Le mezze verità

Elizabeth Jane Howard, Le mezze verità, Fazi 

Lo scrittore irlandese William Trevor, contemporaneo della Howard, a proposito de “Le mezze verità” scelse di sottolinearne il delizioso senso dell’umorismo, frase che aveva ingannevolmente acceso in me aspettative piuttosto distanti dalla sostanziale cupezza di questo romanzo. 

Il luogo di aggregazione psicologica dei personaggi è Monk’s Close, una grande villa dall’architettura pesante e sgraziata piena di stanze buie e mal riscaldate. Lontanissima dal concetto inglese di home tanto quanto chi la abita lo è da quello di famiglia, all’inizio del romanzo ospita un nucleo allargato nato dall’unione di una vedova di guerra con due figli grandi e di un colonnello in pensione con una figlia in procinto di sposarsi.  

L’unico ad amare quella brutta magione gelida è il Colonnello Herbert, che l’ha fortemente voluta forzando all’acquisto la moglie, che ne è di fatto la proprietaria legale. Il possesso di Monk’s Close rappresenta, come si vedrà, una vera e propria ossessione per il Colonnello e intorno a quel desiderio ruota l’elemento noir del racconto.  

I personaggi sono colti nel presente di un’esistenza affaticata dai tentativi di fuga verso una serenità che gli si sottrae di volta in volta. 

May, vedova con due figli ormai adulti, ha cercato la soluzione in un nuovo matrimonio per non essere di peso ai figli ormai adulti ma ben presto si è resa conto dei limiti della sua scelta. Il suo è il personaggio più affaticato e psicologicamente fragile; non casualmente troverà confuso conforto in una setta, accettando di comprare col denaro un luogo in cui sentirsi accolta senza riserve. 

Elizabeth, la figlia minore, è una ragazza di buon carattere, ingenua e sentimentale molto legata al fratello Oliver, un simpatico e brillante giovane, poco incline alla fatica, che ambirebbe a vivere delle sue passioni senza per altro avere chiaro quali siano esattamente. Entrambi i figli di May dopo le nozze della sorellastra si allontanano da Monk’s Close e dall’ingombrante patrigno.  

La stessa Alice, la figlia del Colonnello, nelle prime pagine si unisce in matrimonio con un uomo più grande di lei e con tutta la sua soffocante famiglia, per sfuggire alla tirannia paterna. 

Il Colonnello é dunque il nodo delle forze centrifughe, il personaggio da cui prendere le distanze. La Howard con la consueta sagacia in poche righe traccia il ritratto di un uomo egoista, misogino e taccagno, attento esclusivamente al suo personale benessere. 

Provava sentimenti opposti: era naturale, per un padre, sentirsi così il giorno delle nozze della sua unica figlia. Da un certo punto di vista era un sollievo che prendesse marito, ma per altri versi gli dispiaceva. Gli sarebbe mancata, per una lunga serie di motivi che cercò di passare in rassegna: il brodo di manzo che gli preparava sempre a metà mattina, come stirava il giornale quando May lo leggeva prima di lui (le donne riuscivano a ridurre i giornali in condizioni pietose, senza contare che era del tutto superfluo che li leggessero) la sua bravura coi cani (…) le sue attitudini casalinghe (era solo merito di alice se riuscivano a mantenere quella casa di venticinque stanze con una sola donna delle pulizie)…

Secondo l’antico adagio popolare per cui spesso il marito ricalcherebbe l’immagine del padre anche Leslie nel suo rapporto con Alice si allinea allo stereotipo dell’epoca relativamente alle aspettative degli uomini riguardo al matrimonio. La donna doveva essere acquiescente, mite, ritrosa quel tanto da giustificare eventuali scappatelle.

A pensarci bene infatti non era certo che una che apprezzasse il sesso potesse ancora definirsi una donna per bene. 

L’unica a incontrare il vero amore è Elizabeth ma evidentemente la Howard non era alla ricerca di un lieto fine tout court e dobbiamo accontentarci del fatto che giustizia sia fatta per lo meno sul piano morale. Le donne, dopo un certo numero di giri di giostra, tornano sole a consolarsi tra loro e alla fine è l’intellettuale Oliver che chiude il cerchio. 

“Una soluzione provvisoria. E’ questo che possiamo essere gli uni per gli altri.” E siccome Elizabeth parve ricominciare a piangere, si corresse: “Questo non vale per le persone che si amano davvero. Io non immagino nemmeno che possa capitarmi”. 

Premesso che la Howard scrive sempre in modo accurato e scorrevole, in questo caso i personaggi appaiono meno indagati singolarmente, prediligendo  un dramma familiare collettivo in cui ciascuno vive la consapevolezza di non potersi davvero mettere a nudo con le persone che gli sono più vicine, nascondendo la verità per non ferire o per perseguire scopi poco nobili. 

Vale sempre la pena di passare del tempo con questa scrittrice ma se dovete partire da zero iniziate dalla saga dei Cazalet o da “Il lungo sguardo”

Viv 

 

4 pensieri riguardo “Le mezze verità

  1. Che bella presentazione per un romanzo dall’intreccio particolare, la scrittura mi convince e come sai io partirò dai Cazalet, ho il primo volume ancora in attesa ma mi segno anche questo, le storie cupe non mi spaventano.
    Grazie Viv, un bacione a te!

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