Da duemila anni

Mihail Sebastian, Da duemila anni, Fazi 

Recentemente ho accennato a questo romanzo nella recensione di “Eugenia”
“Da duemila anni” infatti viene citato da Duroy come il libro che schiude alla sua protagonista la realtà delle vessazioni di cui erano vittime gli ebrei rumeni, e il suo autore è quel Mihail Sebastian, punto di incontro tra finzione e vita reale, di cui Eugenia si invaghisce. 

In questo romanzo semi autobiografico, l’autore racconta la Romania dagli anni Venti ai Trenta e ci offre lo spaccato di un Paese ai margini della grande storia d’Europa.
Da insider ci restituisce la complessità del mondo ebraico, riportando la discussione sul singolo e sulla molteplicità di pensiero all’interno di una comunità costituita da individui spesso distanti per cultura, censo e sentimento religioso. 

Il protagonista stesso è non credente e certamente non è sionista. Appartiene a quella tipologia di ebreo integrato, più rumeno che ebreo, costretto volente o nolente a scontrarsi con la realtà della sua ascendenza nel momento in cui quel sangue ebreo che costituisce il punto del contendere comincia a scorrere per mano dei picchiatori antisemiti. 
Non gli è estranea neppure un certa insofferenza verso la malinconia e la rassegnazione congenita dell’ebreo talmudico, teso verso una sopportazione che ha il sapore del martirio, incline a compatirsi e confortarsi. 
Vorrebbe prendere le distanze da quei duemila anni di persecuzioni ma fatica a lasciarsi alle spalle l’inquietudine che ha assimilato insieme al latte materno.
Il suo stesso interesse verso il dibattito sionista si limita a quello di un osservatore di passaggio, uno spettatore che non propende per nessuna causa, di fronte a due amici che discutono con animosità soffre lo scontro ancor più del motivo del contendere. 

La loro ostilità, quella degli antisemiti, sarebbe tutto sommato sopportabile. Ma come ce la caveremo con la nostra stessa ostilità, con la nostra ostilità interiore? 

In questa come in altre occasioni di confronto dialettico su temi politici, religiosi ed economici, gli opposti si fronteggiano come in un dialogo platonico. Più in generale, in questo romanzo le idee hanno il sopravvento sugli eventi, il clima di violenza non è centrale quanto l’indagine filosofica e la ricerca dell’identità. 
Mi aspettavo un’analisi sull’antisemitismo e sulle persecuzioni razziali e mi sono trovata di fronte un romanzo sofisticato, di ampio respiro, caratterizzato da una grande ricchezza di spunti e un gran numero di personaggi secondari tratteggiati con straordinaria efficacia. 
Il punto nodale resta lo scavo psicologico, il sentimento di solitudine interiore, in una riflessione che oscilla tra la dimensione collettiva e quella individuale. 

 (…) la sola qualità certa che riconosco alle persone è la loro indifferenza, che rappresenta non solo un supremo atto di gentilezza, ma anche una garanzia di sicurezza e tranquillità.

La decina di anni su cui si focalizza la prima parte del romanzo sono quelli del tacito assenso, gli anni in cui l’insofferenza per l’ebreo è tollerata persino dai ebrei quasi fosse una pratica innocua, un peccato veniale che verrà superato dagli eventi.

Le acque torbide e agitate sono tornate limpide in superficie e si sono intorbiditi ancora di più i loro fondali agitati. Le persone hanno fatto le loro scelte, le idee si sono sedimentate, le stupidaggini si sono adunate, le verità hanno cominciato a delinearsi. Tutto è più ordinato. Forse sarebbe ora di scrivere la storia del movimento antisemita. 

Solo nell’ultimo terzo le inquietudini che lavoravano in profondità tornano in superficie e il protagonista si trova di fronte all’inevitabile strettoia. Sull’onda della crisi economica, le tensioni sociali aumentano, le strade tornano a risuonare di proclami antisemiti.

 Il dialogo serrato tra il maestro Vieru e il protagonista -due colleghi che il destino ha posto su barricate opposte- mostra gli esiti velenosi del nazionalismo identitario e ci riporta bruscamente all’attualità con quel “ma”, tanto abusato anche ai nostri giorni, un “ma” che non può avere giurisdizione quando ci si proclama antirazzisti.

Cerca di capire. Io non sono antisemita. Te l’ho già detto e lo ribadisco. Ma sono romeno. E in questa veste tutto ciò che mi si oppone rappresenta per me un pericolo. C’’è uno spirito ebraico irritante da cui devo difendermi. Nella stampa, nella finanza, nell’esercito, dappertutto percepisco la sua oppressione. Se il nostro organismo statale fosse resistente, non mi importerebbe un granché. Ma non lo è. È peccaminoso, corruttibile e debole. Ed è per questo che devo lottare contro gli agenti della decomposizione.”

Nelle argomentazioni che il protagonista contrappone all’amico Vieru si incarna la perfetta sintesi tra lucidità di pensiero e spirito tragico che è la chiave di lettura di tutto il romanzo.  

Avrei voluto copiare intere pagine di questo splendido testa a testa ma alla fine ho scelto quest’unica frase.

Tu non sei antisemita perché credi in un determinato pericolo ebraico, credi in questo pericolo ebraico perché sei antisemita”. 

Viv

 

 

 

 

 

7 pensieri riguardo “Da duemila anni

  1. Sì capisce che è un romanzo raffinato, le citazioni che hai riportato svelano una scrittura particolare e direi anche ricercata. Una storia impegnativa e una lettura di un certo spessore come quelle che hai già scelto per questo nuovo anno, complimenti sempre per la tua maniera di presentare i libri, con la dovuta cura e attenzione. Un bacione, cara!

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