Cambio di rotta

Elizabeth Jane Howard, Cambio di rotta, Fazi

Con “Cambio di rotta” esaurisco le opere di Elizabeth Jane Howard pubblicate ad oggi da Fazi. Se la saga dei Cazalet a furor di critica rappresenta l’indiscussa punta di diamante nella sua produzione letteraria, anche nei suoi precedenti romanzi è riconoscibile la medesima eleganza linguistica e la stessa raffinata analisi dei personaggi.

Cazalet esclusi, personalmente non ho particolarmente amato “All’ombra di Julius” che, complice anche la compressione temporale del racconto soffoca l’evoluzione dei personaggi, e ho invece molto apprezzato la struttura a ritroso de “Il lungo sguardo”, che spoglia via via i protagonisti delle sovrastrutture accumulate nel corso degli anni scegliendo di tacere il loro destino per indagarne le potenzialità sfumate.
“Cambio di rotta” direi che si è conquistato una posizione intermedia.

Il romanzo si sviluppa tra Londra, New York e un’isola greca al seguito di un drammaturgo sessantenne, di discreta fama e indomita infedeltà, e di sua moglie Lillian, di vent’anni più giovane. Ad accompagnarli passo passo, allestendo spettacoli teatrali, risolvendo difficoltà pratiche e sgranando tensioni di coppia, è il fidato tuttofare Jimmy, giovane orfano che nel suo datore di lavoro ha trovato una sorta di figura paterna. La devozione di Jimmy non vacilla di fronte ai reiterati tradimenti di Emmanuel, alla sua irresponsabile immaturità, e non si indebolisce di fronte al suo prolungato blocco creativo;  solo in seconda battuta, per lo più su richiesta di Emmanuel, i suoi servigi si estendono a Lillian, che ci viene inizialmente presentata come una donna nevrotica, dalla salute compromessa, segnata da un lutto che usa, non del tutto inconsapevolmente, per manipolare i sensi di colpa del marito.

Di colpo ho avuto una visione di noi tre bloccati in quella scena che si ripete all’infinito, nel nostro minuscolo mondo fatto di reciproche concessioni, equivoci elevati a tradizioni di famiglia e una specie di disagio idiosincratico. Em è voltato verso di me e per un istante ho creduto che la stessa visione fosse passata anche nella sua mente.

A sparigliare le carte in questo trio che funziona ormai come un ingranaggio ben oliato,  arriva Alberta Young, la nuova segretaria di Emmanuel.
Catapultata in un mondo di viaggi aerei e abiti da cocktail direttamente dalla canonica nel Dorset in cui ha vissuto col padre e i fratelli, Alberta ha tutta la spontaneità che manca a Lillian, è giovanissima e incontaminata, starnutisce quando è contenta e lo ammette con un delizioso miscuglio di pudore e semplicità.
Inevitabilmente conquista il cuore di Jimmy e quello di Emmanuel e, senza esserne consapevole, scatena la loro rivalità. Jimmy che fino a quel momento sembrava del tutto pago di vivere nell’ombra di Emmanuel teme che questi possa invaghirsi di Alberta e ancor più che la giovane sia soggiogata dal drammaturgo. Lillian, che ha sempre trovato giustificazioni ai tradimenti del marito, vede in Alberta una rivale che potrebbe segnare un punto di svolta. Alberta dal canto suo, sempre assennata, di buon carattere e coi piedi per terra pare del tutto ignara di trovarsi al centro di una piccola rivoluzione copernicana e somiglia a certe icone femminili di angelica -e stucchevole- modestia che popolavano i film degli anni Cinquanta.

