Il signorino

Natsume Sōseki, Il signorino, Neri Pozza

Pubblicato nel 1906 narra le prime esperienze di vita di un insegnante di matematica nei primi del Novecento, gli anni in cui il Giappone stava vivendo un periodo di profondi cambiamenti dal punto di vista politico e socio-economico, caratterizzato dal progressivo abbandono dei modelli culturali feudali e dall’apertura verso la modernizzazione occidentale.

Bocchan, titolo originale del romanzo, è il nomignolo informale con cui le domestiche al tempo si rivolgevano con affettuosa deferenza ai bambini di casa ma, a seconda del contesto, può assumere una sfumatura dispregiativa associata a comportamenti irresponsabili e immaturi.
Il signorino protagonista di questo romanzo, incarna a pieno titolo entrambi i significati.
Fin dalle primissime pagine si racconta in prima persona come un bambino dall’indole impulsiva ed elenca con candore disarmante le imprese sconsiderate che gli hanno alienato l’affetto dei genitori e del fratello maggiore. La sola figura che gli abbia tributato una devozione senza riserve è l’anziana governante Kiyo, che fin da piccolo ne ha sempre lodato doti inesistenti e, dopo la morte dei genitori, non ha mai smesso di appoggiarlo del tutto acriticamente. Assunto dopo gli studi come insegnante di matematica nella scuola media di una località di provincia piuttosto distante da Tokyo, il signorino si immerge nella vita adulta con l’avventatezza che gli è abituale e non tarda a scontrarsi con gli allievi, un branco di ragazzotti indisciplinati irrispettosi, e con un mondo adulto costituito da colleghi e affittacamere meschini, scorretti e opportunisti.

Anch’io, alle medie, ogni tanto mi ero preso gioco dei professori. Ma quando ci chiedevano chi era stato, mai, nemmeno una volta, avevo avuto la codardia di tirarmi indietro. O si è fatta una cosa o non la si è fatta, non c’è altro da aggiungere.

I soprusi personali e le ingiustizie di cui è testimone mal si accordano con il suo temperamento impetuoso ma soprattutto con un senso dell’onore che obbedisce a criteri d’altri tempi e che sconfina nell’ingenuità. Non sa rassegnarsi all’ipocrisia e alla mancanza di sincerità e se, nella sua poca esperienza, non ha una capacità di giudizio a prova di raggiro, non esita ad assumersi la responsabilità dei propri errori e a riposizionarsi dalla parte della giustizia e della verità senza minimamente curarsi della derisione altrui.
È un eroe moderno, che unisce ironia e sconsideratezza, non necessariamente simpatico, non particolarmente saggio per sua stessa ammissione, ma dal coraggio indomito.

A pensarci bene, la maggior parte della gente incoraggia gli altri a comportarsi male. Tutti sembrano convinti che sia necessario per avere successo. Quelle rare volte in cui posano gli occhi su un uomo onesto e pulito, lo disprezzano, gli danno del ragazzino immaturo, del bambino. Se le cose stanno così, alle elementari e alle medie gli insegnanti di etica farebbero meglio a non esortare gli alunni a dire sempre la verità e ad agire onestamente. Sia per la società che per l’individuo, sarebbe meglio che a scuola si insegnasse l’arte di mentire, di diffidare di tutti e di ingannare i propri simili. (…) Dovevo rassegnarmi a vivere in un mondo in cui l’ingenuità e l’onestà erano risibili.

Lo stile asciutto è quello della satira elegante, che oscilla con grazia tra umorismo e malinconia, e mette in luce la denuncia sociale di chi, come l’autore, sente il bisogno di dissociarsi dal declino culturale di una società che attribuisce sempre meno valore all’onestà e alla rettitudine.
Non stupisce che questo romanzo che in Giappone è un classico della narrativa giovanile al pari del “Giovane Holden” per l’Occidente, conservi malgrado gli anni un’assoluta modernità.

