Snob

Julian Fellowes, Snob, Neri Pozza

Nell’Inghilterra degli anni Novanta, durante la parata ad Ascot, una giovane e graziosa figlia della borghesia londinese, attira lo sguardo di Lord Charles Broughton, erede di una delle famiglie più corteggiate dell’aristocrazia inglese. Di lì a poco ne diviene la moglie guadagnandosi l’attenzione dei tabloid e mettendo un’ipoteca sulla sua infelicità.

Charles infatti pur non essendo fisicamente sgradevole non brilla certo per fascino, ha un intelletto modesto, di cui conosce i limiti, e una conversazione prevedibile. In due parole è un uomo rispettabile e un marito noioso, solidamente ancorato ai privilegi della casta, verso i quali -come richiede l’understatment anglosassone- ostenta la nonchalance di chi finge inconsapevolezza.

Charles era vittima della più tediosa delle affettazioni aristocratiche inglesi, ossia il bisogno di creare l’illusione di essere completamente ignari dei propri privilegi. 

Edith dal canto suo deve imparare a muoversi da commoner in un mondo in cui chi conta si conosce fin dalla culla e ama far pesare questa esclusività emarginando con apparente cortesia chi non fa parte del circolo di eletti.

Mi sono sempre trovato a disagio con la puerile pseudoinformalità implicita nella passione dell’aristocrazia per i nomignoli. Si chiamano tutti “Chicca”, o “Bobo” o “Giugi”. Sono loro i primi a pensare che questi nomi implichino una sorta di giocosità, un eterno infantilismo fragrante di dolci ricordi della propria tata e di pigiamini scaldati accanto al caminetto nella stanza dei bimbi, ma in realtà sono semplici riaffermazioni della propria insularità, veri promemoria di una storia condivisa che esclude i nuovi arrivati, un altro modo per far mostra della reciproca intimità. (…) Chi è nuovo si trova sovente nella posizione di conoscere troppo bene una persona per continuare a chiamarla Lady Tal dei Tali, ma non abbastanza da chiamarla “Cicci”, mentre usare il nome di battesimo è un chiaro segno per gli iniziati che non la conoscono affatto. 

Se Charles, nel bene e nel male, resta se stesso conquistando il favore dei lettori, Edith si lascia irretire dai privilegi del titolo, fino a fingere di dimenticare che vi abbia avuto accesso unicamente grazie al matrimonio. Diviene annoiata, algida e condiscendente, facendo propri tutti quei difetti che trasformano gli esponenti della haute bourgeoisie in parvenus.

Edith è la figlia ambiziosa di una madre ambiziosa, Charles è un brav’uomo, un uomo della cui parola ci si poteva fidare, un uomo la cui moralità andava al di là delle mode. 

Il racconto, alla maniera de “Il grande Gatsby”, passa attraverso la narrazione di un amico di Edith, un giovane attore che per nascita si trova al crocevia tra i due mondi, a cui si alterna una voce onnisciente che entra nelle stanze private dei due coniugi.

“Snob” è un romanzo senza mezze misure, lo si abbandona dopo poche pagine o se ne apprezza l’arguzia sottolineando, come ho fatto io, interi capoversi.
Mai come in questo caso il gradimento è direttamente proporzionale all’anglofilia del lettore, dal momento che la trama è in fondo un puro pretesto per raccontare vizi e virtù dell’aristocrazia inglese e di coloro che, senza averne diritto per nascita, aspirano a divenirne parte.

Quella di utilizzare dei codici di comunicazione comprensibili ai soli iniziati è una debolezza che, va detto, attiene più alla mancanza di buone maniere che ad una classe sociale specifica e “il gioco dei nomi” cui si fa spesso menzione nel romanzo, ovvero il rimbalzarsi conoscenze comuni per escludere altri interlocutori, è una pratica fastidiosa in cui tutti prima o poi ci siamo imbattuti pur non frequentando circoli blasonati.
Altrimenti detto “fare comunella” o, con la schietta semplicità delle nostre nonne, “asilo Mariuccia”.

Viv

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11 pensieri riguardo “Snob

  1. Che bellezza di libro, come immaginerai mi metto nel gruppo degli anglofili, se un merita delle sottolineature per le sue frasi argute vuol dire che è proprio notevole.
    Grazie cara, un bacione e buon lunedì!

    1. Leggendo su eBook ho preso l’abitudine di sottolineare più di quanto facessi in passato: mi aiuta a ritrovare i punti chiave, le citazioni che voglio inserire nei post e non mi devo preoccupare di sciupare l’edizione cartacea. Io adoro l’umorismo inglese, dalla Austen a Wodehouse passando per Wilde e tutti gli altri. E poi Fellowes è un insider e conosce bene certi meccanismi. Un bacione cara!

  2. Approfondire le dinamiche della aristocrazia in genere e di quella – longeva – inglese mi stuzzica da tempo. Un po’ spinta dalla curiosità di conoscere ciò che non so e non mi appartiene quindi un mondo altro con dei codici comportamentali propri; e un po’ per il fascino che quegli stessi codici intravisti esercitano su di me. Ben lungi dal mondo – per quanto mi riguarda – della moda in cui non si tenta nemmeno di celare l’atteggiamento snob. E cmq grazie a voi la curiosità è continuamente alimentata 😀 :-*

  3. Ma vedi! Me lo ero segnato tanto tempo fa, certa che mi sarebbe piaciuto. Poi avevo letto dei pareri negativi e mi ero fatta scoraggiare. Ora mi dai la conferma che è il mio tipo di libro, anche solo dalle poche righe che hai riportato. Appena finisco quello in cui mi sono impelagata (Baudolino, ma non mi piace mica tanto…) lo voglio leggere!

    1. Ho letto anche io dei commenti molto negativi (“noioso… l’ho abbandonato… non succede niente…”) ma credo dipenda dal fatto che è indispensabile apprezzarne lo stile e la satira sociale.

      1. Eccomi. Alla luce dei fatti…tutto torna 😀 A me è piaciuto moltissimo, proprio per l’arguzia della rappresentazione di quel mondo in parte assurdo eppure molto affascinante per noi anglofili. Silvia…credo che l’abbia trovato insopportabile!

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