Longbourn House

Jo Baker, Longbourn House, Einaudi

Se mai vi siete chiesti quanti derivati cinematografici e letterari siano a qualche titolo debitori verso i romanzi di Jane Austen vi consiglio di dare un’occhiata al diario delle Lizzies che proprio di questo si alimenta e si sostiene. L’indotto creato da zia Jane con soli sei romanzi sembra inesauribile, soprattutto tenendo conto del fatto che non tutte le pubblicazioni vengono tradotte per il mercato italiano.

“Longbourn House” si colloca in questa scia con una riscrittura in parallelo di “Orgoglio e Pregiudizio” in cui protagonista é la servitù di casa Bennet, quella a cui la Austen non dedica più che qualche riga ma grazie alla quale i pasti della famiglia vengono serviti all’ora convenuta, i capelli arricciati in boccoli seducenti, le commissioni sbrigate anche con il tempo più inclemente.
Scendendo ai piani bassi non si accede solo alla cucina, si entra nel regno della lisciva e dei pitali e non è un caso che il romanzo inizi in un giorno di bucato mentre Sarah, la giovane domestica, combatte con il fango incrostato sull’orlo dei vestiti delle signorine.

Intorno a lei si snoda un racconto che, fatti salvi i punti di intersezione spaziale e temporale imposti dalla Austen, procede in modo del tutto autonomo. E così, a mio avviso, deve essere letto: senza troppe aspettative e, soprattutto, senza forzare un confronto che risulterebbe inutilmente ingeneroso ma inevitabilmente impietoso.

La residenza di Longburn non ha l’opulenza di Downton Abbey o di Gosford Park, i Bennet sono benestanti ma non possono permettersi il lusso di una servitù numerosa. L’acquisizione di un valletto -insolita in un momento storico in cui la mano d’opera maschile scarseggiava a causa delle guerre napoleoniche- è dunque motivo di vanto e distinzione per la famiglia. Per Sarah invece James rappresenta innanzitutto uno sgravio dai compiti più faticosi e, come ogni volto nuovo tra la servitù del circondario, un piacevole diversivo che accende la sua curiosità e la sua acerba voglia di piacere. Così, mentre al piano nobile -questa volta sullo sfondo- le signorine si struggono per amore, per un nastro, per un invito mancato, nelle cucine si intrecciano silenzi carichi di significato e per Sarah si affaccia il desiderio di una vita propria che non sia spesa solo a compiacere chi dà tutto per scontato.

Quand’era una ragazzina ed era ancora nell’età in cui si cresce e si ha sempre fame, ogni volta che c’era una torta -una delle torte di pan di Spagna spolverate di zucchero che Mrs Hill creava per magia da uova, farina e burro di panna- Sarah non si concedeva neanche di guardarla, perché sapeva che non era per lei. La portava di sopra, dove veniva ridotta in briciole, e le briciole sollevate dal piatto da un dito umido appartenente a un Bennet, e poi riportava indietro il piatto unto vuoto. Per tutto il tempo Sarah contemplava il tappeto sotto i suoi piedi, o il quadro di un cavallo con una testolina ridicola appeso alla parete in fondo all’ingresso, o le tende gialle e ondulate del salotto, e si sforzava più che poteva di non respirare per non sentì l’aroma di vaniglia, di limone o di mandorle. Anche la più piccola occhiata alla torta sarebbe stata un’agonia insopportabile.
Per mesi, pensò, James non l’aveva praticamente guardata. 

La riservatezza di James nasconde un passato doloroso e irrisolto e se inizialmente i due ricalcano i fraintendimenti del rapporto tra Darcy e Lizzy, alla fine, con un ribaltamento dei ruoli tradizionali, sarà proprio James ad essere salvato da un destino di solitudine e di rassegnazione grazie alla tenacia dei sentimenti di Sarah.

“Longbourn House” è un’operazione gradevole e dignitosa e, se è pur vero che ci troviamo in casa Bennet, ce ne dimentichiamo dopo poche pagine, infatti quanto più la storia si avvolge intorno al passato misterioso di James, tanto più i parallelismi si fanno sfumati.
Tuttavia è proprio nella seconda metà che il romanzo diviene meno coinvolgente -stavo per scrivere noiosetto ma forse è eccessivo- e si sente acutamente la mancanza della verve e delle splendide arguzie austeniane di cui a questo punto urge nostalgica rilettura.

Viv

2 pensieri riguardo “Longbourn House

  1. Oh cara, che lettura particolare, non sapevo nulla di questo romanzo, lo scopro da te. Ora, data la premessa che eguagliare Zia Jane e arrivare ai suoi livelli è davvero difficile, però questa lettura mi ispira anche se come dici sembra perdere ritmo nella seconda parte, del resto mettersi a confronto con la Austen e con le sue storie è davvero un’operazione complicata.
    Appena possibile cercherò sicuramente il libro e concludo con il dovuto elogio alla copertina che è veramente azzeccata ma anche questa è una caratteristica di Einaudi.
    Baci cara, splendida e sincera recensione, buon pomeriggio a te!

    1. Anche senza scomodare J.A. si tratta di un romanzo con dei limiti… le parti che ho preferito sono quelle in cui mette sotto i riflettori il duro lavoro delle domestiche. Per certi versi ricorda l’angolazione de “La ragazza con l’orecchino di perle” ma lì la trama era più centrata. Baci cara

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