Eugenia

Lionel Duroy, Eugenia, Fazi

Mi aggrappo al dolore perché non posso sopportare l’idea di dimenticare questi anni per me così indissolubilmente legati a Mihail. Dimenticare la nostra disumanità, con la scusa che la Storia si è improvvisamente rovesciata e che di sicuro non succederà più. Non succederà più che uccideremo gli ebrei solo perché sono ebrei, gli zingari solo perché sono zingari, e così via. Vorrei tanto crederci ma sono cose davvero successe, e sotto i nostri occhi. 

Il caso mi ha guidata verso questo romanzo che riprende la tematica dell’usurpatore ebraico che avevo appena incontrato inseguendo i netsuke della famiglia Ephrussi (vedi “Un’eredità di avorio e ambra”). 

Chi parla è Eugenia, cresciuta all’ombra del pregiudizio antisemita in una famiglia di commercianti di vino a Iasi in Romania. È la sua voce di studentessa, giornalista e infine membro della resistenza che guida il lettore nel decennio tra il 1935 e il 1945.
Filtrando la storia d’Europa e l’ascesa tentacolare del regime nazista attraverso la storia interna della nazione rumena, Jana documenta l’insofferenza verso gli ebrei, il clima di incertezza che precede la guerra -con la Romania in bilico tra vecchie e nuove alleanze- le ambiguità politiche del regime, le violenze, il colpo di stato, la dittatura, i pogrom del ‘41. 

Anche in Romania, come nel resto d’Europa, erano numerosi gli ebrei, spesso in posizioni prestigiose. 
Infatti, come conseguenza di una politica discriminatoria che proibiva loro di possedere delle terre in un’economia essenzialmente agricola, gli ebrei si erano specializzati in quelle professioni che richiedevano studio e conoscenze approfondite. Erano per lo più medici, farmacisti, giuristi, tipografi, orologiai, professori universitari anche se, come e ovvio, non tutti gli ebrei erano ricchi e influenti. 
Molti di loro avevano combattuto in difesa del territorio durante la Prima Guerra Mondiale ed erano di fatto cittadini rumeni a tutti gli effetti, naturalizzati dietro pressione della Francia dopo la fine del conflitto e legati alla patria da un sentimento di appartenenza nato nella più tenera infanzia. 
Mihail Sebastian -il Mihail che Eugenia cita nelle righe che ho riportato- è uno di loro ed è il punto di congiunzione tra la vicenda romanzata e la vita reale. Intellettuale e giurista ebreo di nazionalità rumena, autore di un libro sulle origini dell’antisemitismo (“Da duemila anni”, edito da Fazi) morì accidentalmente nel 1945 dopo essere sopravvissuto alle persecuzioni e alla guerra. 

Il romanzo inizia con la telefonata con cui Eugenia apprende la notizia della sua morte.
Da lì, appoggiandosi ai suoi ricordi e ai diari di Mihail, ripercorre i dieci anni precedenti a partire dal loro primo incontro durante una conferenza universitaria in cui Mihail, invitato a parlare del suo libro, era stato vittima di un pestaggio da parte delle camicie verdi della Guardia di Ferro. 
Le parole di Mihail segnano il momento dell’agnizione per Jana che, affascinata dall’uomo e dallo scrittore, si allontana progressivamente dalla famiglia, in particolar modo dal fratello maggiore Stefan che milita tra i legionari della Guardia, rinnegando l’educazione improntata alla diffidenza verso l’ebreo che aveva accettato in modo acritico fino ad allora.  
In parallelo, insieme alla consapevolezza filosofica, si radica in lei un sentimento che la porterà ad inseguire per anni l’amore di quest’uomo più grande di lei, di cui diviene l’amante senza esserne mai pienamente corrisposta. 
Il cuore di Michael infatti è diviso tra Leny, attrice volubile e attraente a cui si ispirano i personaggi femminili delle sue pièce teatrali e la scrittura, l’unico spazio interiore in cui il suo animo tormentato trova rifugio agli orrori. 

Come Mihail anche Eugenia ha il culto della memoria e registra orrori lontani nel tempo con una vividezza che ci fa sentire parte in causa. E lo siamo, perché schierarsi è inevitabile quando sono in gioco diritti inalienabili. 
Quello che colpisce in questo romanzo è l’attualità degli scontri verbali tra ideologie contrapposte, il fatto che conversazioni come quelle che Jana ha col fratello, con i genitori o con gli intellettuali del suo tempo, potrebbero essere trasposte ai nostri giorni senza cambiare neppure le virgole. E forse proprio per questo trasmettono inalterato lo stesso sentimento di incredulità, rabbia e impotenza di fronte all’egoismo gretto e alla chiusura mentale di chi non riesce ad andare oltre il suo personale interesse e i confini ristrettì del suo mondo domestico. 

In un colloquio con il fratello, che prosegue la sua carriera tra i leader del movimento nazionalista, questi cerca di indurla ad abbracciare una rivoluzione economica e culturale basata sulla “preferenza nazionale”  che tristemente riecheggia con estrema attualità i proclami della politica meno illuminata. 

Prima i romeni -rivendica- e solo dopo gli stranieri e gli ebrei, se mai un giorno ci saranno i mezzi per  accoglierne qualcuno.

Lo straniero non è il benvenuto, deve andarsene con le buone o con le cattive. Su queste premesse si fondano tutte le altre ingiustizie, le leggi discriminatorie per impedire loro di svolgere attività lavorative, gli abusi, gli espropri e, per venire a concetti più vicini a noi, la negazione all’accoglienza e allo ius soli. 
Per conto mio credo sia tempo di allargare il concetto di patria a estensioni geografiche più ampie e, personalmente, spero di poter morire con un passaporto europeo in tasca, nel frattempo vi consiglio letture come queste che aiutano a raggiungere la consapevolezza di cui Eugenia si fa portavoce. 

Viv