L’anno del pensiero magico

Joan Didion, L’anno del pensiero magico, Il Saggiatore

Con pensiero magico si intende l’attitudine a percepire la realtà al di fuori dei rapporti razionali di causa-effetto nell’illusione, più o meno consapevole, di poterla modificare.
In questo caso parlando di anno del pensiero magico l’autrice fa riferimento al periodo di lutto che attraversò dopo la morte improvvisa del marito e alla costante sensazione di scollamento tra l’evidenza razionale e il pensiero irrazionale che per mesi le impedì, per fare un esempio, di liberarsi delle scarpe del marito perché avrebbe avuto bisogno di scarpe, se doveva tornare, quasi la morte fosse un fatto transitorio e reversibile.

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi ė finita.

Proprio così. Mentre Joan e il marito si apprestano a cenare questi si accascia sul tavolo vittima di un attacco cardiaco. È il 30 dicembre, le festività sono al culmine, e i due sono appena tornati dall’ospedale dove la figlia Quintana, sposata da pochi mesi, è ricoverata in coma per un’influenza degenerata in setticemia.

Detto questo, detto tutto. Il romanzo autobiografico di Joan Didion -National Book Award per la saggistica nel 2005- non è una lettura spensierata e ancor meno lo è alla luce di un secondo gravissimo lutto che colpì l’autrice a meno di un paio di anni di distanza dall’infarto del marito. Questa è una circostanza che scoprii in rete dopo poche pagine e non nascondo di essermi chiesta se volessi davvero entrare in un privato così doloroso. Resta il fatto che, nonostante la narrazione si chiuda prima -copre esattamente l’anno solare successivo alla morte di John- l’acquisizione di questo dato, mi ha obbligato a guardare anche la malattia della figlia come si guarda un fato terribile.

Credo che dopo un lutto grave -e vale anche per chi non ne abbia fatto un mestiere- si scriva per esorcizzare il dolore, per darsi tempo, per sentirsi meno soli di fronte all’esperienza di abbandono più radicale che esista.
Il dolore per la perdita di chi ha custodito il nostro amore e lo ha ricambiato, è il più severo dei contrappassi.

Mi pareva di aver attraversato uno di quei fiumi leggendari che dividono i vivi dai morti, di essere entrata in un luogo dove potevo essere vista solo da coloro che avevano anch’essi subito una perdita recente.

Il dolore risulta essere un posto che nessuno conosce finché non ci arriva.

In questa luce il percorso in cui accompagniamo l’autrice è quello del rifiuto irrazionale, del pensiero magico per l’appunto, fino al distacco, inevitabile, da ciò che ci preclude di continuare a vivere. È un viaggio in solitaria in cui la quotidianità conosciuta sbiadisce progressivamente sostituendo dettagli nuovi a quelli condivisi, al fine di circoscrivere il dolore ad una dimensione meno pervasiva, perché un dolore coltivato con pervicacia, persino in nome della memoria, finisce per annientare.

So perché ci sforziamo di impedire ai morti di morire: ci sforziamo di impedirglielo per tenerli con noi. So anche che, se dobbiamo continuare a vivere, viene il momento in cui dobbiamo abbandonarli, lasciarli andare, tenerceli così come sono, morti. (…) Sapere queste cose non mi rende più facile lasciare la presa.

Le religioni gettano un ponte con l’Aldilà con la promessa di un futuro ricongiungimento, nella certezza che il legame non sia perso per sempre. Spero che nessuno si senta offeso se rilevo nel percorso di chi crede le stesse radici del pensiero magico, con la differenza che l’agnostico -anche la Didion affronta la questione da agnostica- modifica la sua posizione di partenza strada facendo e accetta di circoscrivere il culto del defunto alla sola memoria personale. In tal senso comprendo chi sublima la perdita di una persona amata dando vita ad associazioni umanitarie intitolate a chi non c’è più.

