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Marie-Aude Murail, 3000 modi per dire ti amo, Giunti

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Ecco un libro che non ero affatto certa di voler recensire.

A dispetto del titolo, che traduce alla lettera l’originale francese -e resta una scelta banale- siamo nel campo della letteratura per adolescenti. L’autrice è quella stessa Marie-Aude Murail che promossi a pieni voti per il delizioso “Miss Charity” e mi piacque con “Oh boy”.

Chloè, Bastien e Neville sono amici e forse più che amici.
Chloè è figlia di borghesi benestanti, soffre le aspettative dei genitori che la vorrebbero concentrata solo nello studio, sfugge il contatto e la socialità. Bastien, dopo aver visto i genitori sfinirsi di lavoro per poche lire, ha teorizzato la fuga dalla fatica; il suo unico obiettivo è riuscire a strappare una risata. Neville è il classico adolescente difficile, scontroso e maleducato, compensa la povertà e l’assenza del padre con piccoli furti che hanno il sapore della sfida.
Li accomuna la passione per il teatro e l’avere dei genitori che per educazione borghese, disinteresse o ignoranza non li sanno ascoltare.
I personaggi a cui danno voce sul palco diventano così lo strumento per conoscere se stessi, le prove giornaliere il terreno su cui far crescere la loro amicizia sotto la guida del loro mentore ed insegnante di recitazione, che almeno in uno di loro ha riconosciuto il sacro fuoco.

Si tratta in fondo di un racconto di formazione scritto in terza persona con concessioni alla prima persona plurale che tendono a voler rimarcare come il trio di protagonisti e la loro amicizia sia di fatto il nucleo forte del racconto. L’amicizia e il teatro o meglio le passioni che ci spingono ad esprimere noi stessi e a trovare la strada per realizzare al meglio il nostro potenziale.

Come si evince dalla prima riga, ci sono alcuni aspetti che non mi hanno del tutto convinto -per esempio la relazione non morbosa ma certamente ambigua tra i protagonisti- ma curiosamente ciò che mi ha lasciata perplessa sulla pagina scritta ha cessato di stridere non appena ho cominciato ad immaginarlo nella cornice lieve, intimista e appena appena torbida di certi film francesi d’autore. In poche parole ciò che, forse per un difetto di scrittura, non funziona nel romanzo, sullo schermo, nelle mani di un bravo regista, potrebbe risultare credibile e non mi spingerebbe a cercare confini più definiti.

In ogni caso, malgrado i continui e ben inseriti richiami a opere teatrali, che da soli costituiscono un richiamo infallibile per gli appassionati, il mio giudizio resta ambivalente. Per dirla con le stelline, non più di tre.

Viv