Un’eredità di avorio e ambra

Edmund de Wall, Un’eredità di avorio e ambra, Bollati Boringhieri

Edmund de Wall, ceramista e studioso di storia, è un discendente di quegli Ephrussi, originari di Odessa, che nel XIX secolo costruirono un impero bancario con sedi in tutta Europa.
Nel 1994 il trentenne Edmund riceve in eredità dallo zio materno Iggie la collezione dei 264 netsuke -preziose statuine giapponesi scolpite in legno, ambra e avorio- che il loro avo Charles aveva acquistato a Parigi sul finire del XIX secolo, quando il japonisme cominciava ad affascinare la cultura europea.
Ebrei, colti e ben introdotti gli Ephrussi di Parigi e di Vienna parlavano correntemente cinque lingue, vivevano in palazzi nobiliari che custodivano collezioni d’arte preziosissime e cercavano di far dimenticare le loro origini ebraiche.
Quelle stesse collezioni, inclusi gli immobili, gli arredi e ogni più piccolo oggetto di qualche valore, verranno confiscate, saccheggiate e minuziosamente inventariate dai nazisti con l’annessione dell’Austria al Reich nel 1938.
Grazie alla lealtà di una domestica si salveranno solo i netsuke che nel frattempo avevano trovato nuova dimora a Vienna.

I netsuke che Edmund aveva ammirato nella vetrinetta dello zio Iggie a Tokyo -eh sì, ne hanno fatta di strada quei ninnoli, dal Giappone all’Europa e ritorno, e poi di nuovo in Europa- sono di fatto il pretesto per ripercorrere un secolo di storia europea.
Attraverso queste piccole sculture, che sembrano quasi dei giocattoli, l’autore nella prima parte ci regala un percorso immersivo nella Parigi dei pittori e dei letterati di fine Ottocento.
Charles, che era collezionista e critico d’arte, in qualità di mecenate acquistò numerosi quadri da Degas, Monet, Renoir. Lo individuiamo raffigurato tra gli avventori di un ristorante sulla Senna in un dipinto di quest’ultimo e scopriamo che Proust si ispirò alla sua figura per il personaggio di Swann.
La prima parte del romanzo si trasforma per così dire in una caccia al tesoro e richiede una lettura supportata da un veloce accesso a internet perché i richiami ai dipinti sono tantissimi e le descrizioni sollecitano la curiosità di verificare con i nostri occhi ogni particolare.
Non sempre i dipinti sono citati con il titolo dell’opera ma le indicazioni sono così vivide e precise che sono stata in grado di rintracciarli tutti inserendo le parole chiave nella barra di ricerca e cercando gli indizi sulla tela.
Il peregrinare dell’autore che insegue le tracce dei netsuke tra Parigi, Vienna e Odessa ha finito col contagiare anche me e farmi recuperare in rete le foto dei palazzi nobiliari e delle residenze di villeggiatura. E che soddisfazione quando leggendo una nota dell’epoca su Villa Ephrussi a Cap-Ferrat ho potuto mettere a riposo la tastiera attingendo alla memoria di un viaggio recente per ritrovare le immagini di quel giardino in cui presto sarà inserito uno specchio d’acqua artificiale ad imitazione dell’Alhambra.

Nel merito, cercando in rete la foto di copertina ho scoperto che esiste anche un’edizione illustrata, di poco posteriore a quella che ho letto io, che contiene numerose foto tratte dagli archivi di famiglia.

Se già nel periodo parigino erano presenti, neppure troppo in sottofondo, le istanze antisemite con cui gli Ephrussi devono convivere da sempre, nel momento in cui i netsuke arrivano a Vienna il clima per la famiglia si fa via via claustrofobico, si respira lo sbigottimento e l’incredulità per le strettoie burocratiche, la perdita dei diritti, lo smarrimento nel sentirsi respinti dall’unica Patria in cui ci si riconosce.
Mentre le milizie naziste fanno irruzione nel Palazzo sulla Ringstrasse violentando gli spazi dell’intimità domestica, il sentimento di oppressione che prova la famiglia Ephrussi è anche il nostro, come loro ci sentiamo spogliati dell’identità e degli oggetti con cui siamo soliti rivendicarla, in balia dell’incertezza e del terrore che generano la violenza e l’ingiustizia.

