Nome d’arte Doris Brilli

Andrea Vitali, Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadó, Garzanti

Andrea Vitali, non che abbia bisogno di presentazioni, da quasi un trentennio porta alla ribalta la provincia italiana, quella in particolare che si affaccia sulle sponde lecchesi del lago di Como, in una finestra temporale che spazia dagli anni Venti agli anni Sessanta.
Vanta ormai, come è logico, uno zoccolo di fedeli lettori che ne conoscono l’opera omnia e condividono per lo più due linee di pensiero: da un lato un’entusiastica attribuzione di stelline a prescindere, che trova ragione in quella rassicurante atmosfera di familiarità che spinge taluni a tornare anno dopo anno nella medesima località di villeggiatura, dall’altra un timido lamentare trame ormai stanche, prive della vivacità di intreccio dei primi romanzi.

Certo, essendo scrittore dalla penna generosa, è inevitabile che alcuni romanzi finiscano con l’essere più riusciti di altri ma, proprio a fronte di trame che talora non brillano per colpi di scena, io trovo confortante la capacità di costruire una storia armoniosa intorno ad una tabacchiera che passa di mano lasciando dietro di sé un’esile scia di indizi. Come in questo caso, in cui si raccontano i primi mesi a Bellano del maresciallo Ernesto Maccadò, personaggio che i lettori più affezionati ricorderanno di aver già incontrato in numerosi romanzi.

Fresco di nomina dalla Calabria, Maccadó muove i primi passi in questa nuova realtà umana e geografica e, mentre scruta ansiosamente il cielo in attesa di un raggio di sole che riporti il sorriso sul volto della giovane sposina che soffre l’umidità lacustre, risolve il primo di tanti piccoli misteri.
Intorno a lui la coralità del paesello: il borioso vicedirettore del cotonificio Delmerio Passanò che tenta in ogni modo di accasare la figlia Giannetta, la perpetua, il sacrestano trafficone e, non ultima, Desolina Berilli in arte Doris Brilli, ricamatrice e cantante con un piccolo segretuccio con cui i genitori non riescono proprio a far pace.

Il racconto si dispiega per una buona metà senza chiarire il nocciolo del contendere ma proprio questo divagare mi ha fatto riflettere su quanto scrivevo qualche riga fa: l’azione del raccontare è la vera protagonista di questi romanzi. Certo, a intrecci più ispirati corrispondono romanzi complessivamente più memorabili, ma il viaggio vale comunque il prezzo del biglietto.

Altre recensioni su Andrea Vitali qui, qui e qui.

Viv

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Bello, elegante e con la fede al dito

Andrea Vitali, Bello, elegante e con la fede al dito, Garzanti

Riposante, prevedibile. Per chi, come me, a distanze quasi predefinite, finisce per pescare nel mucchio un romanzo di Andrea Vitali è quasi un ritorno a casa.

Dalla copertina ci sorride un uomo di mezza età in giacca e cravatta, immortalato in una foto posata a mezzo busto e con una pettinatura che da sola ci riporta per direttissima agli anni Sessanta.
Possiamo a pieno titolo figurarci che si tratti del dottor Adalberto Casteggi, professionista in carriera con uno studio oculistico ben avviato nel capoluogo. Innamorato dei panorami lacustri si è reso felicemente disponibile a sostituire un collega prossimo alla pensione presso l’ospedale di Bellano e, per godere appieno dei due giorni di trasferta settimanale, ha affittato un delizioso appartamentino vista lago. Incantato parimenti dalle seducenti scollature della titolare della profumeria locale ha preso a frequentare Rosa Pescegalli, caratterino deciso, un gran bel personale e nessun legame sentimentale, a parte il Casteggi ovviamente, che da parte sua però sfoggia una fede d’oro all’anulare sinistro.
E qui un lettore avveduto avrà già compreso che il sorriso sornione del bel Casteggi ha le ore contate.

La trama è piuttosto semplice, costruita intorno alle vicende sentimentali del presente e ad un ampio flash back che ci racconta i trascorsi amorosi di Rosa e il perchè sia diventata tanto diffidente nei confronti degli uomini. Come spesso accade nei romanzi di Andrea Vitali il piacere della lettura non è tanto negli intrecci quanto nelle atmosfere della provincia lombarda vista lago, nelle interazioni tra i personaggi, nella freschezza di una prosa dai dialoghi schietti, quasi colloquiali, che pescano qua e là nel gergo dialettale senza risultare mai incomprensibili. Qualche pennellata di colore e i caratteri si delineano e prendono vita muovendosi nella storia come attori consumati.
Perfetto per quando si ha voglia di farsi raccontare una bella storia come se si stesse ad occhi chiusi.

Se non conoscete Vitali vi rimando ad una recensione precedente in cui ho dato maggiore spazio a considerazioni più generali sull’autore.