Il romanzo alterna le voci dei quattro, che si raccontano in prima persona ad eccezione di Emmanuel, perno attorno al quale si muovono le vite degli altri personaggi, per cui l’autrice sceglie la terza persona soggettiva.
Al centro di una vicenda per certi versi statica, che sembra sfilacciarsi nelle lunghe riflessioni in solitaria di ciascuno, ci sono le relazioni incrociate tra i personaggi.
I pensieri indovinati, i dialoghi sottintesi, le verità taciute e le bugie manifeste reggono un minuetto ormai consolidato in cui ciascuno, fatta esclusione per Alberta che é l’elemento di rottura e al contempo il simbolo di un candore originario, recita una parte in copione.
Personaggi un tantino algidi ma meravigliosamente disegnati con una serie di annotazioni trasversali che trasformano piccole azioni irrilevanti in acute descrizioni dei tipi umani.

Viv

All’ombra di Julius

Elizabeth Jane Howard, All’ombra di Julius, Fazi

Scritto nel 1965, “All’ombra di Julius” precede di venticinque anni la Saga dei Cazalet ed è posteriore di nove anni rispetto a  “Il lungo sguardo”.
Ritroviamo la prosa elegante e alcuni temi cardine -la guerra, il senso di colpa, la solitudine nella relazione coniugale- ma nell’insieme è un romanzo meno incisivo, quasi un banco di prova per la caratterizzazione di personaggi successivamente esplorati con più ampio respiro.

La vicenda si svolge nel breve arco di un fine settimana. Ci troviamo nel Sussex nella casa di famiglia in cui vive Esme Grace. Il marito Julius è deceduto vent’anni prima durante una missione di salvataggio in solitaria a Dunkerque ed Esme da allora si è dedicata alle figlie prima e al giardinaggio poi evitando altre relazioni.
Tuttavia, poiché spesso la realtà è meno nobile delle apparenze, Esme il lutto vedovile non l’ha portato per il marito quanto piuttosto per il giovane amante che, alla morte di Julius, la lasciò per arruolarsi volontario, trascinato dall’esempio patriottico di un rivale che aveva sempre voluto immaginare pavido e detestabile, e sopraffatto dal venir meno del suo ruolo di amante scevro di responsabilità all’ombra di un marito presente ancorché non amato.

Ora Esme ha cinquantotto anni e la sua casa sta per trasformarsi in una polveriera. Nella sua dimora di campagna dagli arredi color pesca é atteso proprio quel Felix King che Esme non ha mai dimenticato. All’epoca era un giovanotto impegnato con una donna matura ma a distanza di vent’anni la differenza di età ha acquistato un peso diverso anche perché, di fatto, Felix ha solo qualche anno in più rispetto alla figlia maggiore di Esme.
Entrambe le figlie sono donne irrisolte che intrattengono rapporti complicati con l’altro sesso. La minore arriva a sorpresa con un poeta -disadattato, a tratti cinico a tratti ingenuamente moralista- conosciuto appena qualche ora prima, la maggiore, Cressy, si presenta con un carico di suscettibilità e malumore che affonda le radici nella sua irrequietezza sentimentale e che la presenza di Felix, di cui conosce il ruolo nella vita passata della madre, può solo peggiorare.
A rompere definitivamente gli equilibri si aggiungono per cena una vicina di casa insieme al marito. E non ci sarebbe nulla di drammatico in questo se non fosse che Dick è l’amante di Cressy e la gelosia della moglie é a livelli di guardia.

Sembrerebbe una commedia degli equivoci ma i toni sono quelli del dramma. Ciascuno ha segreti che non ha condiviso, ognuno attende un riscatto, su tutti si stende l’ombra di Julius, eroe, marito e padre.
Le dinamiche tra i personaggi non sono superficiali ma sono compresse in uno spazio temporale troppo esiguo per consentire loro un’evoluzione che non sembri affrettata.
Come sempre la Howard dissemina il romanzo di argute riflessioni al femminile sull’amore e insiste con sottile ironia sul ruolo della donna all’interno della relazione.

Viv

Il lungo sguardo

Elizabeth Jane Howard, Il lungo sguardo, Fazi

Se, orfani dei Cazalet –qui la prima di tre recensioni- avete già sul comodino un volume de “Il lungo sguardo” è doveroso da parte mia avvertirvi che la lettura di questa e di qualsiasi altra recensione troviate in rete rischierà di privarvi di un piccolo elemento sorpresa.
Diciamo che potrete riprendere la lettura del post appena sarete arrivati al secondo capitolo.

