Amy e Isabelle

Elizabeth Strout, Amy e Isabelle, Fazi

Mi ero dimenticata quanto scriva bene Elizabeth Strout.
“Amy e Isabelle” è il suo primo romanzo e precede di una decina d’anni il Pulitzer (di cui potete leggere qui). 
Ne ho letto qualche riga, giusto per annusare la storia e in men che non si dica mi sono ritrovata immersa nella calura soffocante di un’estate americana degli anni Sessanta mentre tra madre e figlia si consuma un dramma privato che ha stravolto di punto in bianco il loro rapporto. 

Amy e Isabelle vivono da sempre a Shirley Falls, in una casetta in affitto dalle pareti troppo sottili. Il loro è un legame intenso e imperfetto, come lo sono tutti i rapporti madre-figlia. 
Isabelle è una madre single, con un passato nascosto e una corazza di irreprensibilità a mascherarne le paure. Segretaria impeccabile in una fabbrica di scarpe, schiva e un tantino scialba ha una cotta idealizzata per il capufficio e non ha rapporti di amicizia significativi con le colleghe con le quali si comporta in modo equidistante. 
Con la figlia ha un atteggiamento improntato alla severità, senza troppe smancerie, ma Amy, nel bene e nel male, è il centro del suo universo e su di lei proietta tutte le sue speranze. 
Per certi versi Amy le somiglia: è una sedicenne riservata che sembra aver ereditato in parte l’insicurezza materna ma fisicamente è un’adolescente in boccio tutt’altro che insignificante, con una chioma bionda che attira gli sguardi, specie quelli del supplente di matematica. 
E quando questi inizia a lusingare la sua femminilità acerba, Amy comincia a mentire alla madre per attardarsi oltre l’orario scolastico. 

Nelle primissime pagine le incontriamo oppresse dal peso quasi fisico della vicinanza reciproca, impegnate a minimizzare le interazioni e i contatti visivi in una sorta di glaciale coreografia ma è nella seconda metà del romanzo -quando i piani narrativi si allineano e la narrazione ha colmato i vuoti- che il racconto prosegue con una straordinaria potenza emotiva e percepiamo a tutto tondo la portata della deflagrazione affettiva.

Amy ed Isabelle attraversano quel delicato momento di passaggio in cui una figlia comincia a prendere consapevolezza di sé al di fuori dell’alveo materno in un impietoso giudizio delle carenze materne. 

(…) pensò che quella casa assomigliava a sua madre, piccola e pallida, e che le tendine bianche alle finestre della cucina avevano l’aria contrita, come se chiedessero scusa per aver fallito nel loro intento: quello di apparire allegre, intime, pulite. (…) Questo era stato il suo segreto, per anni: avrebbe voluto una madre diversa. 

D’altro canto la Strout riesce a mettere a nudo con grande intensità il sentimento di disagio e di inadeguatezza intellettuale che Isabelle sperimenta nei confronti della figlia, la sua mortificazione di fronte alla delicatezza impacciata con cui Amy la corregge per non metterla in imbarazzo. 

Ecco una nuova cosa di cui aver paura: la pietà di sua figlia per la sua ignoranza. 

Ed Isabelle di paure ne ha sempre avute tante mentre cresceva da sola questa figlia che rappresenta il riscatto dei suoi errori di gioventù. Le sue lotte interiori, i suoi dubbi, i suoi sensi di colpa sono quelli di tutte le madri e non esiste modo, né mai ce lo suggerisce la Strout, di prendere posizione per l’una o per l’altra.
Infatti, se è vero che Amy paga un prezzo all’isolamento nel quale ha sempre vissuto e all’assenza della figura paterna, il resto lo deve all’ingenuità dei suoi pochi anni.

Un romanzo tutto al femminile in cui vi è una netta sproporzione, soprattutto sul piano morale, tra uomini e donne. Madre e figlia non sono le uniche figure femminili tridimensionali -penso all’amicizia tra Fat Bev e Dottie e a quanto calore riescono a portare nella vita di Isabelle- mentre gli uomini, nessuno escluso, sono personaggi rapaci, egoisti, pusillanimi, nella migliore delle ipotesi succubi e privi di personalità. 

