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Daniel Sánchez Arévalo, L’isola di Alice, Editrice Nord

Questo è un libro a cui sono arrivata del tutto casualmente, attraverso un gruppo di lettura a cui neppure partecipo. Ma tant’è, ormai avete capito che pesco ovunque.

Una telefonata notturna precipita la protagonista nell’incubo della vedovanza e del sospetto: il marito infatti non si trovava dove avrebbe dovuto.
Una scia di piccoli indizi porta Alice a Robin Island, un isolotto tra Martha’s Vineyard e Nantucket, che si difende dai turisti con una studiata politica immobiliare contraria agli affitti.
Inseguendo la sua ossessione Alice decide quindi di trasferirsi in pianta stabile insieme alle due figliolette inserendosi nella comunità locale.

Finalista del Premio Planeta 2015, “L’isola di Alice ha varcato rapidamente i confini spagnoli.
Che sia diventato un bestseller internazionale non stupisce, gli ingredienti ci sono tutti: una giovane vedova, l’isola nel New England, le bugie, lo spionaggio informatico e tecnologico e la parentesi romantica. Non un vero thriller e neppure un chick lit a pieno titolo: una trama gialla con una vena romantica e un pizzico di delirio maniacale.

Si legge in un soffio perché, una volta entrati nella storia, al pari di Alice vogliamo scoprire cosa ci facesse Chris in quell’isola fuori dalla pazza folla e cosa nascondessero i suoi viaggi. Il punto di vista unico è quello della protagonista ma l’autore utilizza qualche piccolo espediente allo scopo, se non proprio di fuorviare, di mantenere viva la curiosità del lettore.

Pur in assenza di veri e propri colpi di scena la lettura scorre rapida e senza flessioni per i tre quarti del romanzo -e considerando che si tratta di un romanzo di cinquecento pagine non è cosa da poco- poi la verità viene a galla e il ritmo si affloscia. È fisiologico che allo scioglimento del nodo narrativo segua un crollo della tensione ma in questo caso l’autore rovescia un intero barattolo di tempera rosa sulla trama.
Altro dato fastidioso, l’uso insistito delle parentesi utilizzate talora per imprimere ritmo colloquiale ai pensieri della protagonista o, molto meno comprensibilmente, per spiegare dettagli ovvi a lettori che evidentemente si suppongono cerebrolesi.
L’ultima ventina di pagine è la metafora letteraria di un guasto ai freni davanti a uno stop.
Riassumendo, qualche taglio avrebbe giovato alla trama e allo stile.

Malgrado un’apparente stroncatura -non vogliatemene, dentro di me si annida una editor mancata o, più banalmente, lo spirito di una maestra elementare- non posso dimenticare di aver letto le prime quattrocento pagine in stato di trans impedendomi di sbirciare le pagine finali per non rovinarmi il viaggio.

In definitiva è un romanzo di quelli da comprare in aeroporto e leggere durante il volo intercontinentale, promosso con piena sufficienza nel campo della fruizione commestibile, soprattutto femminile.
Lasciate a casa la matita rossa e blu e tenete d’occhio Coming Soon perché sicuramente ci faranno un film.

Viv

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