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Michaël Uras, Le parole degli altri, Nord

Qualche anno fa Sellerio pubblicò “Curarsi con i libri” di Ella Berthoud e Susan Elderkin, un prontuario tra il serio e il faceto che proponeva un approccio terapeutico alla letteratura.
“Le parole degli altri” affronta in chiave romanzata la medesima tematica.  Il protagonista è infatti un biblioterapeuta e il suo percorso curativo si snoda attraverso una selezione di letture mirate, atte ad alleviare gli stati di malessere e i nodi esistenziali dei suoi pazienti: un adolescente sfigurato che vive in solitudine con la madre, un asso del pallone in fuga dalla notorietà, un lavoratore stakanovista che ha smarrito il piacere di assaporare il tempo libero.
Alex stesso non è una persona risolta e, in particolar modo con le figure femminili, coltiva relazioni difficili: dalla madre, intellettuale algida e poco incline al sentimentalismo, alla padrona di casa che non vede l’ora di disfarsi di un cattivo pagatore, soprattutto dopo che la fidanzata lo ha lasciato senza troppe spiegazioni.

La letteratura tuttavia si rivela un sostituto imperfetto della terapia psicologica e, tanto sul piano professionale che su quello personale, Alex sarà costretto ad ammettere un ampio grado di fallibilità al punto che, nel tentativo di riavvicinare la fidanzata, dovrà ridiscutere le sue priorità promettendo di farle spazio, non solo metaforicamente, tra i volumi che occupano la sua vita e il suo appartamento.

“Perchè, vuoi tornare a vivere con me?”
“Se ci fosse un po’ di spazio tra due file di libri.”
“Avrai tutto l’appartamento.”
“Tra Flaubert e Maupassant?”
“Tutto l’appartamento, Melanie.”

“Le parole degli altri” guarda alla letteratura con l’occhio pragmatico e niente affatto romantico di chi ha fatto dei libri uno strumento lavorativo da cui ricavare i propri mezzi di sostentamento.
Alex ha rapporti puramente professionali con i suoi “pazienti”, bada a mantenere le distanze e a non lasciare spiragli confidenziali; a tratti a disagio nel proprio ruolo, pare sì innamorato della letteratura, ma non altrettanto della sua declinazione terapeutica.
La stessa attitudine distaccata e scarsamente empatica tuttavia si trasmette al lettore che di lui sa poco o nulla al di là di una manciata di dettagli personali tra cui svetta l’insistenza per il suo aspetto effemminato, dato che singolarmente sembra ossessionare più l’autore che i personaggi che ruotano intorno ad Alex.
Nonostante la premessa -e, aggiungerei un po’ a sproposito, l’ambientazione parigina- resta un romanzo di scarso impatto emotivo in cui i libri restano lettera morta senza che nel lettore sopraggiunga l’urgenza di scoprire i testi di cui si parla.

Per restare in metafora, non stiamo parlando di un farmaco salvavita, tutt’al più di un cerotto: bene se c’è se no se ne fa a meno.

Resta l’assunto che è legge per ogni buon lettore: se è pur vero che i libri non sono la panacea di tutti i mali, il loro potere salvifico è fuor di discussione e, a patto di avvicinarli al momento giusto, possono davvero cambiare il nostro sguardo sul mondo.

Viv

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