Eppure, malgrado dietro le tendine delle case e la facciata borghese del vicino si annidino dispiaceri che solo i diretti interessati conoscono, Shirley Falls è un luogo dove ciascuno fa del proprio meglio affrontando i problemi un giorno alla volta.
Del resto, se bisogna dare retta alla saggezza popolare, l’unico modo per mangiare un elefante è un boccone per volta. 

L’ho già detto che la Strout scrive benissimo? 

Viv





 

 

Le mezze verità

Elizabeth Jane Howard, Le mezze verità, Fazi 

Lo scrittore irlandese William Trevor, contemporaneo della Howard, a proposito de “Le mezze verità” scelse di sottolinearne il delizioso senso dell’umorismo, frase che aveva ingannevolmente acceso in me aspettative piuttosto distanti dalla sostanziale cupezza di questo romanzo. 

Il luogo di aggregazione psicologica dei personaggi è Monk’s Close, una grande villa dall’architettura pesante e sgraziata piena di stanze buie e mal riscaldate. Lontanissima dal concetto inglese di home tanto quanto chi la abita lo è da quello di famiglia, all’inizio del romanzo ospita un nucleo allargato nato dall’unione di una vedova di guerra con due figli grandi e di un colonnello in pensione con una figlia in procinto di sposarsi.  

L’unico ad amare quella brutta magione gelida è il Colonnello Herbert, che l’ha fortemente voluta forzando all’acquisto la moglie, che ne è di fatto la proprietaria legale. Il possesso di Monk’s Close rappresenta, come si vedrà, una vera e propria ossessione per il Colonnello e intorno a quel desiderio ruota l’elemento noir del racconto.  

I personaggi sono colti nel presente di un’esistenza affaticata dai tentativi di fuga verso una serenità che gli si sottrae di volta in volta. 

May, vedova con due figli ormai adulti, ha cercato la soluzione in un nuovo matrimonio per non essere di peso ai figli ormai adulti ma ben presto si è resa conto dei limiti della sua scelta. Il suo è il personaggio più affaticato e psicologicamente fragile; non casualmente troverà confuso conforto in una setta, accettando di comprare col denaro un luogo in cui sentirsi accolta senza riserve. 

Elizabeth, la figlia minore, è una ragazza di buon carattere, ingenua e sentimentale molto legata al fratello Oliver, un simpatico e brillante giovane, poco incline alla fatica, che ambirebbe a vivere delle sue passioni senza per altro avere chiaro quali siano esattamente. Entrambi i figli di May dopo le nozze della sorellastra si allontanano da Monk’s Close e dall’ingombrante patrigno.  

La stessa Alice, la figlia del Colonnello, nelle prime pagine si unisce in matrimonio con un uomo più grande di lei e con tutta la sua soffocante famiglia, per sfuggire alla tirannia paterna. 

Il Colonnello é dunque il nodo delle forze centrifughe, il personaggio da cui prendere le distanze. La Howard con la consueta sagacia in poche righe traccia il ritratto di un uomo egoista, misogino e taccagno, attento esclusivamente al suo personale benessere. 

Provava sentimenti opposti: era naturale, per un padre, sentirsi così il giorno delle nozze della sua unica figlia. Da un certo punto di vista era un sollievo che prendesse marito, ma per altri versi gli dispiaceva. Gli sarebbe mancata, per una lunga serie di motivi che cercò di passare in rassegna: il brodo di manzo che gli preparava sempre a metà mattina, come stirava il giornale quando May lo leggeva prima di lui (le donne riuscivano a ridurre i giornali in condizioni pietose, senza contare che era del tutto superfluo che li leggessero) la sua bravura coi cani (…) le sue attitudini casalinghe (era solo merito di alice se riuscivano a mantenere quella casa di venticinque stanze con una sola donna delle pulizie)…

Secondo l’antico adagio popolare per cui spesso il marito ricalcherebbe l’immagine del padre anche Leslie nel suo rapporto con Alice si allinea allo stereotipo dell’epoca relativamente alle aspettative degli uomini riguardo al matrimonio. La donna doveva essere acquiescente, mite, ritrosa quel tanto da giustificare eventuali scappatelle.

