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Gianni Clerici, Il giovin signore, Baldini & Castoldi

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Gli incontri della mia vita spesso si sono tradotti in letture che forse, lasciata a me stessa,  non avrei scelto: libri consigliati, regalati, trovati per caso nelle biblioteche che ho ereditato, come in questo caso.

Con uno stile d’antan, per eleganza e linguaggio, Gianni Clerici -quel Clerici che commentava con garbo e ironia le partite di tennis insieme a Rino Tommasi- fa rivivere gli anni Cinquanta e Sessanta tra la Milano del boom economico e la Londra della libertà sessuale.
Sono anni relativamente vicini eppure la sensazione di estraneità si mescola con la familiarità dei ricordi di infanzia di chi, come me, negli anni Sessanta ci è nato.

Il giovin signore è Andrea Broni, venticinquenne neo laureato in procinto di partire per il servizio militare e più in generale di entrare nella vita adulta.
Il futuro a medio termine lo vede sposato a Carlina, fidanzata storica di buona famiglia, e impiegato nella ditta di calzature fondata dal nonno.
Viziato dalla ricchezza paterna mal sopporta i disagi della naja da cui riesce a farsi esonerare per problemi di salute. Al suo rientro riesce in breve a rendersi indigesto agli operai della fabbrica paterna per i suoi atteggiamenti da giovane rampollo presuntuoso e, allontanato punitivamente dal padre, affronta la trasferta londinese alla stregua di una vacanza sregolata.
Messo di fronte all’aut aut della famiglia finirà per rientrare nei binari prestabiliti e nel pieno possesso dei privilegi patrimoniali, voltando le spalle alla responsabilità di un figlio illegittimo con quel pizzico di teatrale riottosità che contraddistingue gli amorali e i codardi.

Troppo verosimile per essere totalmente antipatico, Andrea Broni si presenta al lettore come un giovane di belle speranze e di un certo carattere ma sotto la leggera patina superficiale nasconde un’indole velleitaria che alterna moti di orgoglio nei confronti della rigidità paterna al lamento capriccioso di chi cerca sempre un capro espiatorio per i propri fallimenti e la propria mancanza di nerbo.

Sullo sfondo le prime rivendicazioni operaie, la Scala di Milano e le Mille bolle blu di Mina.

Viv

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