I passaggi più toccanti sono quelli in cui si esplicita lo smarrimento di fronte all’incapacità di pensare la realtà della vita senza l’altro, di fronte al cessare dell’intimità mentale tra due persone abituate a vivere una forte connessione, specie se si tratta di legami simbiotici e trasversali, come nel caso dell’autrice che condivideva col marito anche gli aspetti professionali delle sue giornate.

Il matrimonio è memoria, il matrimonio è tempo. “Non conosceva le canzoni” ricordo di aver sentito che un amico di amici aveva detto dopo un tentativo di ripetere l’esperimento.

Leggete anche voi in quel “non conosceva le canzoni” lo stesso struggimento che leggo io?

Viv




Mi chiamo Lucy Barton

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Lucy Barton giace in ospedale per una lunga degenza, il suo sguardo si posa ora sul Chrysler Building incorniciato dalla sua finestra ora sulla porta della camera da cui ogni giorno entrano un medico empatico e alcune infermiere. Il marito, per una personale avversione verso gli ospedali, preferisce chiamarla telefonicamente e le sue due bambine vengono a trovarla solo occasionalmente, accompagnate da un’amica che si prende cura di loro in sua assenza.
Le giornate di Lucy si stiracchiano malinconiche e solitarie finché un giorno si presenta sua madre e da quel momento madre e figlia avranno cinque giorni e cinque notti ininterrotte per riempire un vuoto che copre i lunghi anni di separazione e si allunga anche su tutta la loro vita condivisa.
Non è un caso che gli unici gesti d’affetto che la madre riesce a rivolgere alla figlia siano una pressione sul piede attraverso le lenzuola e l’uso del nomignolo con cui la chiamava da piccola ma questo basta a risvegliare in Lucy una nostalgia struggente e un appagamento ancestrale.

Ho la sensazione che la gente potrebbe non capire perché mia madre non riuscì mai a pronunciare quelle parole: ti voglio bene. Sento che la gente potrebbe non capire che andava bene così.

E forse va davvero bene così per Lucy, alla luce di un’infanzia che sfiora gli abusi, vissuta nell’indigenza, nell’ignoranza e nell’aridità emotiva ma quei cinque giorni, a cui seguono nuovi anni di lontananza, non saranno sufficienti per ricucire il loro legame. Troppo il non detto, troppa la distanza abrasiva dell’imbarazzo, troppa la fame d’amore accumulata da bambina.
Al racconto degli anni trascorsi nel cono d’ombra di una famiglia disfunzionale Lucy alterna il ricordo di quei giorni preziosi in cui sonnecchiava in un letto d’ospedale ascoltando appagata la voce della madre, e si spinge fino al presente in cui la scopriamo scrittrice affermata e divorziata dal primo marito mentre riflette, questa volta da madre e non più da figlia, sull’imperfezione e sull’egoismo delle sue scelte.

La rabbia delle mie ragazze in quegli anni! Ci sono momenti che cerco di dimenticare, ma non dimenticherò mai. Mi angoscia il pensiero di quello che non dimenticheranno loro.

Curiosamente, giacché solitamente Elizabeth Strout mette tutti d’accordo, questo è un romanzo che ha diviso i lettori: da un lato i perplessi, dall’altro i rapiti. Io mi colloco nella prima categoria.

Al netto dei momenti tra madre e figlia in ospedale, descritti con quella brusca vividezza che riesce a distillare così bene riserbo, imbarazzo e intimità, il romanzo ha un andamento frammentario.
Il canovaccio narrativo non va al di là del diario episodico e, anche se non si può affermare che manchi coerenza o che i ricordi, che si affastellano lasciando volutamente sospesi e spazi bianchi, impediscano la comprensione, l’insieme mi ha lasciato emozionalmente tiepida.
La verità è che mentre da brava lettrice me ne stavo in un angolo di quella stanza d’ospedale a spiare madre e figlia in quelle loro conversazioni intime e impacciate, mi è toccato ammettere che io e Lucy Barton non eravamo fatte per piacerci del tutto.

