Un ragazzo d’oro

Eli Gottlieb, Un ragazzo d’oro, minimum fax

Si avvicina il 2 aprile, giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo e, visto che quest’anno si sovrappone alla Pasquetta, dribblo le gite fuori porta celebrandola in anticipo con un paio di letture mirate e comincio con “Un ragazzo d’oro” di Eli Gottlieb.

Il ragazzo d’oro è Todd Aaron lungo degente al Payton LivingCenter, una comunità per autistici e disabili mentali dove lo accompagnò la mamma quando aveva undici anni, in un giorno di pioggia.
La pioggia che cadde quel giorno adesso ha quarantuno anni ma ogni volta che piove è come se un po’ di quella pioggia stesse ancora cadendo, cade ancora.

Todd dunque ha superato i cinquant’anni ormai ed è l’ospite più anziano di tutto il Centro. Non è un residente ad alto funzionamento ma col tempo ha raggiunto una discreta autonomia: vive con un coinquilino in una delle villette per gli ospiti sotto lo sguardo vigile degli assistenti, prende diligentemente le sue medicine e le sue giornate sono scandite dai piccoli compiti che gli vengono assegnati.
Negli anni i genitori sono venuti a mancare ed è il fratello Nate che da una distanza di mille chilometri si prende cura di lui, rinfacciando spese e fatica, dimentico delle prevaricazioni che infliggeva per gelosia a quel fratello strano e ingombrante che il padre violento non si faceva scrupolo di picchiare e che la mamma amava con la tenerezza di un amore senza riserve, quell’amore dalla tessitura speciale che le madri hanno per i figli più vulnerabili.

A Payton Todd è sempre stato felice, almeno fino all’arrivo di un nuovo operatore che gli ricorda il padre e gli incute una grande paura per quei modi melliflui e quel cameratismo condiscendente e minaccioso. A questo punto Todd comincia a pensare ossessivamente all’idea di tornare a casa.

Il ritmo del romanzo si allinea ai tempi di Todd, non ci sono colpi di scena ma il privilegio di sperimentare immersivamente i pensieri di un uomo-bambino che non guarda la televisione perché va troppo veloce e sembra che dentro si conoscano tutti tra di loro, che ama gli abbracci fortissimi che costruiscono attorno un muro ma non capisce il significato delle strette di mano e non vuole che gli si tocchino i capelli.
Intenerisce per la sua ingenuità che non conosce rancore e sfinisce per la sua testardaggine.
Todd ci accompagna nel suo mondo, con il suo linguaggio. Traduce le emozioni con la cruda immediatezza dei bambini e talvolta con la stessa poesia, attraverso di lui viviamo le lotte interiori e i piccoli escamotage con cui nel tempo ha imparato a gestire ciò da cui si sente minacciato.
E mentre leggiamo ci scopriamo a sperare nel lieto fine a tutti i costi perché non potremmo sopportare di non saperlo finalmente al sicuro.

Viv

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Un’onda blu per l’Autismo

Sapevate che il 2 aprile è la Giornata di consapevolezza sull’Autismo?
Io l’ho scoperto grazie a Milena che mi ha invitato ad aderire alla settimana per l’autismo pubblicando qualcosa di #blu tra il 27 marzo e il 3 aprile.

Di autismo mi è già capitato di parlare sul blog consigliando il romanzo di Matthew Dicks “L’amico immaginario” ma non ne ho una conoscenza diretta e approfondita anche perché è un disturbo piuttosto complesso che si manifesta con infinite combinazioni che coinvolgono la sfera verbale, le relazioni interpersonali e la capacità di interazione con gli stimoli esterni.

Curiosando in rete ho scoperto che alcune catene di supermercati inglesi stanno sperimentando un programma autism friendly, che prevede un’ora a bassi stimoli sensoriali per agevolare gli acquisti delle famiglie con bambini autistici che sono sopraffatti dal sovraccarico sensoriale prodotto da luci, rumori e affollamento.
La settimana dell’autismo è un invito a creare informazione poiché la conoscenza e la familiarità abbattono i muri, generano empatia e semplificano i problemi.

Faccio mio l’invito di Milena e ve lo giro.
Mi piacerebbe che durante quella settimana la rete si riempisse di post #blu -una foto, una ricetta, una creazione handmade- con un piccolo richiamo all’idea a cui fa capo la scelta di quel colore.
Accendiamo i nostri riflettori e aiutiamo a diffondere la cultura dell’inclusione partendo dalla conoscenza di ciò che ci disorienta perché fuori dal nostro ordinario.

Segnatevi la data sul calendario: aspetto le vostre idee blu nella settimana tra il 27 marzo e il 3 aprile e comincio a preparare le mie.

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Viv

L’amico immaginario

Matthew Dicks, L’amico immaginario, Giunti

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Avete mai avuto un amico immaginario? Un compagno invisibile che condividesse i momenti di gioco e di malinconia?
Budo da cinque anni è l’amico di Max, un tempo lunghissimo per un amico immaginario.
Max, del resto, non è solo un bambino di otto anni con un amico immaginario, è un bambino autistico che si trova in difficoltà di fronte ad ogni evento inusuale e non programmato, che fatica a relazionarsi con gli adulti e con i coetanei, che si trova spiazzato di fronte ad una battuta ironica, che “non riesce a vedere le cose grandi per colpa di tutte le cose piccole che gli passano continuamente davanti agli occhi”.
Il mondo lo confonde ma proprio per questo motivo Max è un bambino speciale perché “devi essere la persona più coraggiosa del mondo per uscire di casa ogni giorno ed essere te stesso, quando a nessuno piace quello che sei”.

Nel mondo di Budo, che è la voce narrante di questa storia, gravitano adulti, bambini ed amici immaginari che interagiscono in una dimensione tutta loro secondo le modalità pensate dai reciproci immaginanti.
Max, per esempio, è un bambino creativo, pieno di fantasia, e ha immaginato Budo con una grande ricchezza di particolari ma non tutti gli amici immaginari sono altrettanto fortunati e spesso sono creature incomplete ed approssimative sia dal punto di vista fisico che psicologico.
Va da sé che l’esistenza di Budo dipende esclusivamente dal fatto che Max continui a credere in lui ma quando Max viene rapito Budo rischierà il tutto per tutto per aiutarlo a tornare dai genitori, spingendolo a credere innanzitutto in se stesso.

Secondo alcuni troppo semplicistico per un pubblico adulto e troppo complesso per un piccolo lettore.
Indubbiamente non una favola per bambini, ma senza dubbio una favola dai buoni sentimenti che, senza voler essere un attestato scientifico, racconta il mondo dei bambini autistici, ma non solo, e guarda il mondo degli adulti da una prospettiva che oscilla tra l’ingenuità dell’infanzia e il disincanto di chi, come Budo, bambino non è.
L’ultima manciata di pagine vira verso un epilogo un tantino stucchevole ma, se le lacrimucce finali sono posticce, l’amicizia tra Max e Budo è tutt’altro che immaginaria ed è anzi caratterizzata da una dolcissima concretezza.
L’autore si approccia all’universo di Max con amore e rispetto senza giudicare ciò che è difficile capire perché diverso da quello che ci suggerisce la normalità.
Una lettura consigliabile anche agli adolescenti.

Viv