Avviso di chiamata

Delia Ephron, Avviso di chiamata, Fazi

Sembra un’era geologica fa ma, prima dei vocali da dieci minuti, era l’avviso di chiamata a dettare i tempi delle conversazioni telefoniche.   

Forse ricordate questo titolo perché, una ventina di anni fa, da questo romanzo fu tratto un film non memorabile con Meg Ryan, Walter Matthau e Diane Keaton, che firma anche la regia. 
I toni della pellicola sono quelli della commedia drammatica all’americana che alterna risate, lacrime e stereotipi, il romanzo è superiore senza grandi sforzi, con una cupezza di fondo che prevale sugli aspetti umoristici. 

Tre sorelle adulte si trovano a dover gestire il padre, ormai affetto da demenza senile, palleggiandosi incombenze pratiche, assistenza e ricoveri.
Ingovernabile da anni, a partire dall’abbandono della moglie Lou ha cominciato a bere, con periodi di depressione, un’eccessiva propensione alle lacrime e una certa compiaciuta cattiveria. Non tiene conto di quello che dice e di come lo dice, del tutto noncurante che le sue preferenze tra una figlia e l’altra provochino inevitabili frizioni tra le dirette interessate. 

La madre dal canto suo si è tolta di mezzo con un pizzico -meglio sarebbe dire una bella manciata- di sano egoismo, lasciando la patata bollente alle figlie in particolare a Eve, figlia di mezzo e voce narrante, sulla quale per carattere e disponibilità ricadono gli oneri maggiori. 
Quarantenne, organizzatrice di eventi e sposata a un marito poco supportivo che le lascia volentieri la gestione della casa e del figlio adolescente, Eve è schiacciata dalla personalità debordante di una sorella maggiore in carriera di cui il padre non cessa mai di tessere le lodi e dai capricci adolescenziali di una sorella minore inconcludente che si attarda nel ruolo. 

Georgia camminava come se la strada fosse sua, Maddy ci camminava senza neppure farci caso. Io tendevo a guardare bene dove mettevo i piedi, cercando di avanzare  senza dare troppo disturbo a nessuno.

Eve, da buona nevrotica, vive sospesa tra ansia e senso di colpa, nell’attesa di ricevere dalla casa di ricovero la comunicazione che il padre è deceduto. Nel frattempo, a ogni nuova deriva paterna segue tra le sorelle una catena di concitati scambi telefonici più o meno collaborativi, tra assegnazione dei compiti, scuse per sottrarvisi e recriminazioni su chi abbia fatto cosa in passato.

Tra noi sorelle va sempre così. Ore attaccate al telefono, vite aggrovigliate, ma quando ci ritroviamo davvero faccia a facciali tratteniamo. Mio padre può scoppiare a piangere facilmente. E’ sdolcinato. Ma noi abbiamo preso da nostra madre. Non siamo tipi da smancerie. 

Alle chiamate tra sorelle si aggiungono il carico da novanta di quelle del padre che si ripete ossessivamente, grida, lascia messaggi e chiama Eve credendo di chiamare Georgia o Maddy.

Romanzo onesto, in parte autobiografico, che non pretende di dare giudizi e non si nasconde dietro al perbenismo di sentimenti edulcorati. Non l’ho amato molto -se volete leggere Delia Ephron vi consiglio con molta più convinzione “Siracusa” di cui parlo qui– ma al di là della malinconia di fondo la chiusura strappa un sorriso e vira inequivocabilmente sulla commedia. La vita continua. 

Viv