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Pierre Lemaitre, L’abito da sposo, Fazi

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Chi conosce Lemaitre –qui e qui le mie recensioni- sa che in ogni suo romanzo tra la metà e l’ultimo quarto è lecito, se non doveroso, aspettarsi un cambio repentino di prospettiva che ribalti le impressioni iniziali. È la sua cifra stilistica, direi: giocare su più piani per manipolare il lettore affinchè la verità, narrativamente parlando, lo colga di sorpresa.

Devo ammettere che la prima parte di questo romanzo si trascina, più o meno volutamente, come un serpente di cui non si riescono a distinguere le spire.
La protagonista si risveglia in casa della famiglia presso la quale lavora come baby sitter e scopre il corpo senza vita del bambino che le era affidato. Non ricorda cosa sia accaduto, le ultime ore sono state inghiottite da una di quelle “assenze” psichiche di cui è vittima da quando le è morto tragicamente il marito. Durante la sua fuga e il periodo di latitanza che segue, il malessere non si placa e i cadaveri aumentano. Sophie non é in grado di spiegare cosa le stia accadendo -perché smarrisca oggetti e pezzi di vita- e teme con raccapriccio la malattia mentale.

Se non fosse che, come ho scritto all’inizio, Lemaitre è sinonimo di colpi di scena mi sarei scoraggiata ma, a premiare la fiducia del lettore, il ribaltone arriva, appena prima della metà, unico vero momento topico. Tolto il twist di sceneggiatura il romanzo, soprattutto rispetto agli standard di Lemaitre, ha poco mordente sia sul piano delle motivazioni, troppo deboli, sia nel finale che è preferibile accettare senza discuterne troppo la credibilità. Per intenderci: i disturbi psichici non possono essere l’unica chiave di volta ancorchè semplifichino alquanto la dinamica narrativa.

In definitiva di tratta di una lettura scorrevole, perfetta per l’ombrellone, che non rivaleggia con “Irene” o “Alex” ma vi terrà con il fiato moderatamente sospeso.

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Viv