Le nostre anime di notte

Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NN Editore

“Le nostre anime di notte” è il romanzo con cui Haruf ha scelto di staccarsi dalla vita e dalla consuetudine coniugale che lo legava alla moglie Cathy.
Ormai gravemente malato l’ha scritto in una manciata di settimane senza attardarsi in operazioni di limatura ma, lo dico subito a scanso di equivoci, la sua è una penna che all’occorrenza può farne a meno.
Non si tratta di un racconto autobiografico ma, come ha raccontato la moglie, i coniugi Haruf concludevano le loro giornate chiacchierando tra loro prima di addormentarsi e Louis e Addie, i protagonisti di questo breve romanzo, incarnano quella stessa idea positiva di coppia che trova nel dialogo, ma non solo in quello, il terreno fertile dell’amore.

Louis e Addie sono vicini di casa, vedovi e ormai entrambi sopra la settantina. Non sono mai stati più che conoscenti ma si sono sempre stimati e forse è proprio per l’assenza di precedenti oltre che per la simpatia reciproca che Addie bussa alla porta di Louis con una proposta inusuale.

Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. (…)
Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene nel letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non pensi?

Sul piatto Haruf mette la solitudine, il bisogno di comunicare, il desiderio di avere qualcuno che abbia voglia di ascoltarci, sostenerci e dare una possibilità a un sentimento che vada oltre l’amicizia.

Questo faranno Addie e Louis, incuranti delle chiacchiere che girano sul loro conto -del resto siamo sempre a Holt che pur se immaginaria resta un paesino nella provincia del Colorado- per lo meno fino a quando non sarà il ricatto affettivo di uno dei figli a separarli, seppure solo fisicamente.

Degli altri romanzi sono stata attenta a rivelare il meno possibile, qui a maggior ragione dovrei fermarmi a qualche briciola perché la trama è esile, il romanzo breve, eppure rischio di attardarmi maggiormente perché è proprio nel finale che mi è parso di incontrare il lascito di Haruf alla moglie: quel legame che nulla può spezzare e prosegue a distanza anche quando non è più possibile incontrarsi, perché chi ha un’affinità elettiva con un altro essere umano la conserva e la coltiva anche nell’assenza fisica di chi non è più.

Se “Benedizione” racconta l’addio tingendolo di nostalgia e di rimpianto, “Le nostre anime di notte” è il saluto pacato di chi si avvicina alla morte con serenità e con la consapevolezza di non lasciare qualcosa di non detto, almeno tra le due persone che contano maggiormente l’una per l’altra.
Altri dettagli sottolineano quanto questo sia un romanzo di commiato ma almeno questi lascerò che li scopriate da soli.

E poi su tutto c’è la prosa di Haruf, essenziale eppure così chirurgica con quei dialoghi asciutti e senza interpunzione che sono parte del tutto e la capacità di raccontare con profondità i dettagli insignificanti del quotidiano, gli affetti e la banalità del bene con personaggi imperfetti, cui dedica le sfaccettature che meritano le pietre preziose.

Le altre recensioni della trilogia della pianura le trovate sul blog nella sezione dedicata ai libri.

Viv

Benedizione

Kent Haruf, Benedizione, NNEdizioni

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Terzo di una trilogia, “Benedizione” segue “Il canto della pianura” –qui la recensione- e “Crepuscolo”, la cui versione italiana è attesa a breve.
Lo scenario è lo stesso, i protagonisti, salvo richiami incidentali e del tutto ininfluenti sulla narrazione, non hanno legame alcuno con chi li ha preceduti tuttavia un lettore che abbia amato “Il canto della pianura” si sentirà a casa dopo poche pagine.
Indipendentemente da quanto la sua esperienza possa avergli reso familiare un’anonima e polverosa cittadina del Colorado, guarderà dalla finestra che si affaccia verso il cortile interno con lo stesso sguardo affamato di pacificazione con cui Dad Lewis si attarda sui suoi ultimi giorni di vita.
In questa attesa gli sono vicine alcune delle persone che ha più amato, la moglie Mary e la figlia Lorraine, i dipendenti della ferramenta che ha gestito per anni e alcuni membri della piccola comunità.

Haruf sgrana i giorni come un rosario di rimpianti, sensi di colpa mai placati, assenze che hanno lasciato vuoti incolmabili. Sull’immagine moralmente inattaccabile di Dad Lewis, apre una breccia di umana inadeguatezza, in cui anche il rigore della giustizia può essere un fardello greve di rimorsi.
Date le premesse sarebbe lecito aspettarsi un romanzo dalle atmosfere cupe, ma non è affatto così. La prosa essenziale, le atmosfere sospese, la dignità schiva dei personaggi, tutto concorre a costruire una tranche de vie che ha il sapore pacato della normalità, in un graduale, lieve, commiato che tocca i volti e i luoghi di una vita intera.
La benedizione arriva attraverso l’affetto della moglie, la dedizione della figlia, il fantasma di un figlio assente e le corse in bici di una bimba nel fiore degli anni.

Vuoi che resti io con papà? Puoi dormire in camera mia.
No. Voglio stare qui con lui.
Non sei spaventata?
Perchè? No. È mio marito. Sono stata con quest’uomo la maggior parte della mia vita. Più di mezzo secolo. Lo conosco meglio di quanto conosca chiunque altro al mondo.
Ma non sei spaventata di stare qui ora.
No, tesoro. Non c’è nulla che mi impaurisce qui. Può spaventarmi il futuro non certo l’uomo che c’è in questa stanza. 

Viv