A pensarci bene infatti non era certo che una che apprezzasse il sesso potesse ancora definirsi una donna per bene. 

L’unica a incontrare il vero amore è Elizabeth ma evidentemente la Howard non era alla ricerca di un lieto fine tout court e dobbiamo accontentarci del fatto che giustizia sia fatta per lo meno sul piano morale. Le donne, dopo un certo numero di giri di giostra, tornano sole a consolarsi tra loro e alla fine è l’intellettuale Oliver che chiude il cerchio. 

“Una soluzione provvisoria. E’ questo che possiamo essere gli uni per gli altri.” E siccome Elizabeth parve ricominciare a piangere, si corresse: “Questo non vale per le persone che si amano davvero. Io non immagino nemmeno che possa capitarmi”. 

Premesso che la Howard scrive sempre in modo accurato e scorrevole, in questo caso i personaggi appaiono meno indagati singolarmente, prediligendo  un dramma familiare collettivo in cui ciascuno vive la consapevolezza di non potersi davvero mettere a nudo con le persone che gli sono più vicine, nascondendo la verità per non ferire o per perseguire scopi poco nobili. 

Vale sempre la pena di passare del tempo con questa scrittrice ma se dovete partire da zero iniziate dalla saga dei Cazalet o da “Il lungo sguardo”

Viv 

 

Da duemila anni

Mihail Sebastian, Da duemila anni, Fazi 

Recentemente ho accennato a questo romanzo nella recensione di “Eugenia”
“Da duemila anni” infatti viene citato da Duroy come il libro che schiude alla sua protagonista la realtà delle vessazioni di cui erano vittime gli ebrei rumeni, e il suo autore è quel Mihail Sebastian, punto di incontro tra finzione e vita reale, di cui Eugenia si invaghisce. 

In questo romanzo semi autobiografico, l’autore racconta la Romania dagli anni Venti ai Trenta e ci offre lo spaccato di un Paese ai margini della grande storia d’Europa.
Da insider ci restituisce la complessità del mondo ebraico, riportando la discussione sul singolo e sulla molteplicità di pensiero all’interno di una comunità costituita da individui spesso distanti per cultura, censo e sentimento religioso. 

Il protagonista stesso è non credente e certamente non è sionista. Appartiene a quella tipologia di ebreo integrato, più rumeno che ebreo, costretto volente o nolente a scontrarsi con la realtà della sua ascendenza nel momento in cui quel sangue ebreo che costituisce il punto del contendere comincia a scorrere per mano dei picchiatori antisemiti. 
Non gli è estranea neppure un certa insofferenza verso la malinconia e la rassegnazione congenita dell’ebreo talmudico, teso verso una sopportazione che ha il sapore del martirio, incline a compatirsi e confortarsi. 
Vorrebbe prendere le distanze da quei duemila anni di persecuzioni ma fatica a lasciarsi alle spalle l’inquietudine che ha assimilato insieme al latte materno.
Il suo stesso interesse verso il dibattito sionista si limita a quello di un osservatore di passaggio, uno spettatore che non propende per nessuna causa, di fronte a due amici che discutono con animosità soffre lo scontro ancor più del motivo del contendere. 

La loro ostilità, quella degli antisemiti, sarebbe tutto sommato sopportabile. Ma come ce la caveremo con la nostra stessa ostilità, con la nostra ostilità interiore? 

