Come cade la luce

Catherine Dunne, Come cade la luce, Guanda

Come cade la luce è un’espressione che torna più volte durante il romanzo per fermare quegli attimi di rara perfezione in cui la difficoltà del vivere trova pacificazione nella bellezza.
E di attimi come questi la famiglia Emilianides non ne ha avuti molti da quando è emigrata in Irlanda da Cipro e Mitros, il figlio secondogenito, si è ammalato gravemente. La sorella maggiore, Alexia, ancora ricorda gli anni in cui Mitros non consumava tutto l’ossigeno dell’aria, quando la vita della famiglia non ruotava solo intorno alla sua disabilità e alle sue estenuanti esigenze. Per conseguenza, o per carattere, ha sviluppato un forte desiderio di indipendenza e un’indole ribelle. Al suo opposto Melina, pur essendo la piccola di casa, è cresciuta interiorizzando l’assenza di spazi personali e incarna lo spirito di obbedienza, troppo preoccupata di non dispiacere ai genitori per analizzare i propri bisogni.

Così le incontriamo nelle prime pagine eppure, mentre le vediamo diventare adulte, diviene sempre più evidente che sia Melina tra le due quella che si è allontanata maggiormente dalle aspettative della famiglia.
Sono loro il nucleo dell’intero romanzo, loro e la fedeltà tenace del loro affetto che supera incomprensioni ed errori mettendo al primo posto l’accoglienza e il desiderio di non perdersi.

Spesso venati di malinconia, i libri di Catherine Dunne hanno da sempre il loro punto di forza nelle dinamiche relazionali ma in questo caso il risultato è una prova minore, che convince e coinvolge meno di altri romanzi.
La narrazione è inizialmente penalizzata da un’alternanza confusa tra passato e presente: anticipa personaggi e situazioni che verranno chiarite solo in un secondo momento, passa dal racconto in terza persona a quello in soggettiva attraverso le mail recenti che si scambiano le due sorelle e la voce della sola Melina.
Le motivazioni per cui Melina si è allontanata saranno rivelate solo nelle ultime pagine ed aprono ad un finale possibilista, percepito come soluzione sbrigativa e poco coerente col personaggio. Non convince la repentinità adolescenziale con cui il colpo di fulmine si traduce in colpo di testa, specie in un’indole forgiata da quarant’anni di riflessività, tanto più considerando le delicate implicazioni.

Altro leitmotiv che torna al pari della luce che cade è il concetto che nei rapporti umani nulla sia semplice come talvolta appare e nasconda spesso zone d’ombra che non si percepiscono con subitanea facilità.
Allo stesso modo i singoli membri del corpo familiare non sono necessariamente sempre forti o sempre fragili, la vita per tutti ha in serbo dei momenti di buio e di luce e a turno i ruoli e responsabilità vengono assunti da chi in quel momento può farsene carico. Fin qui tutto bene ma l’autrice si spinge oltre, non è solo una questione di supporto reciproco: qualsiasi scelta etica, qualsiasi errore è perdonato per diritto di nascita.
A questo serve la famiglia, sembra dirci Catherine Dunne, i legami di sangue vengono prima di tutto.

Sarà ma, prescindendo per un momento dal romanzo e dai suoi protagonisti e spostando la riflessione in un ambito più generale, il sangue ha davvero pari dignità delle azioni?
Per dirla con un detto popolare, ogni scarrafone sarà anche bell’a mamma soja ma lo spirito critico -per non parlare dell’etica- viene davvero espulso insieme alla placenta?

Viv

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