Viv

 

Pubblicità

I fiori non hanno paura del temporale

Bianca Rita Cataldi, I fiori non hanno paura del temporale, Harper Collins

Dimenticatevi titolo e copertina.
A beneficio esclusivo della casa editrice vorrei dire che, se della stessa autrice non avessi già letto “Acqua di sole” la presentazione grafica da fumettone adolescenziale e il titolo, di una sconfortante banalità, mi avrebbero scoraggiato a priori.
In questo caso, pur non essendo Dostojevsky -e nemmeno al livello del sopra citato “Acqua di sole”- questo romanzo potrebbe trovare un onesto posticino tra Valérie Perrin e Nicholas Sparks, per capirci.
Diciamo che a tratti è appesantito da una certa certa stucchevolezza, probabilmente la stessa di quel tiramisù al pistacchio di cui si favoleggia tra le pagine. 

Si tratta di un racconto familiare, in cui le voci femminili, donne dal “sangue cocciuto”, hanno un ruolo di primo piano: le due sorelle, la madre, la nonna, Donna Marzia e le otto prozie che riposano in una cappella privata del cimitero in compagnia di una teiera, sia mai vogliano farsi un infuso al mirtillo.
La storia ruota intorno a Corinna, figlia di un amore molto acerbo che Bruna, la madre, ebbe con un ragazzo più grande di lei all’inizio degli anni Ottanta.
A raccontarcela è Serena, la figlia minore, nata nove anni più tardi in seno ad una  relazione stabile con un uomo equilibrato, Salvatore di nome e di fatto, che ha colmato i vuoti affettivi e ha fatto da padre all’una e all’altra.

Aveva raccolto da terra i cocci di mia madre e l’aveva ricomposta, come un vaso d’argilla, e poi aveva riempito d’oro le fessure.

Il racconto si muove tra passato e presente modificando i toni della voce narrante che decodifica gli avvenimenti con uno sguardo che modula la consapevolezza in base all’età.

Per fortuna i ricordi servono per far capire agli adulti ciò che da bambini non riuscivano a comprendere (…) e, alla luce dell’esperienza, Serena acquisisce nuovi elementi che le permettono di ricostruire i retroscena.
Il nodo intorno al quale si dipana il racconto è legato alla morte prematura di quel padre naturale che Corinna non ha mai conosciuto, ad una serie di oggetti che le vengono lasciati in eredità e al suo desiderio di fare luce sulle sue radici.
Quel che emerge dalle sue ricerche creerà una frattura profonda con la madre e con la famiglia ed è a questa distanza che Serena cerca di porre rimedio ripercorrendo sui tasti di una Lettera 22 la storia della sorella.

La narrazione si concentra sulla vicenda in questione e sorvola sui passaggi di raccordo e sui cambiamenti che il tempo determina all’interno della famiglia, spesso sintetizzando in poche frasi concetti ampi con un’unica efficace pennellata, penso per esempio all’incontro tra Bruna e Salvatore, e a come l’esistenza della figlia illegittima venga comunicata e accettata senza quasi entrare nel merito, in due parole oblique.

«Posso sedermi un attimo accanto a te?»
«È occupato.»
«Non vedo nessuno.»
«C’è seduta mia figlia. Non la vedi ma c’è.»
Lui rimase per un attimo senza parole. Si chiese se stesse scherzando, poi lei sollevò gli occhi dal libro, incrociò i suoi e lui capì che era seria.
«Allora posso sedermi accanto a tua figlia?» Lei sorrise.

Si respirano le atmosfere degli anni Novanta, il walkman con le cassette da riavvolgere con la Bic, ci sono i portici bolognesi e il profumo del ragù domenicale, gli affetti, il culto dei defunti e dei nomi.
Per quel che mi riguarda non è promosso a pieni voti ma ha fatto il suo come libro di transizione, di solito romance o gialli che alterno a letture più impegnative. 

Viv

Infanzia

Tove Ditlevsen, Infanzia, Fazi

Primo volume di una trilogia, in cui l’autrice racconta la sua infanzia, dai cinque ai quattordici anni, in un quartiere povero della Copenaghen degli anni Trenta.

Lo sguardo è quello di Tove bambina, in quell’età in cui non si comprende il mondo degli adulti perché non si è ancora in grado di riempire i vuoti nella comunicazione e di decodificarne le allusioni. Il linguaggio d’altro canto è quello asciutto e potente della scrittrice adulta che descrive con lucidità un’infanzia segnata dalla povertà e dagli sbalzi umorali di una madre emotivamente instabile e insoddisfatta e derisoria che abitua Tove a comportarsi con circospezione alla costante ricerca della sua approvazione. 

Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante (…) Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei, per farla sorridere, per acquietare la sua rabbia. È un lavoro spossante (…) 

La madre è una donna che si muove con sicurezza solo in un ambito ristretto, che si sente persa appena esce dal quartiere di Vesterbro. Avara di gesti affettuosi, sporca la lode -Anche i figli dei poveri possono avere qualcosa nella zucca- con il risentimento sociale e, quando è sopraffatta dal disagio soccombe alla sua fragilità, rifacendosi crudelmente sulla figlia.
(…) al di fuori della via in cui abitiamo c’è un mondo che la spaventa. E quando ci spaventa entrambe, lei mi pugnala alla schiena.

Il padre, per contro, è un uomo malinconico, lontano dal temperamento irrequieto della moglie, un socialista prostrato dal licenziamento che lo ha privato parimenti del ruolo e dell’identità.
Da lui Tove riceve in dono un libro di fiabe senza le quali la mia fanciullezza sarebbe stata grigia, triste e povera. 
Difatti, l’unica vera gioia di Tove è la lettura e il suo unico vero tesoro è un quadernetto su cui scrive le sue poesie. Non a caso per descrivere la pochezza intellettuale delle cugine Tove sottolinea come in casa loro non ci sia nemmeno un libro. E per inciso, devo ammettere che, anche per quel che mi riguarda, la presenza di libri in una casa è da sempre il metro con cui misuro le affinità elettive.

Tove descrive a più riprese la sua infanzia come una fase spigolosa e buia lunga e stretta come una bara, qualcosa di cui spogliarsi come la pelle di un serpente per poterla finalmente osservare senza sofferenza.
Tuttavia, se inizialmente anela a lasciarsela alle spalle al più presto, verso la fine della narrazione il suo è il tono accorato di chi ha interiorizzato che il futuro non è che un colosso pronto a schiacciarla. Osserva pertanto i tentativi di emancipazione del fratello maggiore con l’amara consapevolezza che quando toccherà a lei il mondo adulto non sarà più accogliente.
E l’ingresso nel mondo adulto coincide innanzitutto con l’abbandono della scuola, come accadeva per altro alla gran parte degli attuali ottantenni che cominciavano a lavorare poco più che adolescenti.
No, non potrò proseguire gli studi, e potrò essere bambina ancora per poco.
Si chiude così l’infanzia di Tove. Il secondo volume “Gioventù” é già stato pubblicato.
Si tratta di un volume breve e intenso, scritto con uno stile asciutto e potente che non manca di accenti poetici e che come si evince facilmente ha i toni amari del disincanto.

Forse, vista la brevità dei primi due libri, che insieme fanno duecentocinquanta pagine, pur non sapendo ancora quanto possa essere corposo il terzo, avrei puntato su un volume unico per tutta la trilogia. 

Viv

 

La piccola Fadette

George Sand, La piccola Fadette, Neri Pozza

Nella metà dell’Ottocento, quando scrisse questo romanzo, George Sand, al secolo Aurore Dupin, era già un’autrice chiacchierata per il suo impegno politico -dalle idee socialiste alle posizioni femministe- per l’abitudine a vestirsi da uomo e fumare sigari nonché per la sua vita sentimentale scandalosa, libera da costrizioni.

In questo romanzo campestre tuttavia non si fa alcun cenno alla politica dell’epoca e si può tutt’al più intravedere un insegnamento di tipo morale che, a vari livelli, mette in guardia dal pregiudizio.
Il racconto ha l’andamento di una fiaba per ragazzi sia per quel che concerne la schietta semplicità delle interazioni tra i protagonisti che per il lieto fine in cui trionfano virtù, pazienza e un pizzico di saggia furbizia.