In questa come in altre occasioni di confronto dialettico su temi politici, religiosi ed economici, gli opposti si fronteggiano come in un dialogo platonico. Più in generale, in questo romanzo le idee hanno il sopravvento sugli eventi, il clima di violenza non è centrale quanto l’indagine filosofica e la ricerca dell’identità. 
Mi aspettavo un’analisi sull’antisemitismo e sulle persecuzioni razziali e mi sono trovata di fronte un romanzo sofisticato, di ampio respiro, caratterizzato da una grande ricchezza di spunti e un gran numero di personaggi secondari tratteggiati con straordinaria efficacia. 
Il punto nodale resta lo scavo psicologico, il sentimento di solitudine interiore, in una riflessione che oscilla tra la dimensione collettiva e quella individuale. 

 (…) la sola qualità certa che riconosco alle persone è la loro indifferenza, che rappresenta non solo un supremo atto di gentilezza, ma anche una garanzia di sicurezza e tranquillità.

La decina di anni su cui si focalizza la prima parte del romanzo sono quelli del tacito assenso, gli anni in cui l’insofferenza per l’ebreo è tollerata persino dai ebrei quasi fosse una pratica innocua, un peccato veniale che verrà superato dagli eventi.

Le acque torbide e agitate sono tornate limpide in superficie e si sono intorbiditi ancora di più i loro fondali agitati. Le persone hanno fatto le loro scelte, le idee si sono sedimentate, le stupidaggini si sono adunate, le verità hanno cominciato a delinearsi. Tutto è più ordinato. Forse sarebbe ora di scrivere la storia del movimento antisemita. 

Solo nell’ultimo terzo le inquietudini che lavoravano in profondità tornano in superficie e il protagonista si trova di fronte all’inevitabile strettoia. Sull’onda della crisi economica, le tensioni sociali aumentano, le strade tornano a risuonare di proclami antisemiti.

 Il dialogo serrato tra il maestro Vieru e il protagonista -due colleghi che il destino ha posto su barricate opposte- mostra gli esiti velenosi del nazionalismo identitario e ci riporta bruscamente all’attualità con quel “ma”, tanto abusato anche ai nostri giorni, un “ma” che non può avere giurisdizione quando ci si proclama antirazzisti.

Cerca di capire. Io non sono antisemita. Te l’ho già detto e lo ribadisco. Ma sono romeno. E in questa veste tutto ciò che mi si oppone rappresenta per me un pericolo. C’’è uno spirito ebraico irritante da cui devo difendermi. Nella stampa, nella finanza, nell’esercito, dappertutto percepisco la sua oppressione. Se il nostro organismo statale fosse resistente, non mi importerebbe un granché. Ma non lo è. È peccaminoso, corruttibile e debole. Ed è per questo che devo lottare contro gli agenti della decomposizione.”

Nelle argomentazioni che il protagonista contrappone all’amico Vieru si incarna la perfetta sintesi tra lucidità di pensiero e spirito tragico che è la chiave di lettura di tutto il romanzo.  

Avrei voluto copiare intere pagine di questo splendido testa a testa ma alla fine ho scelto quest’unica frase.

Tu non sei antisemita perché credi in un determinato pericolo ebraico, credi in questo pericolo ebraico perché sei antisemita”. 

Viv

 

 

 

 

 

Le peggiori paure

Fay Weldon, Le peggiori paure, Fazi 

Le peggiori paure di Alexandra Ludd si materializzano allorquando il marito Ned viene rinvenuto cadavere da una vicina nella loro casa coniugale, un grazioso cottage nella campagna inglese. Abbandonate frettolosamente le repliche londinesi della piéce teatrale in cui è impegnata, Alexandra si trova a fare i conti con la vedovanza, la burocrazia e la presenza ingombrante di un gruppo di comari del paese -chiamarle amiche pare davvero eccessivo, anche se vengono spacciate per tali- che sembrano voler usurpare il suo ruolo e il suo legittimo dolore. 