Il romanzo si apre sulla festa di fidanzamento di Julian, primogenito di due coniugi borghesi ben introdotti nella vita sociale della Londra degli anni Cinquanta.
Gli invitati ci vengono presentati prima che si ritrovino a condividere la serata e il quadro è desolante fin dalle prime battute. Intuiamo un promesso sposo superficiale e poco coinvolto da una fidanzata inerme e fragile, una figlia più giovane, emotiva e solo apparentemente spregiudicata, un matrimonio alle corde dove lunghi silenzi sono interrotti da schermaglie verbali in punta di fioretto che provano a dissimulare la rassegnata disillusione della moglie e la ferocia disinteressata del marito.

Non sapremo mai cosa la vita riservi loro dal momento che il romanzo si sviluppa a ritroso fino a lambire l’istante in cui tutto deve ancora accadere, l’attimo in cui sta per compiersi il primo incontro tra Mrs e Mr Fleming.
Gli atti successivi ci accompagnano dagli anni della guerra alle vacanze in Riviera con i figli piccoli, fino all’infelice infanzia di lei di cui, non a caso, scopriamo il nome solo dopo un considerevole numero di pagine.
Il marito da tempo ha smesso di chiamarla per nome e bisogna risalire ancora più indietro negli anni per ritrovare l’identità intatta di una giovanissima Antonia, che si affaccia alla vita tentando di liberarsi dalle atmosfere soffocanti -madre infantile, padre assente- della famiglia di origine.

Conrad la sceglie per la sua bellezza ancora inconsapevole, intuendo in lei la raffinatezza della rosa che non si è ancora schiusa, la plasma e la protegge come un trofeo per poi stancarsene, orgogliosamente infedele, rifuggendo dalla loro intimità come da una debolezza che lo ha reso vulnerabile.
A ritroso si alza il velo sulle speranze infrante di Antonia che, dopo aver imparato ad amare un uomo di cui all’inizio era solo infatuata, ne scopre dolorosamente i limiti.
La incontriamo nelle prime pagine irreprensibile nella compostezza dei gesti e nella cura della propria persona con l’amara saggezza di chi ha imparato a disciplinare ad arte le proprie reazioni e ne scopriamo pian piano ingenuità, inquietudini, solitudine, pulsioni.

Antonia è intelligente e raffinata, espressione di un mondo in cui gli uomini guardavano le donne con condiscendenza, faticando a riconoscerne il valore intellettuale e relegandole a ruoli subordinati e passivi.
“Non faccio niente. La mia vita è tutta un affare indiretto”. Così risponde Antonia a chi le chiede di cosa si occupi.

I silenzi snervanti lasciano spazio a riflessioni introspettive e la ferocia dei sentimenti è spogliata da ogni aggressività verbale.

Nei minuti che seguirono questo breve scambio, lei ebbe modo di scoprire che le parole rompono solo la superficie esterna nel silenzio, e che i silenzi difficili sono in realtà densi di parole non dette.

Lo vorrete sapere e quindi vi anticipo. “Il lungo sguardo” non ha la coralità, l’intreccio avvincente dei Cazalet ma è un romanzo elegante, dal tratto molto femminile, in cui è facile riconoscere la matrice parzialmente autobiografica.
Vi è una sorta di lentezza avvolgente in cui il lettore prende a respirare insieme ai personaggi, vive insieme a loro la distanza emotiva, le umiliazioni, i compromessi.

Era come se stessero in piedi su due rocce distanti in mezzo al mare, ognuno con in mano l’estremità di una pesante corda, loro unico legame. 

