L’educazione

Tara Westover, L’educazione, Feltrinelli

Di questo romanzo sono piuttosto certa che abbiate sentito parlare -sempre bene, direi- con quel trasporto che la critica tributa alle storie autobiografiche di riscatto. Eccomi qui, dunque, ad aggiungere qualche piccola perplessità al mare entusiastico di consensi.

Mai come in questo caso, a mio parere, occorre fare un distinguo tra il valore testimoniale del racconto -per quanto una nota finale chiarisca che non vi è la piena concordanza di tutti i familiari riguardo ad alcuni fatti narrati- e il valore puramente letterario del testo.

Tara Westover, che oggi ha poco più di trent’anni e un curriculum di studi di tutto rispetto, è nata e cresciuta in una comunità isolata ai piedi delle pendici montane dell’Idaho, ultima di sette figli che i genitori non si sono preoccupati di iscrivere all’anagrafe.

I miei fratelli sono svegli e stanno testando le condizioni del tempo. M’immagino mia madre ai fornelli, alle rese coi suoi pancake di crusca. Mio padre sarà curvo vicino alla porta sul retro ad allacciarsi gli scarponi dalla punta d’acciaio e a infilare le mani callose dentro i guanti da saldatore. Sulla statale di sotto, l’autobus della scuola corre senza fermarsi. Ho solo sette anni ma so che è questo, più di ogni altra cosa, a rendere diversa la mia famiglia: noi non andiamo a scuola.

Padre e madre,  seguaci di un mormonismo integralista ossessionato dalla fine del mondo e dal controllo del sistema statale, perseguono un ideale anacronistico di autosufficienza per se stessi e per i loro figli. Niente scuola pubblica, dunque, ospedali né vaccini. In caso di malattia o incidenti -e il racconto inanella una serie di incidenti gravissimi, tra cui traumi cranici con materia cerebrale esposta e ustioni di terzo grado- gli unici medicamenti a cui affidano la guarigione, oltre all’intervento della grazia divina, sono i preparati fitoterapici che la madre commercializza nella comunità.
Da quando ha memoria, Tara aiuta il padre a smistare i rottami in discarica e la madre a distillare olii essenziali, vittima di un fratello manipolatore e violento, di un padre bipolare e di una madre che alterna forza e debolezza, guardando colpevolmente altrove in nome dell’ubbidienza dovuta al capofamiglia. Una vita, quella di Tara, che trasuda patologia e malessere, surreale per numero di infortuni e prevaricazioni psicologiche.
Negli anni, diversi figli prendono le distanze da quelle dinamiche e Tara stessa dopo i sedici anni e senza aver mai frequentato scuole regolari, riesce a superare il test di ammissione al college allontanandosi di fatto da casa per abbeverarsi alle fonti della cultura scientifica e umanistica e, cosa ancora più importante, impara a relazionarsi con i coetanei e con un sistema sociale verso cui prova una diffidenza innata.
Il romanzo è la narrazione del suo percorso educativo, nel senso più ampio del termine, e delle opportunità che lo studio e l’accesso alla cultura offrono a ciascuno di noi per scoprire chi egli sia e cosa voglia diventare.

In questo senso il libro ha spunti di grande interesse e certamente vivere per un paio di settimane nelle condizioni in cui visse Tara -non dimentico che ha solo due anni più della mia figlia maggiore- farebbe riflettere il più svogliato degli studenti svogliati sul valore di possibilità che vengono date per scontate.

Personalmente, tuttavia, ho letto questo libro con una lentezza che va persino oltre i suoi demeriti. Può essere che non fosse il libro giusto al momento giusto ma, per quanto sia superficialmente ben scritto, il ritmo è discontinuo, la prosa a tratti asettica.
Il romanzo procede per singoli episodi, ricostruendo il passato della famiglia in modo aneddotico. Quasi a volersi proteggere dagli eccessi di protagonismo delle autobiografie e, comprensibilmente, dalle sofferenze psicologiche che comporta l’affrancamento dalla famiglia di origine, foss’anche una famiglia patologicamente disturbata, l’autrice sceglie per sé una voce discreta che si sforza di restare a margine e mantenersi imparziale, penalizzando in parte lo stile.

Viv

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13 pensieri riguardo “L’educazione

  1. Buongiorno cara, come sai aspettavo questa recensione che è come nel tuo stile: sempre onesta, sincera e approfondita nella maniera giusta. Il ritmo e la lentezza alla quale fai riferimento mi sembrano una pecca notevole anche se la trama e il contesto parevano la premessa di un libro interessante, forse la chiave di lettura è quel volersi proteggere del quale tu scrivi. Grazie Viv, buona giornata e un bacione.

    1. Ti avevo già accennato che la lettura andava un po’ a rilento, il fatto di averlo letto in cartaceo non mi ha agevolato, visto che tendo a leggere quasi esclusivamente la sera in questo periodo e su Kindle sarei stata più rapida in ogni caso ma indubbiamente lo stile non è il dato più interessante di questo libro. Un bacione e buon pomeriggio

  2. Ciao Viv,
    concordo con te. Lo stile piatto e forse sciatto è sicuramente il tratto peggiore del libro, da qui credo la difficoltà a leggerlo. Però devo dire che, senza entusiasmarmi, mi ha fatto riflettere sulle difficoltà di ognuno ad allontanarsi da una famiglia e dalle sue regole morali e anche sulla capacità, attraverso l’educazione, di emanciparci dalle idee della famiglia. Certo, non ho conosciuto persone che provengono da una famiglia come la sua, però scelte in materia politica, etica e religiosa differenti da quelle della famiglia di origine le abbiamo fatte quasi tutti. Questo grazie alla nostra educazione, che sia arrivata dalla scuola, dai libri, dalle frequentazioni!

    1. Mi fa piacere sapere che hai tratto le stesse mie conclusioni. Io ne avevo letto solo recensioni entusiaste ed ero rimasta perplessa perché davvero in questo caso contenuto e contenitore non sono allo stesso piano. Resta una lettura interessante.

  3. Mi è piaciuto davvero tanto questo libro. Molto tosto, difficile da digerire, specialmente l’inizio e la “guerra” dei genitori nei confronti di Tara. Ma da futura insegnante l’ho apprezzato molto. Sottolinea il mio pensiero: l’educazione cambia la vita

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