Le loro inopportune intromissioni alimentano sin dalle prime pagine un sentimento di fastidio che non viene mai meno e con cui deve fare i conti il lettore non meno della protagonista, combattuta tra il desiderio di metabolizzare in solitudine la doppia perdita -del consorte e dell’identità di coppia- il bisogno di affidarsi al conforto delle amiche e le incongruenze che emergono dai primi rilievi e dalle confuse testimonianze di chi ha prestato i soccorsi iniziali. 
Dove sia realmente morto Ned e con chi fosse al momento del decesso sono le domande che si insinuano come tarli a sgretolare la fragilità delle sue certezze.
Impossibile ignorare le affermazioni contraddittorie, le tracce ambigue, le bugie grossolane. Le sue amiche le stanno mentendo e, quanto a menzogne, via via che il romanzo si snoda scopriamo un marito tutt’altro che irreprensibile che le ha taciuto molto del suo passato, del suo presente e delle sue intenzioni future, come scoprirà amaramente nel testamento. 

Quanto detto sulle protagoniste femminili di contorno, che certamente non suscitano alcuna simpatia, potrebbe indurre a pensare che il lettore sviluppi naturalmente una forte empatia nei confronti della protagonista, cosa che invece non accade. Alexandra è una donna algida quanto le comari appaiono fastidiose e, per par condicio, va detto che i personaggi maschili non sono da meno. Non solo non apportano alcun sentimento positivo, ma sono tutte figure gregarie oscurate da donne più volitive di loro, uomini spietati quanto basta perché Alexandra decida di farsi giustizia da sé. 
Inutile dire che il matrimonio in quanto istituzione ne esce a brandelli, amore e amicizia non reggono l’impatto con una realtà postuma con cui non è più possibile confrontarsi e neppure con una verità transitoria che ha il sapore del compromesso.
La satira si pasce ferocemente della rivalità che le donne mettono in campo verso altre donne e delle meschinità di uomini opportunisti pronti al voltafaccia. 
Il passo del racconto è quello di un dramma teatrale cinico e baro, in cui nulla è come sembra per il semplice motivo che ogni cosa è peggio di quel che sembra.

A che servono gli amici?  Non certo a dire la verità.

Viv 

 

Eugenia

Lionel Duroy, Eugenia, Fazi

Mi aggrappo al dolore perché non posso sopportare l’idea di dimenticare questi anni per me così indissolubilmente legati a Mihail. Dimenticare la nostra disumanità, con la scusa che la Storia si è improvvisamente rovesciata e che di sicuro non succederà più. Non succederà più che uccideremo gli ebrei solo perché sono ebrei, gli zingari solo perché sono zingari, e così via. Vorrei tanto crederci ma sono cose davvero successe, e sotto i nostri occhi. 

Il caso mi ha guidata verso questo romanzo che riprende la tematica dell’usurpatore ebraico che avevo appena incontrato inseguendo i netsuke della famiglia Ephrussi (vedi “Un’eredità di avorio e ambra”). 

Chi parla è Eugenia, cresciuta all’ombra del pregiudizio antisemita in una famiglia di commercianti di vino a Iasi in Romania. È la sua voce di studentessa, giornalista e infine membro della resistenza che guida il lettore nel decennio tra il 1935 e il 1945.
Filtrando la storia d’Europa e l’ascesa tentacolare del regime nazista attraverso la storia interna della nazione rumena, Jana documenta l’insofferenza verso gli ebrei, il clima di incertezza che precede la guerra -con la Romania in bilico tra vecchie e nuove alleanze- le ambiguità politiche del regime, le violenze, il colpo di stato, la dittatura, i pogrom del ‘41. 

