“Uomo e donna” in età vittoriana

Wilkie Collins, Uomo e donna, Fazi editore

Senza alcun dubbio il più verboso tra i romanzi di Collins letti sinora, il terzo per me. La trama, soprattutto nella prima metà, é appesantita da intrecci un tantino farraginosi e lenti ma nella parte finale anche la lettura accelera.
Sono comunque più di settecento pagine nell’edizione cartacea per cui temo che dopo questo incipit in molti si asterranno.

Provo a fare ammenda consigliando agli incerti il più fruibile “La donna in bianco” di cui ho espresso ampie e meritate lodi in questo post, certa che saprà traghettarvi ai romanzi meno immediatamente accessibili di questo scrittore.

In “Uomo e donna” -l’autore lo dichiara fin dalla premessa- protagonista è la critica sociale: alle ambigue leggi matrimoniali scozzesi e alle leggi patrimoniali da un lato, alla diffusione esasperata dell’esercizio fisico a scapito delle attività intellettuali dall’altro.
Non mancano dunque le dissertazioni legali -Collins del resto aveva studiato giurisprudenza- e gli accorati appelli all’educazione della mente, soprattutto per bocca di Sir Patrick, il personaggio maschile di maggior peso, tutore saggio e benevolente dell’amica della protagonista.

L’intreccio è sufficientemente intricato da sconsigliare una sinossi troppo dettagliata.
In due parole, una giovane dalle ottime qualità, viene sedotta dalle promesse di un bellimbusto e, tentando di sottrarsi alla gogna sociale coinvolge senza colpa l’amica del cuore e il di lei fidanzato che, a causa delle confuse leggi matrimoniali scozzesi, si ritrova in sospetto di bigamia. Dichiarata infine moglie del suo primo corteggiatore, uomo instabile mentalmente  -studente di nome, atleta di fatto, ça va san dire- scampa ad una sorte infausta e trova riscatto in una vita che l’autore per primo definisce quieta e felice. 

Vale la pena soffermarsi sul titolo originale dell’opera –Man and wife- che, diversamente dalla traduzione italiana, pone l’accento sulla subordinazione della donna che, nel 1870, continuava a trovarsi nella stessa posizione di sudditanza che descriveva la Austen diversi decenni prima.
Le donne del ceto medio-alto era inconcepibile lavorassero -a stento si occupavano della prole, ritagliandosi spiragli di maternità tra tate e istitutrici preposte allo scopo-  e dipendevano in tutto e per tutto dalle figure maschili della famiglia; potevano aspirare ad un buon matrimonio ma, a qualsiasi livello sociale, non avevano alcun controllo sulle loro proprietà e sul loro denaro.

Collins approfitta delle tragedie personali di Hester Dethridge per denunciare questa  sperequazione, che non consentiva alle donne di disporre dei propri guadagni, e utilizza le traversie di Anne Silvester per scagliarsi contro le leggi matrimoniali scozzesi, che equiparavano l’intenzione all’atto e si prestavano ad interpretazioni personali aprendo ad inevitabili conflitti. Infine concentra sul personaggio innegabilmente più negativo, Mr. Geoffrey Delamayn, la sua avversione per l’infatuazione collettiva verso l’attività fisica, ascrivendo all’eccessiva cura del corpo l’indebolimento dello spirito.

In una lunga dissertazione, volutamente provocatoria, Sir Patrick sostiene che un uomo puó essere di buona famiglia, ricco, ben vestito e ben nutrito, ma se non ha un’istruzione è anche (nonostante tutti questi vantaggi) un uomo capace di fare del male proprio in ragione di questo (…) messo alla prova da una tentazione che insidiosamente chiama all’azione i più selvaggi istinti latenti nella natura umana (…) la tentazione trova quest’uomo indifeso. (…) Porre di fatto l’esercizio fisico prima di quello morale e intellettuale è sicuramente dannoso e pericoloso, giacché incoraggia la naturale riluttanza del genere umano a sottomettersi agli obblighi inevitabili che l’innalzamento morale e intellettuale impone. (…) Un sano esercizio fisico è per un uomo di grande beneficio nello studio, a patto che l’esercizio fisico sia contenuto entro limiti appropriati.  

Un po’ ingenerosamente Collins aggiunge, descrivendo Geoffrey, che sotto questo aspetto i muscoli e gli uomini d’Inghilterra assomigliano molto alla lana e ai montoni d’Inghilterra, giacché in uno stuolo di atleti c’è la stessa varietà che si trova in un gregge di pecore. 

Al di là della trama, dunque, l’interesse di questo romanzo sta sommamente nella critica ad alcuni aspetti della società vittoriana che, tolta la sovrana, era innegabilmente un palcoscenico al maschile.

Aggiungo un plauso personale a Fazi Editore che sta ripubblicando l’opera omnia di questo autore e che quest’anno, per casualità e per meriti, è spesso ospite di questo blog.

Viv

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6 pensieri riguardo ““Uomo e donna” in età vittoriana

  1. Peccato, lo spunto e l’idea di fondo in realtà mi attirano, è un periodo storico interessante e in genere i romanzi di quell’epoca mi ispirano molto.
    Brava tu che hai retto per 700 pagine, io non credo riuscirei.
    Un bacione Viv, buona giornata!

    1. Purtroppo non potevo scrivere che è trascinante perché la prima parte e un po’ faticosa ma è anche una lettura molto piacevole ricca di spunti e ovviamente è scritto molto bene.

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