Tanti piccoli fuochi

Celeste NG, Tanti piccoli fuochi, Bollati Boringhieri

Shaker Heights è un elegante distretto residenziale alle porte di Cleveland. Le autorità locali da decenni organizzano la vita della comunità in modo da preservarne l’ordine, il decoro e favorire l’integrazione.
Ci vivono per lo più famiglie benestanti, impegnate nel sociale, i cui figli frequentano scuole prestigiose.

A dispetto della facciata imperturbabile il romanzo si apre con la casa dei Richardson in preda alle fiamme e non ci sono dubbi sul fatto che i fuochi -tanti e piccoli- appiccati sopra ogni singolo letto, siano opera della minore e più irrequieta dei loro quattro figli.

L’antefatto di questo gesto risale a molti mesi prima quando a Shaker Heights, in una bifamiliare di proprietà dei Richarson, si sono stabilite Mia Warren e la figlia Pearl.
Mia è tutto quello che non è Mrs Richardson, tutto quello a cui ha voltato le spalle per diventare una moglie e madre modello.
L’antagonismo delle due figure si evidenzia soprattutto nella loro attitudine al nido.
Mia è nomade per scelta e per necessità, è un’artista alla perenne ricerca di stimoli, cambia casa e lavoro ogni volta che l’ispirazione si esaurisce trascinandosi dietro una figlia ormai adolescente che vede nella madre dei suoi amici un archetipo di affidabilità e dedizione al ruolo.
Quando poi l’opinione pubblica è chiamata a schierarsi su una delicata questione legata all’affidamento di una bimba cinese di pochi mesi, non è difficile intuire che le due donne si schiereranno su fronti opposti.
A chi spetta il diritto alla maternità, alla madre naturale che inizialmente l’aveva abbandonata per indigenza e disperazione, o alla madre affidataria che ha ormai instaurato un legame con la bambina? Mrs Richardson non ha dubbi, tanto più che la madre affidataria è una delle sue più care amiche di infanzia.

La maternità -nodo centrale del racconto- prende tutte le declinazioni possibili: dalla mortificazione del desiderio in chi non riesce ad avere figli, al rifiuto della maternità di chi non è pronto per assumersene la responsabilità. Si parla di affido, adozione e di quanto l’aspettativa e la presenza di un figlio possa condizionare la vita di una donna.

Quanto ai fuochi cui allude il titolo, non sono solo quelli che accende Izzy nella casa di famiglia, sono anche le scintille di ribellione al sistema soffocate da Mrs Richardson, che somiglia a Izzy più di quanto riesca ad ammettere, e sono quelle che semina Mia con le sue parole.

Dopo un incendio il terreno diventa più ricco, e possono crescere nuove cose. Anche le persone sono fatte così. Ricominciano da capo.

È un libro in cui prevale il pensiero femminile, gli uomini ci sono ma hanno un ruolo irrilevante e, direi, vengono sostanzialmente ignorati. Le donne, per contro, parlano tra loro ma non sono mai del tutto esplicite. Il detto, il non detto e le parole fraintese pesano sulle decisioni dell’una e dell’altra con effetti che ricordano il gioco del domino.
Romanzo scorrevole e ben scritto che ha nella dispersione la sua centralità.

Viv

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I fiori della piccola Ida

“I fiori della piccola Ida” è una di quelle fiabe che tutti conoscono di nome e di cui nessuno ricorda i dettagli, salvo, ci scommetto, la mia amica Sabina che ogni tanto la nomina.

Questa è l’immagine che ha creato il link mentale alla stoffa che ho utilizzato per l’astuccio ed ecco qui la bustina: un profluvio di fiorellini che mi ricordano quei giacinti danzanti.

Serie #lemiefiabe con impunture orizzontali, margini stondati ed etichetta personalizzata.
E, come sempre, una diversa dall’altra.

Viv

Pollicina, pochette e portatisane

Continuiamo a parlare di fiabe.
L’antefatto lo trovate qui oggi però è la volta di Pollicina.

Pollicina era una bimba minuscola, dormiva in un guscio di noce e danzava sui petali dei fiori, gli stessi petali che fluttuano su questa pochette color pervinca.

L’interno ha toni lievemente aciduli che contrastano piacevolmente con la morbidezza di questo azzurro violaceo.

Pollicina dopo varie disavventure ha il suo lieto fine sposando il principe delle fate e sono piuttosto sicura che sarebbe stata ben felice di avere un portatisane coordinato da portare di fiore in fiore durante in viaggio di nozze.

Il portatisane da viaggio l’avete gia visto in numerosi post, per esempio qui e qui.

Trovo che sia un accessorio indispensabile nella sua sublime inutilità.

L’alzatina di macarons a misura di Pollicina invece è uscita dalle mani fatate della mia amica Antonella, artefice di tante bellissime miniature.

Viv

Le mie fiabe

Nel mio immaginario sopravvivono tutte le illustrazioni dei libri di fiabe che leggevo da bambina e certamente continuano a condizionare le mie associazioni mentali tant’è che, appena ho visto questa fantasia di rose gialle, una serie di immagini è riemersa dai pomeriggi febbricitanti in cui mamma e nonna leggevano per me dai “libroni delle fiabe”.