Non credo sia una lettura per tutti i palati ma se in quel che ho scritto ritrovate una scintilla di interesse, guarderete molti capolavori dell’arte e della letteratura con occhi diversi e nascerà in voi il desiderio di possedere un piccolo netsuke da tenere in tasca sfiorando con le dita la sua superficie liscia mentre chiacchierate con amici ignari del vostro privilegio.

Viv

Ragazza, donna, altro

Bernardine Evaristo, Ragazza, donna, altro, Edizioni Sur

Ultima lettura dell’anno appena trascorso, il romanzo di Bernardine Evaristo ha scalato rapidamente la classifica annuale dei migliori finendo ai primi posti insieme a “Lacci” di Domenico Starnone. 

Un titolo dal significato inclusivo, che abbraccia le storie di una dozzina di figure femminili, molto diverse tra loro per estrazione sociale, età e sessualità, accomunate dal loro essere britanniche, nere o di sangue misto in un mondo che deve fare ancora molta strada per diventare davvero accogliente per le donne e soprattutto per quelle tra loro che sono “altro” per ragioni di status, colore e orientamento sessuale. 

Tra le protagoniste di questo racconto stratificato ci sono attiviste, immigrate di seconda e terza generazione, donne che sono riuscite ad integrarsi rinnegando le loro origini e donne che hanno mantenuto un forte attaccamento alle loro radici etniche. Incontriamo lesbiche, bisessuali, anche un personaggio dalla sessualità fluida. In generale sono donne che supportano altre donne promuovendo l’empowerment femminile, ma tra le tante c’è anche una donna bianca che, malgrado una superficie di accoglienza, coltiva sentimenti razzisti.

Sono personaggi -ma significativamente verrebbe da chiamarle persone- che ambiscono ad uscire dagli stereotipi in cui la letteratura ha spesso finito per ingabbiare le donne di colore. Sono donne a tutto tondo che sperimentano contraddizioni e passioni in senso ampio e a cui l’autrice lascia massima libertà di espressione, senza soffocarle nel giudizio e nel pregiudizio. 

Il romanzo ha una chiara connotazione corale ma ruota intorno ad Amma, drammaturga nera lesbica e femminista che incontriamo alla vigilia del debutto del suo spettatolo al National Theatre. 

(…) Amma ha passato interi decenni nella nicchia, da ribelle, a lanciare bombe a mano contro l’establishment che la escludeva finché il mainstream non ha cominciato ad assorbire ciò che un tempo veniva considerato estremo                                                                 E così a cinquant’anni si trova finalmente al centro della scena culturale londinese a temere il giudizio di quei critici di cui si è sempre fatta beffe.

Intorno a lei si muovono undici donne a cui l’autrice dedica una trentina di pagine a testa, donne che, con vari gradi di separazione, intrecciano il destino e la loro vita alla sua. Si comincia dalla figlia ventenne di Amma che, chiacchierando con un’amica ci regala la sintesi perfetta dei criteri di disuguaglianza femminile su base razziale.                                                  All’amica che le rinfaccia il suo essere una privilegiata in quanto figlia di una regista teatrale e di un professore universitario Yazz ribatte: 

sì ma io sono nera, Court, e questo mi rende più oppressa di tutti quelli che non lo sono, tranne Waris che è la più oppressa di tutti (ma tu questo non glielo dire) in base a cinque categorie: nera, musulmana, donna, povera e col velo

Non ho messo il punto dopo la citazione perché nel testo non c’è così come in tutto il romanzo manca la punteggiatura intesa in senso canonico. Il testo risponde a un’idea di flusso -con una sorta di ritmo, anche visivo, come avviene in poesia- ma non aspettatevi per questo una lettura faticosa o poco comprensibile, tutt’altro. Questo è un romanzo che si legge d’un fiato e che cattura a molti livelli. 

