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Magda Szabò, La porta, Einaudi
Magda Szabò, La ballata di Iza, Einaudi

Altra scrittrice a cui mi approccio con colpevole ritardo considerando che da diversi anni Magda Szabò è entrata nel mio personale cono di attenzione. Demerito mio che ho traccheggiato, e dire che ne avevo sentito dire benissimo da amiche lettrici di cui, a ragione, ho estrema fiducia.

Entrambi i romanzi -letti quasi in sequenza- si sviluppano intorno a una coppia di caratteri femminili.
Ne “La porta” si fronteggiano una scrittrice -che solo nelle ultime pagine scopriremo chiamarsi Magda come l’autrice- e la sua governante, Emerenc, una donna non più giovane dal carattere spigoloso e dalla rigida moralità, che non consente ad alcuno di varcare la soglia del suo spazio privato.
Ne “La ballata di Iza” la coppia protagonista è formata da madre e figlia: Etelka, ormai vedova, viene accolta nella casa della figlia Iza, medico stimato -appassionata con i pazienti, algida nel privato- che, seppure sinceramente affezionata alla madre, non riesce a farle spazio nella sua vita. E sugli spazi, fisici e psicologici, si gioca la partita tra queste quattro donne. Per essere più precisi: sugli spazi e sulle buone intenzioni di cui, come insegna saggezza popolare, è lecito diffidare.
Comune denominatore è infatti la difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di instaurare relazioni basate sulla comprensione dell’altro, sul rispetto della sua natura e della sua storia passata.

Ciascuna di queste figure è viva quanto può esserlo una persona in carne ed ossa e scatena nel lettore sentimenti ambivalenti.
Come non lasciarsi sedurre dalla stravagante e capricciosa imperiosità di Emerenc, dal mistero che circonda il suo passato e dal rifiuto categorico di ammettere chiunque in casa propria? Eppure, lo ammetto, non ho provato molta simpatia per questa anziana donna che si massacra di lavoro, che ha un rapporto simbiotico con il cane di Magda sul quale sfoga parimenti la sua rabbia e il suo affetto ruvido, che litiga, si inalbera, è capace di musi lunghi e di gesti conciliatori secondo logiche antiche e spicce alle quali Magda spesso non ha accesso.
Non per questo le mie simpatie sono andate a Magda, così concentrata sul suo lavoro, disattenta nel pesare la fiducia che Emerenc negli anni ripone nel loro legame e a onorarla con l’affetto generoso che meriterebbe una persona di famiglia.
Magda non si concede mai fino in fondo agli affetti, schiava della vanitas letteraria è un personaggio di gran lunga più scostante di quanto lo sia la vecchia Emerenc con tutte le sue asprezze e l’apparente aggressività e consuma nei suoi confronti un tradimento ammantato di buone intenzioni.

Stessa cosa potrei dire di Iza nei confronti della madre, anche se la sua scarsa empatia  sembra dettata più dalla rigidità di carattere che dal puro e semplice egoismo. Come non mi stancherò di sottolineare, i personaggi della Szabò sono così umani e imperfetti che è inevitabile trasferire i loro limiti nel nostro vissuto, leggendoli sulla base delle nostre esperienze e della nostra propria inadeguatezza.
Etelka, donna semplice e non brillantissima, con abitudini contadine e piccole manie d’altri tempi, sradicata dall’ambiente di provincia, non riesce ad adattarsi alla città e all’appartamento moderno della figlia, teme costantemente di dispiacerle e di infastidirla, cosa che puntualmente, inevitabilmente, avviene.
La sua anziana goffaggine muove in noi gli stessi sentimenti di impaziente sopportazione che sfiancano la figlia.
Iza, d’altro canto, è cresciuta facendo di necessità virtù, ha sopportato a testa alta le conseguenze della politica di regime -il padre infatti è stato destituito dalla prestigiosa carica di giudice e la famiglia ha lottato per decenni con la miseria- è sempre stata una figlia obbediente, affidabile, combattiva.
Dopo la morte del padre, cui era legata da affinità elettive ed affetto privilegiato, Iza si sacrifica di buon grado e senza esitazioni in nome del dovere ma non è in grado di infondere calore alla sua abnegazione.
Involucro che aspira alla perfezione, allo stesso modo, soffre l’abbandono del marito e non comprende che il motivo del suo allontanamento risiede nella sua incapacità di accogliere l’altro a livello emotivo, di farlo sentire a casa, abitando il cuore della persona amata senza riserve.

Dal punto di vista politico entrambi i romanzi portano alla luce, sia pure sullo sfondo di vicende private, la storia ungherese dell’ultimo secolo, la seconda guerra mondiale e gli anni filosovietici.
Dal punto di vista psicologico sono un bagno di umiltà per tutti noi che in buona fede e in nome di un bene presunto soffochiamo il soffio vitale di chi pensiamo di amare.

Viv

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