Viv

La ruga del cretino

Andrea Vitali & Massimo Picozzi, La ruga del cretino, Garzanti

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Romanzo corale, come nella tradizione dell’autore, che si snoda per capitoletti brevi o brevissimi che saltabeccano da un personaggio all’altro e si chiudono invariabilmente lasciando in sospeso l’azione.
Il racconto si trastulla con piccoli dettagli, descritti nella prosa gradevole cui l’autore ha abituato i suoi lettori, e bisogna aspettare ben oltre la metà prima che la trama prenda consistenza e si coaguli intorno al nodo centrale.

1893. Nel torinese vengono rinvenuti i corpi senza vita di due donne con un misterioso biglietto in una tasca, lo stesso che Cesare Lombroso, il chiacchierato pioniere dell’antropologia criminale, ha ricevuto per posta in forma anonima.
Nel tentativo di sbrogliare la matassa Lombroso si affida al talento medianico di Eusapia Palladino -altro personaggio storico- e si reca sulle rive del lago di Bellano. Lì, nelle stanze di villa Alba confluiscono per una seduta spiritica una serie di personaggi che l’autore ha introdotto nel corso della vicenda, in primis la Birce, raccomandata in qualità di domestica dal rettore del santuario di Lezzeno, giovane dal comportamento assente incline allo spiritismo.

Il finale lascia spazio per un sequel che potrebbe riproporre il sodalizio Vitali-Picozzi. Difficile stabilire quanto l’influenza del criminologo abbia pesato sulla prosa del medico bellanese ma se da un lato il romanzo si arricchisce di un insolito tocco noir, d’altro canto gli espedienti letterari e la frammentazione del testo smorzano l’abituale fluida spontaneità della prosa e quella sensazione di piacevole gratificazione che solitamente abita il lettore dopo l’ultima pagina.

Viv

Le zitelle, la menta e il lago di Andrea Vitali

Nei romanzi di Andrea Vitali mi ci accomodo come in una vecchia poltrona, ne riconosco gli odori, il chiacchiericcio, mi confondo per le vie di Bellano e mi lascio cullare dal racconto come dalla più perfetta delle favole della buonanotte.

Dopo pochi giorni la trama dissolve come la nebbia del lago su cui si affaccia il paesello ma raramente ho chiuso l’ultima pagina storcendo la bocca, giacché quello che mi aspetto, con le gradazioni del caso, è quello che trovo.
Con gli ultimi sfioro ormai la decina ed ogni volta gli eccentrici abitanti di Bellano mi riaprono le loro case e mi accolgono alla loro tavola senza che la pagina pretenda la mia massima attenzione.

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Vitali è un narratore abile e scaltro che mette al servizio del lettore una grande facilità di scrittura ed uno sguardo curioso sulla realtà, appassionando a vicende di banale quotidianità e supportando l’illusione di sentirsi parte di una comunità, nell’insieme piuttosto chiusa, da osservatori privilegiati.
Qualche anno fa lo ascoltai durante una serata di letture, accompagnato dal gruppo musicale dei Sulutumana, scoprendo in lui anche un piacevole intrattenitore col gusto dell’aneddoto.

Le storie che racconta affondano le radici nella provincia italiana di qualche decennio fa, quando la quotidianità gravitava intorno agli uffici comunali, al bar, alla sede del partito, giacché spesso -ma non solo- l’ambientazione abbraccia il ventennio fascista.
Viene descritta una realtà d’altri tempi, chiusa nella propria identità territoriale, in cui le notizie correvano veloci e la figura del parroco e del medico di famiglia -attività che Vitali svolge in quel di Bellano, ridente paesino del lecchese- avevano un ruolo centrale nel risolvere le piccole grandi problematiche della comunità.

Romanzi corposi o brevissimi, con un approccio quasi sempre corale dove i personaggi hanno nomi non convenzionali che vestono le loro personalità e si esprimono con il linguaggio colorito del popolo.
Trame articolate come in “Almeno il cappello” in cui l’intera comunità è alle prese con la costituzione della banda musicale o esilissime come in “Zia Antonia sapeva di menta” dove l’intreccio si esaurisce intorno alla figura di un’anziana ospite della casa di riposo e del suo misterioso conto in banca.
Non tutti i romanzi sono ugualmente trascinanti -dei tre appena letti il più debole è, a mio avviso, “Il meccanico Landru”- e la prolificità dell’autore non sempre depone a favore, ma la bravura di Vitali sta nella indiscutibile capacità di dare colore anche a racconti di estrema semplicità, sorridendo delle debolezze, dei vizi e delle virtù dei suoi personaggi, anche quando si tratta di figure di mero contorno, come nel caso della “perpetua” che vigila sulla canonica e accoglie ogni scampanio come un’intrusione inopportuna, con l’unica preoccupazione che il pranzo non si freddi.
Non aspettiamoci il classico lieto fine ma piuttosto una chiusura che, spesso ironicamente, con una sorta di giustizia trasversale, mette ordine nelle piccole meschinità di ciascuno.

Qualche giorno fa lessi una frase in cui si citavano i libri di Vitali come perfetta alternanza alla verbosità di Philip Roth. Ne ho sorriso perché è esattamente quello che è capitato a me nelle ultime settimane.

Viv