Le donne di Bernardine Evaristo si trovano a fare scelte scomode per ottenere privilegi che chi non fa parte di una minoranza dà per acquisiti. In quanto nere sperimentano la diffidenza e il pregiudizio, in quanto donne toccano con mano i limiti dei loro spazi. Dopo la transizione da maschio a femmina Megan prende atto quasi con stupore di una serie di discriminazioni di cui da uomo nero era del tutto inconsapevole.

Le storie di queste donne sono molto diverse ma il testimone passa con naturalezza dall’una all’altra arricchendo l’intreccio e intessendo via via i legami che le uniscono. 

Il romanzo apre a una straordinaria pluralità di tematiche: dal femminismo moderno al patriarcato, dalla consapevolezza di sé all’identità di genere. Tra le sue pagine trovano spazio drammi personali e riflessioni di ampio respiro legate all’attualità politica, all’economia, al cambiamento climatico. In una Londra che soffre gli esiti della Brexit ma mantiene uno spirito di vivace apertura, la cultura resta l’unica vera arma per conoscere ed accogliere ciò che è altro da noi ma che merita il medesimo rispetto. 

Viv

 

Avviso di chiamata

Delia Ephron, Avviso di chiamata, Fazi

Sembra un’era geologica fa ma, prima dei vocali da dieci minuti, era l’avviso di chiamata a dettare i tempi delle conversazioni telefoniche.   

Forse ricordate questo titolo perché, una ventina di anni fa, da questo romanzo fu tratto un film non memorabile con Meg Ryan, Walter Matthau e Diane Keaton, che firma anche la regia. 
I toni della pellicola sono quelli della commedia drammatica all’americana che alterna risate, lacrime e stereotipi, il romanzo è superiore senza grandi sforzi, con una cupezza di fondo che prevale sugli aspetti umoristici. 

Tre sorelle adulte si trovano a dover gestire il padre, ormai affetto da demenza senile, palleggiandosi incombenze pratiche, assistenza e ricoveri.
Ingovernabile da anni, a partire dall’abbandono della moglie Lou ha cominciato a bere, con periodi di depressione, un’eccessiva propensione alle lacrime e una certa compiaciuta cattiveria. Non tiene conto di quello che dice e di come lo dice, del tutto noncurante che le sue preferenze tra una figlia e l’altra provochino inevitabili frizioni tra le dirette interessate. 

La madre dal canto suo si è tolta di mezzo con un pizzico -meglio sarebbe dire una bella manciata- di sano egoismo, lasciando la patata bollente alle figlie in particolare a Eve, figlia di mezzo e voce narrante, sulla quale per carattere e disponibilità ricadono gli oneri maggiori. 
Quarantenne, organizzatrice di eventi e sposata a un marito poco supportivo che le lascia volentieri la gestione della casa e del figlio adolescente, Eve è schiacciata dalla personalità debordante di una sorella maggiore in carriera di cui il padre non cessa mai di tessere le lodi e dai capricci adolescenziali di una sorella minore inconcludente che si attarda nel ruolo. 

Georgia camminava come se la strada fosse sua, Maddy ci camminava senza neppure farci caso. Io tendevo a guardare bene dove mettevo i piedi, cercando di avanzare  senza dare troppo disturbo a nessuno.

Eve, da buona nevrotica, vive sospesa tra ansia e senso di colpa, nell’attesa di ricevere dalla casa di ricovero la comunicazione che il padre è deceduto. Nel frattempo, a ogni nuova deriva paterna segue tra le sorelle una catena di concitati scambi telefonici più o meno collaborativi, tra assegnazione dei compiti, scuse per sottrarvisi e recriminazioni su chi abbia fatto cosa in passato.

Tra noi sorelle va sempre così. Ore attaccate al telefono, vite aggrovigliate, ma quando ci ritroviamo davvero faccia a facciali tratteniamo. Mio padre può scoppiare a piangere facilmente. E’ sdolcinato. Ma noi abbiamo preso da nostra madre. Non siamo tipi da smancerie. 

Alle chiamate tra sorelle si aggiungono il carico da novanta di quelle del padre che si ripete ossessivamente, grida, lascia messaggi e chiama Eve credendo di chiamare Georgia o Maddy.

