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Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Mi sono avvicinata tardivamente a Roth e ancora più tardivamente a “Pastorale americana”, al punto che non ho potuto fare a meno di chiedermi se la lettrice che ero venti, trent’anni fa ne sarebbe stata diversamente affascinata. Con questo non intendo darne un giudizio ingeneroso, posizione che sarebbe oltremodo scomoda trattandosi di un Pulitzer portato in palmo di mano da pubblico e critica: non si può infatti definirlo datato, nell’accezione negativa che si tende a dare a questa valutazione, ma certamente si tratta di un romanzo che risente fortemente per stile e contenuti del clima in cui venne scritto.

Rappresentativo di una generazione che aveva sperimentato la crescita economica del dopo guerra, incarna, attraverso la ricostruzione fittizia della vita di Seymour Levov, il mito del sogno americano e del suo declino.
L’America della Pastorale è quella che ogni anno si raccoglieva attorno al tacchino del Ringraziamento cercando di comporre le sue contraddizioni, sospendendo per un giorno le differenze culturali, politiche e religiose che la attraversavano.

Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano l’uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.

Roth scava nel privato di una famiglia devastata da una terribile tragedia e solleva le maschere dietro cui si cela tutto ciò che non è politically correct, socialmente accettabile, miserie e limiti personali inclusi.
Romanzo corposo, prolisso, dalla densità fluviale, ha un inizio in salita che si apre come un ventaglio non appena si focalizza sulla vita dello Svedese, nomignolo che il protagonista si conquista al liceo quando era la star dei campi sportivi, prima che sposasse Miss New Jersey, che rilevasse l’azienda di guanti paterna, prima che la vita lo piegasse per mano di una figlia amatissima.

La figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contropastorale: nell’innata rabbia cieca dell’America. 

Neppure per un attimo Seymour smetterà di tormentarsi alla ricerca di risposte e forse il fascino di questo romanzo è proprio nell’ostinato processare domande che restano tali fino al mistero di quel punto interrogativo con cui si chiude l’ultimo capitolo.

Lo Svedese è apparentemente il prototipo dell’uomo retto, di colui che stoicamente compie il suo dovere e occupa il posto che gli è stato assegnato dalla famiglie e dalla comunità eppure vi è in lui l’acquiescenza dell’uomo conformista, senza una personalità dominante, che lascia sia la moglie cattolica a perorare il matrimonio misto con il severo futuro suocero ebreo, che per obbedienza filiale eredita un lavoro per cui non nutre alcuna passione, che per un malinteso senso di rispetto, e per una mitezza di carattere che gli è propria, accetta i capricci e le vessazioni di un’adolescente ribelle fino ad esiti catastrofici.

Seymour si augurerebbe di attraversare la vita con il sorridente ottimismo di quel Giovannino Semedimela che nell’immaginario collettivo americano incarna l’uomo soddisfatto di sé che mette a frutto i suoi talenti coltivando la terra così come coltiva la fratellanza.
La vita lo punirà più severamente di quanto meriti e le ultime pagine racchiudono la solitudine dell’uomo solo tra i suoi simili che prende coscienza dei tradimenti che le maschere occultano ogni giorno dell’anno, Ringraziamento incluso.

Viv

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