Mi chiamo Lucy Barton

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Lucy Barton giace in ospedale per una lunga degenza, il suo sguardo si posa ora sul Chrysler Building incorniciato dalla sua finestra ora sulla porta della camera da cui ogni giorno entrano un medico empatico e alcune infermiere. Il marito, per una personale avversione verso gli ospedali, preferisce chiamarla telefonicamente e le sue due bambine vengono a trovarla solo occasionalmente, accompagnate da un’amica che si prende cura di loro in sua assenza.
Le giornate di Lucy si stiracchiano malinconiche e solitarie finché un giorno si presenta sua madre e da quel momento madre e figlia avranno cinque giorni e cinque notti ininterrotte per riempire un vuoto che copre i lunghi anni di separazione e si allunga anche su tutta la loro vita condivisa.
Non è un caso che gli unici gesti d’affetto che la madre riesce a rivolgere alla figlia siano una pressione sul piede attraverso le lenzuola e l’uso del nomignolo con cui la chiamava da piccola ma questo basta a risvegliare in Lucy una nostalgia struggente e un appagamento ancestrale.

Ho la sensazione che la gente potrebbe non capire perché mia madre non riuscì mai a pronunciare quelle parole: ti voglio bene. Sento che la gente potrebbe non capire che andava bene così.

E forse va davvero bene così per Lucy, alla luce di un’infanzia che sfiora gli abusi, vissuta nell’indigenza, nell’ignoranza e nell’aridità emotiva ma quei cinque giorni, a cui seguono nuovi anni di lontananza, non saranno sufficienti per ricucire il loro legame. Troppo il non detto, troppa la distanza abrasiva dell’imbarazzo, troppa la fame d’amore accumulata da bambina.
Al racconto degli anni trascorsi nel cono d’ombra di una famiglia disfunzionale Lucy alterna il ricordo di quei giorni preziosi in cui sonnecchiava in un letto d’ospedale ascoltando appagata la voce della madre, e si spinge fino al presente in cui la scopriamo scrittrice affermata e divorziata dal primo marito mentre riflette, questa volta da madre e non più da figlia, sull’imperfezione e sull’egoismo delle sue scelte.

La rabbia delle mie ragazze in quegli anni! Ci sono momenti che cerco di dimenticare, ma non dimenticherò mai. Mi angoscia il pensiero di quello che non dimenticheranno loro.

Curiosamente, giacché solitamente Elizabeth Strout mette tutti d’accordo, questo è un romanzo che ha diviso i lettori: da un lato i perplessi, dall’altro i rapiti. Io mi colloco nella prima categoria.

Al netto dei momenti tra madre e figlia in ospedale, descritti con quella brusca vividezza che riesce a distillare così bene riserbo, imbarazzo e intimità, il romanzo ha un andamento frammentario.
Il canovaccio narrativo non va al di là del diario episodico e, anche se non si può affermare che manchi coerenza o che i ricordi, che si affastellano lasciando volutamente sospesi e spazi bianchi, impediscano la comprensione, l’insieme mi ha lasciato emozionalmente tiepida.
La verità è che mentre da brava lettrice me ne stavo in un angolo di quella stanza d’ospedale a spiare madre e figlia in quelle loro conversazioni intime e impacciate, mi è toccato ammettere che io e Lucy Barton non eravamo fatte per piacerci del tutto.

Viv

Amy e Isabelle

Elizabeth Strout, Amy e Isabelle, Fazi

Mi ero dimenticata quanto scriva bene Elizabeth Strout.
“Amy e Isabelle” è il suo primo romanzo e precede di una decina d’anni il Pulitzer (di cui potete leggere qui). 
Ne ho letto qualche riga, giusto per annusare la storia e in men che non si dica mi sono ritrovata immersa nella calura soffocante di un’estate americana degli anni Sessanta mentre tra madre e figlia si consuma un dramma privato che ha stravolto di punto in bianco il loro rapporto. 

Amy e Isabelle vivono da sempre a Shirley Falls, in una casetta in affitto dalle pareti troppo sottili. Il loro è un legame intenso e imperfetto, come lo sono tutti i rapporti madre-figlia. 
Isabelle è una madre single, con un passato nascosto e una corazza di irreprensibilità a mascherarne le paure. Segretaria impeccabile in una fabbrica di scarpe, schiva e un tantino scialba ha una cotta idealizzata per il capufficio e non ha rapporti di amicizia significativi con le colleghe con le quali si comporta in modo equidistante. 
Con la figlia ha un atteggiamento improntato alla severità, senza troppe smancerie, ma Amy, nel bene e nel male, è il centro del suo universo e su di lei proietta tutte le sue speranze. 
Per certi versi Amy le somiglia: è una sedicenne riservata che sembra aver ereditato in parte l’insicurezza materna ma fisicamente è un’adolescente in boccio tutt’altro che insignificante, con una chioma bionda che attira gli sguardi, specie quelli del supplente di matematica. 
E quando questi inizia a lusingare la sua femminilità acerba, Amy comincia a mentire alla madre per attardarsi oltre l’orario scolastico. 

Nelle primissime pagine le incontriamo oppresse dal peso quasi fisico della vicinanza reciproca, impegnate a minimizzare le interazioni e i contatti visivi in una sorta di glaciale coreografia ma è nella seconda metà del romanzo -quando i piani narrativi si allineano e la narrazione ha colmato i vuoti- che il racconto prosegue con una straordinaria potenza emotiva e percepiamo a tutto tondo la portata della deflagrazione affettiva.

