Una vita come tante

Hanya Yanagihara, Una vita come tante, Sellerio

L’ho già scritto in altre occasioni: amo rileggere.
Ci sono libri feticcio che mi accompagnano come riti di passaggio, altri che riapro in modo casuale, altri ancora che continuano a risuonare anche dopo l’ultima pagina, come il canto di una sirena, e reclamano nuova attenzione.
“Una vita come tante” è uno di questi. Non ne parlai l’anno scorso ma sarebbe doppiamente colpevole non lasciarne traccia dopo una seconda lettura.

Molti l’avranno già letto ma immagino che chi ancora tergiversa possa avere gli stessi motivi che all’epoca mi resero recalcitrante: i fiumi di lacrime, la sequenza di sciagure e i contenuti pesantemente drammatici. Ammettiamolo, con queste premesse bisogna proprio essere nello spirito giusto per abbracciare un volume di oltre mille pagine che, pur magnificato, promette di fare a pezzetti il nostro equilibrio emotivo.
Vorrei rassicurarvi, “Una vita come tante” è uno dei romanzi più intensi e poetici di sempre e la disperazione non è certamente il sentimento preponderante. Quanto alle lacrime a me è bastato l’angolo di un fazzolettino, ma ognuno fa storia a sé. 

È un libro sull’amore -qualsiasi tipo di amore- sulla vita, che ad alcuni risparmia tragedie terribili senza meriti e senza logica.
Sull’amicizia, quella che protegge e quella che tradisce, sulla solitudine e sulla dignità del dolore. Sulle ferite insanabili e sul potere taumaturgico degli affetti che offrono una prospettiva di salvezza persino quando non riescono a operare il miracolo.
Riesce ad essere lieve ed accorato grazie ad una scrittura potente, immersiva, quasi senza flessioni, che continua a esercitare la sua forza di attrazione anche dopo l’ultima riga. Un libro da cui ci si distacca per gradi, luttuosamente, come avverrebbe se si trattasse di persone reali.
E ve lo dico già non è la trama a farne un capolavoro ma la delicatezza dello sguardo, le riflessioni, sulla genitorialità e sulla giurisprudenza per fare due esempi, la capacità di rendere profondamente umani i personaggi, di descriverli attraverso le sfumature e i piccoli comportamenti, di scandagliarne i sentimenti nelle più intime contraddizioni.

New York, quattro amici dai tempi del college, JB, Malcom, Willem e Jude che è il perno di tutto. Riservato e altruista, Jude porta i segni di un’infanzia violenta e traumatica che gli ha lasciato in eredità una lieve zoppia e dei terribili dolori alla schiena ma più di tutto l’ha portato a interiorizzare un profondo senso di colpa e una pericolosa tendenza all’autolesionismo nella convinzione di non meritare di essere amato.
Gli amici, pur senza avere accesso al suo passato doloroso, sviluppano nei suoi confronti un sentimento di protezione, che ciascuno declina a suo modo senza farne un manifesto.

A quanto pareva, essere amico di Jude significava spesso non porsi le domande che ci si sarebbe dovuti porre, per paura delle risposte. (…) Significava ignorare ciò che l’istinto suggeriva di non ignorare, schivando i sospetti come tanti ostacoli.

Avvocato affermato e sicuro di sé a livello professionale, nel privato Jude oscilla tra rassegnazione e timida fiducia, vive con autentico stupore ogni manifestazione di affetto nei suoi confronti ma è incapace di sottrarsi al ruolo di vittima.
Jude si fa molto amare e si fa molto detestare per l’impotenza con cui siamo costretti ad assistere alla sua volontà malata di accettare e imporre a se stesso sofferenze morali e fisiche quasi fossero un destino ineluttabile.
Sopra a tutto, però, si fa molto amare e più la vita si accanisce su di lui più impariamo a leggere attraverso le sue insicurezze, ad entrare nelle pieghe del suo animo tormentato e in quello dei suoi compagni, al punto da dimenticare che, di fatto, si tratta di personaggi di fantasia.
Tranne qualche figura di scarso rilievo, i personaggi che ruotano intorno a Jude sono tutti maschili e tutti ritratti nella loro umanità più autentica.
E tra tutti è Willem a toccare più da vicino il cuore di Jude, e il nostro. 

Yanagihara racconta l’amore superando le schematizzazioni di genere, non mitizza l’amicizia e non la denigra persino quando è sleale, restituisce la più straordinaria intensità alla quotidianità di vite normali. E se, con qualche ragione, fatichiamo a considerare quella di Jude una vita come tante non è per mancanza di verosimiglianza ma solo perché la clemenza delle Parche ha guardato a noi con occhio benevolo. E di questo dobbiamo essere grati, così come per questo romanzo che a ogni lettura rinnova le promesse e mantiene le aspettative. 

Piange senza fermarsi. Piange per tutto ciò che è stato, per tutto ciò che sarebbe potuto diventare, per tutte le ferite che ha subito, per tutta la felicità che ha provato; piange per la vergogna e la gioia di poter essere finalmente un bambino con tutto il corredo di capricci, insicurezze e bisogni; piange per il privilegio di comportarsi male e di essere perdonato. 

Viv

 

4 pensieri riguardo “Una vita come tante

  1. Viv, un romanzo davvero poderoso e importante, credo che tu sia riuscita a trasmettere il senso di assoluto coinvolgimento che dona questa lettura. Non lo conoscevo e credo che all’autrice piacerebbe questa tua recensione così bella sentita. Brava! Un bacione a te!

    1. In realtà ne hanno parlato in tantissimi, motivo per cui lo scorso anno avevo glissato ma poi mi son detta “lo rileggo, vedo che effetto mi fa alla seconda lettura e ci faccio pure la recensione”. Io l’ho trovato sempre bellissimo.

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