Romanzo onesto, in parte autobiografico, che non pretende di dare giudizi e non si nasconde dietro al perbenismo di sentimenti edulcorati. Non l’ho amato molto -se volete leggere Delia Ephron vi consiglio con molta più convinzione “Siracusa” di cui parlo qui– ma al di là della malinconia di fondo la chiusura strappa un sorriso e vira inequivocabilmente sulla commedia. La vita continua. 

Viv 

 

Cambiare l’acqua ai fiori

Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, edizioni e/o

Lo ammetto subito, sono moderatamente in difficoltà.
Questo è un romanzo che, dopo un’uscita in sordina nel 2019, è diventato un caso editoriale durante la prima quarantena grazie al passaparola dei lettori, in larga misura lettrici direi. E va da sé che, a fronte di recensioni unanimemente entusiastiche, qualsiasi annotazione che si discosti anche lievemente suona inevitabilmente più negativa di quanto non voglia essere.

“Cambiare l’acqua ai fiori” è stato spesso avvicinato a “L’eleganza del riccio”, affinità che viene sottolineata anche in quarta di copertina. In proposito, vero è che le due protagoniste sono entrambe molto riservate, che i due romanzi respirano le stesse atmosfere da commedia francese e che la casa editrice è la stessa. Fine. 

Violette è custode di un piccolo cimitero in Borgogna, apre e chiude i cancelli, si prende cura delle tombe e del suo piccolo orto, frequenta solo i necrofori, gli impiegati delle pompe funebri e il prete cattolico. Tiene un registro in cui annota i dettagli di ogni cerimonia funebre e al bisogno offre una camera di decompressione e una lacrima di porto ai visitatori mentre ascolta le loro storie.

Ho due guardaroba, uno lo chiamo “inverno” e l’altro “estate”, ma non c’entrano le stagioni, c’entrano le circostanze. L’armadio inverno contiene solo vestiti classici e scuri destinati agli altri, l’armadio estate solo vestiti chiari e colorati destinati a me stessa. Indosso l’estate sotto l’inverno, e quando solo sola mi tolgo l’inverno.

La  sua vita pubblica e quella privata sono e restano separate, al punto che anche il lettore impiega un certo numero di pagine per scoprire i nodi del suo passato. Violette non ha avuto un’infanzia fortunata e più in generale la vita non è stata generosa ma mantiene una naturale apertura verso il prossimo che le consente di svolgere le sue mansioni in modo empatico senza precludersi incontri significativi.

La routine delle prime pagine viene interrotta da un uomo, appena più giovane di Violette, che cerca la tomba di uno sconosciuto per deporvi l’urna con le ceneri della madre in ossequio alle sue ultime volontà. 
A questo punto il piano narrativo si stratifica includendo i diari della defunta Irène e il racconto del suo amore segreto per Gabriel. Una serie di flashback ci proiettano nel passato di Violette mettendo a nudo ferite irrisolte e intervengono altre voci narranti a chiarire antefatti che lei stessa ignora. Pagina dopo pagina entriamo nel vivo di relazioni carnali senza amore e passioni mai sopite che neppure la lontananza ha saputo estinguere. 
Quasi tutti i personaggi, persino i più negativi -uno su tutti il marito scomparso nel nulla- nascondono tormenti e pregressi che piano piano vanno a riempire i vuoti della narrazione. Non manca la nota noir con le indagini su un incidente mai completamente chiarito che pesa sulle vite dei protagonisti e neppure la figura salvifica del saggio guardiano e guaritore di cui Violette ha preso il posto al cimitero. 

Così come i segreti intorno alla vita di Violette vengono svelati a poco a poco anche le mie considerazioni si fermano sulla soglia delle stanze private che lei stessa non apre mai ai visitatori, quindi, al solito, niente spoiler a costo di restare due passi indietro. 

Il racconto è denso e appassiona ma in un romanzo che, a dispetto dell’ambientazione, racconta la rinascita ed è ricco di piccoli colpi di scena e di intensità emotiva, a lettura ultimata ho avvertito una vaga sensazione di accumulo, un accumulo di vite, attenuanti, punti di vista e persino di parole, inteso come numero di pagine. 
Alcune figure, inoltre, risultano meno nitide di quanto la grande quantità di informazioni farebbe supporre, specie il marito di Violette la cui ambiguità sconfina nel dubbio di una costruzione a tavolino un po’ confusa. 
Per dirla in metafora, mi sono rimaste sulle dita le tracce della polvere magica ma l’incantesimo con me è riuscito solo a metà. 

