Quello che non ti ho mai detto

Celeste NG, Quello che non ti ho mai detto, Bollati Boringhieri

Celeste NG ritorna tra le mie letture con “Quello che non ti ho mai detto”.  Ho cominciato in gennaio con “Tanti piccoli fuochi” e a distanza di un mesetto sono andata a cercare anche il suo libro di esordio.

Romanzo introspettivo e intenso, indaga sulla morte della figlia sedicenne di una coppia mista nell’America degli anni Settanta. Casalinga americana lei, cinese di seconda generazione lui, vivono un’apparente normalità con i loro tre figli che, in una comunità di adolescenti biondissimi, spiccano per i loro occhi a mandorla.

A partire dalla mattina in cui Lydia scompare, in un rimando tra passato e presente, viene ricostruito il non detto, i sottili legami che come lacciuoli invisibili hanno imprigionato ogni membro della famiglia Lee.
Scritto con grande approfondimento dei caratteri, “Quello che non ti ho mai detto” non è il solito lezioso romanzo americano in cui un’adolescente muore e gli adulti cercano risposte in bilico tra thriller e psicodramma. Non ci sono passaggi forzati, i nodi si intrecciano intorno alle vittime e intorno al lettore con la stessa inesorabile naturalezza che tante volte ci impedisce di invertire dinamiche tossiche di cui siamo consapevoli in modo confuso.

Il padre, docente di storia americana, soffre da sempre il marchio della diversità. Figlio di immigrati, pur non conoscendo altra Patria che quella in cui è nato e cresciuto, si è sempre percepito come un estraneo. Vorrebbe un figlio maschio più intraprendente e non riesce a perdonare al primogenito Nath quelle stesse debolezze in cui si riconosce ma è Lydia, la figlia di mezzo, che catalizza le energie e le aspettative dei genitori, in particolar modo della madre che proietta su di lei le proprie frustrazioni professionali.
In nome di una promessa che ha il sapore di un voto esaudito, fin da bambina Lydia si è convinta che, per tenere unita la famiglia, dovesse compiacere la madre e farla felice.
Ad ogni sua richiesta da allora ha sempre risposto con dei sì che hanno finito per piegare le sue inclinazioni al futuro che la madre avrebbe voluto per sé.
Se Lydia porta il peso dell’equilibrio familiare sia Nath che la piccola Hannah sono dolorosamente consapevoli del loro ruolo subordinato e non ignorano il dramma che patisce la sorella, che si è ritrovata cucita addosso una gabbia di anno in anno sempre più stretta.

Il valore aggiunto di questo romanzo è nella capacità di regalare ai personaggi un’autenticità che va oltre la pagina scritta, di dare una voce coerente alla loro solitudine.
In particolare è toccante il ritratto della sorella più piccola. Hannah, arrivata a cementare il matrimonio dopo un periodo di crisi culminato con la fuga della madre è la figlia invisibile di cui nessuno si cura, colei che meglio comprende le sfumature del non detto ed è senza dubbio su di lei che converge la speranza di un nuovo equilibrio.

Non ci sono cattivi in questa storia, ci sono adulti non risolti e adolescenti che, per definizione, non possono esserlo. Tutti tentano di fare la loro parte, ma se c’è un piccolo insegnamento, da osservatori esterni di un dramma che non è puramente letterario, è che a volte è necessario assicurarsi che i figli non finiscano stritolati dal nostro silenzio, perché non hanno gli strumenti per capire che la sofferenza dei genitori non è responsabilità loro e perché non devono farsene carico, non più di quanto accada inevitabilmente per lo meno.

In questo romanzo si intersecano elementi esterni alla famiglia -l’emancipazione femminile e l’integrazione razziale- a drammi personali che agiscono sul singolo e si riverberano in un gioco di specchi sugli altri componenti della famiglia. Su tutto aleggiano gli eterni dilemmi che ogni genitore finisce col porsi presto o tardi nei confronti dei figli.
Fin dove è lecito spingersi nel manifestare legittime aspettative senza soffocare la prole con proiezioni che sono solo nostre? E non parlo solo dell’eterno quesito riguardo a cosa faranno da grandi ma anche di che tipo di adulto vorranno essere, di quali limiti ci costringeranno ad accettare col sorriso o a denti stretti, di quanto si discosteranno da ciò che rappresenta il nostro ideale umano. Al di là dei nostri desideri, non tutti i figli sono capaci di trovare la felicità o di trovarla seguendo percorsi che sarebbero i nostri ed esistono moltissime strade per vivere e sopravvivere.
Questo è quello che lascia questo romanzo, tante domande, qualche risposta e la consapevolezza di dover lottare per riempire quei silenzi che a volte vengono così male interpretati anche tra persone che si vogliono bene.

Viv

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11 pensieri riguardo “Quello che non ti ho mai detto

  1. Grande gabbia quella che, inconsapevole, costruiscono addosso alcuni genitori ai figli. Chissà se avrò mai il coraggio di leggerlo. Grazie 🙂

    1. Non è un romanzo claustrofobico, ha una certa qual dolcezza ma certamente mette di fronte a quanto sia facile in famiglia condizionarsi persino oltre le proprie intenzioni manifeste. Buona giornata!

  2. Hai scritto una magnifica recensione che fa capire come in questo romanzo un tema così difficile sia affrontato nella maniera giusta. Mi sembra un libro raffinato e profondo. Grazie del suggerimento di lettura Viv, un bacione e buon lunedì!

    1. Certamente non ricalca l’abitudine a banalizzare le storie di famiglia stigmatizzando i personaggi e dando un taglio più sensazionalistico che letterario. Qui i personaggi sono sfaccettati, imperfetti e commettono errori che vanno al di là delle loro intenzioni. A volte la famiglia è un terreno pericoloso in cui muoversi…
      buona settimana cara!

      1. Anche io l’ho preferito! In quanto a fonti di ispirazione, anche tu non scherzi! E poi abbiamo dei gusti molti simili nelle letture. In genere quello che ti convince tantissimo piace anche a me e i tuoi ni sono anche i mei ni!

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