Viv

SanPa, madre amorosa e crudele

Fabio Cantelli Anibaldi, SanPa madre amorosa e crudele, Giunti

Si torna a parlare di San Patrignano ma se il romanzo di Andrea Delogu si nasconde dietro alla finzione letteraria con esiti marginali, il memoir di Fabio Cantelli, da cui la docu-serie di Netflix ha tratto spunto e linfa vitale, possiede la disarmante potenza della testimonianza trasfusa in una scrittura matura che abbraccia la ricchezza del mondo intellettuale del suo autore.

Pubblicato nel 1996 con il titolo “La quiete sotto la pelle” e riproposto contestualmente all’uscita della serie tv racconta il periodo -poco più di un decennio, dal 1983 al 1994- in cui l’autore visse nella comunità di Vincenzo Muccioli dapprima come ospite e successivamente come addetto stampa.

In un racconto che alterna con naturalezza diario intimo e riflessione sociale Cantelli ci offre uno sguardo privilegiato sul Muccioli della prima San Patrignano, quando il nocciolo della terapia di recupero era tutt’uno con la presenza costante di una personalità carismatica capace di porsi come guida e limite e il Muccioli imprenditore dell’ultima San Patrignano, quella dei grandi numeri, costretto a delegare a luogotenenti talvolta fuori controllo inquadrati in un’organizzazione gerarchica sempre più asettica.

In questo libro c’è dunque Muccioli nella sua straripante umanità e nel suo narcisismo megalomane, nella sua sconfinata dolcezza e brutalità, c’è la lettura dall’interno di alcune regole della comunità dall’apparenza dispotica, per esempio il controllo restrittivo sulle relazioni sentimentali (sulla scelta di vietare l’ascolto di musica a titolo personale Cantelli parla diffusamente in una interessante intervista con Enrico Silvestrin che trovate su YouTube), c’è l’identificazione con la comunità, la gratitudine e la sofferta e lucida dissociazione dagli errori.

C’è tutto questo e molto altro su San Patrignano ma c’è soprattutto il mondo interiore dell’autore che, a dispetto di quanti hanno trovato il libro un esercizio intellettuale inutilmente ricercato, è un lettore di nicchia sin dall’adolescenza, laureato in filosofia, persona colta e dalla personalità verticale. Quella stessa ricerca dell’Assoluto, che da ragazzino lo ha spinto verso gli eccessi la ritroviamo nella profondità delle riflessioni della maturità e nelle corrispondenze letterarie dei suoi stati d’animo. Per quel che vale il mio parere io ho letto il libro in poche ore senza avvertire alcuna pesantezza. Se mai, come sempre accade quando ci si confronta con persone stimolanti, possiamo correre il rischio di ampliare le nostre liste di lettura con autori che non avevamo ancora preso in considerazione.

Viv

La collina

Andrea Delogu, Andrea Cedrola, La collina, Fandango

Confesso che prima di vedere il documentario Netflix SanPa, non ero a conoscenza del fatto che Andrea Delogu -che ricordavo del tutto superficialmente come conduttrice televisiva- avesse trascorso la sua prima infanzia nella comunità di San Patrignano e tanto meno sapevo che il padre fosse stato autista e braccio destro di Vincenzo Muccioli.

Dalla visione della serie tv è nata la curiosità verso questo libro che, come dichiarato nella prefazione, pur non essendo un’autobiografia vera e propria è fortemente ispirato alla vita dei genitori della Delogu. A tal punto ispirato, che la finzione letteraria ha lo spessore della carta velina ed è del tutto impossibile per il lettore non sovrapporre ai nomi di fantasia i volti delle persone reali.  

Sia la serie che il romanzo affrontano con onestà intellettuale e senza partigianerie la figura di Muccioli, padre e padrone di San Patrignano e delle migliaia di anime che sono transitate da lì per disperazione propria o dei loro genitori.