La credenza popolare del tempo riteneva che i gemelli identici dovessero essere cresciuti impedendo un legame troppo stretto poiché il gemello più debole ne avrebbe risentito fino a morirne. Questo è pertanto quanto viene raccomandato a papà Barbeau e a sua moglie alla nascita di Landry e Sylvinet ma, complici le abitudini contadine e la consuetudine familiare, i due fratelli crescono uniti da un’intesa e un affetto esclusivo. Quando Landry, il gemello dal carattere più equilibrato e generoso, viene mandato a servizio da un vicino, Sylvinet, cade in una profonda prostrazione, destinata a protrarsi negli anni, alternando attacchi di ingiustificata gelosia e febbri nervose.
Tanto più un gemello si adatta alla nuova condizione e accetta di buon grado il normale processo di affrancamento, tanto più l’altro si crogiola morbosamente nella sua condizione di figlio protetto in seno al focolare domestico.

Ma in fondo a tutte quelle parole dette a vanvera c’erano, da una parte, il ragazzo contento di lavorare e di vivere non importa dove e come, e dall’altra, quello che non riusciva a capacitarsi che il fratello potesse avere anche un solo momento di felicità è di pace senza di lui.

In questo nuovo equilibrio in cui Sylvinet tiranneggia con il suo affetto sempre più esigente il fratello dall’animo meno tormentato ma dal cuore non meno affezionato, si inserisce la piccola Fadette, una ragazzetta emarginata dalla comunità per le sue parentele -una madre svergognata e una nonna in odore di stregoneria- i suoi modi sfrenati e la sua generale trascuratezza.
In questa ragazzetta scarmigliata e anticonformista dall’animo nobile e dalla volontà di ferro è facile riconoscsenza eccessivi infingimenti l’autrice stessa.
Anche la Sand era chiacchierona e beffarda, vivace come una farfalla, curiosa come un pettirosso e nera come un grillo e come Fadette era stata allevata in campagna da una nonna che le aveva lasciato le redini molto lente e una cospicua eredità.

Come ogni fiaba che si rispetti la morale mette in guardia verso il pregiudizio. Il pregiudizio verso le apparenze che spesso non corrispondono alla sostanza, verso la deformità del fratellino di Fadette, verso le dicerie senza fondamento scientifico come quelle sui gemelli monozigoti o sul lavoro delle erboriste che l’ignoranza assimilava alle streghe.

Un romanzo per ragazzi, un classico di un altro tempo (1849) che forse anche per il suo carattere bucolico risulta meno attuale e più datato dell’intramontabile “Piccole donne” (1868) che gli è posteriore di soli diciannove anni.

Viv

Lettori digitali o tradizionali?

La domanda è mal posta perché va da sé che quel che conta sia leggere ma è innegabile che i lettori si dividano tra chi tendenzialmente preferisce il digitale e quelli che “cartaceo tutta la vita”.

Al di là delle preferenze personali la lettura digitale offre lati positivi difficili da ignorare.
Innanzitutto un costo inferiore, cosa non trascurabile per chi legge molto, uno spazio di stoccaggio piccolissimo e la possibilità di acquisto immediato ovunque ci si trovi.
Inoltre è un sistema amichevole per gli ipovedenti, adatto alla lettura notturna o in condizioni di luce precaria.
Se poi amate sottolineare, liberano dalla schiavitù della matita -e della gomma (perché io amo sottolineare ma odio le righe stortignaccole quasi quanto quelle con il righello)- e, last but not least, è più facile ritrovare brani significativi attraverso le parole chiave.

L’aspetto che preferisco tuttavia è il minor consumo di risorse del pianeta e fatte salve alcune eccezioni, come albi illustrati e volumi d’arte, mi fa sentire più felice sapere di aver salvato un albero.

Lo so, vi sento. Vuoi mettere il profumo della carta, il piacere dell’acquisto, gli scaffali pieni di volumi da risistemare?
Vi capisco, eh! In un mondo ideale leggerei su Ipad ma al contempo comprerei il cartaceo di tutto quello che mi è piaciuto e avrei una biblioteca come quella di Belle (e magari anche un vestito con le balze già che ci sono).

Comunque, posto che l’importante è leggere, so già che tornerò in argomento perché le cose da dire sono ancora tante, nel frattempo ecco qui una cover per Kindle Paperwhite e una per IPad.

Viv