Gli stivali da pioggia

Quando ero bambina pioveva spesso, i portaombrelli traboccavano. Tornavamo a casa da scuola con le scarpe fradice e le riempivamo di fogli di giornale per farle asciugare più velocemente, vicino -ma non troppo!- al calorifero per non far irrigidire la pelle. Non era strano avere degli stivali da pioggia anche senza essere dei reali inglesi a passeggio per la brughiera.

Un anno, avrò avuto 12 o forse 13 anni, scoppió la moda degli stivali da pioggia con il tacco.
Qualcuno se ne ricorda?
Erano stivali sagomati, alti fino al ginocchio con la suola intera in gomma bianca e una cucitura impunturata sulla paramontura. 
Ed erano lucidi, da specchiarcisi.
Io li avevo acquistati in quei giorni malinconici di inizio settembre in cui nel paesino di montagna in cui villeggiavamo non rimaneva nessuno fuorché i nativi, i giorni di fine estate in cui immancabilmente cominciavano le prime piogge insistenti e l’umidità si insinuava con falsa timidezza tra gli spessi muri delle case in pietra senza riscaldamento.
Li avevo scelti bianco latte, per spezzare la routine dello stivale in gomma, rigorosamente nero, che possedevamo tutti fin dall’asilo, e ne ero fierissima, anche perché non mi aspettavo di precorrere la moda con un acquisto nella bottega del paesello.
Noi ragazze, con una perizia affinata in tentativi estenuanti, ci infilavamo dentro i pantaloni -Dio sa come, visto che imperversava la zampa di elefante- e sentivamo che con quei 7/8 centimetri in più saremmo potute arrivare ovunque.
La gomma lucida si rigava per l’attrito e non c’era modo di restituirle la lucentezza, non erano certamente fatti per durare come gli stivaletti giallo sole -gialli come il mio primo vero ombrello da adulta- che comprai qualche anno dopo.

Da tempo non ho più un paio di stivali in gomma e nemmeno la pioggia è più la stessa, del tutto assente o troppo violenta, ma sento che questo è l’anno giusto per tornare giovane, o per fingermi reale inglese. In fondo non è sempre indispensabile la pioggia, gli stivali in gomma sono perfetti anche per un giardino e io mi sento pronta anche per quello.

Ho provato a cercare in rete un’immagine di quegli stivali bianco latte, terribilmente kitsch diciamolo pure, che mi ostino a ricordare con emotiva affezione, ma gli unici davvero simili che ho scovato sono di un intenso giallo sole. Lo prenderò come un segnale.

Viv

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Le ricette della signora Tokue

 Durian Sukegawa, Le ricette della signora Tokue, Einaudi

Nei sobborghi di Tokyo, un ciliegio scandisce il mutare delle stagioni e alla sua ombra Sentarō prepara i dorayaki, dischetti di pandispagna ripieni di marmellata dolce di fagioli rossi.
Non c’è mai la coda davanti al suo chiosco perché Sentarō non è pasticcere per vocazione e, vuoi per imperizia, vuoi per pigrizia, preferisce farcire i suoi dolci con una confettura industriale, ragion per cui i suoi dorayaki sono mediocri come il suo impegno.
La ricetta dell’an perfetto gli si offre attraverso un’anziana signora dalle dita storpie che con gentile insistenza si propone come aiutante per un compenso risibile, vincendo infine le reticenze di Sentarō grazie alla sua straordinaria abilità nel preparare l’an, la marmellata di fagioli.
Da quel giorno ha inizio l’apprendistato di Sentarō che, osservando i gesti metodici e la passione della signora Tokue, a poco a poco scopre il piacere di un lavoro ben fatto, premiato dalla soddisfazione dei clienti che si fanno sempre più numerosi.

Non l’aveva scelto lui, quel lavoro. Voleva tornare a essere libero il prima possibile. Era tutto quello che desiderava. Eppure provava uno strano senso di soddisfazione, era come se avesse raggiunto un traguardo. E quindi si sentiva un po’ disorientato. Da un lato aveva voglia di gridare vittoria, dall’altro sentiva che la situazione si complicava… Aveva un po’ perso le coordinate.

Da questa collaborazione nasce un’amicizia in cui la solitudine di entrambi trova conforto.
Il passato di Sentarō è appesantito dai debiti contratti attraverso una condotta non irreprensibile, quello della signora Tokue da una malattia che l’ha costretta a vivere segregata dal mondo per quasi tutta la sua esistenza.
Entrambi hanno dovuto fare i conti con l’emarginazione e l’isolamento ma dei due l’anziana incarna la resilienza -parola ormai abusata ma che in questo caso è quanto mai adeguata- la tenace volontà nel riconoscere le piccole felicità e nel cercare il senso della vita anche quando ci è dolorosamente avversa.
Per questo inizialmente rimprovera Sentarō che abusa del termine destino.
Quale destino? Signor principale “destino” non è una parola da prendersi così alla leggera.