Viv  

 

Più donne che uomini

Ivy Compton Burnett, Più donne che uomini, Fazi Editore

Ambientato in Inghilterra nei primi anni del Novecento “Più donne che uomini” è un romanzo dal forte impianto teatrale con spazi circoscritti a una manciata di ambienti chiusi e una forte struttura dialogica quasi del tutto priva di descrizioni e di una voce narrante. Nelle sue 260 pagine poco accade e quel poco è filtrato da dialoghi serrati che obbediscono alle severe regole del perbenismo da salotto di inizio secolo.

Dopo la pausa estiva le insegnanti di una prestigiosa scuola femminile vengono accolte una ad una dalla direttrice, donna alta e austera (…)  un viso regale, dai tratti marcati eppure semplici deliberatamente schietta e modesta, mani sorprendentemente ingioiellate, vestita e pettinata in modo da esibire i suoi anni, anziché nasconderli.
Josephine Napier è il collante dell’istituto e del racconto, una donna rigida e piuttosto sgradevole – ma chi non lo è in questo romanzo – il cui apparente ossequio ai convenevoli e alla forma rende socialmente accettabile la sottile perfidia verbale costantemente mascherata da un’amabilità quasi stucchevole.
Al nutrito gruppo delle insegnanti si affiancano ben presto Elizabeth, una vecchia amica di Josephine, e sua figlia Ruth. In difficoltà economica, vengono entrambe accolte tra il personale di servizio ed è proprio tra Elizabeth e Josephine che si innescano le schermaglie più pungenti sotto l’aureola della più squisita educazione.

Al di sotto della facciata irreprensibile, i più nascondono un passato di egoismi e sentimenti meschini; nel migliore dei casi si tratta di individui caratterizzati da un disinteresse spassionato per le sorti altrui, nel peggiore al lettore rimane il legittimo sospetto di un coinvolgimento accidentale, e forse non del tutto involontario, in taluni incidenti mortali. Nessun approfondimento manifesto, i personaggi non chiedono di essere compresi e giustificati, bastano a se stessi per così dire.
Ciò che li accomuna è, in ultima analisi, la sottile connivenza, l’assenza di empatia e, nel caso degli uomini, una certa debolezza di carattere. Il fratello settantenne di Josephine, in gioventù ha scaricato sulla sorella e sul cognato la responsabilità di un figlio illegittimo ormai adulto e intrattiene una relazione amorosa, risaputa dai più ma non per questo meno discreta, con Felix. Dal canto suo, questi, rampollo quarantenne di buona famiglia che si fa un vanto di non aver mai lavorato, si ritrova obtorto collo a ricoprire la cattedra di disegno nel collegio femminile di Josephine per soddisfare il dictat di un padre anziano che rifiuta di mantenerlo a oltranza e al cui volere continua a sottomettersi anche dopo la dipartita paterna scegliendo un matrimonio canonico che garantisca un erede. Anche il figlio adottivo di Josephine che, in apparente ribellione, sposa una ragazza che la madre non approva non per questo riesce ad affermare una sua indipendenza emotiva.

Ogni accadimento arriva al lettore attraverso un profluvio di parole e di minuetti verbali che sostituiscono di fatto l’azione vera e propria. Talvolta il ritmo delle battute da serrato si fa disorientante e arriva quasi a sfiorare la noia, ma il romanzo scorre con una velocità imprevista visto il sottile equilibrio tra l’inconsistenza di superficie e la complessa rete di rapporti studiati a tavolino che nascondono a fatica il malessere di ciascuno.

Vi chiedete se questa lettura possa fare al caso vostro?
Avvicinate questo romanzo se amate le ambientazioni vittoriane, l’ironia in punta di fioretto e se avete una minima propensione per i testi con strutture “teatrali”.

Viv