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Fernando Aramburu, Patria, Guanda

Potente, asciutto, coinvolgente, senza sentimentalismi.
Un romanzo che consiglio senza se e senza ma e lo scrivo all’inizio così da fugare ogni dubbio anche a chi legge con legittima distrazione le mie recensioni.

Storia di due famiglie, nel trentennio lacerato dalla guerra indipendentista basca, che si chiude ai giorni nostri dopo un racconto lungo più di seicento pagine in cui la vicenda privata si intreccia con la cieca urgenza dell’ideale politico.

Le mogli si conoscono fin dall’infanzia, i mariti sono compagni di bevute e corse in bicicletta, i figli si frequentano da sempre. Affetto e consuetudine li uniscono finchè il Txato, imprenditore e marito di Bittori, viene assassinato dall’Eta e il sospetto che sia coinvolto il figlio di Joxian e Miren spezza ogni legame e segna il destino di genitori e figli.

Bittori e Miren, guidate dal legame di sangue, si votano a due cause contrapposte, l’una alla ricerca della verità, l’altra alla strenua difesa del figlio di cui, da quel momento, abbraccia senza esitazione anche la battaglia politica.
Figure emblematiche, egualmente respingenti per carattere e atteggiamento, tiranneggiano con il loro dolore aspro e senza lacrime chi vive loro accanto.
Ne fanno le spese soprattutto i figli, schiacciati tra le aspettative severe delle reciproche madri, il giudizio sociale della piccola comunità e le minacce delle frange più estremiste dei loro coetanei. Chi inerte di fronte alla prospettiva di una felicità che avverte come colpevole, chi in fuga da un vissuto che non lascia possibilità di scelta;  ognuno regala pagine toccanti in cui le cicatrici del dramma personale fanno capolino con il realismo disarmante che riesce ad avere solo la vita comune.

Sul piano strutturale e stilistico almeno due piani distinti concorrono al forte impatto di concretezza che trasmette il romanzo, primo tra tutti l’impianto narrativo, che mescola presente e passato alternando episodi e personaggi senza seguire un ordine cronologico.
Mi ha ricordato certi pranzi in famiglia in cui, per bocca dei diversi commensali, si accavallano aneddoti di un passato comune che tutti sono in grado di collocare nel tempo e nello spazio senza che ci sia bisogno di ulteriori contestualizzazioni. Esattamente questo accade nel libro di Aramburu: il racconto continua a spostarsi tra un prima e un dopo -dove l’anno zero è la morte del Txato- senza che il lettore avverta mai un senso di spaesamento.
Dal punto di vista stilistico la prosa è caratterizzata dal passaggio studiatamente anarchico dalla terza alla prima persona all’interno di una stessa frase, in un intercalare di pensieri privati e narrazione pubblica che, insieme ai rimandi in lingua basca e all’alternanza dei personaggi in primo piano, trascina il lettore dentro la pagina.

In un periodo storico in cui i nazionalismi, o quelli che si spera siano i loro ultimi rigurgiti, non paiono, per usare un eufemismo, del tutto superati, è imperativo riflettere su quanto sia facile scivolare nell’intolleranza, nell’indifferenza, nella fascinazione del male, su quanta attrattiva eserciti sui giovani l’aggregazione armata contro un nemico comune, vero o presunto, e sul ruolo della cultura.
“Patria” è un romanzo che aiuta a farlo.

Viv

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