La signora Tokue avrebbe molti motivi per commiserarsi e per provare risentimento nei confronti di una società che l’ha bandita per anni, ma al contrario ha affinato una saggezza e una capacità di accoglienza in cui trovano spazio le confidenze di Sentarō, le difficoltà di un’adolescente solitaria che sosta al chiosco nei pomeriggi dopo la scuola quanto l’attenzione maniacale ed eccentrica verso la cottura dei fagioli.

Noi siamo nati per guardare e ascoltare il mondo. E il mondo non desidera altro.

Tra tutti questo sarà l’insegnamento più prezioso: l’ascolto.
E con questo la connessione con gli altri esseri umani, la fiducia negli incontri provvidenziali che cambiano la prospettiva, nel potere salvifico dell’amicizia, la ricerca dell’armonia nella bellezza di un ciliegio che muta attraverso le stagioni.

Volutamente ho scelto di non approfondire la malattia della signora Tokue e le sue implicazioni storiche e legali ma l’ostracismo di cui la scopriamo vittima e che continua a subire anche al chiosco a causa della sua deformità é fonte di riflessione su quanto ancora si debba combattere contro l’indifferenza e il pregiudizio.
La condizione della signora Tokue è la stessa di tanti malati di tumore a cui non è concesso l’oblio oncologico e con questo l’accesso all’adozione anche dopo anni di buona salute.
Nella discriminazioni estetica che la rende invisa ad alcuni frequentatori del chiosco risuona da un lato l’ignoranza, dall’altro l’eco di quella “bella presenza” richiesta spesso a sproposito nei colloqui di lavoro per posizioni in cui l’aspetto esteriore non dovrebbe avere alcun peso.
Il mondo procede per piccoli passi, come quelli della signora Tokue ma non bisogna mai arrendersi.

Da questo breve racconto poetico è stato tratto un grazioso film omonimo che dopo poche pagine ho ricordato di aver visto qualche anno fa e in cui ritroverete intatta la saggezza lirica tutta giapponese della signora Tokue.

Viv

Due settimane in settembre

R. C. Sheriff, Due settimane in settembre, Fazi editore

“Non riesco a pensare a un romanzo che più di questo sia in grado di risollevare il morale. La bellezza e la dignità che si trova nella vita di tutti i giorni è stata raramente catturata in modo più delicato.”
Non sono io a dirlo ma Kazuo Ishiguro e tanto dovrebbe bastare per convincervi.

Cuore della vicenda, sono le due settimane di vacanza che la famiglia Stevens si concede ogni anno sempre nella medesima località sulla costa del Sussex, la stessa in cui marito e moglie trascorsero la loro luna di miele. Da allora sono passati oltre vent’anni e la famiglia, insieme ai tre figli, ha continuato a prenotare ogni anno le  stanze della pensione casalinga “Vistamare” lasciandosi cullare dalla familiarità di quegli spazi e badando ad ignorare i segnali di progressivo deterioramento negli arredi e nel servizio.

Nello stralcio autobiografico che è riportato all’inizio del volume, l’autore racconta che proprio durante una vacanza a Bognor, mentre osservava da una panchina sul lungomare i movimenti delle famiglie di villeggianti, gli venne l’idea di un romanzo che ne ritraesse una durante le due settimane di vacanza annuale.

Gli Stevens sono l’incarnazione di questa felice ispirazione.
Rappresentanti della borghesia medio-bassa nel periodo tra le due guerre, sono protagonisti di un racconto in cui non accade quasi nulla e forse proprio per questo l’identificazione si compie così facilmente perché (…) tutti gli uomini sono uguali in vacanza: tutti liberi di fare castelli in aria senza preoccuparsi delle spese, e senza possedere competenze da architetto. Sogni fatti di una materia così impalpabile devono essere coltivati con venerazione e tenuti lontani dalla luce violenta della settimana seguente.”

Il racconto comincia alla vigilia della partenza, nel territorio emotivo dell’aspettativa. Osserviamo la famiglia al gran completo, immersa nei preparativi secondo un ruolino di marcia dettagliatissimo, perfezionato negli anni dal signor Stevens: la consegna del canarino alla vicina di casa, le direttive ai fornitori abituali, la preparazione dei panini per il viaggio in treno e così via. Ogni voce vien spuntata via via per esser certi di far fronte ad ogni contrattempo e non vedersi rovinare neppure un istante di quei preziosi quattordici giorni.