Quanto alla struttura inusuale che fa dell’inversione temporale il punto di fuoco della narrazione non mi è parsa artificiosa, come alcune recensioni sostengono. Può disorientare scoprire che il sipario sulle vite dei protagonisti cali, di fatto, con l’ultima riga del primo atto (i figli in particolare, come é ovvio, scompaiono del tutto come figure adulte) d’altro canto la struttura si arricchisce per sottrazione e il lungo sguardo del lettore libera i personaggi dalle rigidità accumulate negli anni permettendo di affinarne la comprensione attraverso la conoscenza del passato.
Un approccio che, in definitiva, é in tutto e per tutto simile a quello che abbiamo nei confronti di persone conosciute nella vita adulta e di cui inizialmente non sappiamo nulla che non sia il presente.

Viv

La fine dei Cazalet e l’inizio dei Poldark

Elizabeth Jane Howard, Tutto cambia, Fazi
Winston Graham, Ross Poldark, Sonzogno

Immagino che dopo un paio di recensioni –qui e qui– sulla saga scritta da Elizabeth Jane Howard, non stupisca nessuno che io abbia letto anche il quinto volume, quello in cui il racconto sfiora gli anni Sessanta e si chiude la storia familiare dei Cazalet.
“Tutto cambia” è il romanzo che tira le fila di una narrazione corale che copre quattro generazioni. Non concede ampi spazi ai singoli personaggi e forse anche per questo risulta più frammentario e, dal punto di vista letterario, il meno avvincente dei cinque ma per chi abbia letto i precedenti è un appuntamento imperdibile.
Nel prendere commiato non posso fare a meno di sperare che una rete televisiva italiana compri i diritti dello sceneggiato inglese anche se, purtroppo, si tratta di un’operazione parziale che non esaurisce l’intera saga in cui Hugh Bonneville -Lord Grantham di Dowton Abbey- veste i panni dell’omonimo Cazalet.

Percorso inverso per Poldark, dove la serie televisiva attualmente alla sua seconda stagione -Aidan Turner vi dice niente?- sta facendo da traino ai romanzi.
Fino a un annetto fa infatti era disponibile nella traduzione italiana solo il primo romanzo ma attualmente sono già usciti i due volumi successivi e nulla fa pensare che Sonzogno non voglia coprire il vuoto editoriale.
L’autore di questa saga in dodici libri, pubblicata a partire dal 1945, è Winston Graham che, tra le altre cose, ho scoperto essere il padre letterario di “Marnie” di cui, come molti, conoscevo la versione cinematografica di Hitchcock.

Ma torniamo a “Ross Poldark”.
Siamo in Cornovaglia, tra 1783 e il 1787, la guerra di indipendenza americana si è appena conclusa e Ross torna a casa con il volto segnato da una cicatrice e lo spirito mutato. Il giovane intemperante entrato nell’esercito per sfuggire guai giudiziari è ora un ufficiale inglese in congedo pronto ad accasarsi e ad assumersi la responsabilità dei possedimenti paterni. Le sue aspettative tuttavia si scontrano con una realtà amara: durante la sua assenza il padre è morto lasciando la casa in rovina, le terre incolte e una miniera improduttiva ma nulla è paragonabile alla disillusione di scoprire l’innamorata di un tempo ormai prossima alle nozze col cugino Francis, erede del ramo patrimonialmente più solito della famiglia.

Delle due l’una, abbattersi in preda allo sconforto o reagire rimboccandosi le maniche e, quanto a questo, Ross Poldark non ha dubbi. Lontano dalle frivolezze della gentry di campagna, non teme di sporcarsi le mani lavorando la terra o scendendo in miniera e sembra voler incarnare il punto di congiunzione tra privilegiati e indigenti, perfettamente a suo agio nei salotti dei ricchi possidenti come in compagnia dei minatori di cui ha a cuore le sorti personali al punto da spingersi sul filo della legalità.

