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Ian McEwan, Nel guscio, Einaudi

Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna.

L’incipit e la copertina -bianca, in cui si intravede l’occhio azzurro di un bebé- introducono il narratore: un bimbo ormai prossimo alla nascita che specula dottamente sulla vita, sulla morte e sui vini francesi.
Che si tratti di un narratore onnisciente, non v’è alcun dubbio.
Dopo poche pagine si intuisce anche che il bambino in questione si trova al centro di un triangolo in cui la mamma e l’amante progettano di liberarsi del padre naturale.

Un romanzo breve che si snoda in meno di duecento pagine, in cui tutto ciò che apprendiamo è filtrato dal più inerte tra i personaggi che, prigioniero nel buio ventre materno guida un lettore bendato nel percorso narrativo.
Scosso tra i marosi della dipendenza dalla madre -che gli suscita amore e odio in egual misura- e della fedeltà ad un padre mite e poeta, sperimenta in nuce il dubbio amletico del desiderio di vivere e della tensione al suicidio. Vacilla di fronte alla sciagura di un’esistenza su cui avverte, ancorchè incolpevole, il peso della complicità al crimine materno e tuttavia troverà il modo di intralciare significativamente i piani dei due fedifraghi.

Dio ha detto, Che il dolore sia. E fu la poesia. Alla fine. 

Dal punto di vista letterario il romanzo è poco più di un divertissement in cui l’autore convoglia un flusso di pensieri non sempre originalissimi, il contesto però è interessante e la scelta di un personaggio centrale che è al contempo dentro e fuori la scena, insieme all’unità di luogo mi hanno spinto a chiedermi se, con qualche espediente, si potrebbe farne una piéce teatrale.

Viv

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