Io che sono stata bambina a Milano negli anni Settanta, con più libertà di movimento di quanta ne abbiano avuta i bambini delle generazioni successive, ricordo che l’educazione alla sopravvivenza passava attraverso rigide raccomandazioni: r
ispettare i semafori, non dare confidenza agli sconosciuti tanto per dirne un paio, ma non raccogliere le siringhe da terra era praticamente un mantra. Nei giardini più vicini a casa mia si trovava la famigerata Palazzina Liberty (la stessa che anni dopo venne bonificata da Dario Fo e trasformata in un teatro d’avanguardia) e a noi bambini era fatto divieto assoluto di avvicinarci a quell’edificio abbandonato intorno al quale si aggregavano i tossici.
Di Muccioli avevo sentito parlare già allora, qualche articolo di giornale, voci sussurrate sul figlio di quel tale che era entrato in Comunità. In quegli anni già scoprire di conoscere qualcuno i cui figli avevano problemi di droga era un fatto sconvolgente (quasi quanto quella volta in cui la figlia sedicenne di un cugino dei miei rimase incinta).
Non ho acquisito in quegli anni la mia idea attuale su Muccioli ma certamente ricordo che c’è stato un tempo in cui l’opinione pubblica e le istituzioni erano ben contente che la sua comunità si facesse carico di ripulire le strade da “quei giovani perduti pronti a scippare le nostre mamme per poche lire”. 

Le testimonianze eterogenee raccolte nel docu-film di Netflix restituiscono la figura di un uomo controverso. Idealista, leader carismatico, megalomane, narcisista, capace di catalizzare grandi energie, grandi sogni e grandi somme di denaro.
La serie documenta con accuratezza uno spaccato di quegli anni e contribuisce con onestà intellettuale alla ricostruzione della vicenda, dando spazio a tutte le voci coinvolte ma il merito maggiore sta nel fatto che non cede alla tentazione di sedurre lo spettatore. Le immagini raccontano la realtà cruda, senza abbellimenti e senza sconti dall’utopia alla caduta. 
Il libro, in tal senso, è un utile compendio ma, in sé e per sé non ha un grande valore letterario e, maneggiando una realtà romanzata, prescinde per forza di cose dal dato documentale. 

Ognuno di noi, attingendo di prima mano alla grande quantità di fonti e testimonianze processuali, può trarre conclusioni autonome. 
Per parte mia non ho mai avuto simpatia per le organizzazioni gerarchiche fuori controllo (già sappiamo quanto sia facile scadere in abusi persino quando il controllo sarebbe previsto, vedi caserme, ospedali psichiatrici, RSA, asili per l’infanzia) non amo la disciplina esasperata e le aggregazioni comunitarie, dagli scout ai gruppi di preghiera organizzati. 

Da genitori si impara presto che il confine tra buone intenzioni e manipolazione è sottile. Bisogna restare vigili per non prevaricare, soprattutto se il nostro contraltare, per età, gerarchia o condizione, si trova in posizione subalterna.
In ogni caso non è mai lecito utilizzare metodi disumani per piegare la volontà altrui, persino se si tratta di una volontà malata. 
Riporto le parole del pubblico ministero Roberto Sapio durante il famoso ”processo delle catene”: “E va bene la teoria dello schiaffo come simbolo della liberazione dalla schiavitù della droga. Ma la merda, signor Muccioli, le coperte sudicie, il freddo, le percosse, che cosa stavano a simboleggiare? “

Viv 

 

 

 

 

Lacci

Domenico Starnone, Lacci, Einaudi

Questo di Starnone è stato uno dei libri che mi hanno fatto compagnia un anno fa nel primo storico lockdown, uno dei pochi di cui mi rammaricavo di non aver lasciato traccia sul blog. 
Recupero oggi, dopo una veloce rilettura. Non ricordavo fosse così breve -mi è bastato il pomeriggio della domenica per terminarlo- che avesse un’intensità quasi teatrale invece sì, quello lo ricordavo. 

Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio. Lo so che fai finta che non esisto e che non sono mai esistita perché non vuoi fare brutta figura con la gente molto colta che frequenti. Lo so che (…) Ma che tu lo voglia o no il dato di fatto è questo: io sono tua moglie e tu sei mio marito, siamo sposati da dodici anni -dodici anni a ottobre- e abbiamo due figli (…)

Chi scrive è Vanda, moglie di Aldo e madre di Sandro e Anna. Aldo li ha lasciati dall’oggi al domani per una diciannovenne solare e piena di vita e lei, preda di una furia disperata, rovescia sul marito una serie di missive al vetriolo che lungi dal riportarlo sulla retta via neppure vengono lette. 

La parte centrale del romanzo è affidata al marito e da lui apprendiamo che marito e moglie,  ormai ultra settantenni, hanno trovato il modo di ricomporre la frattura e convivono da anni in un’intimità distante che ha danneggiato loro ma soprattutto i figli.
E sono proprio i figli che chiudono il cerchio, anche dal punto di vista narrativo, con un colpo di coda che ha il sapore di una vendetta tardiva. 

Aldo e Vanda sono figli degli anni Sessanta. Si sono sposati poco più che ventenni per emanciparsi dai genitori salvo poi ritrovarsi un decennio più tardi chiusi in una prigione borghese mentre il mondo al di fuori sperimentava le libertà sessuali post sessantottine. 
La giovane amante per Aldo rappresenta la fuga dalla routine, la freschezza della novità ma soprattutto la libertà dai vincoli della famiglia e dalle responsabilità morali (quelle quotidiane erano già per lo più a carico della moglie, così come volevano i dettami dell’epoca). 
La rabbia e la frustrazione di Vanda sono quelle di una donna che, dopo aver sacrificato gran parte delle sue ambizioni alla famiglia, viene tradita e messa da parte. Il suo grido di dolore rasenta il nichilismo suicida e attraversa tutte le fasi: dallo sconcerto, alla furia, passando per il disprezzo, fino al risentimento più cupo. 
Dal canto suo Aldo, del tutto preso dal suo innamoramento, per un lungo periodo non riesce minimamente ad empatizzate con il dolore della moglie e dei figli.

Mi terrorizzò ma non mi sconvolse, il suo tormento non mi entrò mai nel petto come se fosse il mio. Ero in uno stato d’ebbrezza che mi avvolgeva come una tuta ignifuga.

Come si possa tornare a vivere con una donna così profondamente ferita, che non riesce a superare l’umiliazione, la diffidenza e il bisogno di conferme lo spiega bene Aldo nella parte centrale del romanzo.
Molto ha a che vedere con i lacci emotivi -come quelli delle scarpe che il padre e il figlio annodano nello stesso identico modo- lacci che incarnano il patrimonio comune, del tutto unico, che ciascuna famiglia condivide.
Penso ai ricordi, al vissuto comune, ad alcune parole prive di significato al di fuori di quello specifico gruppo familiare, che costituiscono invece la grammatica dei sentimenti condivisi dai membri di quello stesso nucleo. 
Tuttavia, i lacci che consentono ad Aldo e Vanda di riprendere la loro vita coniugale somigliano più ai bracciali elettronici dei detenuti e sono costruiti su meccanismi di manipolazione, sui sensi di colpa, sull’accettazione di ruoli non sindacabili e soprattutto sulla distanza emotiva.

Dalla crisi di tanti anni fa abbiamo imparato entrambi che per vivere insieme dobbiamo dirci molto meno di quanto ci taciamo. 

“Lacci” è un romanzo che condensa in poco più di un centinaio di pagine la sofferenza della separazione e del ricongiungimento, con accenti di sconcertante normalità. Trova il suo pubblico naturale tra persone adulte che abbiano sperimentato la dolcezza e l’asprezza della vita a due, persone che conoscono per esperienza diretta la forza di quelle radici inestricabili che ogni coppia intreccia sotto la superficie visibile al punto che diviene di fatto impossibile recidere il legame senza danneggiarsi l’un l’altro. 

C’è una distanza che conta più dei chilometri e forse degli anni luce, èla distanza dei cambiamenti. 

A volte ci si ritrova, a volte ci si lascia, a volte ci si condanna ad una reciproca prigionia in un inutile gioco al massacro. 

Viv