Storia proibita di una Geisha

Mineko Iwasaki con Rande Brown, Storia proibita di una Geisha, Newton Compton

Sul finire degli anni Novanta venne pubblicato un romanzo intitolato “Memorie di una Geisha” che evocava il Giappone facendo leva sul fascino misterioso di una tra le sue più antiche tradizioni. Chi non ha letto il libro avrà forse visto il film, poiché entrambi ebbero un notevole successo.
Nella pagina dedicata ai ringraziamenti compariva in qualità di fonte privilegiata il nome di Mineko Iwasaki, forse la geiko di maggior successo tra il 1960 e 1970.
La violazione dell’accordo di riservatezza espose Mineko, che aveva espressamente chiesto di restare nell’ombra, alle ritorsioni di un ambiente che da sempre non ama rivelare i suoi segreti e valse all’autore una causa per diffamazione che si concluse con un patteggiamento privato.
Per rettificare le inesattezze storiche del romanzo di Golden che, alla maniera occidentale, dipinge le Geishe come artiste d’elite dedite all’intrattenimento culturale quanto a quello sessuale, nel 2002 Mineko Iwasaki scrisse “Geisha, a life” tradotto in italiano con l’ingannevolmente pruriginoso “Storia proibita di una Geisha”.

A voler essere giusti, se il romanzo di Golden difettava per aderenza storica, all’autobiografia di Mineko manca tensione narrativa. Ripercorre le tappe e i traguardi di formazione, ponendo l’accento sui sacrifici di un’educazione all’arte di così alto livello: la rinuncia alla famiglia e al tempo libero, la disciplina nello studio, la costante ricerca della perfezione. Per non parlare delle rivalità. Un etoile della Scala o del Bolshoi troverebbe numerose affinità.

Alla stregua di un manuale si attarda nella minuziosa descrizione delle abitudini quotidiane e dei cerimoniali legati allo studio delle arti, alla vestizione e alle rigorose consuetudini di cortesia che disciplinavano la rigida gerarchia della comunità.
Un esempio fra tanti: la complicata sequenza di movimenti con cui veniva aperta la porta che conduceva alle sala delle lezioni.

Bisognava sedersi di fronte alla porta poggiando le natiche sui talloni, portando la mano destra all’altezza del petto e mettere le dita con il palmo aperto sul telaio della porta o nell’incavo, se ce n’era uno. Si doveva spingere la porta di pochi centimetri, facendo attenzione a non portare la mano al di sotto del busto. Poi bisognava sollevare la mano sinistra dal grembo e portarla all’altezza della destra. Continuare poggiando, con gentilezza, la mano destra sulla parte inferiore del polso sinistro, discostare lievemente la porta con il corpo, creando un’apertura rande abbastanza per passare. Quindi alzarsi in piedi ed entrare nella stanza. Girarsi su se stesse e sedere di fronte alla porta aperta. Usare le dita della mano destra per chiudere la porta appena oltre la linea mediana, quindi usando la sinistra e aiutandosi anche con a destra, chiuderla completamente.

Questi dettagli, che a prima vista possono sembrare ossessivi, concorrono tuttavia al quadro d’insieme e sono indispensabili per comprendere quale grado elevato di perfezione fosse richiesto alle bambine che venivano indirizzate alla carriera di geishe.

