La madre di Eva

Silvia Ferreri, La madre di Eva, NEO. Edizioni

Lungo monologo in cui una madre dialoga idealmente con la figlia, nata con disforia di genere, durante il lungo intervento che porterà Eva a riconoscersi, anche fisicamente, come uomo.

Un romanzo di cui non so valutare appieno la verosimiglianza, temo infatti che la crudezza del percorso reale sia maggiore di quanto non possa essere narrato in un racconto non autobiografico, per quanto ben documentato.
Sta di fatto che nelle 190 pagine de “La madre di Eva” si ha un assaggio piuttosto preciso di cosa significhi essere genitore di un bambino transgender, supportando e arginando il malessere e le istanze di chi vive un disagio difficilmente comprensibile per semplice immedesimazione, ma non ha ancora l’età per autodeterminare le proprie scelte.
Eva vive per anni doppiamente prigioniera: di un corpo che, soprattutto dalla pubertà in poi, rifiuta con disgusto, e di una condizione -di figlia e più in generale di minorenne- che la pone totalmente alla mercé delle decisioni degli adulti. A fronte di qualche insegnante lungimirante, sappiamo per esperienza diretta che il mondo scolastico, e non solo quello, non è un luogo accogliente per chi non si confonde nella massa.

Ma in questa vicenda non esiste solo il malessere di Eva, esiste anche quello di chi la ama.
La madre, in particolare, vive la pulsione della figlia come una responsabilità personale. Eva infatti non si limita a disattendere generiche aspettative cullate dalla madre durante la gravidanza, vuole addirittura smembrare il suo lavoro genetico, la paziente costruzione di quei nove mesi. Possibile che proprio lì non si annidi un errore da parte sua?
Il percorso di Eva -e l’intervento dal quale si sveglierà nel corpo di un martoriato Alessandro- diventa per così dire una nuova gestazione, l’attesa di un figlio da imparare a conoscere e amare ex novo.

“Tu credi in un corpo nuovo, pensi che una bacchetta magica, ti cambierà la pelle e le ossa. Non sai ancora che sarai un fascio di lividi neri, che sarai gonfia e cucita, svuotata da dentro come un animale da impagliare. Chi diventerai? (…) E chi diventerò io? Madre di maschio dopo diciotto anni madre di femmina? Anch’io dovrò reimparare? Pure io dovró cambiare e cucirmi addosso una nuova maternità. Se tu rinasci, allora lo faccio anch’io”.

Prosa asciutta ed essenziale. Dolorosamente monocorde senza per questo diventare noioso.

Detto questo, a latere, mi sono documentata sul processo di transizione e riassegnazione di genere. Al netto dei dati disomogenei, di fatto, anche se pare superfluo ricordarlo, ogni individuo fa storia a sé: a fronte di disturbi squisitamente psicologici, esistono disagi causati da condizioni di oggettiva ambiguità biologica ma la transizione è sempre un processo parziale, doloroso, che non garantisce al cento per cento il superamento del malessere.
Un romanzo può generare delle domande, quanto alle risposte, credo sia opportuno esercitare la cautela e il rispetto dovuti a tematiche che richiedono livelli complessi di competenza e sensibilità.

Viv

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9 pensieri riguardo “La madre di Eva

    1. Grazie a te! Ps. Avrei voluto commentare il post sul perché del “Camilla” sul tuo blog ma wordpress mi è nemico! Tre i blog su cui non riesco a commentare e uno è quello di mio marito 🙄 se dovessi spostarti anche su Instagram o fb fammi un fischio 😉 buona giornata!

  1. Non conosco questa autrice, comprendo che l’approfondimento psicologico sia particolarmente complesso e in ogni caso, come dici tu, un romanzo può suscitare le giuste domande e il desiderio di comprensione a più livelli. Un bacione cara, buona giornata a te.

  2. Tema dal risvolto psicologico decisamente sfaccettato e profondo. Il brano che hai scelto descrive perfettamente il percorso di “rinascita” obbligato della mamma. Mi hai estremamente incuriosita, come sempre direi.

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