite spoglie della letteratura, ovvero un nobile inglese che, con una piccola compagine di fedelissimi, si oppone all’estremismo sanguinario, impiegando ingenti risorse economiche e mettendo a rischio la vita per salvare la nobiltà francese sotto assedio.
La qual cosa non può ovviamente risultare gradita al governo francese che, tramite un suo emissario, tenterà di assicurare alla ghigliottina il ficcanaso inglese che si prende gioco della Repubblica.

Prevedibile, a tratti sdolcinato, ci trascina sulle tracce della fantomatica primula rossa in un inseguimento che mi ha ricordato le disavventure di Angelica -forse la ricordate al cinema interpretata da Michélle Mercier- tanto più che in questa impresa ci accodiamo alla giovane e coraggiosa Lady Blakeney, solidali con la sua bellezza e col suo cuore di volta in volta spezzato, infranto, martoriato e via dicendo.

Rispetto ai grandi romanzi a puntate che lo precedono di almeno cinquant’anni -penso agli imperdibili e stilisticamente arguti feuilleton di Wilkie Collins– questo romanzo ha una trama di una semplicità disarmante, lontana dagli equivoci intricati e dal ritmo incalzante che tenevano sulle spine i lettori vittoriani. E in verità, forse proprio per questo motivo ne risulta una lettura rinfrescante, fluida e priva di inutili ansie, nella certezza del lieto fine.

Forse ci sono arrivata un po’ tardi, a tredici anni scommetto mi ci sarei appassionata e avrei cercato subito anche i volumi successivi che attualmente sono quasi introvabili a meno di fortunate incursioni in qualche mercatino dell’usato.

Viv

Belgravia

Julian Fellowes, Belgravia, Neri Pozza

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Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale con Gosford Park, Emmy Award per Downton Abbey.
Devo aggiungere altro o è sufficiente a motivare il fatto che Fellowes, sarebbe arrivato sugli scaffali della mia libreria anche se avesse pubblicato le liste della spesa in età vittoriana?

Con “Belgravia”, suo terzo romanzo, ha scelto di ricalcare lo stile editoriale dickensiano dei feuilleton ad uscite settimanali e da aprile a giugno si è consumata in formato elettronico la saga dei Trenchard e dei Brockenhurst, ora disponibile in volume unico anche in versione cartacea.

La sera della vigilia della battaglia di Waterloo si incrociano ad una festa danzante i destini di due giovani, Sofia Trenchard, figlia del principale approvvigionatore dell’esercito inglese di stanza a Bruxelles e Lord Edmund Bellasis, erede dell’illustre famiglia aristocratica dei Brockenhurst. Lo spettro della battaglia imminente di per sè non basta ad azzerare le distanze sociali ma certamente apre varchi attraverso i quali gioventù e bellezza non faticano a lasciare il passo all’amore.
Nel secondo capitolo ritroviamo le loro famiglie un quarto di secolo dopo a Londra dove il padre di Sofia, abbandonate le forniture militari, è un affermato costruttore edile. A lui si devono i bianchi colonnati che hanno trasformato l’elegante quartiere di Belgravia in quella che i suoi detrattori amano definire una “torta nuziale” ed è qui che i Brockenhurst hanno la loro residenza londinese.

Finora non vi ho detto nulla della trama e nulla aggiungerò.
Vi basti sapere che l’intreccio si fonda su un tragico equivoco e che occorreranno undici capitoli perchè verità e giustizia possano trionfare.
Ciascuno si conclude lasciando il lettore sospeso tra un malinteso e l’altro e tuttavia intimamente fiducioso nel lieto fine, in ossequio alla formula “falli ridere, falli piangere, falli aspettare” che Wilkie Collins aveva teorizzato con Dickens e messo in pratica ne “La donna in bianco” che, a mio avviso, resta una delle vette più alte di questo genere letterario.

“Belgravia” d’altro canto è da considerarsi un intrattenimento raffinato per estimatori del romanzo in costume.
La prevedibilità dell’intreccio è parte del gioco, come la stigmatizzazione dei buoni e dei cattivi. Il lettore in questo senso può lasciarsi trasportare senza tema di essere ingannato dal narratore che non rinuncia ad inserire chiavi di lettura esplicite sottolineando di volta in volta gli stati d’animo dei suoi personaggi.
L’ambientazione anticipa di un secolo quella del set di Downton Abbey ma vi ritroviamo le medesime dinamiche tra i piani nobili e la servitù così come le istanze di modernità incarnate in un ceto di imprenditori che, in virtù del loro denaro, tentano di conquistare una posizione sociale, culturalmente ancora lontana a venire, grazie al matrimonio.

La lettura scorre velocissima -personalmente avrei mal sopportato di dover attendere una settimana tra un capitolo e l’altro- e si adatta come un guanto ai pomeriggi indolenti che impone la calura estiva.

Viv