Amy ed Isabelle attraversano quel delicato momento di passaggio in cui una figlia comincia a prendere consapevolezza di sé al di fuori dell’alveo materno in un impietoso giudizio delle carenze materne. 

(…) pensò che quella casa assomigliava a sua madre, piccola e pallida, e che le tendine bianche alle finestre della cucina avevano l’aria contrita, come se chiedessero scusa per aver fallito nel loro intento: quello di apparire allegre, intime, pulite. (…) Questo era stato il suo segreto, per anni: avrebbe voluto una madre diversa. 

D’altro canto la Strout riesce a mettere a nudo con grande intensità il sentimento di disagio e di inadeguatezza intellettuale che Isabelle sperimenta nei confronti della figlia, la sua mortificazione di fronte alla delicatezza impacciata con cui Amy la corregge per non metterla in imbarazzo. 

Ecco una nuova cosa di cui aver paura: la pietà di sua figlia per la sua ignoranza. 

Ed Isabelle di paure ne ha sempre avute tante mentre cresceva da sola questa figlia che rappresenta il riscatto dei suoi errori di gioventù. Le sue lotte interiori, i suoi dubbi, i suoi sensi di colpa sono quelli di tutte le madri e non esiste modo, né mai ce lo suggerisce la Strout, di prendere posizione per l’una o per l’altra.
Infatti, se è vero che Amy paga un prezzo all’isolamento nel quale ha sempre vissuto e all’assenza della figura paterna, il resto lo deve all’ingenuità dei suoi pochi anni.

Un romanzo tutto al femminile in cui vi è una netta sproporzione, soprattutto sul piano morale, tra uomini e donne. Madre e figlia non sono le uniche figure femminili tridimensionali -penso all’amicizia tra Fat Bev e Dottie e a quanto calore riescono a portare nella vita di Isabelle- mentre gli uomini, nessuno escluso, sono personaggi rapaci, egoisti, pusillanimi, nella migliore delle ipotesi succubi e privi di personalità. 

Eppure, malgrado dietro le tendine delle case e la facciata borghese del vicino si annidino dispiaceri che solo i diretti interessati conoscono, Shirley Falls è un luogo dove ciascuno fa del proprio meglio affrontando i problemi un giorno alla volta.
Del resto, se bisogna dare retta alla saggezza popolare, l’unico modo per mangiare un elefante è un boccone per volta. 

L’ho già detto che la Strout scrive benissimo? 

Viv





 

 

Olive Kitteridge

Elizabeth Strout, Olive Kitteridge, Fazi editore

IMG_6400

Spigolosa, ruvida, respingente.
Olive Kitteridge è un personaggio che sin dalle prime battute si presenta nella sua veste peggiore mentre bistratta un marito arrendevole e dall’animo gentile.
Attraverso racconti solo apparentemente slegati in cui Olive entra in scena come figura centrale, come veloce comparsa o semplicemente attraverso una singola frase riportata da altri, seguiamo lo scorrere delle stagioni a Crosby nel Maine e di pagina in pagina Olive invecchia, lascia l’insegnamento della matematica, si confronta con la solitudine della vedovanza e con l’amarezza di un figlio che per proteggersi dagli eccessi del suo amore e del suo carattere sceglie di prendere le distanze.

Intorno a lei si intrecciano le storie dei suoi concittadini, vite amare -tutte- punteggiate da desideri irrealizzati. La cifra stilistica di questi racconti è infatti la latente sensazione di sconfitta, la difficoltà del quotidiano che non è mai accogliente.
Eppure, malgrado tutto, la lettura non è affatto opprimente.
Ci si affeziona alla crudezza di questa protagonista sui generis, al suo pessimo carattere. Ci si scopre solidali con le sue risposte caustiche e fin troppo sincere e la si preferisce al figlio, vittima di un amore materno opprimente e dispotico ma fin troppo ancorato agli scheletri del suo passato, complice la dipendenza da un terapista le cui parole riecheggiano nelle conversazioni con la madre.

Insofferente ed orgogliosa Olive scopre tardivamente di aver sprecato momenti preziosi e il romanzo si chiude con la protagonista che finalmente si concede di guardare al futuro con quella leggerezza che porta alla serenità, accettando financo le imperfezioni di un amore tardivo, che mai sarebbe stato tale nel fiore dei suoi anni.

Cercando di cogliere le sensazioni che mi ha trasmesso questa lettura ho ripensato all’esperienza dei viaggi in treno, quando gli sguardi si posano ora fuggevoli ora attenti sulla porzione di realtà visibile, nell’alternanza di soste prolungate apparentemente prive di significato in aperta campagna, tratte veloci in cui i contorni sfumano e stazioni che, come punti fermi, restituiscono un ordine temporale e cronologico al viaggio.
Ecco, Olive Kitteridge è tutto questo: episodi disgiunti legati da una forte struttura narrativa, uno stile fatto di annotazioni a margine come singole pennellate e un tempo che accelera e rallenta, comprimendo e dilatando il racconto così come avviene quando ricostruiamo la nostra vita passata e gli accenti del nostro ricordare non hanno tutti la stessa intensità.

Premio Pulitzer 2009 per Elizabeth Strout.

Viv