Forse qualcuno di voi li conosce, erano otto volumi di fiabe e leggende, venduti in fascicoli nelle edicole. Ricordo ancora la magia, quando dopo mesi e mesi di acquisti settimanali, arrivarono a casa, freschi di rilegatura, finalmente pronti per essere sfogliati. E non si può dire non me li sia goduti perché conoscevo a memoria ogni singola illustrazione.
Questi non sono i volumi della mia infanzia, i miei sono andati perduti non saprei neppure dire quando ma le mie figlie, che non sprecano ricorrenze con regali privi di significato, sono riuscite a ritrovare i primi cinque in una libreria dell’usato.

Queste invece sono le immagini che mi hanno guidato e intorno a loro ho costruito questa bustina, la prima di una piccola serie che, per libere associazioni, si ispira alle mie fiabe.

La pochette si chiama #Biondina, dal nome della protagonista.

Ha impunture orizzontali, margini inferiori stondati e un’etichetta laterale quasi professionale.
Sfatando il mito che sia preferibile non accostare due fantasie disomogenee, per l’interno ho scelto una stoffa a fiorellini con un reticolo di foglie e fiori sui toni caldi e dorati che riprende il colore delle rose gialle su sfondo rosso.

Quelle che vedrete nei prossimi giorni hanno le stesse caratteristiche, per il resto sono una diversa dall’altra e per ognuna mi sono presa tutto il tempo del mondo perché volevo che  la scelta degli abbinamenti fosse il primo divertimento e che semplicità e cura si incontrassero a metà strada.

Viv

Due astuccini piatti e confettosi

Gennaio è un mese letargico. Indugio sotto le coperte più che posso, riordino pigramente la craft room, aspetto che affiorino nuove idee e spero che influenze e raffreddori mi ignorino.

Ed è proprio dalla scatola dei ritagli -quella che fra tutte ha bisogno più spesso di essere riordinata- che sono spuntate queste due bustine che dell’inverno non vogliono proprio saperne.

Rosa, rosa e ancora rosa, più un pizzico di turchese nel fiocchetto.

Ricomincio da qui, dai miei amati scampolini, che più son piccini più sono amati.

Viv

Le due verità

Agatha Christie, Le due verità, Mondadori

Sono arrivata al romanzo attravarso la miniserie tv con Bill Nighy, Matthew Goode e Eleanor Tomlinson liberamente ispirata a “Le due verità” e, tra la prima e la seconda parte, ho avuto tempo di meravigliarmi per non aver mai letto il libro in questione (in originale Ordeal by innocence) e di non essere mai neppure incappata nella versione cinematografica degli anni Ottanta, quella con Donald Sutherland e Faye Dunaway.
Dopo tutta questa stupefazione ho scaricato la versione eBook e ho colmato la prima delle mie lacune.

Temevo, fresca di visione, la mancanza dell’effetto sorpresa ma il disorientamento non è mancato perché la sceneggiatura tv, pur nel generale plauso che meritano quasi tutti i prodotti BBC, stravolge le linee narrative, proponendo personaggi molto più caratterizzati e dicotomici sia per quanto riguarda la vittima che i sospettati, e soprattutto spostando il fardello della colpevolezza su altre spalle.

Veniamo alla trama. Alcuni anni dopo l’omicidio di Rachel Argyle, ricca filantropa con l’ossessione per l’infanzia, viene inaspettatamente accertata l’innocenza del presunto colpevole, il più turbolento dei suoi cinque figli adottivi. Il latore della buona nuova, il dottor Calgary, è infatti quel testimone fantasma che la difesa aveva cercato invano per mesi a mezzo stampa ma nel frattempo Jacko Argyle è deceduto in carcere. La notizia tuttavia non reca alcun sollievo alla famiglia, con la riapertura del caso infatti ciascuno di loro è un possibile sospetto e come tale viene percepito dagli altri: il marito e padre adottivo Leo, la segretaria e amante di lui Gwenda, i quattro figli e la governante Kirsten. Unico escluso Philip, marito della figlia maggiore, impossibilitato a compiere il delitto a causa della sua invalidità, che ha peró il torto di cercare di ammazzare la noia indagando con grossolana mancanza di cautela. In definitiva, in questo che più di altri è un giallo psicologico, come suggerisce sgomenta una delle figlie Argyle “Non è il colpevole che conta, contano gli innocenti.”
Soprattutto se non sembra possibile stabilire quale sia la verità.

Contrariamente al solito -per lo meno alla produzione più numerosa e amata dai lettori di questa autrice- in questo caso manca la figura catalizzatrice dell’investigatore e i personaggi sono tutti sullo stesso piano, nessuno emerge, nessuno prende l’iniziativa in modo eclatante. Forse proprio per questo la Christie, stanca di Poirot e Miss Marple, lo amava al punto da metterlo tra i suoi preferiti.
Personalmente non concordo: la psicologia dei personaggi, che dovrebbe essere il punto di forza è diluita dalla coralità della narrazione che non lascia molto spazio all’approfondimento dei caratteri e la tensione narrativa non raggiunge l’apice di altri romanzi che hanno ottenuto fama maggiore.
Indubbiamente sapere che era uno dei prediletti da zia Agatha ha contribuito a creare  aspettative decisamente alte ma va da sé che il legame di un autore con le sue opere va al di là del gradimento del pubblico e talvolta persino del loro valore oggettivo.

Viv