Non ho la competenza necessaria per esprimere opinioni nel merito ma il libro di Mineko lascia delle zone oscure che al momento non sono riuscita a illuminare con fonti univoche. Il che lascia spazio a conclusione intermedie, soprattutto per quanto concerne il concetto di intrattenimento.
Nell’immaginario occidentale con tutta probabilità viene sovrastimato il livello culturale offerto dalle Geishe del passato, specie riflettendo sul fatto che si trattava di ragazze giovanissime, poco più che bambine, con un titolo di studio pari alla licenza media e con pochissima esperienza del mondo; erano senza ombra di dubbio delle musiciste e delle danzatrici raffinate ma restavano dei graziosi ornamenti al servizio della vanità maschile. Per lo stesso motivo parrebbe ingenuo escludere a priori mercificazioni di altro tipo che pure, come sostiene con fermezza l’autrice, non erano previste dal codice delle Geishe.
Le bambine inoltre cominciavano il loro apprendistato in un’età troppo verde perché potessero esprimere un’adesione consapevole e spesso la scelta delle famiglie era unicamente di natura economica. L’Occidente dal canto suo per secoli si era mosso in parallelo scegliendo per i figli in esubero la vita monastica, la carriera militare e i matrimoni combinati.
Ben venga in generale dunque l’emancipazione, per cui la stessa Mineko lottò con determinazione ritirandosi provocatoriamente a soli 29 anni, al culmine della fama.

Non importa quanto ti impegnerai, finirai là dove hai cominciato: con una licenza di scuola media. Non avrai i requisiti accademici né le qualifiche per avere un ruolo nel mondo esterno.

Viv

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12 pensieri riguardo “Storia proibita di una Geisha

  1. Ho letto Memorie di una Geisha negli anni novanta, era il periodo nel quale mi ero intrippata con il Giappone (non ci sono mai stata). Mi era piaciuto molto, un mondo così lontano! Baci

  2. Ho letto il primo e l’ho amato moltissimo, sono da sempre affascinata dalla cultura nipponica (forte di tantissimi anni di arti marziali insegnate direttamente da un sensei “doc”, che mi hanno trasmesso tanto), vuoi che non legga pure questo? Non sapevo fosse stato pubblicato, grazie per averlo recensito.
    Un abbraccio 🙂

    1. Anche a me era sfuggito, poi ho letto che si trattava della fonte di Golden, ho scoperto la diatriba legale ecc. e mi sono incuriosita. Se ami il mondo nipponico lo apprezzerai al di là del valore letterario. 😘

  3. Io ho il libro di Golden ma mi pare di non averlo mai letto, questo forse avrà delle mancanze stilistiche e dei punti oscuri però secondo me è un punto di vista interessante, mi attira di più dell’altro, sai? Comunque il libro in assoluto più bello che ho letto sull’Oriente resta Cigni Selvatici, mi pare che forse qualche volta ne abbiamo parlato io e te, mi sbaglio? Il libro parla della Cina e non del Giappone ma è scritto talmente bene da essere uno dei pochi libri che ho letto più di una volta. Un bacione cara, ora andrò a cercare questo titolo!

    1. Hai ragione, mi pare ne avessimo parlato, un libro molto bello e di gran lunga più impegnativo.
      Il romanzo di Golden è una lettura leggera ma a tempo perso non è male, anche se l’ho letto qualche era geologica fa… Baci cara!

  4. Ricordo il film, ma non l’ho mai visto. Sempre eclettiche le tue letture. Molto interessante questo racconto di un mondo che in realtà non conosciamo affatto, se non nella sua trasposizione cinematografica di un immaginario erotico evidentemente sbagliato

    1. Credo che come in tutte le cose ci fossero realtà molto diverse le une dalle altre. Comunque in un mondo così ligio ai cerimoniali qualsiasi europeo, anche di buona famiglia, sarebbe sembrato un elefante in una cristalleria. Adesso penso siano cambiate le cose anche lì…

  5. Ho rivisto recentemente il film. Probabilmente, come dici tu, la verità sta nel mezzo. Mi piace anche il punto di vista di Mineko che aiuta nella comprensione della ricerca maniacale della perfezione che è della cultura nipponica. Mancando di tensione narrativa, magari da leggere in velocità sul divano 😉

    1. Newton Compton in effetti l’ha proposto nella sezione dedicata alla saggistica. E’ molto interessante se si ha qualche interesse nel merito, io avendo letto il romanzo di Golden anni fa ero curiosa di scoprire anche il suo punto di vista. 😘

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