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Fran Cooper, Il nostro piccolo pazzo condominio, Newton Compton Editori

Non so cosa passi per la testa agli editori italiani quando traducono i titoli dei romanzi e scelgono le copertine -anche se posso immaginare le logiche di marketing- ma l’uno e l’altra non potrebbero essere più fuorvianti poiché, a dispetto della leggerezza che tentano di evocare, questo libro non è né un romance né un chick lit.

Il titolo originale è “These dividing walls” e i muri sono quelli di un edificio parigino di vecchia costruzione in un quartiere defilato e certamente non turistico in fondo alla Rive Gauche dove Edward trova rifugio dopo la morte della sorella. Ospite della zia di un’amica, dorme in una camera sottotetto e da lì osserva la sua vita e quella degli altri condomini cercando di venire a patti con i sensi di colpa e il senso di vuoto.

Non è un romanzo che ruota intorno ad una storia d’amore, è un romanzo che dà voce al dolore della perdita, al dramma della disoccupazione nella mezza età, quando si è troppo giovani per pensare alla pensione e troppo vecchi per riciclarsi con indomito ottimismo, alla solitudine di una giovane mamma con tre bambini piccoli che implode sotto lo sguardo del marito. Porta l’attenzione sull’integrazione razziale e gli estremismi di un momento storico dal forte rigurgito nazionalista, in cui l’economia prevale sull’empatia.

In questo clima di intolleranza e di violenza armata i personaggi del romanzo appaiono spaesati, alla ricerca di uno scoglio cui arginare la propria umanità. Sembra quasi di vederli oscillare tra l’abitudine al riserbo che nelle grandi città congela i contatti tra vicini e la necessità di stringersi in un abbraccio che restituisca un senso di appartenenza alla comunità.

Eppure a questo romanzo manca qualcosa, non si desidera entrare davvero nella vita di Edward, di Frédérique, di César, non si viene catturati dalla necessità di sapere come andrà a finire. A mio avviso l’uso del presente storico non aiuta e, nonostante si tratti di una narrazione pensata e ricca di spunti, si avverte una sorta di distanza, come se mancasse l’esperienza o il talento per superare il gradino che separa un compito eseguito correttamente da un libro davvero coinvolgente.
In questo senso l’editore italiano, con quella copertina e quel titolo decisamente troppo frivoli, ha più o meno consapevolmente ridimensionato le aspettative dei suoi lettori, indirizzandosi a un pubblico meno esigente di quanto, secondo me, fosse nelle aspirazioni dell’autrice.

Viv

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