Intrighi bancari, intrecci amorosi, rovesci di fortune. In equilibrio tra romanzo storico e romance Graham, che è autore contemporaneo, mescola e ricalca gli ingredienti della narrativa popolare dei secoli precedenti in uno stile asciutto e coinvolgente. Il suo non è un eroe romantico in preda al tormento e ai venti della brughiera ma un socialista ante litteram, un imprenditore moderno che reagisce alle avversità e alle ingiustizie con un coraggio che sfiora la temerarietà. Intorno alla figura dell’eroe -che non è senza macchia come si intuisce dal temperamento tumultuoso- si muovono una serie di personaggi che garantiscono dinamismo e sfumature alla narrazione: la giovane Demelza che avrà sempre più spazio nel racconto e nel cuore di Ross -a cui tra l’altro è intitolato il secondo volume della saga- i due servitori lazzaroni, la cugina Verity, il perfido banchiere Warleggan, le famiglie dei minatori.

La lettura prende velocità dalla seconda metà del romanzo e costruisce le premesse per i seguenti sulla base di un piacevole intrattenimento dove anche i cliché risultano credibili grazie alla freschezza della narrazione e alla solidità dell’impianto.

Fosse per me la Cornovaglia mi terrebbe compagnia fino alle soglie della prossima primavera ma purtroppo, al momento, solo tre dei dodici volumi sono disponibili nella traduzione italiana.

Viv

Saga dei Cazalet, Capitolo IV

Elizabeth Jane Howard, Allontanarsi, Fazi

In aprile è uscito il quarto volume della saga dei Cazalet di E. J. Howard –qui la recensione dei primi due. Per settembre Fazi ha già annunciato la pubblicazione del capitolo conclusivo per cui, chi lo volesse, potrà immergersi in una lettura senza soluzione di continuità o comunque modulare le pause a suo piacimento in modo da non dover riprendere i volumi precedenti per ricostruire i vuoti di memoria, come ho dovuto fare io in alcuni casi.

Trattandosi di un romanzo corale dove si affaccia un buon numero di personaggi, con interazioni comuni e personali, perchè la lettura sia godibile è indispensabile collocare ciascuno al suo posto con le parentele e le relazioni che gli corrispondono, scappatelle e innamorati occasionali inclusi.
In generale infatti viene data per scontata la conoscenza pregressa e gli accenni al passato sono funzionali al romanzo in corso per cui, secondo consuetudine scolastica, gli assenti sono pregati di chiedere gli appunti ai compagni diligenti e si sconsiglia una lettura non cronologica.

All’inizio del quarto volume la guerra è finita, i sopravvissuti sono tornati in patria e Londra fa i conti con la ricostruzione, i lutti, le restrizioni alimentari ed energetiche e la lenta ripresa economica.
Vorrei raccontarvi di Rupert e Zoë, che si ritrovano dopo anni di separazione, di Polly e Clary che vivono le prime esperienze come giovani donne indipendenti, di Hugh, di Archie, di Villy ed Edward che avevamo lasciato sull’orlo della separazione, ma sono certa preferiate lo faccia Elizabeth Jane Howard e non voglio anticipare neppure uno di quei piccoli dettagli che rendono la narrazione così familiare e godibile anche dopo centinaia di pagine.

Il racconto alterna le vicende degli uni e degli altri con la naturalezza e la pacatezza che è propria dei grandi romanzi corali, per cui quando l’attenzione scivola altrove è sempre una piccola separazione, ci si vorrebbe trattenere in compagnia di quei personaggi che hanno riempito le ultime pagine e saperne qualcosina di più, proprio come capiterebbe nella vita di tutti i giorni quando si passa del tempo con persone che ci incuriosiscono.
I Cazalet disegnati dalla Howard sono imperfetti, convivono con nobili slanci e debolezze puerili, obbediscono ai chiaro-scuri e si muovono con la coerenza -e a volte l’incoerenza- delle persone reali.

Inutile dire che aspetto l’uscita del quinto volume con quel misto di trepidante rammarico che accompagna una vacanza breve e definitiva, come l’ultimo bis di un concerto prima che si chiuda il sipario.

Viv