Anche in Romania, come nel resto d’Europa, erano numerosi gli ebrei, spesso in posizioni prestigiose. 
Infatti, come conseguenza di una politica discriminatoria che proibiva loro di possedere delle terre in un’economia essenzialmente agricola, gli ebrei si erano specializzati in quelle professioni che richiedevano studio e conoscenze approfondite. Erano per lo più medici, farmacisti, giuristi, tipografi, orologiai, professori universitari anche se, come e ovvio, non tutti gli ebrei erano ricchi e influenti. 
Molti di loro avevano combattuto in difesa del territorio durante la Prima Guerra Mondiale ed erano di fatto cittadini rumeni a tutti gli effetti, naturalizzati dietro pressione della Francia dopo la fine del conflitto e legati alla patria da un sentimento di appartenenza nato nella più tenera infanzia. 
Mihail Sebastian -il Mihail che Eugenia cita nelle righe che ho riportato- è uno di loro ed è il punto di congiunzione tra la vicenda romanzata e la vita reale. Intellettuale e giurista ebreo di nazionalità rumena, autore di un libro sulle origini dell’antisemitismo (“Da duemila anni”, edito da Fazi) morì accidentalmente nel 1945 dopo essere sopravvissuto alle persecuzioni e alla guerra. 

Il romanzo inizia con la telefonata con cui Eugenia apprende la notizia della sua morte.
Da lì, appoggiandosi ai suoi ricordi e ai diari di Mihail, ripercorre i dieci anni precedenti a partire dal loro primo incontro durante una conferenza universitaria in cui Mihail, invitato a parlare del suo libro, era stato vittima di un pestaggio da parte delle camicie verdi della Guardia di Ferro. 
Le parole di Mihail segnano il momento dell’agnizione per Jana che, affascinata dall’uomo e dallo scrittore, si allontana progressivamente dalla famiglia, in particolar modo dal fratello maggiore Stefan che milita tra i legionari della Guardia, rinnegando l’educazione improntata alla diffidenza verso l’ebreo che aveva accettato in modo acritico fino ad allora.  
In parallelo, insieme alla consapevolezza filosofica, si radica in lei un sentimento che la porterà ad inseguire per anni l’amore di quest’uomo più grande di lei, di cui diviene l’amante senza esserne mai pienamente corrisposta. 
Il cuore di Michael infatti è diviso tra Leny, attrice volubile e attraente a cui si ispirano i personaggi femminili delle sue pièce teatrali e la scrittura, l’unico spazio interiore in cui il suo animo tormentato trova rifugio agli orrori. 

Come Mihail anche Eugenia ha il culto della memoria e registra orrori lontani nel tempo con una vividezza che ci fa sentire parte in causa. E lo siamo, perché schierarsi è inevitabile quando sono in gioco diritti inalienabili. 
Quello che colpisce in questo romanzo è l’attualità degli scontri verbali tra ideologie contrapposte, il fatto che conversazioni come quelle che Jana ha col fratello, con i genitori o con gli intellettuali del suo tempo, potrebbero essere trasposte ai nostri giorni senza cambiare neppure le virgole. E forse proprio per questo trasmettono inalterato lo stesso sentimento di incredulità, rabbia e impotenza di fronte all’egoismo gretto e alla chiusura mentale di chi non riesce ad andare oltre il suo personale interesse e i confini ristrettì del suo mondo domestico. 

In un colloquio con il fratello, che prosegue la sua carriera tra i leader del movimento nazionalista, questi cerca di indurla ad abbracciare una rivoluzione economica e culturale basata sulla “preferenza nazionale”  che tristemente riecheggia con estrema attualità i proclami della politica meno illuminata. 

Prima i romeni -rivendica- e solo dopo gli stranieri e gli ebrei, se mai un giorno ci saranno i mezzi per  accoglierne qualcuno.

Lo straniero non è il benvenuto, deve andarsene con le buone o con le cattive. Su queste premesse si fondano tutte le altre ingiustizie, le leggi discriminatorie per impedire loro di svolgere attività lavorative, gli abusi, gli espropri e, per venire a concetti più vicini a noi, la negazione all’accoglienza e allo ius soli. 
Per conto mio credo sia tempo di allargare il concetto di patria a estensioni geografiche più ampie e, personalmente, spero di poter morire con un passaporto europeo in tasca, nel frattempo vi consiglio letture come queste che aiutano a raggiungere la consapevolezza di cui Eugenia si fa portavoce. 

Viv