Devo riconoscere che un po’ mi ci sono ritrovata in questi preparativi, perché anche le mie estati di bambina erano costellate di bauli da riempire con solidi criteri di ottimizzazione -ancora oggi faccio bagagli livello pro- coincidenze ferroviarie da non perdere e in generale dalla frenesia che affligge le persone abitudinarie, affette da mania di controllo.
Poi c’erano i panini avvolti nella stagnola da scartare guardando il paesaggio dal finestrino del treno, i piccoli lussi e le deroghe alla parsimonia usuale. Tutte cose che fanno della vacanza qualcosa di memorabile, specie quando si é bambini, un privilegio ovunque ci si trovi e qualsiasi sia il proprio tenore di vita.

Tornando agli Stevens ciascuno di loro si relaziona in modo personale con la vacanza e con Bognor. Il più piccolo vive ogni giorno con la spensieratezza e l’entusiasmo della sua età, i due figli più grandi, che già lavorano, assaporano con maggiore consapevolezza quel periodo di stacco dalla routine ma sono ormai divisi tra la consuetudine della vacanza in famiglia e il richiamo verso la novità. La mamma, che non ama il mare, dissimula il disagio e cerca di sembrare pienamente soddisfatta per non sciupare il divertimento altrui ma ammette con un vago senso di colpa che i suoi momenti più felici a Bognor sono quelli in cui si ritrova da sola la sera a rammendare sorseggiando un bicchierino di porto mentre figli e marito sono altrove. Il signor Stevens, dal canto suo, durante quelle preziose due settimane lenisce una vita di delusioni lavorative e personali concedendosi qualche serata al pub e prendendosi un’unica gloriosa giornata per fare un’escursione in solitaria in cui riflettere in santa pace e tirare le somme degli ultimi undici mesi e mezzo circondato da una natura benevola.

Il punto di vista di ciascuno è avvicinato con garbo e rispetto, la scrittura è piana ma non banale. Un romanzo dai toni perfetti che si conclude come farebbe un film -e che film ne potrebbe uscire!- sui saluti finali alla signora Huggett, la padrona della pensione “Vistamare”. 

Viv

Notti in bianco e baci a colazione

Matteo Bussola, Notti in bianco e baci a colazione, Einaudi

Quando avevo le figlie piccole, ogni tanto appuntavo su un quadernino con la copertina di tela a fiori qualche aneddoto buffo sui loro progressi, gli strafalcioni, le conclusioni strampalate, sovente profondissime, che i bambini esprimono sui massimi -e sui minimi- sistemi senza rendersene conto. Purtroppo mi è mancata la costanza di tenere un diario giornaliero e adesso che quel periodo fertile di stramberie linguistiche è finito da un pezzo me ne rammarico. In questo i social -e le testimonianze fotografiche a nastro- aiutano, soprattutto se l’utente non si limita alla sfera professionale, come è il caso di Matteo Bussola.

Leggendo “Notti in bianco e baci a colazione” ho scoperto che sulla sua pagina fb racconta con la stessa semplicità e immediatezza episodi di vita familiare come quelli riportati in questo libro, anche se, naturalmente, nel frattempo le figlie sono cresciute di qualche anno.
Come ho scritto nel post dedicato a “L’invenzione di noi due” questo diario di famiglia mi ha fatto altresì scoprire che la “mamma” che compare in queste pagine altri non è che quella Paola Barbaro di cui avevo appena terminato un paio di thriller.
Non so a voi, ma a me le coincidenze rallegrano sempre anche se non mi spostano di una virgola l’asse del quotidiano.

Ma veniamo al libro in questione che, come si sarà capito altro non è che un compendio di aneddoti brevi tratti dalla vita dell’autore, marito e padre di tre figlie tra gli otto e i due anni, una finestra sulle disavventure di una famiglia come tante in cui mamma a papà si alternano nella cura della prole, fanno i turni per accompagnare le bimbe a scuola, all’asilo, ai corsi pomeridiani o alle feste di compleanno, preparano colazioni, merende e imparano a memoria le fiabe e le canzoncine preferite.
Niente di nuovo per chi ci sia già passato ma proprio per questo un testo che ci somiglia, il tutto condito con quel pizzico di umorismo che salva la vita ai genitori e rende più piacevole la lettura.
Nella tenerezza con cui sono raccontate le bambine e la compagna c’è gratitudine, rispetto e consapevolezza di quanto siano fuggevoli e preziosi anche i momenti apparentemente insignificanti ma non mancano riflessioni di carattere generale sull’accoglienza e sui piccoli atti di gentilezza. 

Per come sono fatta io funziona meglio “in pillole”, da leggere nei tanti momenti di attesa che la vita qua e là ci impone, ma io non faccio testo perché da sempre gli aneddoti in sequenza, persino quelli che hanno per protagoniste le mie di figlie, dopo un po’ mi stremano. 

Viv